Marco Croatti e la Flotilla per Gaza: le nostre vele gonfie grazie alla sollevazione popolare
Marco Croatti, senatore M5S, racconta la sua esperienza sulle barche cariche di
aiuti umanitari assalite dall’esercito israeliano. Una guerra atroce, il
tentativo di disumanizzazione delle vittime, il servilismo dei governi
occidentali, il ritorno al neocolonialismo. E soprattutto: l’importanza dei
movimenti.
Quando Marco Croatti parla della Flotilla, lo fa con la calma intensa di chi ha
vissuto un’esperienza che segna. Senatore del Movimento 5 Stelle, classe 1972,
riminese, una vita iniziata nella grafica pubblicitaria e poi virata verso
l’impegno civile, a settembre 2025 ha deciso di unirsi alla prima Global Sumud
Flotilla, la missione internazionale che ha tentato di portare aiuti umanitari a
Gaza affrontando i prevedibili atti di pirateria dell’esercito israeliano in
acque internazionali.
Mentre in tutto il mondo esplodevano iniziative di sostegno, gli organizzatori
annunciavano la seconda flottiglia per la primavera 2026, con una mobilitazione
ancora più ampia grazie alla risonanza mediatica della prima spedizione.
Questa intervista nasce da lì: dal racconto di un uomo che ha attraversato il
Mediterraneo per un gesto umano e politico di cui c’è un bisogno urgente.
Siamo cresciuti con il mito dell’ONU, della Corte Penale Internazionale,
organismi che dovrebbero garantire pace e giustizia. Negli ultimi anni tutto
questo sembra crollare. È ancora attuale avere fiducia nelle istituzioni
internazionali?
Viviamo tempi bui in cui sembra prevalere la legge del più forte. Dobbiamo
batterci per restituire forza e credibilità al diritto internazionale,
calpestato dai doppi standard e dall’ipocrisia di quei Paesi che ogni giorno
sbandierano i cosiddetti “valori occidentali”. Senza un diritto internazionale
credibile, il futuro è spaventoso.
L’esperienza della Flotilla è stata percepita come un atto politico oltre che
umanitario. L’avete vissuta così?
Il nostro viaggio voleva accendere una luce sulla tragedia di Gaza e aprire un
corridoio umanitario permanente, ma è diventato qualcosa di molto più potente:
ha coinvolto milioni di persone che non si sentivano rappresentate dal silenzio
e dalla complicità dei loro governi. Le nostre vele erano spinte dalle loro voci
e dalla loro rabbia.
Il governo italiano vi ha chiesto di consegnare a loro gli aiuti per farli
arrivare “in sicurezza”. Ma gli aiuti del governo arrivano davvero?
Il governo ha lanciato appelli continui a noi, che non violavamo alcuna regola,
ma nessun appello agli israeliani che attaccavano le nostre barche in acque
internazionali. Gli aiuti transitano con il contagocce, migliaia di camion
restano fermi, molte merci essenziali non passano. Inchieste e ONG hanno
mostrato che la consegna tramite Food for Gaza è bloccata o fortemente
rallentata.
Quando hanno bloccato le due flottiglie, che fine hanno fatto gli aiuti presenti
sulle vostre barche?
Sono stati confiscati dall’IDF insieme alle imbarcazioni. Non sappiamo altro. La
maggior parte degli aiuti raccolti tenta comunque di raggiungere Gaza via terra
secondo il distribution plan di Music for Peace, ma incontra ostacoli continui
posti da Israele.
Da mesi per avere notizie su Gaza bisogna cercarle con fatica. Sembra che
l’obiettivo sia farci abituare alla guerra.
Normalizzare la guerra, disumanizzare le vittime, spingere su un’economia di
guerra: sono gli obiettivi che sembrano prefiggersi molti Paesi occidentali, a
partire dalla UE. Non possiamo accettarlo. Dobbiamo batterci contro questa
visione.
Le sollevazioni di indignazione nel mondo hanno avuto effetti tangibili
sull’evoluzione della guerra?
La pressione dei cittadini e delle piazze ha fatto cadere molte maschere,
evidenziato complicità e costretto governi a esporsi. Le proteste hanno portato
alla tregua a Gaza e spaventato la coalizione Epstein. USA e Israele non hanno
desistito, ma i risultati ottenuti dalla sollevazione popolare sono una grande
luce di speranza.
Differenza tra le due flottiglie: nella prima siete stati trattati con durezza
ma non con ferocia; nella seconda i volontari sono stati picchiati e torturati.
Come ti spieghi questo cambio?
La Flotilla li ha spaventati. La prima spedizione è diventata un fenomeno
globale enorme. Con la seconda hanno agito con maggiore ferocia, bloccando
subito le barche e dando una dura lezione ai volontari a favore di telecamere.
Il messaggio è stato chiaro e sinistro: chi proverà ancora sa cosa lo attenderà.
Parliamo dei governi occidentali. Che fine hanno fatto le presunte minacce e
richieste di giustizia del governo italiano?
Le scuse sono arrivate? Ovviamente no. Ai servi non si devono risposte. Il
governo italiano verso Israele è sempre stato questo: servile e complice.
Giuliano Santoboni