Democrazia residuale
L’aspetto più pericoloso dell’emendamento Bignami non è l’invenzione di un nuovo
trucco, ma il tentativo di legalizzare e rendere permanente una patologia che
sta già divorando la democrazia italiana da oltre vent’anni. Il Parlamento
attuale è un’assemblea di nominati, un corpo estraneo al Paese reale, alla
rappresentatività, plasmato dal cinismo del Rosatellum e dei suoi disastrosi
predecessori. Ma mentre l’opinione pubblica percepisce giustamente questo
declino come una stortura da correggere, la proposta di Fratelli d’Italia
puntava a trasformare la patologia in sistema, istituzionalizzando l’esproprio
della sovranità popolare, invece di restituire ai cittadini il diritto
costituzionale di scegliere i propri rappresentanti. Avrebbe legalmente blindato
e istituzionalizzato l’esistenza di una stirpe (già) “eletta”.
L’introduzione delle preferenze solo “dal secondo nome in giù” non sarebbe stata
una concessione alla democrazia, ma una foglia di fico per poter dire: “Il
popolo ora sceglie”, mentre i seggi sicuri restavano di proprietà delle
segreterie.
Questo meccanismo avrebbe spaccato il Parlamento in due: da una parte
l’aristocrazia dei nominati, dall’altra la manovalanza, i numeri.
I primi avrebbero esercitato il mandato nel nome del capo, mentre gli altri,
agognando conferme, li avrebbero solo stupidamente seguiti.
Normalizzare tale sistema avrebbe significato cancellare la possibilità stessa
di invertire la tendenza al sacrificio della rappresentanza. La bocciatura alla
Camera, anche se per un solo voto, ha per ora fermato la mano bieca di chi
voleva codificare la sottomissione degli eletti e l’inutilità degli elettori, ma
il pericolo resta ed è il tentativo di trasformare un abuso consolidato nella
regola definitiva della Repubblica.
Gregorio De Falco