La “giusta misura” della propaganda di “la Repubblica” per TELT
Dal sito NoTav.info pubblichiamo il comunicato prodotto dal movimento, in
risposta ad un servizio giornalistico de “la Repubblica”, con il quale – nella
visita effettuata al cantiere della TELT – si racconta lo stato dell’arte dei
lavori dell”impresa coinvolta nella realizzazione del progetto sull’Alta
Velocità in quel di Val di Susa[accì]
Confessiamo una certa invidia. Non capita tutti i giorni di vedere un reportage
trasformarsi, senza quasi che il lettore se ne accorga, in un opuscolo
promozionale. Nell’articolo che Repubblica dedica al cantiere della Torino-Lione
a firma Beniamino Pagliaro non manca nulla: gli eroi, la montagna da
conquistare, il futuro radioso, i cattivi e perfino la morale finale. Se non
fosse per la testata in cima alla pagina, potrebbe tranquillamente essere una
pubblicazione di TELT.
Il problema non è raccontare un cantiere, è più che legittimo farlo ci
mancherebbe. Il problema è farlo cancellando il conflitto che quel cantiere
rappresenta da oltre trent’anni e tutte le sue contraddizioni, chiare e alla
luce del sole.
Entrare nel cantiere «restituisce la giusta misura», scrive il giornalista.
Curioso. Fino a quel momento pensavamo che la misura di un’infrastruttura la
dessero i dati, i costi, i benefici, gli impatti ambientali e il confronto
democratico. Scopriamo invece che basta una visita guidata organizzata da TELT
per trovare quella “giusta”. È questo, in fondo, il cuore dell’articolo.
Ancora più sorprendente è il passaggio in cui leggiamo che «è l’uomo che chiede
spazio alla natura, si fa strada con la forza dell’ingegno». Sembra di leggere
un cinegiornale dell’Istituto Luce. L’uomo che piega la montagna. La natura che
deve farsi da parte. L’esplosivo come simbolo del progresso. Solo che siamo nel
2026.
Mentre le Alpi perdono ghiacciai, le estati diventano ogni anno più torride e
gli eventi estremi si susseguono con una frequenza che ormai nessuno può più
fingere di non vedere, c’è ancora chi riesce a raccontare cariche di esplosivo
che frantumano una montagna come se fossero il trionfo dell’ingegno umano.
Peccato che il reportage dimentichi di raccontare anche l’altra faccia della
medaglia. Sul versante francese, ad esempio, il cantiere continua a fare i conti
con difficoltà ben diverse dalla retorica del progresso: la talpa Viviana ha
incontrato problemi geologici che ne hanno rallentato sensibilmente
l’avanzamento e in Val Maurienne continuano a emergere preoccupazioni per gli
effetti dei lavori sulle risorse idriche. Non sono dettagli: sono parte della
storia. Eppure, nell’epopea raccontata da Repubblica, non trovano spazio.
L’ingegno sarebbe un’altra cosa.
Sarebbe raccontare anche ciò che non funziona. Sarebbe chiedersi se quest’opera
serva davvero. Sarebbe avere il coraggio di dire che forse la migliore
infrastruttura è quella che non devasta altro territorio quando esiste già una
linea ferroviaria internazionale largamente sottoutilizzata. Sarebbe misurare il
progresso non in metri di galleria scavati, ma nella capacità di evitare opere
inutili.
Poi arriva uno dei passaggi più surreali dell’articolo. Ci viene spiegato che il
progetto è stato modificato perché «il territorio non era d’accordo (ed è stato
ascoltato)».
Ascoltato?
Il territorio non ha mai chiesto qualche ritocco progettuale. Il territorio ha
chiesto l’opzione zero. Ha chiesto di non costruire una nuova linea perché
quella esistente ha ancora enormi margini di utilizzo.
Dire che il territorio è stato ascoltato perché sono state cambiate alcune parti
del progetto è come sostenere che una persona sia stata ascoltata dopo averle
risposto: “Ti ho sentito, ma faccio comunque quello che avevo deciso.”
C’è poi un altro particolare che colpisce. L’articolo parla di un’opera
«realizzata al 30%» e di «50 chilometri già scavati», senza spiegare al lettore
che cosa significhino davvero questi numeri. In quella percentuale rientrano
anche opere preparatorie e gallerie di servizio, mentre il tunnel di base è ben
lontano dall’immagine di un’opera ormai avviata verso il traguardo che il
reportage suggerisce. Anche i numeri, quando vengono privati del loro contesto,
possono diventare uno strumento di narrazione.
Ma il passaggio che più colpisce è forse un altro. Da una parte, quella
francese, ci sarebbe stata una protesta “dignitosa”. Dall’altra, quella
valsusina, ridotta a “totem politico”, “violenti”, “residui”.
Da quando Repubblica distribuisce patenti di dignità ai movimenti sociali? Chi
stabilisce quale protesta è degna e quale no?
Un quotidiano dovrebbe raccontare un conflitto, non assegnare pagelle morali a
chi dissente. Soprattutto quando quel dissenso dura da oltre trent’anni, ha
coinvolto migliaia di persone, amministratori locali, tecnici, ricercatori,
comitati e intere comunità.
Infine arriva l’argomento che non manca mai: i No Tav usano l’Alta Velocità e
poi si lamentano se il treno non raggiunge i 300 chilometri orari.
Davvero questo sarebbe il livello del dibattito?
Nessuno ha mai contestato l’esistenza dei treni. Nessuno è contrario al
progresso. Il movimento No Tav contesta un’opera precisa, per ragioni precise:
la sua utilità, il suo impatto ambientale, il suo costo economico e il fatto che
esista già una linea ferroviaria internazionale ampiamente sottoutilizzata.
Ridurre tutto a una caricatura serve soltanto a evitare il confronto nel
merito. È una vecchia tecnica di delegittimazione: invece di discutere gli
argomenti, si costruisce uno stereotipo dell’avversario e lo si prende in giro.
Per oltre trent’anni il movimento No Tav è stato accusato di fare propaganda,
poi si legge un articolo come questo e diventa difficile capire dove finisca il
giornalismo e dove cominci la comunicazione di una grande opera.
Un quotidiano nazionale dovrebbe raccon tare anche ciò che disturba il racconto
ufficiale: i dati che non tornano, le criticità ambientali, le ragioni del
dissenso, i dubbi sull’utilità dell’opera. I soldi che non ci sono e che
l’Europa non darà mai.
Quando tutto questo scompare e rimane soltanto un’epica del cemento, della
montagna da conquistare e del futuro già scritto, non siamo più davanti a un
reportage. Siamo davanti a un’operazione di costruzione del consenso. Ed è
questo l’aspetto più inquietante dell’intera vicenda.
Contenti voi!
Redazione Torino