Giosuè Calaciura / La conquista delle Indie, la violenza dell’oggi
L’Ammiraglio, con la consonante iniziale maiuscola, è Cristoforo Colombo, l’uomo
che effettuò la più straordinaria esplorazione di tutti i tempi e forse, più o
meno consapevolmente, l’iniziatore del colonialismo e dei suoi crimini.
Personaggio sottoposto a continue e laboriose revisioni, a difese ottuse quanto
ad attacchi sacrosanti, che lo vogliono processare simbolicamente oggi per
assalire gli eredi immeritevoli di quel potere che dalla Spagna si espanse in
quasi un intero continente, snaturandolo e sbarcando avidità e violenza. Il
punto di vista offerto al lettore è quello di chi si è ritrovato vicino a lui,
sulle navi e poi in terra americana, e ha convissuto con quell’avventura dal
lato opposto dell’Ammiraglio, senza viverne un desiderio che non fosse quello di
tornare indietro. Colombo, invece, descritto come visionario, bugiardo e feroce
nel suo esercizio di potere, non è né personaggio storico (seppure il romanzo si
appoggi lungo tutta la sua lunghezza sui diari dell’Ammiraglio) né romanzesco, e
sembra elevarsi sulla narrazione, quasi che le paure, le traversie, le angosce e
le emozioni della ciurma non lo riguardino.
«Spacciava la verità per l’inconsistenza delle sue estasi» è scritto nel
romanzo. Se è ogni tipo di materialità a segnare la vita dell’umanità europea
che sbarca in quell’equivoco geografico (dal cibo al sesso, alla violenza fino
alle malattie), in Colombo sembra muoversi solo il mito delle città sconosciute
e delle terre ricche traboccanti d’oro, come Cipango descritta ne Il milione di
Marco Polo. Cipango era il Giappone, evocata per tutto il romanzo come fosse una
delle “città invisibili” di Italo Calvino. Territori abitati e civili, ma intesi
come a disposizione dell’occidentale, in cui è lecito imporre le proprie leggi e
stabilire diritti di possesso, di vita e di morte, perché vuoti o abitati da
esseri che si collocano poco più in alto degli animali selvaggi, forse solo
animali più facilmente addomesticabili. È inutile sfuggire alla sensazione di
disagio che si prova durante la lettura quando descrive l’interazione tra
occidentali e nativi, è la stessa che il mondo vive oggi con Donald Trump e
Benjamin Netanyahu, una spacciata imposizione di sottomissione che solo una
incommensurabile capacità di fare violenza può giustificare. Ed è proprio questo
uno dei fattori che rende questo romanzo inquietante, la descrizione della
violenza quando questa è esercitata in una sproporzione di mezzi.
La narrazione è dedicata più all’esperienza dell’inizio della dominazione
coloniale che al viaggio in mare e ai suoi squarci di erranza senza meta che
ricordano l’Odissea, perché visti con gli occhi degli spaesati marinai,
inconsapevoli della teoria geografica della rotondità della Terra. Colombo,
almeno da quanto riporta Alexander von Humboldt, aveva usato calcoli e mappe di
Paolo dal Pozzo Toscanelli, geografo, astronomo e matematico, con cui aveva
avuto una corrispondenza, che però contenevano alcuni errori tanto da ritenere
la traversata molto più breve che in realtà. Dunque, la messa a fuoco non è sul
viaggio verso l’ignoto Ponente, ma su un’umanità ignota che però non è vissuta
come mistero e come stupore. La curiosità è scarsa e la conoscenza ridotta a
quei fattori minimi riconducibili alla cultura occidentale di allora. Sembra di
rileggere in forma narrativa alcune pagine de La conquista dell’America. Il
problema dell’altro di Tzvetan Todorov (Einaudi, 1984), quando si osserva che o
i nativi americani sono identificati come diversi, ma inferiori e quindi
destinati a essere sottomessi e sfruttati, oppure sono catalogati come uguali, e
in tal caso devono essere assimilati alla cultura spagnola. Tertium non datur. E
questo ci riporta ancora ai nostri tragici giorni di dissoluzione, non solo del
pensiero critico, così chiaramente espresso da Edward Said in Orientalismo
(Bollati Boringhieri, 1991), ma anche di quello illuminista.
Dunque, è la realtà della sottomissione che mi ha maggiormente colpito leggendo
il romanzo. Prima quella dei marinai, assoldati con la minaccia e il ricatto,
poi quella dei nativi, incapaci di opporsi a una tecnica del potere così
raffinata come quella sviluppata nei secoli della perenne guerra europea. La
nuova terra, osserva il marinaio narratore, cessa di essere quell’oriente che
sempre era esistito, con i suoi popoli e le sue merci, che venivano scambiate
dai secoli nei porti genovesi e veneziani del Mediterraneo asiatico, per
diventare un nuovo occidente, europeo e cristiano, in cui ogni identità è
negata. La forza è quella di una civiltà basata sulla potenza degli eserciti e
sul profitto, ma soprattutto su un’etica cristiana che nei secoli ha
giustificato qualunque aberrazione. I nativi “non mettevano insieme la causa con
l’effetto” e con questa conclusione li si può escludere dal mondo della cultura
ecclesiale e laica europea. In questo senso, il marinaio narratore, riflettendo
sulla linea d’ombra che separa scoperti e scopritori, scrive che «in realtà
erano stati loro a scoprirci, nella miseria delle nostre certezze,
nell’ipocrisia delle croci piantate di spiaggia in spiaggia, nella vergogna
delle armi e dei desideri, nella violenza delle nostre vite».
E così si cambiano i nomi di quei luoghi e di quei popoli, anzi li si battezza,
con quell’analogia a un’identità che si assume ben dopo essere nati e avere
intrapreso l’esistenza; così è per i nativi accolti al livello più basso della
piramide del potere europeo. L’intero romanzo di Giosuè Calaciura è una
denuncia, e il diario di Colombo, quello scritto dal navigatore per documentare
la sua impresa, richiama, ma per negarlo, un altro viaggio straordinario in nave
lungo il continente americano: quello di Charles Darwin. Ma se per
l’evoluzionista inglese la natura americana gli si pone davanti come enigma,
grazie alla sua cultura di naturalista eversivo ottocentesco, per Colombo
l’America è una banalità, una terra da occupare e i suoi nativi solo forza
lavoro da rendere schiava e vendere in Spagna. E ancora, l’attualità dei nostri
giorni ci consente di leggere e rileggere il passato e trovarne spunti.
L’Ammiraglio «li provocava affinché reagissero con la violenza dei disperati per
muovere una giusta guerra e poterli sepellire in cataste ordinate di merce nella
stiva delle caravelle».
Un’ultima riflessione sulla lingua, davvero eccezionale all’interno di una
letteratura italiana fatta di principali terminate da un punto e vocabolari
scarni e deprimenti, di ripetizioni desolanti. In questo senso L’Ammiraglio è un
romanzo che cerca altre strade, che non intende soggiacere a standard di
leggibilità umilianti e che dona, e questo è quasi un miracolo, una visione
profonda degli eventi e della natura che li abbraccia, ma dagli occhi e dalla
mente di un marinaio cialtrone e analfabeta.
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