Morgan Dick / Eredità e altri disguidi familiari
Uno dei punti di forza di La figlia preferita – romanzo d’esordio della
scrittrice canadese Morgan Dick, pubblicato da Fazi Editore con la traduzione di
Silvia Castoldi – è senza alcun dubbio la scrittura: fluida, sicura, mai
stucchevole né pomposa, ma che nella sua semplicità sa unirsi all’intrinseca
danza tra dramma e commedia che pervade la storia.
Michelle, soprannominata Mickey, ha visto il padre andarsene di casa una sera di
molti anni prima, ad un’età abbastanza sviluppata da ricordare cosa significa
avere una figura paterna che fa sbocciare sorrisi e risate. Assieme ai ricordi
belli, però, si solidificano anche momenti più dolorosi: quelli in cui il padre
insultava la moglie, oppure quelli in cui veniva scortato a casa da una
pattuglia di polizia perché troppo ubriaco per tornare con le proprie gambe. In
un dualismo di emozioni, tra l’amore infantile e il dolore anestetizzato per il
padre, Mickey cresce lottando per meritarsi una vita adulta più stabile, ma
finendo per percorrere una strada solitaria fin troppo familiare.
Il romanzo si apre con Mickey al lavoro: è un tardo pomeriggio, il sole tra
tramontando e rimane ancora un bambino alla scuola dell’infanzia dove lavora
come maestra d’asilo, Ian, da mandare a casa. Mickey ha appena letto sul
giornale che suo padre è morto e l’impulso pomeridiano di bere alcol è
martellante. Quello stesso giorno, qualche ora più tardi, Mickey scopre di aver
ereditato l’intero patrimonio del padre, ma ad una condizione: prima deve
sottoporsi ad un ciclo di sette sedute di psicoterapia. Così Mickey, senza
poterlo sapere, conosce la sorellastra. Charlotte, soprannominata Arlo, è la
psicoterapeuta che accoglie Mickey nella sua stanza dove tiene tutte le sue
sedute, in un importante studio. Arlo e Mickey sembrano essere agli antipodi: al
contrario di Mickey, Arlo ricorda di essere cresciuta avvolta dall’amore e dalla
protezione paterna, che poi ha restituito nella fase finale della vita del
padre, accudendo un uomo in fin di vita al pieno delle sue capacità. Arlo è
consapevole di avere una sorellastra, ma non ha idea di che aspetto abbia: non
sorprende che quando si incontrano, nel modo orchestrato dal padre, le due
sorellastre non si riconoscano.
Mentre Mickey deve affrontare le estenuanti sedute con Arlo, fingendo che il
puzzle della sua vita sia in perfetto ordine senza tasselli paterni mancanti, la
sua vita pian piano implode, come tante piccole esplosioni sotto un’acqua
torbida di alcol. Arlo, all’apparenza in perfetto equilibrio, svela un’esistenza
altrettanto solitaria. Sotto il costante occhio critico del padre, Arlo si è
isolata da tutto ciò che l’uomo non reputava alla sua altezza, finendo per
inserire il padre nel podio delle sue priorità scavalcando tutto il resto,
compreso un ex-marito, e venendo meno al dovere professionale di cura e
attenzione per i suoi pazienti.
Morgan Dick disegna due esistenze con un solo apparente punto di contatto, come
fossero rette perpendicolari, le quali nel corso del romanzo finiscono per
essere uno specchio l’una per l’altra, rivelandosi rette parallele. L’esperienza
di un padre alcolizzato, di un’esistenza che implode sotto il peso delle
incertezze, la solitudine e il bisogno primario di essere compresi, di aprirsi
al calore degli altri: Arlo e Mickey lo vedono nell’altra, lo riconoscono, lo
comprendono. La figlia preferita è un romanzo tragicomico, intriso di umorismo e
introspezione, tenuti in perfetto equilibrio tra loro da una scrittura che
sprigiona leggerezza e freschezza, donando alla storia un alto potenziale per
entrare anche nelle vostre letture preferite dell’estate.
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