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Libertà per Abu Safiya e tutti i palestinesi illegalmente prigionieri di Israele
Inequivocabile condanna all’uso eccessivo delle misure detenzione amministrativa è stata espressa il 19 luglio nella dichiarazione congiunta rilasciata da 12 missioni diplomatiche. Il testo è firmato dalle rappresentanze di Belgio, Canada, Danimarca, Finlandia, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Norvegia, Spagna, Svezia e Regno Unitoe dell’Unione Europea. Si nota l’assenza dell’Italia. Subito dopo la divulgazione della notizia, l’account X del Consolato inglese in Israele è stato bloccato. Nella dichiarazione, in cui è esplicitamente affermato “Attualmente più di 9.000 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, tra cui migliaia senza accusa né processo“, è espressa preoccupazione per le condizioni di detenzione di Abu Safiya. Ricordiamo che, durante la recente visita dei suoi avvocati, il dottor Hussam Abu Safieh ha riferito: “Sono stato picchiato di nuovo dalle guardie carcerarie, dopo la precedente visita, riportando una ferita a un dito, perdendo del sangue. Fate tutto il possibile per farmi uscire di qui. Sono detenuto in isolamento nel carcere sotterraneo di “Rakeft”, in condizioni di detenzione disumane”. Per chiedere il rilascio del dr. Abu Safiya vengono svolte numerose iniziative:   venerdì 17 luglio la Rete internazionale ebraica anti-sionista ha organizzato un presidio davanti all’ambasciata israeliana a Londra e Michele Serra ha lanciato un appello dalla sua rubrica “L’Amaca”. Inoltre si può firmare la petizione di Amnesty International. Dall’avvio della campagna Digiuno per Gaza, l’iniziativa lanciata il 15 maggio 2025 da Anbamed, sono trascorsi un anno intero, due mesi e 6 giorni e oggi, martedì 21 luglio 2026, alla giornata di digiuno aderiscono i seguenti digiunatori: clicca per leggere i nominativi. Ieri Al-Najdah ha iniziato la distribuzione delle rette nella città di Gaza e nel nord della Striscia. È stato stampato un opuscolo di disegni spedito da due affidatari, Alessandra e Filippo, per il compleanno della bimba adottata a distanza. L’opuscolo è stato distribuito a tutti i bimbi e le bimbe insieme a una scatola di matite colorate, per applicarsi in un momento di evasione e educazione artistica. La settimana scorsa nel centro della Striscia di Gaza e dall’11 luglio a Khan Younis aveva distribuito le quote di sostegno assegnate alle famiglie dei bambini adottati tramite Anbamed e ACM. Genocidio a Gaza Stamattina, l’esercito israeliano ha ucciso una coppia e i loro quattro figli minori (di 12, 11, 9 e 5 anni), bombardando la loro abitazione con un drone a Gaza City. Nell’attacco sono morti tutti e sei i membri della famiglia Al Masri: Firas (padre) e Salsabil (madre), entrambi trentatreenni; Amira (5 anni), Salma (9), Ferial (11) e Naim (12). Secondo fonti mediche, otto palestinesi sono stati uccisi e oltre venti feriti dalle forze di occupazione israeliane nella Striscia di Gaza durante la giornata di ieri, lunedì. Gli attacchi hanno interessato diverse aree, dal nord al sud della Striscia. Una fonte dell’ospedale Al-Shifa ha riferito che tre palestinesi, tra cui due donne, sono stati uccisi e altri feriti in un raid aereo israeliano sul campo profughi di Jabalia. In precedenza, un raid aereo israeliano aveva colpito un veicolo nella zona di Al-Mawasi a Khan Younis, nel sud di Gaza, uccidendo almeno quattro persone e ferendone altre. I feriti sono stati inizialmente trasportati all’ospedale da campo britannico, per poi essere trasferiti in altri ospedali a causa dell’elevato numero di vittime. Nostri contatti hanno riferito che un attacco in via Al-Jalaa a Gaza City ha causato diversi feriti. Hanno osservato che, secondo le équipe mediche dell’ospedale Al-Saraya della Mezzaluna Rossa Palestinese e dell’ospedale Al-Shifa, i bambini e le donne sono stati i più colpiti dall’attacco. L’ospedale dei Martiri di Al-Aqsa ha riferito che un uomo palestinese è stato ucciso quando un drone israeliano ha colpito una bicicletta in via Salah al-Din, nel centro di Gaza. Un altro raid aereo israeliano ha preso di mira un veicolo civile in via Al-Jalaa, una delle arterie più trafficate della città, provocando diversi feriti. Il veicolo è stato completamente avvolto dalle fiamme. Le ambulanze che si sono precipitate sul posto per trasportare i feriti, sono state prese di mira da un secondo attacco. È la tecnica del doppio attacco per uccidere anche soccorritori. A Gaza non c’è nessun Cessate il fuoco. Cisgiordania All’alba di oggi, martedì, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione nella città di Ariha (Gerico), in Palestina. Ieri, diverse aree della Cisgiordania sono state teatro di una serie di movimenti militari israeliani e attacchi da parte dei coloni, in un contesto di crescente tensione per la sicurezza in diverse città e villaggi palestinesi. Nella città di al-Bireh, le forze di occupazione israeliane hanno fatto irruzione e si sono schierate in diversi quartieri della città. Nel villaggio di Kisan, a est di Betlemme, le forze di occupazione hanno condotto un’incursione, perquisendo diverse abitazioni e arrestando cinque palestinesi, tra cui due bambini. Nei pressi del villaggio di Al-Lubban ash-Sharqiya, a sud di Nablus, nostri contatti ci hanno riferito che i coloni hanno intercettato un camion per il trasporto di acque reflue e ne hanno arrestato l’autista. Durante gli scontri che ne sono seguiti, prima dell’arrivo delle forze di occupazione israeliane, sono stati fermati anche più di dieci giovani. Le fonti hanno indicato che l’esercito israeliano ha trattenuto diversi di questi giovani per ore dopo il suo intervento nella zona. Nessuno degli aggressori coloni ebrei israeliani è stato fermato. Le forze israeliane hanno fatto irruzione nella città di Turmus Ayya, a nord-est di Ramallah, hanno compiuto rastrellamenti perquisendo diverse abitazioni e sequestrando le registrazioni delle telecamere di sorveglianza. Questi sviluppi si sono verificati nel contesto delle continue incursioni israeliane nelle città e nei villaggi della Cisgiordania, unitamente alle crescenti denunce palestinesi di attacchi da parte dei coloni contro i nativi e le loro proprietà, incursioni che stanno ulteriormente esacerbando le tensioni in tutta la Palestina occupata. Libano Il Dipartimento di Stato Usa ha annunciato l’avvio di “operazioni pilota” in tre città del Libano, in attuazione degli accordi raggiunti tra Beirut e Tel Aviv mediato da Washington. Le città interessate sono Frun, Srifa e Zawtar al-Gharbiya, ma non sono tutte sotto occupazione militare degli invasori. L’attuazione dell’accordo è inoltre legata all’assunzione da parte dell’esercito libanese della piena responsabilità della sicurezza in tali aree, nonché al disarmo dei gruppi armati, un chiaro riferimento a Hezbollah. Tuttavia, l’accordo annunciato non include una tempistica specifica per il completamento del ritiro israeliano. L’esercito israeliano ha dichiarato che il ritiro comincerà quando sarà neutralizzato il pericolo. L’esercito israeliano insieme a quello libanese e a militari Usa sorveglierà le operazioni future in queste tre zone. “agiremo con fermezza contro qualsiasi violazione”. Infatti, Israele non ha cessato gli attacchi con artiglieri e con droni contro diverse città e villaggi libanesi, oltre al proseguimento delle demolizioni di case a Kafr Tebnit. Nella provincia di Sour (Tiro), droni israeliani hanno bombardato la cittadina di Al-Mansouri e sulla capitale Beirut è stato registrato il volo di ricognizione di droni israeliani. La poesia di Tawfiq Zayyad, grande poeta palestinese del secolo scorso, scomparso il 5 luglio 1994, un cui verso recita “questo popolo ha sette anime, ogni volta che muore, rinasce più giovane e bello”, nel 1977 è stato interpretato da Demetrio Stratos con Giulio Stocchi e Gaetano Liguori. ANBAMED
July 21, 2026
Pressenza
Cremona: “Cessate il fuoco – Palestina viva”, da oltre un anno in piazza senza paura
Oggi il cielo sopra Cremona è terso e il sole del tramonto sembra quello di mezzodì; solo le ombre lunghe ricordano che la sera si avvicina. Siamo nella Piazza del Comune dove il potere secolare (il municipio) fronteggia il potere religioso (l’ampia cattedrale romanica con l’elegante battistero su un lato e il possente Torrazzo sull’altro).  Da secoli le due autorità, dalle loro rispettive altezze (il Torrazzo mt.112,54 è la torre campanaria più alta d’Europa) guardano il privato cittadino facendolo sentire piccolo e inerme, in soggezione. È questa una condizione tipica della provincia italiana, dove sotto la facciata dell’indifferenza si nascondono sentimenti ben più umani: la vergogna di essere messi sotto la lente e la preoccupazione di disturbare relazioni sociali di ogni tipo. Per fortuna in ogni città ci sono anime belle che, incuranti di giudizi e pettegolezzi, non temono di mostrare la verità così com’è, nella piena luce del sole. Insieme ad Anke Hein, originaria della Baviera e cittadina cremasca, sono in visita al presidio settimanale del gruppo “Cessate il Fuoco – Palestina Viva” che sulla scorta dei gruppi di Milano e Cagliari, da oltre un anno, si ritrova nei luoghi simbolo della città lombarda per denunciare l’occupazione della Palestina e il genocidio dei suoi abitanti. Veniamo accolte calorosamente da Elena Rizzi e introdotte ad altri attivisti e partecipanti. Il gruppo è variopinto e l’effetto colore risalta sui toni caldi dei mattoni della piazza. Si agghindano le colonne del Comune con bandiere palestinesi e della pace, e con cartelli e disegni di angurie; sul lato opposto, sui gradini del sagrato, si distendono le lettere che compongono “genocidio” – una parola importante, uno spartiacque, che la Corte Internazionale di Giustizia ha saputo pronunciare ma che sta ancora bloccata nelle gole di tanti, persino di alcuni che si dichiarano pro-palestinesi e pacifisti. Ci allarghiamo in cerchio arrivando a lambire i tavolini dei bar affollati per l’aperitivo; una brezza estiva dà sollievo e fa sventolare le bandiere. Un microfono è stato posto al centro; parlano Ivan Guarino e Anna Rota. Entrambi affrontano il tema che ci affligge e per cui siamo qui, la causa palestinese, da una prospettiva ampia: ci mostrano come non solo siamo complici del massacro e direttamente coinvolti in esso, ma che questa cosa ci tornerà indietro. Il vento farà il suo giro. Se non si salveranno i palestinesi e la dignità di un popolo e della sua terra, le prossime vittime da sacrificare saremo noi. Ivan (sarà per il nome) è civilmente agguerrito e non fa sconti nel raccontare le nefandezze del governo israeliano a donne e  bambini, che ormai non sono solo nel mirino dei soldati ma anche nella pianificazione coatta di sabotaggio alla maternità – a Gaza il tasso di aborti è aumentato notevolmente, superando i 460 casi ogni 1.000 nati vivi, rispetto alla stima di 140 casi precedente all’ottobre 2023. Nei soli primi mesi del 2026, il Ministero della Salute locale ha continuato a registrare centinaia di casi al mese (es. 921 casi in aprile). Di fronte a tali numeri solo la malafede può parlare di “casi sfortunati”. Anna, con una dolcezza infinita, solleva il microfono e si rivolge pacata ai concittadini, per invitarli ad ascoltare, ad abbassare corazze e fare un passo verso il bene, la giustizia, la pace. Qualcuno dai tavolini ascolta, qualcuno ha persino ruotato la sedia verso di noi. Il suo discorso è un monito a non lasciarsi abbindolare dalla paura, quella che le istituzioni e i poteri forti stanno fomentando a più non posso per giustificare il riarmo e dare avvio alla nuova economia di guerra. I medesimi legati allo Stato genocida di Israele che, come ora vigliaccamente tergiversano di fronte alla tragedia di donne e bambini, non si faranno scrupoli a lasciar morire milioni di persone: i poveri, che verranno rimpiazzati dalla classe media di oggi – di cui una buona rappresentanza sta sorseggiando un cocktail a pochi metri. Ci staranno prestando attenzione? Si sveglieranno? Noi li aspettiamo. Il presidio è quasi finito; guardo Anke che, nella figura sottile e diafana, mi ricorda un folletto della Foresta Nera arrivato senza indugi tra noi per dare il proprio contributo; porta al collo il cartello che chiede la liberazione di Hussam Abu Safiya, il medico in carcere senza un’ accusa formale da oltre un anno, torturato e a rischio di morte. Una campagna dedicata a lui è attiva e ogni coordinamento per la Palestina è impegnato nel far conoscere il suo caso a un pubblico più grande. Dobbiamo salvare Hussam Abu Safiya. La battaglia può diventare l’occasione per compattarci ed estendere la rete all’interno del territorio. A settembre ci saranno novità e diverse chiamate sparse per la Provincia. Intanto, da ora e per tutto Agosto, ci si trova a Cremona ogni settimana, il venerdì sera o il sabato mattina – seguite la pagina F “Cremona per la Palestina” – e a Castelleone con il “coordinamento pace e disarmo” ogni due sabati alle 10.30 presso l’arco del Voghera (coordinamentopacedisarmo@gmail.com).             Marina Serina
July 19, 2026
Pressenza
“Se la solidarietà è un crimine, siamo incriminabili”: documento aperto alla condivisione
«È una dichiarazione di solidarietà e corresponsabilità nell’impegno civile al fianco del martoriato popolo palestinese e della sua resistenza – spiegano i suoi estensori, Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale – È inoltre una lettera aperta rivolta ai responsabili del genocidio palestinese e a tutti quei governanti e forze economiche e tecnologiche, etnico-religiose e razziste, complici, che sostengono lo Stato d’Israele. È anche un atto di autodenuncia sottoposto all’attenzione della magistratura». > “SE LA SOLIDARIETÀ È UN CRIMINE… SIAMO INCRIMINABILI” > > Noi cittadine e cittadini, noi persone impegnate nel denunciare e nel > contrastare, per fermarlo, il genocidio del popolo palestinese, siamo > profondamente colpite nella nostra umanità e inorridite di fronte alla lucida > e spietata determinazione genocidaria del governo e dell’esercito israeliani. > > Siamo altresì colpiti nella nostra personale dignità quando vengono messe in > prigione persone che operano in soccorso delle vittime palestinesi con aiuti > materiali ed economici, in particolare rivolti ai bambini e alle bambine. > > Siamo allarmati e fortemente preoccupati quando si criminalizzano, anche da > parte della magistratura italiana, associazioni di beneficenza della diaspora > palestinese e si mettono sotto accusa i loro rappresentanti in quanto > sarebbero responsabili di destinare i fondi raccolti ad Hamas, ritenuta > organizzazione terroristica. > > — > > Essendo cittadine/i informati e consapevoli, sentiamo il dovere di precisare: > > 1 . Secondo la Convenzione internazionale per la soppressione delle attività > di finanziamento al terrorismo del 1999 è terroristico “ogni atto finalizzato > a causare la morte o lesioni personali gravi a un civile o ad ogni altra > persona che non prende attivamente parte alle ostilità in una situazione di > conflitto armato quando lo scopo di questo atto […] è quello di intimidire una > popolazione oppure di costringere un governo o un’organizzazione > internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere un determinato atto”. > > 2 . Alla luce di questa definizione si può affermare che Israele ha sempre > praticato il terrorismo, alle origini con Irgun e Banda Stern, successivamente > con esercito e coloni. > > Basti pensare, per esempio, al cecchinaggio durante la Grande marcia del > ritorno nel 2018-2019 e agli ordigni esplosivi usati indiscriminatamente in > Libano contro la popolazione civile nel settembre 2024, con centinaia di morti > e migliaia di feriti, tutti disarmati e inermi, che manifestavano, nel primo > caso, per il diritto al ritorno (Risoluzione ONU 194/48); nel secondo caso > tutti civili che si recavano al lavoro o a scuola, passeggiavano o guidavano > taxi. > > 3 . Con la Legge fondamentale del 19 luglio 2018, Israele si definisce “Stato > nazionale del popolo ebraico”, cioè a sovranità etnico-religiosa, e, > dichiarando “lo sviluppo dell’insediamento ebraico come un valore nazionale”, > ha proclamato di intendere agire “per incoraggiarne e promuoverne la creazione > e il consolidamento”. > > “Insediamento ebraico” sta per colonizzazione, cioè un crimine che con questa > legge assurge a valore nazionale. Israele quindi è uno Stato occupante che > promuove il colonialismo di insediamento. > > Per il diritto internazionale la resistenza contro l’occupazione, anche > armata, è legittima e anche secondo il protocollo aggiuntivo, adottato nel > 1977, alle Convenzioni di Ginevra del 1949 relative alla protezione delle > vittime dei conflitti armati internazionali, la popolazione di un Paese > occupato da una potenza straniera ha il pieno diritto di lottare per la > propria liberazione. > > Tali norme sono applicabili “nei conflitti armati in cui i popoli lottano > contro la dominazione coloniale e l’occupazione straniera e contro i regimi > razzisti nell’esercizio del diritto dei popoli di disporre di sé stessi > consacrato nella Carta (Statuto) delle Nazioni Unite”. > > In specifico per il popolo palestinese la risoluzione ONU 37/43 del 1982 > afferma: “Considerando che la negazione dei diritti inalienabili del popolo > palestinese all’autodeterminazione, alla sovranità, all’indipendenza e al > ritorno in Palestina e i ripetuti atti di aggressione da parte di Israele > contro i popoli della Regione costituiscono una grave minaccia alla pace e > alla sicurezza internazionale riafferma la legittimità della lotta dei popoli > per l’indipendenza, l’integrità territoriale, l’unità nazionale e la > liberazione dalla dominazione coloniale e straniera e dall’occupazione > straniera con tutti i mezzi disponibili, compresa la lotta armata”. > > 4 . Nel corso del 2024 i massimi organi giudiziari internazionali e l’ONU > hanno emesso decisioni fondamentali contro Israele. > > La Corte Internazionale di Giustizia a gennaio ha ritenuto che quello in corso > a Gaza fosse un “plausibile genocidio” e a luglio ha emesso un parere > consultivo che ha ribadito l’illegalità dell’occupazione, ha condannato > l’apartheid e ordinata la rimozione delle colonie; a marzo il Consiglio di > sicurezza dell’ONU ha ordinato un immediato cessate il fuoco, come sempre > disatteso; a settembre l’Assemblea Generale dell’ONU ha recepito il parere, > dato un termine di 12 mesi per il ritiro dei coloni e ha ordinato agli Stati > di interrompere ogni rapporto con Israele pena la complicità nel genocidio; a > novembre la Corte Penale Internazionale ha emanato gli ordini di arresto di > Netanyahu e Gallant. > > 5 . Il 23 giugno 2026 la Commissione indipendente internazionale del Consiglio > dei diritti umani ha depositato un rapporto, il secondo, ancora più analitico > del precedente. > > Vi si legge che sono stati uccisi 20.179 bambini e ne sono stati feriti 44.143 > e queste sono solo le vittime note, poi ci sono gli scomparsi sotto le macerie > ma anche nelle carceri. Inoltre che “è compromessa la salute riproduttiva e > neonatale” e che “è in atto una strategia per distruggere la continuità > biologica”. E che, come dimostra anche un rapporto dell’organizzazione per i > diritti umani B’Tselem, in Cisgiordania è da tempo in corso una feroce > offensiva tendente a espropriare e a cacciare i palestinesi, e a ripetere la > “soluzione finale” colpendo deliberatamente i bambini, come a Gaza. > > 6 . In questa situazione drammatica, che disumanizza il mondo e lo porta sul > bordo del baratro della terza guerra mondiale e nucleare, che scuote > profondamente le coscienze, cosa fa il governo italiano nonostante l’articolo > 11 della Costituzione italiana? > > Introduce il DDL che di fatto assimila antisionismo e antisemitismo; promulga > i decreti sicurezza volti alla repressione del diritto di espressione e di > manifestazione; non firma, con l’Ungheria, un documento di 79 Paesi in difesa > della Corte penale internazionale sotto sanzioni; blocca, con la Germania, la > sospensione dell’accordo di associazione UE-Israele nonostante la palese > violazione della clausola del rispetto dei diritti umani; rinnova il > memorandum di intesa Italia- Israele. > > Una scelta di campo ben precisa che si traduce in una complicità nel genocidio > tanto che pende avanti alla Corte penale internazionale una denuncia di 51 > giuristi perché sia accertata la responsabilità del governo italiano. > > — > > In questo contesto di diffusa complicità anche il singolo individuo – a > maggior ragione se palestinese – ha il diritto/dovere di chiamarsi fuori, > solidarizzando e sostenendo il popolo palestinese nella sua sofferta > resistenza quotidiana, contribuendo concretamente a ridurre le conseguenze del > genocidio in corso. > > Per queste inoppugnabili ragioni, siamo inoltre a denunciare le condizioni > disumane in cui sono tenuti nelle carceri israeliane decine di migliaia di > prigionieri e detenuti palestinesi, sottoposti a torture e a stupri e lasciati > morire semplicemente perché hanno fatto il loro dovere, come il medico > pediatra Hussam Abu Safiya, ridotto in fin di vita, o come il leader Marwan > Barghouti. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra piena solidarietà ai > detenuti palestinesi in Italia, incriminati per la loro attività di aiuto e > sostegno alle famiglie palestinesi a Gaza e Cisgiordania, cui hanno concorso > organizzazioni di volontariato e persone singole, tra le quali molte che > firmano questa lettera. > > Per queste inoppugnabili ragioni, esprimiamo la nostra vicinanza fraterna e la > nostra solidarietà ai rappresentanti dell’Associazione dei Palestinesi in > Italia (A.P.I.) e dell’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo > Palestinese (A.B.S.P.P.): Mohammad Hannoun, Raed Dawoud, Yaser Elasaly (di > quest’ultimo in condizioni di salute precaria non si hanno più notizie nel > trasferimento dalla Calabria in un carcere della Sardegna), Ryiad Albustanji, > nonché Anan Yaeesh e Ahmad Salem. > > Benemeriti quali sono, non possono e non debbono essere incriminati e sbattuti > in carcere. > > È come vivere in un mondo alla rovescia: sono trattate da criminali le persone > solidali col proprio popolo, le persone che si battono per la difesa, il > rispetto e l’attuazione dei diritti umani e del diritto internazionale, > sistematicamente violati da Israele e dagli Stati suoi alleati e sostenitori. > > Noi, questo mondo alla rovescia lo ripudiamo e affermiamo che se la > solidarietà e la resistenza per l’autodeterminazione e la libertà dei popoli, > e del popolo palestinese in particolare, diventano un crimine anche noi siamo > incriminabili e ci sottoponiamo al giudizio, per la verità e la giustizia. Il testo della dichiarazione Se la solidarietà è un crimine siamo incriminabili è qui disponibile in file pdf. «Chi firma la dichiarazione – precisano i promotori dell’iniziativa – può integrarla con un suo pensiero, una sua opinione e una sua proposta finalizzate a rafforzare, nel nostro Paese e nel mondo, le resistenze di “restare umani”, per il disarmo e la pace, per i diritti umani e il diritto internazionale, per la giustizia sociale e ambientale». Le firme vengono raccolte da oggi, 15 luglio 2026. Si sono già aggiunte quelle di centinaia persone e, in risposta alla sollecitazione di Ugo Giannangeli e Giuseppe Natale, è stata presentata la richiesta di integrare il documento con la denuncia dell’ingiusto trattamento inflitto a 5 giovani tra i 16 e i 18 anni partecipanti a una manifestazione svolta nell’ambito della mobilitazione nazionale in solidarietà con il popolo palestinese. A settembre il documento e le osservazioni, le analisi e le proposte nel frattempo pervenute verranno presentati in iniziative che saranno coordinate insieme ai promotori. Le adesioni (nome, cognome, comune di residenza e/o domicilio) vanno inviate a: 80moliberazpropalestinapropace@gmail.com Redazione Italia
July 15, 2026
Pressenza
Davanti a Montecitorio si è rotto il silenzio su Hussam Abu Safiya
Hussam Abu Safiya, il volto della resistenza sanitaria a Gaza: cresce la mobilitazione per la sua liberazione e quella dei prigionieri palestinesi Da Roma a Londra, da Parigi a Madrid, fino a numerose città del mondo arabo e dell’America Latina, continua ad allargarsi la mobilitazione internazionale per la liberazione del dottor Hussam Abu Safiya e degli altri prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane. Il medico palestinese è ormai diventato uno dei simboli più riconoscibili della tragedia che attraversa la Striscia di Gaza e della battaglia per la tutela del personale sanitario nei conflitti armati. Anche a Roma, venerdì 10 luglio, si è svolto un presidio davanti a Montecitorio, promosso da diverse realtà della solidarietà internazionale. Una mobilitazione per chiedere la liberazione immediata del direttore dell’ospedale Kamal Adwan e, insieme a lui, dei prigionieri palestinesi le cui condizioni di detenzione continuano a suscitare denunce e preoccupazioni da parte delle organizzazioni per i diritti umani. Il dottor Hussam Abu Safiya è un pediatra e il direttore dell’ospedale Kamal Adwan, una delle poche strutture sanitarie rimaste operative nel nord della Striscia di Gaza durante i mesi più duri della guerra. Mentre gran parte degli ospedali veniva distrutta o costretta a sospendere le attività per la mancanza di elettricità, carburante, medicinali e personale, Abu Safiya ha continuato a lavorare insieme ai suoi collaboratori, prestando assistenza ai feriti, ai bambini e ai civili rimasti intrappolati nell’area. Le immagini del medico che continuava a svolgere il proprio lavoro sotto i bombardamenti hanno fatto il giro del mondo. È diventato così uno dei volti più conosciuti dell’emergenza sanitaria di Gaza: un medico rimasto al proprio posto mentre intorno a lui il sistema sanitario veniva progressivamente travolto dalla guerra. Il 27 dicembre 2024, durante un’operazione militare israeliana che ha coinvolto l’ospedale Kamal Adwan, Hussam Abu Safiya è stato arrestato dalle forze israeliane. Da allora è detenuto in Israele. La sua detenzione e le condizioni in cui si trova hanno suscitato interrogativi sempre più pressanti sul rispetto delle garanzie previste dal diritto internazionale. Negli ultimi mesi la preoccupazione è cresciuta ulteriormente a causa delle notizie sulle sue condizioni di salute. Il suo avvocato e organizzazioni come Physicians for Human Rights Israel hanno denunciato condizioni di detenzione estremamente dure, parlando di isolamento prolungato, perdita di peso, difficoltà nell’accesso alle cure mediche e maltrattamenti. Le autorità israeliane hanno respinto le accuse sul trattamento dei detenuti, sostenendo di agire nel rispetto della normativa vigente e per ragioni di sicurezza. La vicenda è arrivata anche all’attenzione delle Nazioni Unite. La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati ha chiesto il rilascio immediato del medico e del personale sanitario detenuto arbitrariamente, ricordando la particolare protezione che il diritto internazionale umanitario riconosce ai sanitari impegnati nelle aree di conflitto. Anche l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani ha espresso preoccupazione, chiedendo che siano garantite l’incolumità di Abu Safiya, le cure necessarie e il rispetto delle garanzie fondamentali. Ma la vicenda del direttore del Kamal Adwan è soltanto una parte di una questione molto più grande. Migliaia di palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane. Tra loro ci sono uomini e donne, minori, giornalisti, operatori sanitari, attivisti e figure politiche. Una parte dei detenuti si trova in regime di detenzione amministrativa, uno strumento che permette di privare una persona della libertà senza un processo ordinario e sulla base di elementi che possono rimanere segreti. Israele sostiene che questo strumento sia necessario per ragioni di sicurezza e per contrastare il terrorismo. Numerose organizzazioni per i diritti umani ne denunciano invece da anni l’uso esteso e le conseguenze sulle garanzie fondamentali delle persone detenute. È anche su questo che si concentra la mobilitazione che sta crescendo in numerosi Paesi. Associazioni umanitarie, organizzazioni sindacali, reti di medici e operatori sanitari, movimenti e realtà della solidarietà internazionale chiedono la liberazione di Hussam Abu Safiya, la protezione del personale sanitario e il rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi. Il nome di Hussam Abu Safiya, però, rappresenta ormai qualcosa che va oltre la vicenda personale di un singolo medico. È diventato il simbolo della difesa del diritto alla cura anche durante la guerra, della protezione degli ospedali e di chi vi lavora, ma anche di una domanda che la comunità internazionale non può continuare a eludere: che valore hanno le norme del diritto internazionale se non vengono applicate proprio quando servono a proteggere chi è più esposto? Le manifestazioni organizzate in diverse città vogliono impedire che questa storia venga inghiottita dal susseguirsi quotidiano delle notizie provenienti dalla Palestina. Perché il rischio, di fronte alla quantità di immagini di morte e distruzione, è che persino l’orrore diventi abitudine. Che un ospedale distrutto diventi soltanto una notizia in più, che un medico arrestato venga dimenticato, che migliaia di detenuti si trasformino semplicemente in un numero. Il presidio che si è svolto davanti a Montecitorio ha voluto rompere proprio questo silenzio. Riportare nel cuore politico e istituzionale del Paese il nome di Hussam Abu Safiya e, insieme al suo, quello di tutti coloro che restano dietro le sbarre. La richiesta della sua liberazione si intreccia così con una battaglia più ampia per i diritti dei prigionieri palestinesi e per il rispetto di principi che non possono valere soltanto quando è conveniente applicarli. La liberazione di Hussam Abu Safiya e la difesa dei diritti dei detenuti palestinesi non riguardano soltanto il conflitto israelo-palestinese. Riguardano la credibilità stessa del diritto internazionale e la capacità della comunità internazionale di far rispettare le norme che dovrebbero proteggere la dignità umana, il personale sanitario e le persone private della libertà. Per questo la mobilitazione continua. E per questo il nome di Hussam Abu Safiya non deve essere dimenticato.   Giovanni Barbera
July 11, 2026
Pressenza