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Seveso attraverso le carte processuali. La mostra all’Archivio di Stato di Milano
Tra le numerose iniziative promosse in occasione del cinquantesimo anniversario del disastro che il 10 luglio 1976 colpì Seveso e i comuni della Brianza, la mostra Cronaca di una nube. Il disastro dell’ICMESA cinquant’anni dopo attraverso le carte processuali, allestita all’Archivio di Stato di Milano, si distingue per una scelta precisa: raccontare il disastro attraverso le fonti documentarie prodotte durante l’emergenza e il successivo procedimento giudiziario. Atti processuali, relazioni tecniche, documenti amministrativi, fotografie, mappe e articoli di giornale guidano il visitatore lungo un percorso che ricostruisce una delle più gravi catastrofi ambientali dell’Italia contemporanea. Le carte conservate dall’Archivio di Stato non rappresentano soltanto testimonianze del passato. Mostrano come l’accertamento dei fatti si sia costruito documento dopo documento e come quel patrimonio archivistico, nato per finalità amministrative e giudiziarie, sia oggi uno strumento essenziale per comprendere criticamente il disastro e le sue conseguenze. Il percorso si apre con uno sguardo alla Brianza del secondo dopoguerra. Prima ancora di entrare nella storia dell’ICMESA, la mostra ricostruisce il contesto economico e sociale di un territorio attraversato da una rapidissima industrializzazione. Il disastro viene così inserito in un processo storico più ampio, evitando di presentarlo come un evento isolato. Tra gli aspetti più interessanti emerge anche il quadro normativo dell’epoca. La documentazione ricorda come già prima del 1976 esistessero disposizioni che imponevano alle aziende di comunicare alle autorità le lavorazioni potenzialmente pericolose. Più che l’assenza di regole, emerge quindi la difficoltà di applicarle efficacemente in un territorio interessato da una crescita industriale rapidissima e caratterizzato da un sistema produttivo sempre più complesso. Solo dopo aver delineato questo contesto il visitatore incontra la storia dell’ICMESA, lo stabilimento di Meda controllato dal gruppo svizzero Givaudan. Documenti aziendali e materiali tecnici illustrano l’impianto, i processi produttivi e le criticità che già prima del luglio 1976 avevano suscitato interrogativi sulle condizioni di sicurezza. L’incidente del 10 luglio costituisce il nucleo centrale del percorso. Attraverso documenti originali viene ricostruita la sequenza degli eventi che portò alla fuoriuscita della nube contenente TCDD, la diossina destinata a diventare il simbolo del disastro. Le carte consentono di seguire il progressivo emergere della gravità della situazione e le decisioni assunte dalle autorità: la delimitazione delle aree contaminate, l’evacuazione della zona A e i provvedimenti adottati per contenere gli effetti della contaminazione. Attraverso questi documenti emerge tutta la complessità di una gestione che coinvolse amministrazioni locali, autorità sanitarie e organismi dello Stato. Uno spazio significativo è riservato alla stampa. Le pagine dei quotidiani non sono esposte come semplice testimonianza d’epoca, ma accompagnano il visitatore nel progressivo formarsi della consapevolezza pubblica. La stampa diventa essa stessa una fonte storica, perché documenta non soltanto i fatti, ma anche il modo in cui l’opinione pubblica li ha progressivamente compresi. Accanto ai giornali, le mappe della contaminazione costituiscono uno degli strumenti più efficaci dell’intero percorso. La suddivisione del territorio nelle zone A, B e R rende immediatamente comprensibile ciò che i documenti amministrativi descrivono con il linguaggio tecnico e permette di cogliere l’estensione della contaminazione. Il percorso conduce quindi alle indagini. Le perizie e le consulenze tecniche restituiscono il clima di incertezza scientifica che caratterizzò i mesi successivi all’incidente. Nel 1976 molti effetti della TCDD erano ancora poco conosciuti. In questo clima emerse anche il dibattito sulle possibili conseguenze della contaminazione per la gravidanza e sulla questione degli aborti terapeutici, richiamato dalla mostra come uno degli aspetti più delicati di una fase nella quale le conoscenze scientifiche erano ancora in evoluzione. Una parte importante dell’esposizione è dedicata al processo. Verbali, consulenze, perizie, sentenze e documentazione relativa ai patteggiamenti consentono di seguire il lungo lavoro della magistratura per ricostruire le responsabilità dell’incidente. Le carte mostrano quanto sia stato complesso tradurre un evento industriale senza precedenti in un procedimento giudiziario fondato sulla ricostruzione tecnica dei fatti e sull’accertamento delle responsabilità. Il percorso si conclude tornando alle carte che lo hanno reso possibile. Nate per affrontare un’emergenza, sostenere le indagini e documentare un processo, oggi sono diventate patrimonio pubblico grazie al lavoro di riordino e valorizzazione dell’Archivio di Stato di Milano. È questo il tratto che rende Cronaca di una nube particolarmente originale. Le carte processuali cessano di essere soltanto strumenti della giustizia per trasformarsi in strumenti di conoscenza. Uscendo dalla mostra si comprende come quei documenti continuino a interrogare il presente sul rapporto tra sviluppo industriale, responsabilità, tutela dell’ambiente e diritto dei cittadini a conoscere la propria storia.   Mostra: Cronaca di una nube. Il disastro dell’ICMESA cinquant’anni dopo attraverso le carte processuali Periodo di apertura: visitabile fino al 26 agosto prenotando all’indirizzo as-mi.prenotazione@cultura.gov.it.  Sede: Archivio di Stato di Milano, Via Senato 10 – tel. 02 7742161, email: as-mi@cultura.gov.it Inventario del fondo processuale: disponibile per consultazione  presso l’Archivio di Stato di Milano     Tiziana Volta
July 25, 2026
Pressenza
50 anni di Seveso, crimine di pace
Il 10 luglio 1976, un sabato, alle ore 12.28 il “disco di scoppio” dell’impianto del triclorofenolo fece il suo dovere – un po’ come la valvola di sicurezza delle pentole a pressione – rilasciando all’esterno la pressione che rischiava di far esplodere il reattore. Assieme alla pressione venne emesso all’esterno un cocktail di intermedi, comprensivo di circa 130 kg di diossine, tra i veleni più micidiali “involontariamente” associato alla produzione di diverse molecole. Il triclorofenolo contaminato da diossine era già famoso come intermedio per produrre l’agente Orange, arma chimica in uso all’esercito USA per distruggere la giungla ove operavano i vietcong. Corsi e ricorsi della storia, oggi l’esercito israeliano usa un altro erbicida, il glifosato, per fare tabula rasa delle coltivazioni del sud del Libano. L’evento coglie impreparata la società e le istituzioni con ritardi ed errori che amplificheranno le conseguenze. Un evento che invece attiva sul campo il Gruppo di Prevenzione e Igiene Ambientale della Montedison di Castellanza, Medicina Democratica, fondata pochi mesi prima, nonché tecnici e scienziati che “ricostruiscono” il ciclo produttivo con il consiglio di fabbrica Icmesa e individuano i fattori che hanno determinato il crimine: in primo luogo “scorciatoie” chimiche per incrementare il rendimento delle reazioni e accorciare i tempi per produrre di più unitamente a sistemi di sicurezza carenti e che non tenevano conto dell’ambiente e del contesto urbano. Il tutto illustrato nei dettagli su un numero di Sapere intitolato “Seveso, crimine di pace”. Si era nel pieno del periodo delle rivendicazioni per la salute e la sicurezza dei luoghi di lavoro mediante l’autoorganizzazione dei lavoratori o perlomeno delle numerose realtà più avanzate. Non delega ai tecnici, preminenza della soggettività operaia, centralità politico-tecnica e validazione consensuale dei dati tecnici da parte del gruppo omogeneo operaio di lavorazione (i lavoratori che condividono gli stessi rischi), rifiuto della monetizzazione della nocività e del rischio. Erano le “parole d’ordine” di quella esperienza che aveva messo a disposizione due strumenti : il “registro dei dati ambientali” (un “documento di valutazione dei rischi” ante litteram ma redatto dai lavoratori) e il “libretto sanitario e di rischio personale”, molto di più della attuale “sorveglianza sanitaria” e comunque non delegato al medico “competente” o “di fabbrica”. La militarizzazione del territorio e le decisioni delle istituzioni furono predominanti ma alcune iniziative, come quella di realizzare un inceneritore in loco non passarono grazie all’azione del Comitato Tecnico Scientifico locale. Come è noto la “lezione” fu europea e si cercò di intervenire con la “direttiva Seveso” sugli impianti a rischio di incidenti rilevanti (oggi alla sua terza formulazione) oggi interessa 11.000 impianti in tutta Europa, 972 in Italia, 249 in Lombardia. E dopo Seveso? Un rosario di “incidenti rilevanti”. A pochi mesi di distanza, settembre 1976, la Seveso del Sud: Manfredonia, anche lì per inadeguatezza degli impianti ma con l’arsenico come veleno protagonista. Farmoplant di Massa – ottobre 1978 e dicembre 1980 -, incendi di prodotti “fitosanitari” passando il 3 dicembre 1984 da Bhopal per inaugurare i crimini dell’occidente industrializzato migrante, che sposta le produzioni di morte nei paesi “in via di sviluppo” . Oltre 2.000 decessi immediati e 200.000 persone con effetti permanenti. La fusione del nocciolo a Chernobyl, il 26 aprile 1986, può essere incluso in questa sequenza e andrebbe ricordato ai fautori del nucleare “sostenibile” e ai “piccoli” reattori disseminati nel territorio. Anche il crimine ferroviario di Viareggio del 29 giugno 2009 vi appartiene: si trattò di un impianto a “rischio di incidente rilevante” viaggiante su carri ferroviari senza corretta manutenzione su una rete ferroviaria non adatta a tali trasporti. Arriviamo recentemente al crimine al deposito ENI di Calenzano del 9 dicembre 2024 che causò 5 morti, 28 feriti e contaminazione ambientale. “Incidenti rilevanti” continuano ad accadere in particolare nel settore petrolchimico: 40/50 eventi l’anno a livello europeo. Nel caso di Seveso ci si accorse anche della esistenza delle diossine: contaminanti planetari, prodotti involontariamente da molti processi (inceneritori, fusione di metalli, altre produzioni chimiche…); risalivno lungo la catena alimentare per tornare alle persone o permanevano e si cumulavano nell’ambiente allora e ancora oggi. Quello di Seveso fu un atto di violenza “capitalista” istantanea con un lungo strascico ancora attuale; oggi, perlomeno nell’occidente industrializzato, la stessa violenza è “slow”: uno stillicidio di contaminazioni difficile da riconoscere, silenzioso e distribuito nel tempo per poi emergere di fronte all’evidenza; lo è stato per l’amianto nel dopoguerra, è emerso attualmente con i polifluoroalchili (PFAS) pur prodotti in Italia in modo estensivo dagli anni ’60, come nel caso della ex Miteni di Trissino (VI). In questo caso con una sentenza di primo grado esemplare emessa circa un anno fa. Tornando a Seveso oggi quel territorio viene nuovamente ferito da una autostrada, la Pedemontana, ostinatamente voluta dalle istituzioni attuali. Oltre a scavare nel suolo ancora contaminato, a breve verranno erosi due ettari del “Bosco delle Querce” il monumento vegetale che ricorda quel crimine. Marco Caldiroli – Presidente di Medicina Democratica (tecnico della prevenzione) ARCHIVIO STORICO: Rivista n.3 Medicina Democratica – Settembre 1976 (DOSSIER ICMESA) Medicina Democratica
July 11, 2026
Pressenza