Il parco delle foreste Casentinesi non è una miniera d’acqua
Il WWF Forlì-Cesena vuole ricordare che ogni estate, in forme sempre più gravi,
ci troviamo davanti agli stessi problemi: lunghi periodi di siccità, fiumi in
sofferenza, temperature sempre più alte, territori fragili, alluvioni improvvise
alternate a mesi senza pioggia. Eppure, invece di impegnarci per attenuare o
impedire le calamità provocate dall’assenza di precipitazioni e dalle variazioni
climatiche, continuiamo a ripetere lo stesso schema: cercare altra acqua da
prelevare.
Ora anche il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, uno dei patrimoni
naturalistici fra i più importanti d’Italia e d’Europa, viene coinvolto in
questo schema. Le foreste, che lo formano, sono il nostro polmone verde per gli
scambi gassosi sequestrando anidride carbonica e rilasciando una grande quantità
di ossigeno. Custodi di una biodiversità straordinaria sono anche un immenso
regolatore naturale di acqua e clima, trattenendo umidità, alimentando la falda
freatica, rallentando il deflusso delle piogge, proteggendo i suoli,
stabilizzando i versanti e regolando le temperature.
Il Parco, in ottemperanza alla Legge 394/91, è tenuto a emettere e ad approvare
il proprio Regolamento, strumento attuativo del Piano per il Parco, vigente dal
2009, disciplinando le attività consentite.
Dopo un lunghissimo iter che ha visto, negli anni, numerose interruzioni, il
Consiglio Direttivo dell’Ente Parco ha predisposto una bozza di Regolamento (si
possono presentare osservazioni entro il 17 luglio).
I punti focali e le novità, che hanno sollevato forti dubbi e allarmi,
riguardano le derivazioni idriche introdotte solo ora con il capitolo 9 e
l’articolo 48, che prevedono l’autorizzazione di grandi derivazioni idriche.
L’ Articolo 48, della bozza del nuovo Regolamento, introduce al comma 3 quanto
segue: “è consentita, limitatamente alle zone C di Piano, anche la realizzazione
di opere di grande derivazione senza accumulo e/o di regolazione della risorsa
idrica, per il soddisfacimento del fabbisogno idrico potabile, poste a servizio
anche di comuni esterni al perimetro del Parco”.
Inoltre il comma 7 recita: “il rilascio della concessione di derivazione
comporta la deroga alle eventuali limitazioni previste dal Regolamento, ostative
alla realizzazione di edifici o di nuove viabilità di accesso o al taglio di
alberi, purché questi siano strettamente funzionali alla realizzazione e
all’esercizio delle opere di derivazione idrica”.
Tale modifica appare finalizzata a rendere ammissibile il progetto di
potenziamento infrastrutturale prospettato da Romagna Acque S.p.A., consistente
nel prolungamento di circa 1,2 km dell’attuale galleria di gronda e nella
realizzazione di una nuova opera di captazione ad acqua fluente sul Fiume Rabbi
(come dichiarato dallo stesso Presidente Landi).
Con la proposta di modifica del regolamento si vuole trasformare
progressivamente il Parco in una riserva tecnica da cui estrarre ancora acqua.
Dal sistema di Ridracoli, con i torrenti Fiumicello e Bidente delle Celle
attualmente captati tramite canali di gronda e gallerie e che ricadono
interamente all’interno del Parco, arrivano, già oggi, circa 33 milioni di metri
cubi d’acqua che sono destinati alla Romagna. Una quantità enorme d’acqua, che
da decenni sostiene città, costa, turismo, agricoltura e industria.
Ed è proprio questo il paradosso gigantesco che sembra sfuggire alla politica:
nel tentativo di ottenere più acqua nell’immediato, rischiamo di compromettere
per sempre gli ecosistemi che l’acqua produce e che li regola naturalmente.
I fiumi non sono canali artificiali, un torrente montano non è soltanto “acqua
che scorre verso il mare”. È un organismo vivo in equilibrio tra sorgenti,
boschi, sedimenti, fauna, vegetazione e microclima. Ogni captazione modifica
questo equilibrio. Ogni abbassamento delle portate naturali aumenta lo stress di
ecosistemi già fragili.
Ed è qui che la questione smette di essere tecnica ma diventa politica,
culturale e perfino etica. Un Parco Nazionale non nasce per essere sfruttato
dall’uomo fino al limite massimo consentito. Nasce per proteggere ecosistemi che
hanno un valore enorme non soltanto ambientale, ma anche climatico,
idrogeologico e sociale.
Il WWF vuole far riflettere ponendo una semplice domanda alternativa alla
proposta per la modifica del Regolamento, non come facciamo a prendere più
acqua, ma perché continuare ad aumentare le derivazioni senza affrontare il tema
di nuove soluzioni o nuovi sistemi?
Chiediamo, ad esempio, il riuso delle acque reflue depurate come avviene in
altri paesi europei, acqua che potrebbe essere utilizzata per agricoltura e
industria senza continuare a sottrarre risorse agli ecosistemi naturali.
Suggeriamo inoltre di incentivare anche la raccolta delle acque piovane,
formazione di piccoli laghetti diffusi, fuori dalle aree protette, per scopi
agricoli e non ultimo il risparmio dei consumi.
Una visione politica più consapevole deve guidare l’agricoltura verso sistemi
più efficienti e meno idro-esigenti. Servono investimenti seri in irrigazione
intelligente, tutela del suolo, recupero dell’umidità naturale e innovazione.
Così come servono scelte urbanistiche diverse: città meno impermeabili, più
verde, maggiore capacità di trattenere acqua.
Cosa è sorto invece nel dibattito per la modifica del Regolamento? Nulla di
tutto quanto sopradetto è stato affrontato ma, molto più semplicemente e
intellettualmente meno impegnativo, solo modificare un articolo del regolamento
e autorizzare nuove derivazioni. Ed è proprio questo che preoccupa perché il
rischio non è soltanto ambientale. È culturale. È l’idea che ogni ecosistema
possa essere progressivamente sacrificato in nome dell’emergenza del momento,
senza mai affrontare le cause strutturali del problema.
Ma un Parco Nazionale dovrebbe rappresentare esattamente il contrario: il limite
oltre il quale una società sceglie di non andare. Il luogo in cui la tutela
dell’equilibrio naturale viene considerata un interesse collettivo superiore.
Per tutto questo il WWF chiede la cancellazione dell’articolo 48: ulteriori
captazioni di acqua in un territorio già abbondantemente sfruttato non devono
essere più possibili.
Difendere le Foreste Casentinesi non vuol dire essere contro la Romagna, ma
significa difendere il suo futuro. Perché senza boschi sani, senza fiumi vivi e
senza ecosistemi resilienti non esisterà nessuna vera sicurezza idrica.
È capire finalmente che la risorsa più preziosa non è l’acqua che riusciamo a
estrarre, ma è la natura che ancora riesce a produrla.
Redazione Romagna