Cagliari, dietro la città-vetrina l’inferno invisibile dei poveri e degli stranieri: quando il decoro diventa esclusione
Dietro l’immagine di una città turistica, accogliente e proiettata verso i
grandi eventi internazionali, emerge una realtà fatta di marginalità, ostacoli
burocratici e diritti negati. A Cagliari il disagio sociale viene spesso
spostato lontano dalle vetrine del consumo, mentre migliaia di persone
affrontano ogni giorno la precarietà abitativa, l’assenza di residenza e
percorsi amministrativi estenuanti. Una situazione che riapre il dibattito sul
significato dello spazio pubblico e sul modello di città che si vuole costruire.
Dietro la patinata immagine di Cagliari città turistica, città candidata ad
accogliere grandi eventi internazionali, città della pace e dell’accoglienza, si
nasconde un’altra realtà: quella delle persone che vivono ai margini, private
troppo spesso di diritti fondamentali e costrette a confrontarsi quotidianamente
con ostacoli che sembrano insormontabili.
È una Cagliari fatta di emarginazione e precarietà, dove la difficoltà di
trovare un alloggio dignitoso, ottenere una residenza, accedere a un lavoro
regolare e affrontare le complesse procedure per il permesso di soggiorno
diventa un percorso ad ostacoli, soprattutto per chi parte già da una condizione
di svantaggio economico e sociale.
La città che vuole mostrarsi al mondo attraverso le sue bellezze, il turismo e
gli spazi del consumo rischia così di nascondere una parte della propria
comunità: quella delle persone povere, senza dimora, prive di documenti o
bloccate in una condizione di invisibilità amministrativa.
Nelle zone centrali della città, vicine ai luoghi più frequentati della movida e
alle aree più rappresentative per l’immagine turistica, sono state istituite le
cosiddette “zone rosse”, nelle quali chi non ha una dimora stabile o chi si
trova in una situazione documentale fragile vive il rischio costante di
controlli, sanzioni, provvedimenti restrittivi o del trasferimento nei Centri di
permanenza per i rimpatri.
In questo modo il disagio sociale non viene affrontato nelle sue cause profonde,
ma semplicemente spostato lontano dagli spazi più visibili della città. La
povertà viene trasformata in un problema di ordine pubblico, mentre la
marginalità viene trattata come qualcosa da allontanare dagli occhi dei
cittadini e dei visitatori.
Le piazze e le strade, però, non possono diventare luoghi riservati
esclusivamente al consumo, al turismo o alla rappresentazione di una città senza
contraddizioni. Lo spazio pubblico nasce come luogo dell’incontro, della
relazione e della convivenza tra persone diverse. Quando invece prevale una
logica esclusivamente securitaria e commerciale, la piazza perde la sua funzione
sociale e si trasforma in un luogo di esclusione.
La trappola della burocrazia: senza residenza non esistono diritti
Una delle forme più profonde di esclusione è quella burocratica. La mancanza
della residenza produce una vera e propria sospensione della cittadinanza
sociale.
Senza una residenza, anche fittizia, diventa difficile o impossibile accedere al
medico di base, alla tessera sanitaria, ai servizi sociali, alle graduatorie per
un alloggio, alla carta d’identità e ad altre forme essenziali di tutela.
Persino strumenti previsti dall’ordinamento, come la possibilità di richiedere
gli arresti domiciliari, possono diventare impraticabili per chi non possiede un
domicilio riconosciuto.
Si crea così un circolo vizioso: la mancanza di diritti alimenta la marginalità
e la marginalità viene poi utilizzata come giustificazione per ulteriori
esclusioni.
La burocrazia, che dovrebbe rappresentare uno strumento di legalità e
inclusione, rischia invece di diventare una barriera che rende più difficile
proprio quel percorso di regolarizzazione che le istituzioni dichiarano di voler
favorire.
Via Venturi, l’attesa infinita di chi chiede di essere riconosciuto
Emblematica è la situazione di chi affronta il percorso di regolarizzazione
presso l’ufficio immigrazione della Questura di via Venturi. Davanti
all’ingresso, persone provenienti da diversi Paesi attendono per ore, spesso per
tutta la notte, nella speranza di riuscire a ottenere un appuntamento
indispensabile.
L’area esterna non dispone di adeguati ripari o strutture di accoglienza. Chi
aspetta è lasciato alla propria resistenza fisica e alla propria pazienza,
davanti a un sistema amministrativo che troppo spesso appare incapace di
garantire condizioni dignitose.
Ogni mattina soltanto un numero limitato di persone viene ammesso agli uffici.
Chi vuole avere una possibilità deve arrivare molto presto, affrontando ore di
attesa e l’incertezza di essere ricevuto. Non sempre, infatti, il numero delle
persone accolte corrisponde alle aspettative e può accadere che vengano trattate
meno pratiche del previsto senza una comunicazione tempestiva a chi è in fila.
Anche la mancanza di un interprete può trasformarsi in un ulteriore ostacolo:
una persona che ha atteso una notte intera rischia di dover tornare indietro e
ricominciare tutto da capo a causa di una barriera linguistica.
Dietro ogni pratica amministrativa ci sono persone, storie, famiglie e percorsi
di vita. Ridurre tutto a numeri, procedure e controlli significa dimenticare la
dimensione umana di queste vicende.
Quale modello di città?
Il caso di Cagliari rappresenta una questione più ampia che riguarda molte città
contemporanee. La tendenza a trasformare i centri urbani in vetrine destinate al
turismo e alle fasce sociali più abbienti sta modificando profondamente il
rapporto tra cittadini e spazio pubblico.
La ricerca ossessiva del decoro rischia di tradursi nella cancellazione di ciò
che disturba l’immagine dominante: la povertà, la precarietà, la sofferenza
sociale.
Una città realmente sicura non è quella che nasconde i suoi problemi, ma quella
che li affronta costruendo inclusione, servizi e opportunità. La sicurezza non
può essere separata dalla giustizia sociale.
Per questo resta una domanda aperta: perché il Comune di Cagliari rimane in
silenzio davanti a una situazione che riguarda la dignità di tante persone?
Una comunità si misura dalla capacità di prendersi cura dei suoi membri più
fragili, non dalla capacità di renderli invisibili.
> 1.
Laura Tussi