Erri De Luca propaga la confusione semiotica sul sionismo
“Cuiusvis hominis est errare: nullius nisi insipientis, in errore perseverare” –
scriveva Cicerone (Filippiche, XII. 5), ovvero: “è cosa comune l’errare; è solo
dell’ignorante perseverare nell’errore”.
Il 25 maggio 2026, lo scrittore Erri De Luca, in assoluto discrepanza con la
storia e la definizione ideologica del termine “sionista”, – in un’intervista al
quotidiano della destra israelina Israel Hayom – affermò: “Sionista è chi
riconosce lo Stato di Israele. Chi crede che la soluzione del conflitto consista
in due Stati, uno palestinese e uno israeliano, è per me sionista. Chi sostiene
l’eliminazione d’Israele dalla carta geografica è antisionista.”
Una definizione così larga da svuotare la parola di ogni contenuto storico e da
renderla accettabile a chiunque. Dalle dichiarazioni, Erri De Luca dimostra non
solo di non conoscere la storia, ma di non conoscere nemmeno il significato del
termine “sionismo” e di continuare a perseverare nella sua ignoranza narrativa,
tentando di risignificare in modo autoreferenziale e personalistico un termine
(vedasi: “… è per me sionista”) che ha già la sua definizione.
Il 7 luglio 2026, Erri De Luca è ritornato all’attacco su Vanity Fair: «Uno
scrittore è responsabile nei confronti del vocabolario. Deve difendere le parole
da distorsioni a scopo di propaganda. (…) Mi impegno a contrastare le
distorsioni del linguaggio. Che ci riesca o meno, non mi esimo dalla
testimonianza».
La giornalista – parlando della volontà di De Luca di “recuperare il significato
originario della parola «sionismo», distinguendolo dall’espansionismo del
governo israeliano” – gli ha domandato: “Le parole cambiano con la storia oppure
uno scrittore ha il dovere di difenderne il significato originario?”
La risposta di De Luca non si è fatta attendere: «Le parole sono soggette a
modifiche di senso. In questo caso ne recupero il valore originale. Riscatto una
parola dalla sua degradazione a insulto. (…)».
Dopo aver inventato di sana pianta la definizione di “sionismo” – compiendo
contemporaneamente una profonda manipolazione e distorsione del significato di
una parola – oggi Erri De Luca si arroga il diritto di “difendere le parole da
distorsioni a scopo di propaganda” e a “contrastare le distorsioni del
linguaggio”, promuovendo lui stesso una distorsione. Secondo De Luca il fatto
che il sionismo sia un movimento politico nazionalista che vuole creare una
“nazione ebraica” sarebbe in realtà una definizione avvolta da “denigrazione e
insulto” e che dunque il “significato originario”/ “valore originale” di
“sionista” sia “chi crede che la soluzione del conflitto consista in due Stati,
uno palestinese e uno israeliano”.
Eppure basta leggere la definizione dell’Enciclopedia Treccani per capire che
sionismo è ben altro rispetto a quello che sostiene Erri De Luca. Basterebbe
leggere anche solo la definizione di sionismo che dà la stessa Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane (UCEI):
“Movimento politico e culturale che nasce alla fine del XIX secolo che ha come
obiettivo la possibilità di dare vita a una “casa per ebrei” nel territorio
della Palestina antica. Come tutti i movimenti a vocazione nazionalista si
sorregge su un mito originario volto a identificare la nazione (ovvero il
popolo) con un territorio geografico. Come tutti i movimenti nazionalistici
moderni è costituito da varie anime ideologico-politiche anche in netto
contrasto tra loro. Inizialmente il movimento sionista è espressione di una
componente laica. I religiosi ebrei non condividono l’ipotesi che si costruisca
una realtà politica statuale se non per volontà divina. All’interno della
componente laica ci sono molte anime politiche, espressione di destra radicale,
liberali, socialiste. La componente liberale espressa dal fondatore Theodor
Herzl e poi sostenuta dal primo Presidente di Israele (Chaim Weizmann) propone
l’idea di una realtà statale volta a favorire la costruzione di un sistema
parlamentare a maggioranza ebraica; la componente socialista, ispirata al
socialismo democratico europeo (Ben Gurion è il suo esponente di punta)
costruisce la sua idea di Stato puntando a una rigenerazione lavorativa
dell’ebreo che abbandoni la sua funzione commerciale o artigianale e punti a
essere produttore. La componente di estrema destra che ha il suo fondatore nella
figura di Zeev Jabotinsky propone una idea di comunità separata rispetto al
mondo arabo circostante. Una componente culturale che in parte è vicina alle
posizioni socialiste e in parte se ne discosta è quella che ritiene che missione
del sionismo, accanto al riscatto degli ebrei, sia una piattaforma per
promuovere emancipazione e coabitazione con il mondo arabo circostante, come, ad
esempio, l’italiano Enzo Sereni e altri, tra i quali Martin Buber e Judah L.
Magnes, fondatore e poi rettore della Hebrew University of Jerusalem.”
Quello che Erri De Luca definisce “valore originale del sionismo” è in realtà
componente culturale minoritaria all’interno del sionismo (quella di Enzo
Sereni) che, all’interno del sionismo stesso, non ha avuto troppa cassa di
risonanza. Sebbene questa corrente fosse sostenitrice della coesistenza tra
ebrei e arabi, molte sono state le controversie.
Enzo Sereni è stato uno scrittore e letterato italiano tra i pionieri del
sionismo che emigrò in Palestina nel 1926 e, già nel 1928, con l’aiuto
finanziario di altri pionieri in Italia, acquistò i terreni i terreni attorno a
Rehovot, dove fondarono il kibbutz Givat Brenner (1), in nome dello scrittore
Yosef Haim Brenner, ucciso durante le Rivolte di Giaffa del 1921 (2). I primi
200 dunam (49,4 acri) di quell’area furono comprati tramite il colono e
imprenditore ebraico Moshe Smilansky (3), che a sua volta li avrebbe “acquisiti”
dai proprietari terrieri arabi dei vicini villaggi di Aqir e Zarnuqa.
Successivamente, per espandere il kibbutz, Sereni negoziò l’acquisto di
ulteriori appezzamenti raccogliendo fondi privati da parenti ebrei e amici in
Italia, con il supporto di Bank Hapoalim (4).
Con gli stessi obiettivi, negli anni ‘30 e fino ai primi anni ‘40, Enzo Sereni
lavorò per l’Agenzia Ebraica, l’organizzazione sionista che si occupava
dell’immigrazione e dell’insediamento degli ebrei nella Palestina mandataria.
Tale operazione di immigrazione e di insediamento fu permessa grazie agli
Accordi di Haavara del 1933, patti – che vennero finalizzati dopo tre mesi di
colloqui – firmati il 25 agosto 1933 tra le autorità economiche della Germania
nazista, la Federazione Sionista Tedesca e la Banca anglo-palestinese (sotto la
direttiva dell’Agenzia Ebraica) per rendere possibile la migrazione di circa
60.000 ebrei tedeschi in Palestina tra il 1933 ed il 1939.
Nel 1942, nell’Iraq amministrato dagli inglesi, Sereni – potentemente attivo
nella macchina della propaganda sionista – organizzò l’immigrazione ebraica
clandestina verso la Palestina. Ma erano l’Europa e gli ebrei d’Europa che, in
quel momento, imponevano a tutti di “fare presto, presto, presto…” come disse
Sereni in un accorato discorso agli esponenti del movimento kibbutztico.
Insomma – a differenza di quanto sostenuto da De Luca – non esiste corrente del
sionismo che non sia stata responsabile dell’occupazione coloniale della
Palestina. Se sostenere la coesistenza tra ebrei e arabi significa prima
impossessarsi della terra dei palestinesi levandogliela sotto i piedi, non si
tratta di tentativo di coesistenza, ma di appropriazione.
Il sionismo si è concretizzato, storicamente, propriamente nelle sue varianti
liberali (Herzl, Rabin), fondamentaliste religiose, liberalconservatrici
d’estrema destra (Netanyahu, Avigdor Lieberman, Itamar Ben Gvir) e laburiste
(Golda Meir e Naftali Bennett, ben distinte da una visione veramente
socialista), ovvero come: genocidio incrementale del popolo palestinese;
occupazione coloniale delle terre palestinese; la loro militarizzazione; la
costruzione incessante del Muro Cisgiordano; la violazione degli Accordi di Oslo
del 1993 che hanno portato la Cisgiordania ad essere inglobata “a macchie di
leopardo” nell’entità sionista; la riduzione dell’ANP ad amministrazione
municipale di Israele; escalation militari sproporzionate verso Cisgiordania e
Gaza; violenze sistematiche dei coloni ebrei israeliani contro la popolazione
inerme palestinese; le numerose “pulizie etniche” e “punizioni collettive”; la
costruzione di una sistema d’apartheid razzista verso la popolazione palestinese
e contro tutte le minoranze arabe di qualunque religione; e la costruzione di
un’entità senza Costituzione, senza confini e fondata sul teocon come Israele.
Tutto questo non ha che fare con la definizione errata e distorta data da Erri
De Luca, ma con la concretizzazione storica e materiale di quello che è stato e
che è il sionismo. E’ una perversione anche solo pensare di distinguere il
«sionismo» dall’espansionismo del governo israeliano di Netanyahu, proprio
perchè l’ethos del sionismo è il nazionalismo ebraico, è l’occupazione coloniale
della Palestina, è l’apartheid razzista verso il popolo palestinese.
L’espansionismo di Netanyahu non è una caratteristica sua, ma è la cifra
caratteristica di tutti i governi israeliani che ci sono stati dal 1948, dopo la
Nakba, fino ad oggi: il sionismo si è concretizzato materialmente in 70 anni di
politiche culturali, militari, coloniali, razziste, islamofobiche e anti-arabe
dei governi israeliani al plurale. Ecco perchè ogni tentativo di riabilitare,
rilegittimare e rifare una verginità al sionismo, aggrappandosi a sottili veli
della storia, risulta puerile quanto patetico.
Nelle prime pagine del Trattato di semiotica generale (1975), Umberto Eco
definisce la semiotica come la disciplina che studia tutto ciò che può essere
usato per mentire:
“La semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere ASSUNTA come segno.
È segno ogni cosa che possa essere assunta come un sostituto significante di
qualcosa d’altro. Questo qualcosa d’altro non deve necessariamente esistere, né
deve sussistere di fatto nel momento in cui il segno sta in luogo di esso. In
tal senso la semiotica, in principio, è la disciplina che studia tutto ciò che
può essere usato per mentire. Se qualcosa non può essere usato per mentire,
allora non può neppure essere usato per dire la verità: di fatto non può essere
usato per dire nulla.” (5)
Non esiste dunque nessuna volontà di Erri De Luca di “difendere le parole dalle
distorsioni”, di “recuperare il significato originario del sionismo”, ma al
contrario la volontà di Erri De Luca di generare confusione semiotica.
La confusione semiotica è una condizione in cui i sistemi di significazione e i
codici di comunicazione perdono la loro trasparenza. Nel sovraccarico mediatico
contemporaneo, questa sovrapposizione rende difficile distinguere il vero dal
falso, trasformando ogni forma di discorso in un complesso campo di forze. Il
fatto che lui voglia volutamente manipolare e distorcerne il significato, non
significa che per il restante della popolazione informata, cosciente e che si
occupa di Palestina, il significato della parola “sionismo” non sia chiaro. Se
il suo obiettivo è convincere gli incerti, trovando consenso tra di loro, non
riuscirà perchè è l’evidenza storica ad affermarlo.
Di fronte al primo genocidio in diretta tv della storia, ogni tentativo di
revisionismo e rovescismo storici sono destinati a sciogliersi come neve al
sole.
Note:
(1) Givat Brenner, situato a circa due chilometri (un miglio) a sud di Rehovot,
è stato fondato nel 1928 da Enzo Sereni. Attualmente è il più grande kibbutz di
Israele con una popolazione di 2.518 abitanti nel 2024.
(2) Rivolte di Giaffa del 1921 furono una serie di violenti disordini
nella Palestina mandataria tra il 1° e il 7 maggio 1921, iniziati come uno
scontro tra due gruppi ebraici, ma sviluppatisi in un attacco degli arabi contro
gli ebrei e poi in attacchi di rappresaglia degli ebrei contro gli arabi).
(3) Moshe Smilansky si arruolò volontario nella Legione ebraica nel 1918 e fu il
comandante dell’organizzazione Haganah a Rehovot durante le rivolte di Giaffa
del 1921. Haganah, fondata nel 1920, fu la principale organizzazione
terroristica paramilitare sionista che operava per lo Yishuv nel Mandato
britannico per la Palestina scopo originario la difesa degli insediamenti
ebraici dagli attacchi arabi. Sotto il controllo dell’Agenzia Ebraica, l’organo
governativo ufficiale responsabile della comunità ebraica in Palestina durante
l’era britannica, Haganah venne formalmente sciolta nel 1948, quando divenne la
forza principale integrata nelle Forze di Difesa Israeliane poco dopo la
Dichiarazione di Indipendenza di Israele.
(4) Bank Hapoalim è una delle più grandi banche in Israele, fondata nel 1921, da
sempre coinvolta nel finanziamento degli insediamenti coloniali nei territori
palestinesi. Nel gennaio 2014, Danske Bank e il fondo pensione olandese PGGM
hanno inserito nella lista nera Bank Hapoalim per il suo coinvolgimento nel
finanziamento degli insediamenti nei territori palestinesi. Nell’ottobre 2017,
la società pensionistica danese Sampension ha vietato gli investimenti in
Hapoalim insieme ad altre tre società che operano negli insediamenti illegali
israeliani in Cisgiordania, tra cui Bank Leumi, la società di telecomunicazioni
israeliana Bezeq e la società tedesca Heidelberg Cement. Il 12 febbraio 2020, le
Nazioni Unite hanno pubblicato un database di 112 aziende che contribuiscono a
promuovere l’attività di insediamento israeliano in Cisgiordania, compresa
Gerusalemme Est, e nelle alture del Golan occupate. Questi insediamenti sono
considerati illegali secondo il diritto internazionale. Bank Hapoalim è stata
inserita nella banca dati per la sua “fornitura di servizi e servizi pubblici a
sostegno del mantenimento e dell’esistenza degli insediamenti” e per le
“operazioni bancarie e finanziarie che aiutano a sviluppare, espandere o
mantenere gli insediamenti e le loro attività” in questi territori occupati. Il
5 luglio 2021, il più grande fondo pensione norvegese, KLP, ha dichiarato che
avrebbe disinvestito da Bank Hapoalim insieme ad altre 15 entità commerciali
implicate nel rapporto delle Nazioni Unite per i loro legami con gli
insediamenti israeliani nella Cisgiordania occupata.
(5) U. Eco, Trattato di semiotica generale, Milano, La nave di Teseo, 2016 [1a
ed. Bompiani, 1975], p. 26.
Lorenzo Poli