Un’arte per un mondo disarmato: Miriam Cahn e Hito Steyerl al MACRO
Ci sono mostre che si visitano. E ci sono mostre che, invece, sembrano attendere
chi entra con una domanda già aperta dentro di sé. La retrospettiva dedicata a
Miriam Cahn e la videoinstallazione Mechanical Kurds di Hito Steyerl, entrambe
ospitate al MACRO di Roma, appartengono a questa seconda categoria.
Le ho viste il giorno della manifestazione nazionale di 10, 100, 1000 Piazze di
Donne per la Pace, “Tessere il futuro – custodire la pace”, convocata per
diffondere la Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Entrando nelle sale del
MACRO, mi è apparso subito evidente il legame tra la manifestazione appena
conclusa e le due mostre. La manifestazione in piazza e le immagini incontrate
nelle sale del museo sembravano appartenere allo stesso discorso politico ed
etico. Da una parte, donne che prendono pubblicamente parola contro la guerra,
il riarmo e ogni forma di violenza sistemica, dall’altra, due artiste che da
decenni interrogano, ciascuna con il proprio linguaggio, le strutture profonde
della violenza contemporanea.
Non si tratta di arte “sulla guerra”. Tanto Cahn quanto Steyerl mostrano
piuttosto come la guerra sia ormai un dispositivo permanente che attraversa i
corpi, il lavoro, le tecnologie, le migrazioni, l’informazione e perfino
l’immaginario.
La grande retrospettiva dedicata a Miriam Cahn rende evidente la straordinaria
coerenza di una ricerca sviluppata nell’arco di oltre quarant’anni. Fin dagli
esordi, la sua pratica nasce dall’intreccio tra esperienza femminista, rifiuto
delle convenzioni artistiche dominanti e necessità di affidare al corpo stesso
il gesto creativo.
Questa origine è la chiave di lettura dell’intera ricerca di Cahn. Il segno
nasce dal corpo e il corpo, lungi dall’essere un tema iconografico, diventa il
luogo in cui la storia si iscrive, lasciando le tracce delle sue ferite.
La mostra costruisce un itinerario in cui catastrofi nucleari e distruzione
ambientale (fig.1), violenza sulle donne (fig.2), guerre (fig.3), migrazioni e
razzismo (fig. 4) non compaiono come eventi separati, ma come manifestazioni di
un’unica logica di dominio. Le grandi esplosioni atomiche dipinte tra la fine
degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta sono forse uno dei nuclei più potenti
dell’esposizione. Le campiture di colore esercitano un fascino immediato, solo
il titolo costringe lo sguardo a riconoscere che ciò che appare come una forma
organica o floreale è invece il fungo atomico. L’immagine mette così in crisi il
nostro stesso modo di guardare, rivelando quanto la cultura visuale abbia
imparato a estetizzare la distruzione.
Oggi, in un’epoca in cui il linguaggio della deterrenza nucleare è tornato nel
lessico politico internazionale, queste opere sembrano dipinte ieri.
L’intera retrospettiva è attraversata da una domanda insistente: cosa produce la
guerra sui corpi?
Le figure di Cahn sono vulnerabili, esposte, spesso nude. Non rappresentano
vittime passive ma presenze che continuano ostinatamente a guardarci. Il loro
sguardo ci restituisce una responsabilità: non è possibile osservare questi
corpi mantenendo una distanza rassicurante.
Particolarmente intensa è la sezione dedicata ai conflitti contemporanei. Le
immagini nate durante l’assedio di Sarajevo dialogano con quelle realizzate dopo
l’invasione russa dell’Ucraina, mentre il ciclo dedicato al Mediterraneo
affronta il naufragio delle persone migranti senza mai trasformarle in semplice
oggetto di compassione. Il mare non è paesaggio: è confine politico, spazio di
morte prodotto dalle scelte dell’Europa.
Ciò che colpisce è l’assenza di retorica. Cahn non denuncia attraverso slogan.
Affida alla pittura il compito più difficile: rendere visibile ciò che la
normalizzazione della violenza tende continuamente a cancellare.
Se Cahn mostra ciò che la guerra produce sui corpi, Hito Steyerl rivolge invece
lo sguardo verso le infrastrutture invisibili attraverso cui la guerra
contemporanea si organizza.
Mechanical Kurds (Figg. 5,6,7) affronta uno dei grandi equivoci del nostro
tempo: l’idea che l’intelligenza artificiale sia realmente autonoma.
Entrando nell’installazione si viene immersi in uno spazio che ricorda
contemporaneamente un ambiente industriale, un laboratorio e una piattaforma
digitale. Il film alterna documentazione, immagini sintetiche e costruzione
narrativa, seguendo il lavoro dei cosiddetti click workers nei campi profughi
del Kurdistan iracheno.
Sono loro a classificare milioni di immagini che serviranno ad addestrare gli
algoritmi delle grandi piattaforme tecnologiche. Dietro ogni presunta
automazione esistono dunque migliaia di gesti umani invisibili, ripetitivi,
sottopagati.
Steyerl riprende la metafora del celebre “Turco meccanico”, il falso automa del
Settecento che sembrava giocare a scacchi autonomamente mentre nascondeva al
proprio interno un essere umano. L’analogia con le piattaforme digitali
contemporanee è evidente: anche l’intelligenza artificiale, prima di apparire
autonoma, dipende da un enorme lavoro umano accuratamente occultato.
Ma il film va oltre. I lavoratori curdi che addestrano sistemi di riconoscimento
delle immagini appartengono allo stesso popolo che diventa bersaglio dei droni
alimentati da quelle medesime tecnologie. La catena dello sfruttamento si chiude
in un cortocircuito terribile: gli stessi corpi che rendono possibile
l’automazione finiscono per alimentare gli strumenti della propria sorveglianza
e della propria vulnerabilità.
La guerra, qui, non appare come eccezione ma come modello economico. E anche il
lavoro digitale diventa parte delle infrastrutture del conflitto.
È forse questo il punto di contatto più sorprendente tra Steyerl e Cahn:
entrambe rifiutano la rappresentazione spettacolare della guerra, entrambe
cercano ciò che normalmente resta fuori campo.
Per Cahn sono i corpi feriti, le memorie, le migrazioni, la violenza maschile
sulle donne come grammatica permanente dei conflitti.
Per Steyerl sono le reti invisibili del capitalismo digitale, il lavoro
nascosto, gli algoritmi, l’estrazione di dati e di vite che sostiene le
tecnologie militari e l’economia globale.
Guardate insieme, le due mostre finiscono per costruire un’unica cartografia
della violenza contemporanea.
Ed è proprio qui che il dialogo con la manifestazione delle donne per la pace
diventa evidente. La Carta dell’impegno per un mondo disarmato non propone
semplicemente il rifiuto della guerra. Invita a riconoscere come la guerra
attraversi l’organizzazione stessa delle nostre società: nell’economia, nei
confini, nelle tecnologie, nella cultura politica, nella costruzione del nemico,
nella progressiva militarizzazione dell’immaginario.
Le opere di Cahn e Steyerl sembrano sviluppare questa stessa intuizione
attraverso il linguaggio dell’arte. Entrambe chiedono di imparare a vedere: i
corpi che la propaganda cancella; il lavoro che l’intelligenza artificiale rende
invisibile; la continuità tra patriarcato, capitalismo estrattivo, colonialismo
e militarizzazione.
Entrambe chiedono di vedere che la pace non coincide con l’assenza temporanea
delle bombe, ma con la trasformazione delle strutture che rendono la guerra
continuamente possibile.
In un momento storico in cui il riarmo viene presentato come inevitabile, la
cultura sembra spesso oscillare tra spettacolarizzazione della violenza e
anestesia dello sguardo. Queste due mostre compiono il gesto opposto.
Restituiscono complessità, rallentano la percezione, impediscono la neutralità.
Uscendo dal Macro, il rumore della manifestazione tornava alla mente con una
forza diversa. Le piazze e il museo avevano parlato la stessa lingua: quella di
un’arte che non consola, ma rende più difficile distogliere lo sguardo.
E forse è proprio questo uno dei compiti più necessari dell’arte oggi: non
rappresentare la pace come un’utopia astratta, ma insegnarci a riconoscere,
nelle forme visibili e invisibili della guerra, tutto ciò che occorre ancora
disarmare.
La mostra di Miriam Cahn, “Ciò che mi guarda”a cura di Cristiana Perrella, si
visita fino all’11 novembre 2026, fino al 30 agosto 2026 Mechanical Kurds di
Hito Steyerl, a cura di Alice Labor.
figura 2 figura 3 figura 4 figura 5 figura 6 figura 7
Fig. 1 Miriam Cahn, in alto: L’amore classico – stato di guerra, 10.1983; sx:
Bomba Atomica, 07.09.1991; dx: Bomba Atomica, 09.10.1991 (in copertina)
Fig. 2 Miriam Cahn, in alto a sx: potreiessereio, 25.02.2022; a dx: dover
baciare, 2019 + 10.01.2020; sotto: sulla spiaggia, 08.05.2015
Fig. 3 Miriam Cahn, Primavera 2022, 05.12.2022
Fig. 4 Miriam Cahn, sx: Mostra!, 2017 + 25.12.2018; centro: potreiessereio,
2023 e Mare Nostrum, 23.10 + 11.11.2021; dx: Guardare indietro, 2019 +
10.07.2020
Figg. 5,6,7 Hito Steyerl, Mechanical Kurds, stills da video, 2025
Redazione Palermo