Ricomporre visioni di città: cosa ci dice il nuovo rapporto IFEL sulle politiche urbane italiane
UN VOLUME CHE, ATTRAVERSO LE TESTIMONIANZE DIRETTE DI AMMINISTRATORI E TECNICI,
RICOSTRUISCE QUINDICI ANNI DI POLITICHE URBANE ITALIANE, METTENDO IN LUCE LA
DISTANZA TRA STRATEGIE NAZIONALI, STRUMENTI DI FINANZIAMENTO E CAPACITÀ DEI
COMUNI DI GOVERNARE LE TRASFORMAZIONI DELLE CITTÀ.
Ci sono rapporti tecnici che restano confinati agli addetti ai lavori e rapporti
che, pur nascendo come strumenti di lavoro per amministratori e uffici tecnici,
finiscono per dire qualcosa di più ampio sul modo in cui lo Stato italiano
governa, o non governa, le proprie città. Ricomporre visioni di città,
pubblicato da IFEL nella collana Trasformazioni Urbane e curato da Federico
Sartori e Dalila Riglietti con il contributo di Mecenate 90, appartiene alla
seconda categoria. Sotto la veste di un lavoro di documentazione su politiche
urbane, coesione e PNRR, il rapporto restituisce un quindicennio di tentativi,
spesso disorganici, di dare all’Italia una politica nazionale per le città, e lo
fa attraverso un metodo insolito per questo tipo di pubblicazioni: non le
tabelle aggregate degli osservatori nazionali, ma le voci dirette di sindaci,
assessori e dirigenti tecnici di nove città, da Bologna a Napoli, chiamati a
raccontare come quella politica, sul territorio, si sia effettivamente tradotta
in scelte.
Il titolo è già un programma. Ricomporre significa ammettere che qualcosa si è
scomposto, e il rapporto lo individua con chiarezza nella distanza tra la
retorica della rigenerazione urbana, che da almeno un decennio informa i
documenti strategici europei e nazionali, e la frammentazione degli strumenti
attraverso cui quella rigenerazione viene concretamente finanziata e attuata. Il
volume ricostruisce la genesi di questa frammentazione a partire dai primi
programmi di riqualificazione urbana degli anni Novanta, passando per la
stagione dei Contratti di quartiere e i Programmi integrati, fino ad arrivare,
negli ultimi anni, alla sovrapposizione tra fondi di coesione europea, PON
Metro, PN Metro Plus e, infine, PNRR: una sequenza di strumenti che si sono
succeduti senza mai comporsi in una politica urbana nazionale stabile, lasciando
ai Comuni il compito di adattarsi di volta in volta a regole di accesso,
tempistiche e priorità decise altrove.
Il volume è costruito in tre parti che meritano di essere lette come un unico
ragionamento più che come sezioni indipendenti. La prima ricostruisce la cornice
delle politiche urbane europee e nazionali, dalla nascita dell’Agenda urbana
europea fino all’intreccio, negli ultimi anni, tra fondi di Coesione e PNRR,
tracciando quindici anni di provvedimenti nazionali sulle città che raramente si
sono succeduti secondo una logica coerente. È una parte utile proprio perché
resiste alla tentazione di raccontare il PNRR come un punto di partenza,
mostrando invece come il Piano si innesti su una stratificazione di strumenti
precedenti, spesso mai del tutto conclusi né valutati, che continuano a produrre
effetti sul modo in cui i Comuni oggi si rapportano ai nuovi fondi disponibili.
La seconda parte, quella su cui si concentra la maggior parte del volume,
raccoglie le prospettive di nove città raggruppate in tre contesti regionali:
l’Emilia-Romagna di Bologna, Parma e Modena, la Toscana di Firenze, Livorno e
Pistoia, la Campania di Napoli, Benevento e Salerno. La scelta di non limitarsi
alle grandi aree metropolitane, includendo capoluoghi di dimensione media come
Pistoia o Benevento, è probabilmente la decisione editoriale più significativa
del rapporto, perché permette di verificare se le tensioni individuate valgano
solo per le città più strutturate o attraversino l’intero sistema urbano
italiano indipendentemente dalla scala. Le interviste raccolte, del resto, non
si limitano al racconto dei progetti finanziati, ma restituiscono anche il punto
di vista degli amministratori sui vincoli procedurali, sulle difficoltà di
coordinamento tra uffici e sulla percezione, spesso esplicita, di rincorrere
un’agenda decisa altrove più che di guidarla.
È in questo secondo blocco che si inserisce l’analisi del PNRR, trattato non
come un’anomalia ma come l’ultimo, più imponente, capitolo di questa storia. I
numeri aggregati raccontano un afflusso di risorse senza precedenti verso i
territori: nel solo perimetro campano analizzato nel volume, oltre 12 miliardi
di euro assorbiti, pari a più di 2.250 euro per abitante. Ma è nei nove casi di
studio, non nei totali regionali, che il rapporto individua il vero nodo, quello
che le sintesi ministeriali tendono a lasciare in ombra: la distanza, cioè, tra
le risorse che un Piano nazionale fa atterrare su un territorio e la quota di
quelle risorse che l’amministrazione di quel territorio governa effettivamente
in prima persona. A Napoli, città che riceve tre miliardi di euro di
finanziamenti PNRR distribuiti su oltre quattromila progetti, il Comune ne
amministra direttamente solo una parte minoritaria; a Benevento la sproporzione
è ancora più marcata. Sono numeri che il rapporto non enfatizza in chiave
polemica, restituendoli piuttosto come materiale di lavoro, ma che parlano da
soli a chi li legge con un minimo di attenzione amministrativa.
La terza parte, meno citata ma non meno rilevante, prova a tirare le conclusioni
assumendo il Comune come nodo di ricomposizione delle politiche urbane, l’ente
cioè che nella pratica amministrativa quotidiana si trova a dover tenere insieme
strumenti, fondi e tempistiche pensati altrove. È qui che il rapporto propone
alcune piste operative per governare questa complessità, dal rafforzamento delle
strutture di missione interne fino a una maggiore stabilità degli strumenti di
finanziamento nel tempo, prima di approdare, nelle pagine finali, alla sintesi
interpretativa più originale del volume: quattro tensioni che, secondo gli
autori, attraversano oggi qualunque politica urbana in Italia, indipendentemente
dal colore politico dell’amministrazione o dalla dimensione della città.
Una prima tensione oppone la visione strategica di medio periodo alla logica di
spesa imposta da un Piano scandito da milestone e target trimestrali, che ha
spinto molte amministrazioni a inseguire le opportunità di finanziamento più che
a costruire un disegno urbano autonomo. Vi si affianca la frammentazione delle
politiche settoriali, urbanistica, sociale, abitativa, ambientale, chiamate a
misurarsi con problemi urbani che per loro natura sono integrati e non si
lasciano governare per compartimenti stagni. Più scomoda, politicamente, è la
tensione che mette a confronto le responsabilità crescenti attribuite ai Comuni
con le loro capacità amministrative reali, spesso insufficienti a reggere il
carico di coordinamento e rendicontazione che il nuovo modello di governance
richiede. Resta, infine, il nodo del ruolo che dati e conoscenza tecnica giocano
nelle scelte urbane, con il rischio che modelli previsionali e infrastrutture
informative, per quanto necessari, finiscano per sostituirsi silenziosamente
alla deliberazione politica, spostando altrove il luogo reale della decisione.
Non è un caso che tra i temi ricorrenti nei casi di studio compaia con
insistenza l’edilizia residenziale pubblica: a Napoli oltre un terzo dei
progetti PNRR di trasformazione territoriale riguarda l’edilizia sociale, a
Benevento la quota supera la metà. È il settore in cui le quattro tensioni si
sommano con più evidenza. La casa pubblica è infrastruttura sociale di lungo
periodo, eppure si trova vincolata a un cronoprogramma europeo che ne scandisce
i tempi; richiede manutenzione ordinaria costante, e però compete per gli stessi
fondi straordinari destinati alla rigenerazione; è terreno di diritti soggettivi
degli assegnatari, ma sempre più spesso anche variabile di un processo
decisionale che si consuma altrove rispetto agli enti che quel patrimonio
gestiscono quotidianamente.
Anche le città della Toscana e dell’Emilia-Romagna, pur muovendosi in contesti
amministrativi generalmente più solidi di quelli campani, restituiscono varianti
dello stesso schema: Bologna e Firenze, città con uffici tecnici storicamente
più strutturati, riescono a governare quote più ampie dei propri interventi, ma
anche lì il rapporto segnala tensioni analoghe tra la programmazione di lungo
periodo, costruita in anni di piani strategici comunali, e la logica
emergenziale imposta dai tempi del PNRR. È un dato che conferma come le quattro
tensioni non siano il sintomo di un’arretratezza amministrativa localizzata, ma
una caratteristica strutturale del modo in cui il Piano nazionale si è innestato
sulle autonomie locali italiane, dal Nord al Sud, indipendentemente dalla
qualità pregressa delle amministrazioni coinvolte.
Il valore civico di un rapporto come questo, al di là della sua funzione tecnica
per gli addetti ai lavori, sta proprio nell’aver reso leggibile, attraverso il
racconto diretto di chi amministra, un problema che i grandi numeri nazionali
tendono a nascondere: che la qualità di una politica urbana non si misura solo
dalle risorse stanziate, ma dalla distanza, spesso enorme, tra chi decide dove
va la trasformazione di una città e chi quella trasformazione la vive ogni
giorno. Colmare quella distanza, più che accelerare ulteriormente la spesa,
dovrebbe essere il criterio con cui si giudicherà, tra qualche anno, se questa
stagione di investimenti straordinari avrà lasciato alle città qualcosa di più
della somma dei cantieri completati in tempo, e se il metodo scelto da IFEL,
dare la parola diretta a chi amministra invece di limitarsi ai numeri aggregati,
diventerà uno standard anche per le prossime valutazioni sulla programmazione
europea 2028–2034.
Fonti
* IFEL – Ricomporre visioni di città (scheda della pubblicazione)
* IFEL – Online il Rapporto «Ricomporre visioni di città»
Francesco Russo