La lotta paga: dopo l’occupazione della Basilica di San Nicola a Bari, De Caro ci riceve e prende tre impegni
Ieri mattina eravamo duecento braccianti rinchiusi dentro la basilica. Nel
pomeriggio eravamo seduti al tavolo con il presidente della Regione Puglia
Antonio Decaro. Questa è la dimostrazione di una cosa semplice, che ripetiamo da
anni: le istituzioni si muovono solo quando i braccianti alzano la testa e la
voce.
Dopo circa cinque ore di occupazione, con l’arrivo del sindaco di Bari che ci ha
annunciato la disponibilità del presidente a riceverci, abbiamo lasciato la
basilica e siamo partiti in corteo fino alla sede della Regione. Una nostra
delegazione è salita e ha incontrato il presidente Decaro, al quale abbiamo
rivolto tre richieste. Su tutte e tre il presidente si è impegnato davanti a
noi:
Uno: l’acqua, subito. Il presidente si è impegnato ad affrontare e risolvere in
tempi rapidi il ripristino dei serbatoi di Torretta Antonacci e soprattutto a
potenziare la frequenza di riempimento, rendendola almeno giornaliera. Perché
questa è la realtà che gli abbiamo raccontato guardandolo negli occhi: a 40
gradi l’acqua finisce immediatamente e duemila persone si azzuffano per riempire
una tanica. Nel 2026, in Italia, nella regione che si vanta della propria
agricoltura, chi raccoglie il cibo muore di sete accanto ai campi.
Due: il presidente viene a vedere con i suoi occhi. Decaro si è impegnato a
venire la settimana prossima a Torretta Antonacci, per rendersi conto di persona
della situazione disastrosa in cui vivono duemila braccianti e di come sono
stati indegnamente buttati dalla finestra i 30 milioni del PNRR che dovevano
risolvere questo problema. Lo aspettiamo. Non in visita di cortesia, ma per
camminare tra le baracche, toccare le lamiere roventi, vedere i serbatoi vuoti.
E per uscirne con un impegno di reinvestimento: quei 30 milioni persi vanno
rimessi sul tavolo con fondi veri.
Tre: i documenti. Il presidente si è impegnato a convocare un momento di
confronto, a partire dai governatori delle regioni del Sud, dove il problema del
bracciantato migrante è più sentito, per avviare una pressione comune sul
governo e sul ministero per il rilascio dei permessi di soggiorno e per una
forma di stabilizzazione dei lavoratori. È il punto per noi decisivo: viviamo
nelle baracche perché siamo ostaggi della burocrazia, con permessi C3, rinnovi e
richieste di asilo ferme da anni. Chi porta avanti l’agricoltura di questo Paese
ha diritto a un documento, a un contratto vero, a una vita da persona libera. Se
i governatori del Sud faranno fronte comune, il governo Meloni non potrà più
voltarsi dall’altra parte.
Lo diciamo con la stessa chiarezza con cui ieri mattina abbiamo varcato il
portone della basilica: prendiamo atto degli impegni, ma non firmiamo cambiali
in bianco a nessuno. Le foglie continuano a cadere, una a una: Alagie non c’è
più e nessuna stretta di mano ce lo restituirà. Per questo vigileremo giorno per
giorno: sull’acqua nei serbatoi già da questa settimana, sulla visita del
presidente a Torretta Antonacci la settimana prossima, sulla convocazione del
tavolo dei governatori. Se anche uno solo di questi impegni dovesse saltare,
torneremo a farci sentire più forti e più numerosi. E davanti a noi c’è la
stagione del pomodoro: le nostre braccia sanno raccogliere, ma sanno anche
fermarsi.
Abbiamo dimostrato che i braccianti non sono invisibili e non sono soli. Questa
giornata appartiene ai duecento che si sono rinchiusi nella cattedrale, alle
centinaia che hanno marciato in corteo fino alla Regione, ai duemila di Torretta
Antonacci e a tutte le braccia che tengono in piedi l’agricoltura di questo
Paese. La lotta paga. E la lotta continua.
USB Braccianti
Unione Sindacale di Base