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Da Lampadusa la pastorale dei migranti di papa Leone
Riprendiamo dal sito interris.it l’editoriale di don Aldo Bonaiuto  A Lampedusa si misura il nostro grado di civiltà Un viaggio nelle contraddizioni nostra epoca. A Lampedusa, come già accaduto lungo la rotta atlantica alle Canarie, la visita di Leone XIV richiamerà l’attenzione del mondo sul dramma dei migranti. Nell’isola che è avamposto del vecchio continente nel Mediterraneo il Papa sosterà al Cimitero, alla “Porta d’Europa” e al Molo Favaloro dove benedirà la targa dedicata a papa Francesco in un luogo simbolo di accoglienza e solidarietà. Poi la Messa con l’immagine della Madonna di Portosalvo esposta sul palco. Al termine della celebrazione il dialogo tra i bambini ammalati e Robert Francos Prevost, accompagnato dal cardinale vicario Baldo Reina originario della diocesi siciliana. Qui, nel Canale di Sicilia si consumano terribili tragedie del mare con migranti morti e dispersi. Persone che disperatamente cercano una vita migliore, fuggendo da guerre, persecuzioni, miseria. Fratelli e sorelle finiti nelle mani di organizzazioni criminali che poi crudelmente li abbandonano nel pericolo. Molte vittime sono destinate a restare senza nome. “È la nostra civiltà a impedirci di voltare le spalle, di restare indifferenti, di smarrire quel sentimento di umanità che è radice dei nostri valori”, ha recentemente ricordato il presidente della Repubblica Sergio Matterella rinnovando l’apprezzamento per l’opera di soccorso da parte delle navi italiane che riescono in condizioni estreme, a salvare vite. Le più alte istanze civili e religiose rimarcano quanto i movimenti migratori vadano governati. Le organizzazioni internazionali e per prima l’Unione Europea, infatti, devono esprimere il massimo impegno per fronteggiare l’immane sofferenza nel “mare nostrum”.  Per questo il Pontefice e il Capo dello Stato concordano sul fatto che il necessario contrasto all’illegalità e la lotta alla criminalità si nutrono della predisposizione di canali e modalità di immigrazione legali. Così da esprimere con coerenza pieno rispetto nei confronti della vita umana. La chiave di lettura, quindi, è racchiusa nel termine “integrazione”. Una parola che caratterizza in modo particolare il Magistero sociale della Chiesa nell’era della globalizzazione. Non si tratta di un’assimilazione che induce a sopprimere o a dimenticare la propria identità culturale, bensì, come testimonia il Pontefice pellegrino a Lampedusa, di un contatto con l’altro che porta ad aprirsi per una fruttuosa conoscenza reciproca. Ciascuno di noi, come individuo e come parte di una collettività, è chiamato a far fronte alle numerose sfide poste dalle migrazioni contemporanee con generosità e lungimiranza. Ognuno secondo le proprie possibilità: per accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Anche la Sacra Famiglia ha sperimentato cosa significhi lasciare la propria terra ed essere migrante. Papa Leone sottolinea spesso quanto il lavoro umano per sua natura sia destinato ad unire i popoli, incoraggiando le istituzioni a prodigarsi affinché venga promosso l’inserimento socio-lavorativo dei migranti e rifugiati. L’obiettivo è garantire a tutti, compresi i richiedenti asilo, di poter lavorare attraverso percorsi formativi linguistici, al riparo da sfruttamento e abusi. Anche l’Onu ha chiaramente espresso la loro volontà di prodigarsi a favore dei migranti e dei rifugiati per salvare le loro vite e proteggere i loro diritti. Una responsabilità da far propria a livello globale. Il Vangelo ci insegna ad amare l’altro, lo straniero, come noi stessi e Madre Teresa non faceva distinzione di nazionalità e religione nel soccorrere gli esclusi perché “Dio è padre di tutti”. Lampedusa, dunque, è periferia dal punto di vista geografico ma è cuore dell’Europa sotto il profilo spirituale.   Redazione Italia
July 4, 2026
Pressenza