“Sarò farfalla e volerò da te”. Storia di Alessandro
Decidere di scrivere di lui è stato per me l’ultimo regalo possibile. Il
tentativo disperato di fermare l’istante, di trasformare il dolore in una radice
profonda che nessuno potrà mai estirpare. Ho voluto che ogni parola scivolasse
sul foglio con tutta la forza e la delicatezza di un ultimo saluto.
Così scrive G., collega di lavoro di Alessandro, il giovane protagonista di
queste pagine (il libro di Adriana Bruno è uscito proprio ieri per i tipi di
Albatros). Ed è protagonista perché sua è la vicenda narrata, suo il ricordo che
le persone più care serbano e confessano dopo lo spartiacque di quel 21 agosto
del 2025, ma sua è anche la voce narrante, una testimonianza fra le altre
raccolte dall’Autrice – immaginata non vissuta quest’ultima, ma non per questo
lontana dalla verità.
La narrazione, dunque, o meglio la sequenza delle voci che si fanno
reciprocamente eco e che vengono amorevolmente rivisitate e riproposte, si
configura come necessario riconoscimento della propria sofferenza, cui bisogna
conferire il nome esatto affinché delicatamente si decanti e lievemente divenga
dolce malinconia ma pure vivo calore intimo che accompagna. E questo percorso è
intrapreso non solo da chi scrive e da chi, intervistato, ripercorre i propri
sentimenti, riattraversa le proprie paure, ricostruisce a stento ragioni di
speranza, ma perfino da Alessandro, che apprende a divenire luce, aria, energia
cosmica, senza trascurare il richiamo degli affetti ma senza lasciarsene
sopraffare in un attaccamento che sarebbe impossibile.
La morte di A. diventa così occasione di autocoscienza, di scavo interiore, di
esplorazione delle posture di ciascuna e ciascuno nelle sue differenti
relazioni. Scopriamo la confidenza che si fa condivisione dell’avventura di
vivere e complicità come tra coetanei, benché tra padre e figlio; complicità che
desta nella madre la sensazione di essere lasciata indietro, sola in qualche
modo, benché consapevole di essere molto amata e di certo non trascurata.
Leggiamo le parole secche, asciutte che ci rivelano tutta la ritrosia del
fratello, così restio a svelarsi; l’accorata nostalgia della compagna;
l’incredulità degli amici.
Ne emerge un ritratto a tutto tondo di un giovane affamato e assetato di vita,
che ingordo la inghiotte a grandi sorsi, che accetta tutte le sfide,
dall’alpinismo alla passione per la moto; sempre allegro, almeno in apparenza,
per non pesare sugli altri, capace di accogliere le confidenze più tristi e
segrete e trasformarle con un consiglio e una carezza in nuovi progetti
d’esistenza; un ragazzo di appena 21 anni generoso e, in profondità,
responsabile, nello studio, nel lavoro, nei rapporti. E così, a poco a poco, la
ricostruzione dei ricordi si viene evolvendo nella celebrazione della vita e
della bellezza che Alessandro ha saputo donare a quanti e quante lo hanno
incontrato.
L’approccio di questo coerente intreccio di storie è perciò fenomenologico, o
ermeneutico se preferite: non gli eventi nella loro presunta obiettività vengono
descritti, ma le rappresentazioni che se ne fanno coloro che li hanno vissuti o
vi hanno assistito, le interpretazioni che ne danno per cercare una via alla
comprensione e al rasserenamento. È un intersecarsi di sguardi diversi sullo
stesso accadimento che ciascuno e ciascuna riferisce a partire da sé. Non
l’oggetto indagato troverete, ma l’occhio che l’indaga, come nei dipinti di
Turner o nella lettura che del bello e del sublime dava Kant.
Ed è particolarmente insolito che questo lavorio di ricerca interiore, di
chiarificazione, questa puntualità nel nominare ogni sfumatura dell’anima
l’Autrice la esiga anche da Alessandro, invisibile forse ma purtuttavia
presente. Bruno lo fa parlare a più riprese; fa raccontare a lui il momento
dell’incidente, del buio che si fa splendente, la dissoluzione del dolore e
dell’attaccamento in un luminoso vuoto infinito, ma anche l’accorata
consapevolezza della disperazione dei suoi cari, cui risponde come può, con
piccole “coincidenze” che coincidenze non sono, donando quanta più serenità è
possibile, ma resistendo ai tentativi di venire trattenuto in uno stato che non
gli appartiene più.
La scrittura è piana e colloquiale, senza infingimenti estetizzanti,
trascrizione di una oralità tessuta di colloqui con le persone che hanno amato
Ale e ancora lo amano, nutrita di pagine di diario, di lettere, ma sempre
rivisitate dalla sensibilità lieve e accurata al contempo dell’Autrice.
Una scrittura introspettiva, appunto, che non ambisce ai registri alti, ma resta
puntigliosamente attenta a non fraintendere emozioni e sentimenti.
La visione della morte non è scorata, ma serena e illuminata da una sorta di
spiritualità laica, spinoziana verrebbe da dire: Alessandro è ritornato al suo
“Deus sive Natura”, “la rovina” lo ha ricondotto alla sua “origine”, a chiudere
quel cerchio vitale di cui parla il primo brano giunto a noi dell’antica
filosofia greca, il frammento di Anassimandro, o che ritroviamo nei più antichi
canoni buddisti.
Alessandro non è sparito, non è svanito nel nulla, ha solo cambiato stato; ha
lasciato il suo corpo e si è fatto energia e, in quanto energia, ancora comunica
con chi è rimasto, come aura percepisce le aure, dei nonni defunti per esempio;
in questo cambiamento di stato si è fatto purezza disincarnata ma intensa, densa
comunque d’affetti e riflessioni.
E questo esito non è solo l’autoconvincimento illusorio di chi cerca conforto
alla perdita. È una convinzione fervida, frutto di meditazione, forse di studio,
certo di intuizione naturale, non soprannaturale però, perché non c’è nulla di
soprannaturale nell’immensità; non è neppure una fede (tomisticamente prova di
cose non viste) è invece la constatazione di una evidenza (come il flacone di
detersivo fuori posto o i sogni di felicità suggeriti nel sonno agli amici o
ancora la farfalla…)
Dice A.: mia madre mi cerca fra le cose morte, inerti, quando io sono così vivo…
il suo dolore è una gravità che cerca di riportami in terra… vorrei strapparle
di dosso quel mantello di piombo che la opprime… sarò farfalla e volerò da te!
È questa forse la pagina più commovente del libro: “Finalmente, – confida lei –
dopo giorni di attesa, sono riuscita a sentire la sua presenza”.
Ecco perché, lo ripetiamo, la stesura del libro vuole celebrare la vita e la
bellezza, vuole celebrare la bellezza della vita, che eterna fluisce attraverso
tutti gli esseri, qualunque forma vadano assumendo.
Lo leggiamo grati ad Alessandro, ma grati anche ad Adriana che con amorosa
tenacia ha attraversato il dolore e la speranza di tanti e tante facendoli
propri, per regalarci pagine che sono occasione di meditazione pensosa e felice
al contempo.
Daniela Musumeci