Quando si arriva davvero?
A Trieste si aspetta per entrare in Questura. Si aspetta per formalizzare la
domanda di asilo. Si aspetta per un posto in accoglienza 1. E poi si aspetta
ancora, spesso lontano centinaia di chilometri, in centri isolati dove il tempo
si dilata e i diritti si assottigliano. Come documenta il report Fuori Rotta di
No Name Kitchen, dalla frontiera nord-orientale alla Sardegna il percorso della
protezione internazionale si rivela come una macchina di dispersione che
prolunga l’incertezza e produce nuove forme di esclusione.
Sono le sette del mattino, piove e davanti alla questura di Trieste c’è già una
fila infinita da almeno un’ora. Saranno una cinquantina di uomini, con i volti
stanchi, che cercano di ripararsi dalla pioggia.
Verso le 8:30 escono due poliziotti, una donna e un uomo. La poliziotta alza la
voce e urla: “Passport!”. Tutti si guardano tra loro; timidamente qualcuno prova
a mostrare il proprio passaporto, sapendo benissimo che ormai è scaduto e non
vale nulla. Subito dopo urla: “Afghanistan”. Improvvisamente una ventina di
uomini alza la mano. Li conta, poi continua: “Pakistan”, e va avanti così,
finché, senza alcun criterio apparente, ne sceglie due o tre per nazionalità.
Tutti gli altri possono andarsene. A casa, o meglio, in strada, dove vivono.
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Oggi però è una buona giornata per Y., che dopo essersi presentato ogni giorno
per un mese davanti alla questura viene finalmente scelto. Con un sorriso a 32
denti si mette in fila con le altre quattordici persone selezionate. Lo
salutiamo e ce ne andiamo insieme agli altri.
Più tardi, nel pomeriggio, rivediamo Y., ma non è più felice come qualche ora
prima: è arrabbiato, giù di morale, e vuole raccontarci cosa è successo.
Decidiamo quindi di intervistarlo per capire meglio come funziona il sistema di
accoglienza e la richiesta di asilo qui in Italia.
Gli chiedo perché ha deciso di lasciare il Pakistan per affrontare un viaggio
così lungo e faticoso. Mi risponde che pensava di essere più al sicuro, e che,
come molti altri, sognava un futuro migliore, con più possibilità. Il suo sogno
è sempre stata l’Italia.
Molti ragazzi come lui provano a chiedere asilo in Turchia o in Grecia, ma
spesso finiscono deportati nei loro paesi di origine o detenuti in condizioni
difficili. “Almeno qui ti danno la speranza di ottenere l’asilo”, dice. O
almeno, così sembra.
Y. è stato chiamato due volte dalla polizia in un mese per mettersi in fila. La
procedura è sempre la stessa: tre mediatori culturali che traducono in modo
impreciso e tre poliziotti che, mentre fanno domande sui suoi spostamenti,
controllano il telefono, chat private di WhatsApp, galleria, cronologia di
Google e Google Maps.
Entrambe le volte gli è stato detto di andare a Gorizia, perché sarebbe quella
la prima città italiana in cui è entrato dalla Slovenia. Gli spiego che non
dovrebbe funzionare così: può richiedere asilo dove vuole e, in teoria, non
dovrebbero volerci più di tre giorni per rilevare le impronte e inserirlo nel
sistema d’accoglienza.
Y., racconta di avere un amico all’Aquila e che lì il sistema funziona meglio.
“Lì almeno i computer della questura funzionano”, dice ridendo.
Gli passo un bicchiere di Chai, perché so che sto per fargli una domanda
difficile. Gli chiedo se si è pentito della sua scelta di partire per l’Italia.
Mi risponde di sì: potesse tornare indietro, non lo rifarebbe. Arriva persino a
dire che, se la situazione non cambia, preferirebbe essere deportato in
Pakistan.
> Conclude dicendo: “I’d rather die in my country than sleep one more night
> here.”
Immaginate di camminare per mesi, attraversare il deserto e le foreste, scappare
dalla polizia di confine, per poi arrivare a destinazione e non trovare alcun
tipo di accoglienza: nessun posto dove dormire, nessun pasto caldo.
A Trieste, uno dei principali punti di arrivo della rotta balcanica, l’accesso
alla procedura di asilo può richiedere settimane.
Y. non è l’unico in questa situazione. Secondo i dati raccolti da NNK (No Name
Kitchen) e altre associazioni che lavorano con i migranti a Trieste, tra le 70 e
le 140 persone richiedenti asilo si presentano ogni giorno presso la questura di
Trieste nei quattro giorni di apertura dell’Ufficio immigrazione.
Di queste, solo una dozzina riesce ad accedere fisicamente all’ufficio;
tuttavia, spesso circa la metà non riesce a formalizzare la domanda di asilo
neppure dopo l’ingresso 2.
Le difficoltà non si esauriscono all’accesso alla procedura di asilo. Anzi, per
molte persone rappresentano soltanto l’inizio di un nuovo percorso di
incertezza. Come emerge dal report Fuori Rotta, pubblicato da No Name Kitchen
nell’aprile 2026 3, dopo la formalizzazione della domanda di protezione
internazionale molti richiedenti asilo vengono trasferiti dalla frontiera
nord-orientale verso altre regioni italiane, con la Sardegna che rappresenta una
delle destinazioni più frequenti.
In teoria, una volta presentata la domanda, chi non dispone di risorse
economiche dovrebbe essere inserito nel sistema di accoglienza. Nella pratica,
però, la pressione esercitata dai continui arrivi nelle aree di confine porta le
autorità a redistribuire rapidamente le persone verso strutture situate in altre
parti del Paese, spesso molto lontane dal luogo in cui avevano iniziato il
proprio percorso.
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La comunicazione del trasferimento arriva generalmente con pochissimo preavviso.
Ai richiedenti viene notificato che il mattino successivo dovranno lasciare il
centro di accoglienza per raggiungere, in pullman, il porto di Livorno e da lì
imbarcarsi verso la Sardegna.
Sebbene, il provvedimento preveda formalmente la possibilità di presentare
osservazioni o opporsi alla decisione, i tempi estremamente ridotti e la
documentazione disponibile esclusivamente in italiano rendono questo diritto,
nella maggior parte dei casi, puramente teorico.
Una volta arrivati sull’isola, le persone vengono sottoposte a un rapido
controllo sanitario prima di essere assegnate ai rispettivi centri di
accoglienza.
La Sardegna è bella, sì, ma se ci vai in vacanza, non se ci arrivi per
aspettare, senza sapere per quanto tempo, la convocazione davanti alla
Commissione territoriale. Qui l’isolamento non è soltanto geografico. Molti
centri sorgono lontano dai principali centri abitati, sono difficili da
raggiungere con i mezzi pubblici e offrono poche possibilità di costruire
relazioni, trovare un lavoro o iniziare un reale percorso di integrazione.
L’isolamento, però, è solo una parte del problema. Le testimonianze raccolte nel
report raccontano di pasti spesso insufficienti o di qualità così scarsa da
spingere molti residenti a organizzarsi autonomamente per cucinare insieme, di
nascosto, in una khandwala (una casa abbandonata, in pashto) trasformando un
gesto quotidiano in una forma di resistenza alle regole imposte dal centro.
Anche le condizioni materiali destano preoccupazione. Le persone intervistate
descrivono problemi legati all’igiene degli ambienti, alla manutenzione delle
strutture e all’accesso ai servizi sanitari. A questo si aggiungono frequenti
episodi di sfruttamento lavorativo: molti trovano impiego nel settore agricolo
stagionale, dove vengono riferiti turni di dieci o dodici ore per retribuzioni
comprese tra i quattro e i cinque euro all’ora.
Il risultato è una forma di violenza che raramente lascia segni visibili ma che
incide profondamente sulla vita quotidiana. L’attesa si trasforma in
sospensione, l’isolamento geografico diventa isolamento sociale e psicologico, e
l’assenza di prospettive alimenta un progressivo senso di abbandono. Dormire
finisce per diventare uno dei pochi modi per far scorrere il tempo, mentre la
speranza si consuma lentamente.
Alla fine, la domanda che attraversa tutto questo percorso resta la stessa:
quando si arriva davvero? Non dopo tutti i chilometri fatti. Non dopo tutti i
confini superati. Non dopo settimane passate davanti alla Questura. Non dopo la
domanda di asilo. Non dopo il trasferimento in un centro di accoglienza. Per
molte persone in movimento l’arrivo continua a essere rimandato, trasformando la
protezione internazionale in un’attesa senza fine.
1. Su questo argomento leggi gli articoli del gruppo KhandwAlarm: Trieste, gli
sgomberi che non risolvono nulla; La stretta su piazza della Libertà:
militarizzazione e recinzione contro un presidio di solidarietà ↩︎
2. ICS – Consorzio Italiano di Solidarietà – Ufficio Rifugiati Onlus (2025),
Accesso negato – Trieste ↩︎
3. NNK – No Name Kitchen (2026), Fuori Rotta ↩︎