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Io caccio, tu cacci, noi cacciamo… la ragione dai nostri cervelli
Dicono che sia istinto, tradizione, passione, amore per la natura. Ma c’è una domanda che viene prima: perché lo facciamo? Oggi abbiamo frigoriferi pieni, supermercati, carne confezionata. Non dobbiamo cacciare per sopravvivere. Quando la necessità non c’è più, rimane una scelta. Chiamarla tradizione non spiega perché continuiamo. Chiamarla passione non spiega cosa ci appassiona. Chiamarla sport non spiega perché alla fine ci sia un corpo che non respira più. Chiamarla amore per la natura non giustifica il fatto che per stare nella natura dobbiamo togliere la vita a uno degli esseri che la abitano. Possiamo guardare la caccia per quello che è: una scelta umana. QUANDO LA MORTE DIVENTA SPORT Chiamiamo la caccia sport. Ma quale sport mette di fronte un concorrente armato e un altro disarmato? L’uomo ha ottiche, armi, tecnologia, mezzi, conoscenza del territorio. L’animale ha il corpo, i sensi, la fuga. Se scappa, lo insegui. Se si nasconde, lo cerchi. Se reagisce, diventa pericoloso. Da una parte un uomo che ha scelto di cercare una preda. Dall’altra un animale che non ha scelto nessuna gara. Alla fine, quando l’uomo vince, l’altro muore. I CANI CHE CORRONO AL POSTO NOSTRO E poi ci sono i cani. Corrono, cercano, inseguono, rischiano la vita. Possono ferirsi, perdersi, essere colpiti. Ma il cane non ha scelto la caccia. Ha scelto noi. O si fida di noi. Quanto vale la nostra passione quando il prezzo può essere pagato da chi si fida? NON BASTA UCCIDERE: BISOGNA MOSTRARE La morte diventa esibizione. Carcasse trasportate per i paesi. Foto accanto al corpo appena ucciso. Trofei conservati. Non basta togliere una vita: bisogna far vedere di averlo fatto. Un trofeo non ricorda solo l’animale. Ricorda l’azione dell’uomo su quell’animale. Ma è difficile chiamare vittoria qualcosa che nasce dalla morte di un essere che non aveva scelto di partecipare. E I BAMBINI? Si dice che portare i bambini a caccia insegni il rispetto per la natura. Ma un bambino vede un uomo con un fucile, sente lo sparo, vede un animale cadere, vede il sangue. E gli si spiega che questo è rispetto. Possiamo insegnargli anche che rispettare un animale significa guardarlo senza possederlo o ucciderlo. Non è una questione per bambini. È una responsabilità degli adulti. MA TU, CHE COSA CERCHI? Se non vai a caccia per sopravvivere, cosa cerchi? Adrenalina? Sfida? Tradizione? Compagnia? Contatto con il bosco? Trofeo? Appartenenza? Sono bisogni reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza fucile. La natura si vive osservando, camminando, fotografando. Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso? QUANDO L’ANIMALE DIVENTA IL PROBLEMA Poi arriva la gestione. Il cinghiale danneggia i campi. La fauna provoca incidenti. Allora si abbatte. Ma l’esistenza di un problema rende automaticamente giusto uccidere chi lo provoca? E chi ha creato le condizioni in cui uomini e animali competono per lo stesso territorio? Abbiamo costruito strade, cementificato, trasformato habitat. L’animale non ha letto i confini. Non conosce il catasto. Sta cercando di vivere. Prima di decidere che deve morire, guardiamo anche la nostra responsabilità. SE LA NATURA CHE GLI SERVIVA NON C’È PIÙ Un animale selvatico non ha un piano agricolo. Non possiede un supermercato. Non può comprare ciò che gli manca. Ha solo l’istinto di sopravvivere. Per milioni di anni la natura gli ha fornito un ambiente capace di sostenerlo. Poi arriviamo noi. Cambiamo il territorio. Riduciamo gli habitat. Alteriamo gli equilibri. E quando ciò che trovava naturalmente non basta più, l’animale cerca altrove. Trova un campo. Trova un frutteto. Trova una vigna. E noi diciamo: “Non puoi entrare. È mio.” L’animale non può capire quella frase. Fa quello che ogni essere vivente fa: cerca cibo. Se il problema nasce da una convivenza che abbiamo contribuito a rendere difficile, la soluzione non può essere sempre: “Spara.” LA MALA ANNATA I nostri vecchi dicevano: “La mala annata la fa il Padreterno.” Oggi aggiungiamo clima, siccità, grandine, gelate, malattie, parassiti, eventi estremi e danni della fauna. Nessuno nega questi ultimi. Ma un grappolo d’uva strappato è un danno. Una grandinata distrugge un raccolto in pochi minuti. Perché quando il danno lo fa un animale la risposta è sparare? Un grappolo perduto è un danno. Una vita perduta non è un risarcimento. Non tutto ciò che la terra produce ci appartiene completamente. SE FOSSIMO NOI DALL’ALTRA PARTE? Noi sappiamo che quell’orto è di qualcuno. Che quel campo ha un valore. Un animale non lo sa. Non conosce il catasto. Non conosce i confini. Ha fame. E cerca cibo. L’animale non sta commettendo un reato. Sta cercando di vivere. E qui torna una differenza fondamentale: l’uomo può scegliere di proteggere un campo senza uccidere. L’animale non può scegliere di andare al supermercato. E QUANDO LA “GESTIONE” DIVENTA UN PARADOSSO? Che senso ha allevare un animale, trasportarlo, liberarlo e poi abbatterlo chiamando tutto questo “gestione faunistica”? In quei casi in cui lepri, pernici e fagiani vengono allevati per essere poi cacciati, dovremmo chiamare la scena per quello che è: un animale viene prodotto, spostato, liberato e destinato all’abbattimento. La parola “gestione” può trasformare automaticamente un’uccisione in qualcosa di diverso? MA ALLORA, ALMENO, SERVE PER MANGIARE? “Ma l’animale viene mangiato.” Certamente, quando la selvaggina viene destinata al consumo, quella carne può essere utilizzata. Ma per la maggior parte delle famiglie contemporanee la carne di selvaggina non rappresenta una necessità alimentare quotidiana. Se l’animale viene ucciso per la sfida, l’adrenalina, la tradizione, il trofeo, il fatto che una parte della carne venga poi consumata non cancella la domanda: era necessario ucciderlo? GLI ANIMALI CI PIACCIONO. PURCHÉ RESTINO NEL DOCUMENTARIO Amiamo vedere gli animali nei documentari. Ci emozioniamo davanti a un cervo che attraversa un bosco. Ma quando la natura esce dallo schermo e attraversa la nostra strada, l’animale diventa “un problema”. La natura non può essere soltanto quella che osserviamo quando si comporta come vogliamo noi. La convivenza è più difficile della cancellazione. Ma è l’unica strada se vogliamo che quegli animali rimangano vivi nei nostri territori. Altrimenti continueremo ad amarli nei libri e nei documentari, ma solo perché non riusciremo più a incontrarli nei boschi. LA PSICOLOGIA DEL BISOGNO Torniamo all’uomo. La caccia non è necessità alimentare. Ma l’assenza di necessità non significa assenza di bisogno. Può esserci il bisogno di sentirsi capaci, di affrontare una sfida, di appartenere a un gruppo, di provare adrenalina. Sono bisogni umani reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza un fucile. Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso? LA MADRE “PERICOLOSA” Quando un animale difende i suoi piccoli, lo chiamiamo aggressivo. Quando un uomo difende i suoi figli, lo chiamiamo amore. Una madre selvatica non sa che siamo venuti per sport, che abbiamo un permesso, che l’arma è legale. Sa solo che qualcuno si avvicina. E reagisce. Dal suo punto di vista non siamo cacciatori: siamo intrusi che minacciano i suoi figli. LA TRADIZIONE NON È UNA RISPOSTA “Si è sempre fatto.” Ma questa è una spiegazione, non una giustificazione. La schiavitù è stata una tradizione. La tortura. I duelli. La sottomissione della donna. Le abbiamo abbandonate quando abbiamo capito che l’antichità non basta a rendere giusta una pratica. Una cosa può essere antica senza essere giusta. Può appartenere alla storia della nostra famiglia senza dover appartenere al nostro futuro. Una tradizione può spiegare da dove veniamo. Non può decidere dove dobbiamo andare. E SE UN GIORNO CI GUARDASSERO COME NOI GUARDIAMO AL PASSATO? Se fossero i nostri nipoti a leggere che gli uomini del XXI secolo uccidevano animali anche quando non erano costretti a farlo? Forse si chiederanno: “Come hanno potuto?” Come hanno potuto chiamarla sport? Come hanno potuto chiamarla tradizione? La risposta potrebbe essere semplice: “Avevamo la possibilità di scegliere. E abbiamo scelto di uccidere.” CHE COSA RIMARRÀ DELLA NOSTRA CIVILTÀ? Un territorio sempre più trasformato. Strade. Cemento. Inquinamento. Piombo e bossoli vuoti a terra. Una natura ridotta a parco, riserva, fotografia, documentario. E gli animali? Lupi nei libri. Cervi nei documentari. Pettirossi nelle fotografie. Un giorno i nostri figli potrebbero chiederci: “Un tempo vivevano davvero nei nostri boschi?” E noi risponderemo: “Sì. Poi siamo arrivati noi.” LA SCELTA Oggi la caccia non è necessità: è scelta. Possiamo avere un fucile e decidere di non sparare. Possiamo entrare nel bosco con un’arma o con un binocolo. Possiamo portare a casa una carcassa o una fotografia. Possiamo lasciare una morte o un ricordo. Un animale era vivo. Un uomo ha scelto di ucciderlo. Tutto il resto viene dopo. L’ULTIMA DOMANDA Forse un giorno i nostri nipoti ci chiederanno: “Nonno, avevi il supermercato, il frigorifero pieno, la carne confezionata. Perché hai scelto di uccidere?” Non potremo rispondere: “Perché dovevo.” Potremo solo dire: “Non perché dovessi. Perché avevo scelto di farlo.” La ragione non è la capacità di trovare un modo più efficace per uccidere. La ragione è la capacità di scegliere di non farlo. Finché continueremo a scacciare la ragione dai nostri cervelli per far posto al grilletto, non saremo uomini in armonia con la natura. Saremo uomini che hanno avuto la possibilità di scegliere la vita. E hanno scelto la morte. Mario Chiauzzi   Redazione Italia
September 16, 2026
Pressenza
Caccia, diamogli il colpo di grazia. Firma per il referendum abrogativo
Da qualche giorno sulle bacheche social sono ritornati a comparire post di persone indignate dagli spari dei cacciatori; a volte anche esasperate dai loro arroganti e minacciosi comportamenti nei pressi delle case e dei giardini; preoccupati per lo spavento che gli spari prossimi alle abitazioni provocano agli animali domestici.  Sabato 5 settembre, giorno di apertura della stagione venatoria nelle Marche, nel pomeriggio a Castelplanio, sulle colline della provincia di Ancona, partecipavo ad una conferenza sul “Tempo del Creato”, promossa dal Centro di Spiritualità “Sul Monte”. Mentre il relatore, il vaticanista Giacomo Galeazzi, svolgeva la sua relazione, con gli altri presenti dal giardino della struttura che si affaccia sulla Vallesina, udivamo nitidi gli spari dei cacciatori nelle campagne sottostanti. Un bel contrasto con il tema della conferenza, la sua ambientazione, e con la giornata che si legava all’800° anniversario della morte di San Francesco d’Assisi, autore del Cantico delle Creature e Patrono d’Italia.  In quest’anno celebrativo così importante, il governo Meloni ha pensato alla maniera più consona per celebrare questo straordinario Santo. Coerentemente alla propria ideologia e per la soddisfazione degli interessi dei gruppi di riferimento. La nuova legge sulla caccia, che dopo lo stop estivo ha ripreso il suo iter parlamentare, voluta fortemente dal ministro Lollobrigida, modifica la norma del 1992, ed è stata definita il “ddl sparatutto”. Per la Meloni è il cameo che il governo amico delle lobby venatorie e delle armi, oltre che succube di Coldiretti, offre agli italiani e al Creato per celebrare San Francesco.  Il 23 giugno scorso il Senato ha approvato il disegno di legge firmato dal capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan, che introduce ‘pesanti’ novità alla norma già esistente. La più indegna è sicuramente quella immateriale, in quanto la legge definisce il cacciatore “bioregolatore”, spostando l’impianto normativo dalla tutela alla gestione. Al contrario, studi scientifici attestano come la caccia provochi danni all’ecosistema: dispersione di munizioni, tossicità della catena alimentare, avvelenamento dei predatori (saturnismo), immissioni artificiali, inquinamento genetico, danni alla flora e al suolo.  Tra le novità sostanziali introdotte: ampliamento dei periodi di caccia anche durante le fasi di nidificazione e migrazione; la possibilità di cacciare nei parchi e nelle aree protette; nuove specie cacciabili; possibilità di caccia sul demanio marittimo; l’autorizzazione alla caccia dopo il tramonto con uso di visori termici notturni; liberalizzazione dei richiami vivi e eliminazione dei vincoli territoriali con ampliamento degli Ambiti Territoriali di Caccia; possibilità estinzione dell’ammenda per i cacciatori sorpresi a fare bracconaggio in aree protette.  È noto come su questa legge vigili a distanza il Quirinale. Se verranno accertate violazioni del diritto comunitario, i giuristi della Presidenza della Repubblica potrebbero chiedere al governo di sbianchettare eventuali passaggi a rischio di incostituzionalità. Infatti Bruxelles segnala già criticità: estensione oltre il 10 febbraio e declassamento del parere Ispra non conformi alla Direttiva Uccelli; sui richiami vivi è attiva una procedura EU Pilot 2023 e pende una messa in mora. Ma anche il Vaticano segue questo processo legislativo. In occasione della discussione in Senato, la LIPU ha rivolto un appello a papa Leone, facendo presenti le preoccupazioni per la riforma che lascia più liberi di sparare. Il Pontefice ha risposto all’associazione ambientalista  definendo il tema “una questione di grande rilevanza sociale e morale“, esprimendo “apprezzamento per la sensibilità e l’opera” svolta nei riguardi della natura e “pregando affinché siano esauditi i legittimi desideri della Lipu”. Il Papa ha inoltre assicurato che non mancherà di promuovere “il rispetto e la tutela del creato“. Perché, di fronte al fatto che l’UE, il Quirinale e persino il Papa, esprimono una malcelata contrarietà per questa legge, il governo va ostinatamente avanti?  Anche i sondaggi più recenti attestano che circa il 70-83% della popolazione è contraria alla caccia, con punte che arrivano fino al 75-85% quando si valuta l’aspetto etico.  A livello demografico poi i cacciatori attivi rappresentano meno dell’1% degli italiani.  Infatti, dai dati ufficiali forniti al Parlamento relativi ai tesseramenti dei cacciatori alle varie associazioni venatorie (Federcalcio, Libera Caccia, Enalcaccia, Arcicaccia, Italcaccia, Anuu Migratoristi, Eps), e da un’indagine condotta dalla LAC (Lega Anti Caccia) s’apprende nelle stagione 2025/2026 i cacciatori ammontavano in totale a 429.484 (nel 1980 erano oltre 1.700.000). In Italia l’età media dei cacciatori è attualmente stimata tra i 65 e i 70 anni; anche questa è considerabile una specie in via di estinzione.  Nelle Marche poi, sono veramente ridotti quasi ai minimi termini, nonostante il sostegno che godono anche qui dal governo regionale di destra (anche l’attuale assessore regionale alla caccia, Giacomo Bugaro, è un cacciatore).  Attualmente sono 7.927, mentre nel 2007 erano 33.002. Anche qui l’età media  è molto elevata, solo il 3% ha meno di 30 anni.  Il contributo del governo ripartito tra le associazioni venatorie nazionali nel 2025 è stato pari a 961.512 euro. La regione Marche invece nel 2025 ha ‘investito’ nelle associazioni dei cacciatori 179.792,80 euro, tra contributi ordinari e straordinari. Sempre nel 2025, la Regione Marche ha autorizzato una spesa massima complessiva pari a 3.411.564,99 euro destinata al programma generale “Caccia e Pesca”  Secondo una ricerca dell’Università di Urbino, in Italia tra il 2023 e il 2025, si sono registrati complessivamente 31 decessi e 124 feriti legati direttamente all’attività venatoria in Italia; anche tra non cacciatori.  Questa specie in via di estinzione, è presente anche tra i laici cattolici. Per molti è normale andare sia a Messa che a caccia. Fino a dove vale il ‘non uccidere’? Addirittura anni fa le Marche avevano anche un vescovo cacciatore. Ci poi sono anche numerosi preti in Italia che celebrano Messa e benedicono cacciatori ed armi in apertura delle stagioni venatorie. Con buona pace di San Francesco, del Cantico delle Creature, e di ‘frate lupo’ e  di ‘tutte le Tue creature’.  Come mai una esigua minoranza degli italiani è capace di ricattare la politica in maniera così determinante? Tutta la politica. Anche quando governava il PD a livello nazionale, e nelle regioni governate dal centrosinistra (l’esempio massimo è la Toscana di Giani), i politici sono sempre sotto ricatto di questa piccolissima lobby. Perché muove importanti giri d’affari (armi, munizioni, accessori vari, ristorazione), con una fortissima capacità di orientamento elettorale.  Durante la stagione venatoria, ormai le persone in alcune zone sono costrette a rinunciare a una passeggiata nel bosco, per non rischiare di essere abbattuti da una braccata per la caccia al cinghiale; vengono svegliate per mesi all’alba da raffiche di spari come se fuori ci fosse un conflitto bellico; si vedono arrivare pallini da caccia perfino nei giardini domestici delle città; non possono opporsi all’ingresso dei cacciatori  nelle proprie proprietà agricole. Come può avere la meglio la stragrande maggioranza degli italiani che non ne può più di questi soggetti? Firmando on line sul sito del Ministero della Giustizia fino al 30 settembre la richiesta di referendum per l’abrogazione delle normative sulla caccia (cercare le due proposte,  Id iniziativa 7300000 e Id iniziativa 7300001). Non fare questa azione che impegna qualche minuto, per poi lamentarsi di quanto spregevole sia la caccia, è il miglior favore ad una delle lobby più potenti in Italia.  Leonardo Animali
September 11, 2026
Pressenza
Caccia. Ddl Malan: una marchetta al mondo venatorio
Che buona parte della politica di un governo sia dettata dalle lobbies che lo hanno appoggiato in sede di elezioni è cosa nota anche ai bimbi. Il caso più clamoroso e che reca più danni all’ambiente e alla salute dei cittadini è il consumo di suolo, specie quello determinato da quelle opere di privata (non pubblica) utilità. Ma vi sono anche altri casi di marchette, l’ultima la più clamorosa in ordine di tempo, è il disegno di legge (ddl), in materia di caccia, Malan, dal nome del primo firmatario, quel Lucio Malan, attualmente in forza a Fratelli d’Italia, dopo un passato ondivago. Approvato il 23 giugno al Senato, il provvedimento passa ora all’esame della Camera, ma vista la maggioranza che lo sostiene, le speranze di bloccarlo, o anche solo di ridimensionarlo, appaiono davvero esigue. Resta l’ipotesi di un intervento di Mattarella, ma la ritengo remota. Non vi è un aggettivo con cui definire il testo legislativo: qualsiasi sarebbe troppo tenero. Esso è una totale sottomissione alle più vergognose e anacronistiche richieste delle lobbies venatorie, spesso purtroppo supportate dalle organizzazioni professionali agricole. Innanzitutto, il disegno di legge prevede un totale ribaltamento del principio che regola i rapporti con la fauna selvatica. Questa, infatti, da patrimonio collettivo e indisponibile qual è ora diventerebbe semplicemente una risorsa da sfruttare, anche a fini economici. I proponenti sanno bene che ciò è in palese contrasto con l’art. 9 della Costituzione, recentemente modificato, il quale afferma che “La Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni… La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”, ma evidentemente se ne fregano. I cacciatori, inoltre, verrebbero presentati non come una delle principali cause delle alterazioni ambientali, bensì come soggetti attivi nel preservare gli equilibri ambientali (anni fa un noto esponente politico piemontese ebbe il coraggio di affermare che i cacciatori erano i medici della natura…). Insomma, è come affidare alle volpi la guardia del pollaio… Ma facciamo qualche esempio concreto, scegliendoli purtroppo in un vasto campionario. Il ddl accentua in modo sostanziale la pressione venatoria su numerose specie, comprese alcune in evidente sofferenza, se non proprio a rischio di estinzione (tordi, merlo, allodola e altri piccoli uccelli, anatre di numerose specie, beccaccia e beccaccino, pernice bianca, gallo forcello, coturnice e così via). Lo stesso elenco di specie cacciabili viene ampliato, includendo ad esempio il piccione domestico e l’oca selvatica. E per fortuna che, all’ultimo momento, dall’elenco delle specie cacciabili è stato estromesso lo stambecco, presente nella prima bozza del ddl. Cacciare lo stambecco è la cosa più assurda che si possa immaginare. Chi ha avuto modo di incontrare questo maestoso ungulato in montagna, sa benissimo che si tratta di una specie confidente, che si lascia avvicinare fino a pochissimi metri di distanza. Che gusto può esserci a sparare a una simile meraviglia, se non soddisfare una malsana e patologica sete di sangue? Ma almeno l’animale simbolo del Parco del Gran Paradiso sembra, al momento, salvo. Dicevamo delle nefandezze del ddl Malan. I periodi in cui praticare la caccia verrebbero estesi in modo considerevole, sia con riferimento alle giornate (cancellate quelle di silenzio venatorio e prorogata la possibilità di cacciare fin oltre il tramonto) che alla stagione, prolungata fin nei mesi primaverili, andando così a interferire pesantemente con i processi riproduttivi di molte specie. Inoltre sarebbe prevista la possibilità di cacciare in aree fino ad ora interdette, quali il demanio forestale, il demanio marittimo, addirittura le aree protette. E qui si rasenta il ridicolo: si consentirebbe alle Regioni di ridurre le aree protette al fine di estendere la pratica venatoria, quando l’UE chiede di ampliare le aree protette nella misura del 30% entro il 2030. Rafforzata la doppiamente crudele pratica dell’uso di richiami vivi: animali, soprattutto uccelli, catturati e costretti a passare in anguste gabbie il resto della loro vita, allo scopo di attirare a portata di tiro del cacciatore ignari conspecifici che vivono in libertà. Altro aspetto incredibile, lo svilimento del ruolo degli Enti di ricerca (ISPRA), le cui fondamentali indicazioni verrebbero asservite alle scelte politiche di amministratori che appaiono sempre più legati, a doppio filo, al mondo venatorio. Il testo è così ”barbaro” che la Commissione Europea ha inviato una comunicazione al Governo italiano, segnalando numerose infrazioni ai Regolamenti comunitari presenti nel ddl. Cosa che ci costerà, in caso di approvazione, enormi esborsi di denaro in procedure di infrazione. Già oggi lo Stato italiano spende cifre enormi (si parla di 800 milioni di euro) per le 75 procedure di infrazioni, di cui 25 in materia ambientale, di cui il nostro Paese è stato ritenuto responsabile. Ma tanto pagano i cittadini, mica i politici o i cacciatori…Tra l’altro, nel dicembre dello scorso anno Bruxelles manifestò al Governo italiano le proprie perplessità sulle previste concessioni al mondo venatorio, palesemente in contrasto con la normativa europea, ma tale lettera è stata tenuta nascosta, per non scontentare quel mondo venatorio cui la maggioranza che governa il Paese deve restituire gli appoggi ricevuti durante la campagna elettorale: si dice “fare una marchetta”. Non solo, il loro (come mio non lo riconosco) ministro Lollobrigida (proprio lui, l’ex cognato più famoso d’Italia, quello che “l’abuso di acqua può portare alla morte” e quello che ferma i treni ad alta velocità pro domo sua) ha liquidato la faccenda come una fastidiosa stupidaggine burocratica di cui non tenere alcun conto… https://www.dire.it/14-05-2026/1240101-lollobrigida-riforma-caccia-per-una-lettera-dei-burocrati-della-ue/ Torniamo alla marchetta. “Mi hai votato, ti ripago”. Ma per quanto tempo ancora i cacciatori ripagheranno i politici? I numeri ci dicono che si è passati da oltre un milione e settecentomila cacciatori degli anni ’80 del secolo scorso a 470 mila del 2024, con proiezioni a sei anni di una riduzione di altre centomila unità. https://www.abolizionecaccia.it/blog/conclusa-la-stagione-di-caccia-2024-25/ Non solo, anche l’età media dei fruitori si alza con regolarità. Questo quando la stragrande maggioranza degli italiani (all’incirca l’80%) vorrebbe che la caccia fosse abolita. Ma questi o non votano o non votano il centrodestra. E quindi va bene così. In conclusione, una normativa che sottolinea ancora una volta la volontà del governo di mostrare i muscoli, anche in contrasto con ogni principio di ragionevolezza, e in totale contrasto con la tutela dei beni comuni e, quindi, del benessere della cittadinanza. Fabio Balocco
June 30, 2026
Pressenza