Io caccio, tu cacci, noi cacciamo… la ragione dai nostri cervelli
Dicono che sia istinto, tradizione, passione, amore per la natura. Ma c’è una
domanda che viene prima: perché lo facciamo? Oggi abbiamo frigoriferi pieni,
supermercati, carne confezionata. Non dobbiamo cacciare per sopravvivere. Quando
la necessità non c’è più, rimane una scelta.
Chiamarla tradizione non spiega perché continuiamo. Chiamarla passione non
spiega cosa ci appassiona. Chiamarla sport non spiega perché alla fine ci sia un
corpo che non respira più. Chiamarla amore per la natura non giustifica il fatto
che per stare nella natura dobbiamo togliere la vita a uno degli esseri che la
abitano. Possiamo guardare la caccia per quello che è: una scelta umana.
QUANDO LA MORTE DIVENTA SPORT
Chiamiamo la caccia sport. Ma quale sport mette di fronte un concorrente armato
e un altro disarmato? L’uomo ha ottiche, armi, tecnologia, mezzi, conoscenza del
territorio. L’animale ha il corpo, i sensi, la fuga. Se scappa, lo insegui. Se
si nasconde, lo cerchi. Se reagisce, diventa pericoloso. Da una parte un uomo
che ha scelto di cercare una preda. Dall’altra un animale che non ha scelto
nessuna gara. Alla fine, quando l’uomo vince, l’altro muore.
I CANI CHE CORRONO AL POSTO NOSTRO
E poi ci sono i cani. Corrono, cercano, inseguono, rischiano la vita. Possono
ferirsi, perdersi, essere colpiti. Ma il cane non ha scelto la caccia. Ha scelto
noi. O si fida di noi. Quanto vale la nostra passione quando il prezzo può
essere pagato da chi si fida?
NON BASTA UCCIDERE: BISOGNA MOSTRARE
La morte diventa esibizione. Carcasse trasportate per i paesi. Foto accanto al
corpo appena ucciso. Trofei conservati. Non basta togliere una vita: bisogna far
vedere di averlo fatto. Un trofeo non ricorda solo l’animale. Ricorda l’azione
dell’uomo su quell’animale. Ma è difficile chiamare vittoria qualcosa che nasce
dalla morte di un essere che non aveva scelto di partecipare.
E I BAMBINI?
Si dice che portare i bambini a caccia insegni il rispetto per la natura. Ma un
bambino vede un uomo con un fucile, sente lo sparo, vede un animale cadere, vede
il sangue. E gli si spiega che questo è rispetto. Possiamo insegnargli anche che
rispettare un animale significa guardarlo senza possederlo o ucciderlo. Non è
una questione per bambini. È una responsabilità degli adulti.
MA TU, CHE COSA CERCHI?
Se non vai a caccia per sopravvivere, cosa cerchi? Adrenalina? Sfida?
Tradizione? Compagnia? Contatto con il bosco? Trofeo? Appartenenza? Sono bisogni
reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport. La sfida nell’esplorazione. La
compagnia senza fucile. La natura si vive osservando, camminando, fotografando.
Se potevi non ucciderlo, perché lo hai ucciso?
QUANDO L’ANIMALE DIVENTA IL PROBLEMA
Poi arriva la gestione. Il cinghiale danneggia i campi. La fauna provoca
incidenti. Allora si abbatte. Ma l’esistenza di un problema rende
automaticamente giusto uccidere chi lo provoca? E chi ha creato le condizioni in
cui uomini e animali competono per lo stesso territorio? Abbiamo costruito
strade, cementificato, trasformato habitat. L’animale non ha letto i confini.
Non conosce il catasto. Sta cercando di vivere. Prima di decidere che deve
morire, guardiamo anche la nostra responsabilità.
SE LA NATURA CHE GLI SERVIVA NON C’È PIÙ
Un animale selvatico non ha un piano agricolo. Non possiede un supermercato. Non
può comprare ciò che gli manca. Ha solo l’istinto di sopravvivere. Per milioni
di anni la natura gli ha fornito un ambiente capace di sostenerlo. Poi arriviamo
noi. Cambiamo il territorio. Riduciamo gli habitat. Alteriamo gli equilibri.
E quando ciò che trovava naturalmente non basta più, l’animale cerca altrove.
Trova un campo. Trova un frutteto. Trova una vigna. E noi diciamo: “Non puoi
entrare. È mio.” L’animale non può capire quella frase. Fa quello che ogni
essere vivente fa: cerca cibo. Se il problema nasce da una convivenza che
abbiamo contribuito a rendere difficile, la soluzione non può essere sempre:
“Spara.”
LA MALA ANNATA
I nostri vecchi dicevano: “La mala annata la fa il Padreterno.” Oggi aggiungiamo
clima, siccità, grandine, gelate, malattie, parassiti, eventi estremi e danni
della fauna. Nessuno nega questi ultimi. Ma un grappolo d’uva strappato è un
danno. Una grandinata distrugge un raccolto in pochi minuti. Perché quando il
danno lo fa un animale la risposta è sparare? Un grappolo perduto è un danno.
Una vita perduta non è un risarcimento. Non tutto ciò che la terra produce ci
appartiene completamente.
SE FOSSIMO NOI DALL’ALTRA PARTE?
Noi sappiamo che quell’orto è di qualcuno. Che quel campo ha un valore. Un
animale non lo sa. Non conosce il catasto. Non conosce i confini. Ha fame. E
cerca cibo. L’animale non sta commettendo un reato. Sta cercando di vivere. E
qui torna una differenza fondamentale: l’uomo può scegliere di proteggere un
campo senza uccidere. L’animale non può scegliere di andare al supermercato.
E QUANDO LA “GESTIONE” DIVENTA UN PARADOSSO?
Che senso ha allevare un animale, trasportarlo, liberarlo e poi abbatterlo
chiamando tutto questo “gestione faunistica”? In quei casi in cui lepri, pernici
e fagiani vengono allevati per essere poi cacciati, dovremmo chiamare la scena
per quello che è: un animale viene prodotto, spostato, liberato e destinato
all’abbattimento. La parola “gestione” può trasformare automaticamente
un’uccisione in qualcosa di diverso?
MA ALLORA, ALMENO, SERVE PER MANGIARE?
“Ma l’animale viene mangiato.” Certamente, quando la selvaggina viene destinata
al consumo, quella carne può essere utilizzata. Ma per la maggior parte delle
famiglie contemporanee la carne di selvaggina non rappresenta una necessità
alimentare quotidiana. Se l’animale viene ucciso per la sfida, l’adrenalina, la
tradizione, il trofeo, il fatto che una parte della carne venga poi consumata
non cancella la domanda: era necessario ucciderlo?
GLI ANIMALI CI PIACCIONO. PURCHÉ RESTINO NEL DOCUMENTARIO
Amiamo vedere gli animali nei documentari. Ci emozioniamo davanti a un cervo che
attraversa un bosco. Ma quando la natura esce dallo schermo e attraversa la
nostra strada, l’animale diventa “un problema”. La natura non può essere
soltanto quella che osserviamo quando si comporta come vogliamo noi. La
convivenza è più difficile della cancellazione. Ma è l’unica strada se vogliamo
che quegli animali rimangano vivi nei nostri territori. Altrimenti continueremo
ad amarli nei libri e nei documentari, ma solo perché non riusciremo più a
incontrarli nei boschi.
LA PSICOLOGIA DEL BISOGNO
Torniamo all’uomo. La caccia non è necessità alimentare. Ma l’assenza di
necessità non significa assenza di bisogno. Può esserci il bisogno di sentirsi
capaci, di affrontare una sfida, di appartenere a un gruppo, di provare
adrenalina. Sono bisogni umani reali. Ma l’adrenalina esiste anche nello sport.
La sfida nell’esplorazione. La compagnia senza un fucile. Se potevi non
ucciderlo, perché lo hai ucciso?
LA MADRE “PERICOLOSA”
Quando un animale difende i suoi piccoli, lo chiamiamo aggressivo. Quando un
uomo difende i suoi figli, lo chiamiamo amore. Una madre selvatica non sa che
siamo venuti per sport, che abbiamo un permesso, che l’arma è legale. Sa solo
che qualcuno si avvicina. E reagisce. Dal suo punto di vista non siamo
cacciatori: siamo intrusi che minacciano i suoi figli.
LA TRADIZIONE NON È UNA RISPOSTA
“Si è sempre fatto.” Ma questa è una spiegazione, non una giustificazione. La
schiavitù è stata una tradizione. La tortura. I duelli. La sottomissione della
donna. Le abbiamo abbandonate quando abbiamo capito che l’antichità non basta a
rendere giusta una pratica. Una cosa può essere antica senza essere giusta. Può
appartenere alla storia della nostra famiglia senza dover appartenere al nostro
futuro. Una tradizione può spiegare da dove veniamo. Non può decidere dove
dobbiamo andare.
E SE UN GIORNO CI GUARDASSERO COME NOI GUARDIAMO AL PASSATO?
Se fossero i nostri nipoti a leggere che gli uomini del XXI secolo uccidevano
animali anche quando non erano costretti a farlo? Forse si chiederanno: “Come
hanno potuto?” Come hanno potuto chiamarla sport? Come hanno potuto chiamarla
tradizione? La risposta potrebbe essere semplice: “Avevamo la possibilità di
scegliere. E abbiamo scelto di uccidere.”
CHE COSA RIMARRÀ DELLA NOSTRA CIVILTÀ?
Un territorio sempre più trasformato. Strade. Cemento. Inquinamento. Piombo e
bossoli vuoti a terra. Una natura ridotta a parco, riserva, fotografia,
documentario. E gli animali? Lupi nei libri. Cervi nei documentari. Pettirossi
nelle fotografie. Un giorno i nostri figli potrebbero chiederci: “Un tempo
vivevano davvero nei nostri boschi?” E noi risponderemo: “Sì. Poi siamo arrivati
noi.”
LA SCELTA
Oggi la caccia non è necessità: è scelta. Possiamo avere un fucile e decidere di
non sparare. Possiamo entrare nel bosco con un’arma o con un binocolo. Possiamo
portare a casa una carcassa o una fotografia. Possiamo lasciare una morte o un
ricordo. Un animale era vivo. Un uomo ha scelto di ucciderlo. Tutto il resto
viene dopo.
L’ULTIMA DOMANDA
Forse un giorno i nostri nipoti ci chiederanno: “Nonno, avevi il supermercato,
il frigorifero pieno, la carne confezionata. Perché hai scelto di uccidere?” Non
potremo rispondere: “Perché dovevo.” Potremo solo dire: “Non perché dovessi.
Perché avevo scelto di farlo.”
La ragione non è la capacità di trovare un modo più efficace per uccidere. La
ragione è la capacità di scegliere di non farlo. Finché continueremo a scacciare
la ragione dai nostri cervelli per far posto al grilletto, non saremo uomini in
armonia con la natura. Saremo uomini che hanno avuto la possibilità di scegliere
la vita. E hanno scelto la morte.
Mario Chiauzzi
Redazione Italia