2001-2026 Genova Social Forum ReLoad: la memoria che parla a una generazione che non c’eraChe cosa rappresenta la memoria dei fatti di Genova per chi in quegli anni era
ancora piccolo, o non era ancora nato? Tra le tante iniziative portate avanti in
questi venticinque anni dal Comitato Piazza Carlo Giuliani, vale la pena
sottolineare il valore del Concorso Per non dimentiCarlo, con borse di studio da
destinare a studenti delle scuole superiori, e dei corsi di laurea triennale e
magistrale, per delle tesi “in tema” che per l’appunto sono state l’occasione
per rispecchiarsi nelle ragioni di quel “movimento dei movimenti”, ancora così
attuali e urgenti oggi. Come per l’appunto ci conferma la testimonianza di
questo giovane, Michelangelo Pistilli, che ha vinto il Concorso l’anno scorso,
per la sezione delle scuole superiori [ndr].
Mi chiamo Michelangelo Pistilli, ho 20 anni e sono uno studente al primo anno di
Informatica all’Università del Molise. Vivo a Palata, un piccolo paese di poco
più di millecinquecento abitanti, provincia di Campobasso. Nel mio paese c’è una
particolarità: molti degli attivisti del circolo di Rifondazione Comunista erano
a Genova nel luglio del 2001. Io, naturalmente, non ero ancora nato. Eppure, in
un certo senso, Genova ha accompagnato la mia crescita.
Ho conosciuto quelle giornate attraverso i loro racconti. Mi hanno parlato della
terribile repressione subita nelle strade di Genova, dell’omicidio di Carlo
Giuliani, delle torture alla scuola Diaz e alla caserma di Bolzaneto. Sono
tragedie che non ho vissuto direttamente, ma che in qualche modo mi hanno ferito
nell’anima. Hanno alimentato la mia curiosità e il desiderio di capire che cosa
sia accaduto davvero in quei giorni e, soprattutto, perché se ne continui a
parlare venticinque anni dopo.
Più ho letto, studiato e ascoltato, più mi sono convinto che Genova non sia
soltanto una pagina del passato. È una chiave per comprendere il presente.
Perché il mondo che ho davanti agli occhi assomiglia molto alle paure e alle
analisi di quella moltitudine che nel 2001 riempì le strade di Genova.
Viviamo in un’epoca segnata dalle guerre, dalle disuguaglianze crescenti, dal
genocidio a Gaza, dalla crisi climatica, dalla precarietà del lavoro e dalla
concentrazione del potere economico e tecnologico in poche mani. Per questo lo
slogan che attraversava quelle giornate – «Un altro mondo è possibile» – mi
sembra oggi più necessario che mai.
Una delle cose che più mi ha colpito studiando il G8 di Genova riguarda il ruolo
dell’informazione e della comunicazione. Nel 2001 nessuno possedeva uno
smartphone, internet era ancora poco diffuso e i social network semplicemente
non esistevano. Eppure, proprio a Genova, nacque una delle più straordinarie
esperienze di comunicazione dal basso che il nostro Paese abbia mai conosciuto.
I manifestanti decisero di fotografare e filmare quanto stava accadendo,
contribuendo alla costruzione di un archivio collettivo di immagini e
testimonianze che si sarebbe rivelato fondamentale negli anni successivi, sia
per la memoria sia per i processi. Un ruolo decisivo fu svolto da Radio Gap, il
network di radio indipendenti che per la prima volta riuscì a coniugare la
diffusione in FM con quella su internet; e da Indymedia, il laboratorio globale
di informazione dal basso nato dopo Seattle.
Le dirette radio, i video dei manifestanti, le fotografie e le singole memorie
archiviate in quei giorni costituiscono ancora oggi un patrimonio preziosissimo
per ricostruire uno dei capitoli più importanti della nostra storia
repubblicana.
Attraverso la ricerca di quotidiani e servizi giornalistici dell’epoca mi ha
colpito anche il modo in cui venne rappresentato il movimento. Molta
informazione mainstream utilizzò espressioni come «eco-teppisti» o
«video-teppisti», semplificando e criminalizzando un universo composto da
associazioni cattoliche e comunità laiche, gruppi ambientalisti e centri
sociali, sindacalisti, giornalisti, studenti, semplici cittadini. Delle loro
proposte e delle loro analisi si parlava poco; molto più spazio veniva riservato
alla possibilità di incidenti e violenze.
La città si blindò e la tensione divenne palpabile.
Anche per questo Genova ha cambiato definitivamente il modo di rappresentare i
movimenti. Sino ad allora sembrava sufficiente riprendere un corteo o raccontare
una manifestazione attraverso il punto di vista delle istituzioni e dei grandi
mezzi di informazione. A Genova accadde qualcosa di diverso: i movimenti
impararono a raccontarsi da soli.
Quelle immagini sono servite. Sono state fondamentali per documentare, provare e
accertare fatti che altrimenti sarebbero rimasti nell’ombra. Le riprese video
hanno consentito di individuare funzionari della Digos che colpivano
manifestanti già a terra, di smentire le dichiarazioni di dirigenti della
polizia sulla mattanza della Diaz, di mostrare l’agente che trasportava le
molotov utilizzate come false prove contro il media center, di confutare
testimonianze e verbali durante i processi.
Se oggi sappiamo cosa è accaduto a Piazza Alimonda il 20 luglio 2001, con la
morte di Carlo Giuliani; se conosciamo le violenze di via Tolemaide; se abbiamo
potuto ricostruire gli orrori della scuola Diaz e le torture di Bolzaneto; se
sappiamo che Genova è stata, come ha scritto Amnesty International, “la più
grave violazione dei diritti umani in Europa occidentale dopo la Seconda guerra
mondiale”, è anche grazie a centinaia di attivisti, giornalisti e cittadini che
decisero di impugnare una telecamera o una macchina fotografica per raccontare
ciò che stava accadendo.
Senza quelle immagini, probabilmente, avremmo conosciuto un’altra storia.
Il G8 di Genova rappresentò, in questo senso, un cambiamento epocale nel mondo
della comunicazione. I grandi media furono costretti a confrontarsi con una
produzione autonoma di informazione che metteva in discussione il loro monopolio
narrativo. La comunicazione tradizionale andò in crisi e dovette misurarsi con
una nuova forma di documentazione e di racconto che avrebbe influenzato
profondamente il giornalismo degli anni successivi.
Nelle settimane, nei mesi e negli anni successivi a Genova, molte esperienze di
comunicazione indipendente continuarono a lavorare in Italia e nel mondo per
dare voce a chi non l’aveva. È accaduto in Palestina, in Tunisia, durante le
primavere arabe, nelle mobilitazioni dei gilet gialli, dei Fridays for Future.
Ma nel frattempo il mondo digitale era cambiato. L’esperimento
di Indymedia aveva lasciato il posto alle grandi piattaforme del web.
Anche su questo punto, però, il movimento aveva visto lontano.
Molti giovani che parteciparono alle mobilitazioni del G8 si erano formati
leggendo No Logo della giornalista canadese Naomi Klein, un libro che denunciava
la capacità dei grandi marchi di colonizzare non soltanto il mercato, ma
l’immaginario, la cultura e le nostre stesse vite. Oggi possiamo dire che quel
processo è andato persino oltre le intuizioni di allora.
Le grandi piattaforme digitali non vendono più soltanto prodotti o stili di
vita. Monetizzano le nostre relazioni, i nostri dati, le nostre emozioni e il
nostro tempo. La precarietà prodotta dal neoliberismo ha reso la mercificazione
del sé una forma di sopravvivenza e i social media ci hanno fornito gli
strumenti per commercializzarci incessantemente.
Anche in questo caso, il movimento dei movimenti non stava formulando una
profezia. Stava semplicemente comprendendo alcune delle tendenze profonde del
mondo che stava nascendo.
Per questo, a venticinque anni dal G8 di Genova, credo sia ormai difficile
negare l’evidenza. Quella moltitudine di donne e uomini che aveva invaso le
strade della città non stava difendendo interessi particolari. Chiedeva
giustizia per il mondo intero.
Il G8 di Genova è stato trauma, abuso di potere, strumentalizzazione mediatica,
insabbiamenti e violenza di Stato. Ma è stato anche solidarietà, condivisione,
partecipazione e speranza collettiva. È stato il tentativo di immaginare un
mondo diverso.
Il mondo che ho di fronte mi dice che le ingiustizie sono aumentate. Le guerre
sono tornate a occupare il centro della scena internazionale. Le disuguaglianze
sono diventate ancora più profonde.
Per questo non possiamo DimentiCarlo.
Foto di Marioluca Bariona
Centro Sereno Regis