Il 2 agosto e il genocidio culturale che nessuno vuole vedere
Il 2 agosto l’Europa ricorda il Porrajmos, il genocidio dei rom e dei sinti.
Ricorda la notte tra il 2 e il 3 agosto 1944, quando lo Zigeunerlager di
Auschwitz-Birkenau fu liquidato e 4.300 donne, uomini e bambini vennero
assassinati nelle camere a gas nel corso di una sola notte. Il Porrajmos costò
la vita a oltre mezzo milione di rom e sinti in Europa.
Quest’anno quella ricorrenza cade mentre la città di Milano sta di fatto
sgomberando il Villaggio delle Rose di via Chiesa Rossa 351, la comunità che ha
costruito il primo monumento italiano dedicato al Porrajmos. La coincidenza
impone una domanda che la politica continua a evitare: che cosa significa, oggi,
garantire a un popolo, a una minoranza, il diritto di continuare a esistere come
popolo? Gli abitanti del Villaggio delle Rose sono discendenti di rom croati
deportati dai fascisti durante la Seconda Guerra Mondiale e internati nei campi
della Sardegna. Tra i loro familiari ci furono partigiani, come Tzigari della
Brigata Osoppo, padre, nonno e bisnonno di alcuni degli abitanti del villaggio.
Altri finirono nei lager nazisti, tra cui Dachau. Dopo la guerra attraversarono
l’Italia inseguendo ciò che per chiunque altro rappresenta un diritto
elementare: un luogo da chiamare casa. Arrivarono a Milano negli anni Sessanta,
lavorarono alla costruzione della Montagnetta di San Siro e vennero spostati da
un quartiere all’altro per decenni. Nel 2000 il Comune di Milano assegnò loro
un’area con un regolamento a tempo indeterminato. Ogni famiglia costruì la
propria casa. Non baracche abusive, ma abitazioni prefabbricate autorizzate,
acquistate con il lavoro e con i risparmi di una vita.
In questi ventisei anni, pur tra difficoltà e contraddizioni, quella comunità ha
costruito qualcosa che qualsiasi amministrazione dovrebbe considerare un
patrimonio della città. Ha costruito memoria pubblica, partecipazione politica,
relazioni con il quartiere. Ha aperto il villaggio alle scuole, all’ANPI, alle
associazioni, agli artisti che vi hanno realizzato opere, documentari e
installazioni. Ha ospitato dibattiti pubblici e politici, incontri con
parlamentari, candidati sindaci e rappresentanti delle istituzioni. Ha
partecipato alle elezioni. Ha scelto di essere parte della città senza
rinunciare a essere rom. Ed è probabilmente proprio questo il punto.
Nel dicembre 2024 la giunta comunale di centrosinistra ha deliberato la chiusura
del villaggio. Gli abitanti, pur disperati davanti all’unica prospettiva loro
offerta – gli alloggi SAT per l’emergenza abitativa e poi l’accesso alle
graduatorie delle case popolari, un percorso che loro non hanno mai desiderato –
hanno reagito in modo propositivo. Hanno presentato il progetto di una
cooperativa di abitanti a proprietà indivisa, sulla base di un progetto
elaborato dall’architetto Giovanni La Varra. Il villaggio sarebbe diventato un
piccolo quartiere cooperativo. Le case sarebbero rimaste patrimonio della
comunità. Milano avrebbe sperimentato una forma innovativa di abitare, senza
nuovo consumo di suolo, senza gravare sull’edilizia pubblica e senza sottrarre
alloggi alle migliaia di persone che attendono una casa popolare. Per oltre un
anno quel progetto è stato definito interessante dagli assessori milanesi, senza
però costruire il percorso necessario per realizzarlo. Poi è arrivata la
scoperta dell’inquinamento del sottosuolo del villaggio che, con ogni
probabilità, deriva proprio dai riporti di macerie utilizzati quando il Comune
realizzò l’area. Da quel momento, invece di cercare il modo di rendere comunque
possibile quel progetto, pianificando una bonifica adeguata e non frettolosa,
quella circostanza è stata utilizzata per cancellarlo. L’unica decisione
politica rimasta ferma è stata la chiusura del campo, cioè lo sgombero.
Settanta famiglie vengono indirizzate verso gli alloggi SAT, già drammaticamente
insufficienti per affrontare l’emergenza abitativa milanese. I bambini vedono
scomparire il mondo nel quale sono cresciuti. Gli anziani perdono il luogo che
consideravano finalmente definitivo dopo una vita di espulsioni. I legami della
vita comunitaria vengono spezzati.
Vale allora la pena fermarsi sulla parola con cui questa operazione viene
raccontata: inclusione. La cultura politica progressista parla continuamente di
diritti civili. Difende il diritto delle persone omosessuali a vivere
apertamente la propria identità. Nessuno penserebbe di chiamare “integrazione”
la chiusura delle associazioni LGBT, la scomparsa dei loro luoghi di
aggregazione o la richiesta che la loro identità diventi invisibile nello spazio
pubblico. Riconosce agli ebrei il diritto di mantenere sinagoghe, scuole,
associazioni culturali e reti comunitarie. Nessuno sostiene che la piena
cittadinanza richieda di rinunciare a quelle istituzioni. Riconosce alle
minoranze linguistiche il diritto di conservare la propria lingua, le proprie
scuole e le proprie tradizioni. Quando il soggetto diventa una comunità rom, il
linguaggio cambia improvvisamente. L’identità collettiva viene trasformata in un
problema urbanistico, l’abitare diventa un problema sociale, la comunità diventa
un’anomalia da superare. La soluzione prende il nome di integrazione.
Ma quale integrazione? L’integrazione proposta consiste nell’annullamento
dell’identità rom come esperienza collettiva. L’essere rom viene accettato
soltanto come fatto privato, invisibile, confinato nella sfera individuale. La
cultura può essere ricordata il 2 agosto, celebrata davanti a un monumento,
raccontata nei convegni e nelle commemorazioni. Diventa improvvisamente un
problema quando pretende di organizzare concretamente la vita quotidiana:
l’abitare, la famiglia allargata, la solidarietà reciproca, la continuità di una
comunità. È qui che si apre la questione del genocidio culturale. Per genocidio
culturale intendo la distruzione delle condizioni che permettono a un popolo di
continuare a esistere come popolo. La cancellazione non passa necessariamente
attraverso la violenza fisica. Può passare attraverso l’assimilazione. Ed è
proprio questo il concetto che il centrosinistra rifiuta di vedere. L’idea
implicita che guida questa operazione sembra semplice: il rom emancipato è il
rom che smette di vivere come rom. Può conservare il ricordo delle proprie
origini, partecipare alle celebrazioni del 2 agosto, deporre una corona davanti
a un monumento. Quello che non gli viene riconosciuto è il diritto di praticare
la propria diversità come forma di vita.
Qui emerge la contraddizione politica più profonda. Il Partito Democratico
rivendica i diritti civili come tratto distintivo della propria identità.
Eppure, davanti a una comunità che rivendica il diritto di restare se stessa,
sostituisce il linguaggio dei diritti con quello dell’inclusione sociale.
Perché? Perché negare a una comunità che è stata perseguitata e genocidata, come
quella ebraica, il diritto fondamentale a continuare a esistere come comunità?
Qual è il beneficio pubblico di questa operazione? Quale interesse della città
giustifica una violenza così profonda? Quale vantaggio produce assegnare
settanta alloggi SAT a famiglie che non li avevano richiesti, sottraendoli a un
patrimonio già insufficiente per chi vive una reale emergenza abitativa? Quale
idea di progresso impone di disperdere bambini, anziani, famiglie allargate e
reti di solidarietà costruite in ventisei anni?
Fatico a trovare una risposta diversa da questa: esiste una convinzione
profondamente radicata nella cultura politica del centrosinistra secondo cui
l’emancipazione coincide con l’assimilazione. La differenza viene celebrata
finché rimane simbolica; diventa un problema quando prende la forma concreta di
una comunità che chiede di continuare a vivere secondo la propria organizzazione
sociale. Il campo deve scomparire perché deve scomparire quella forma di vita,
quella identità vissuta ogni giorno e non soltanto dichiarata nelle ricorrenze.
Una comunità rom può essere ricordata, studiata e commemorata. Una comunità rom
che rivendica il diritto di continuare a vivere insieme diventa invece un
ostacolo da rimuovere. È questa, a mio giudizio, la contraddizione politica e
morale che il 2 agosto dovrebbe costringere a guardare soprattutto chi fa della
questione dei diritti la propria bandiera. Farebbe bene ai rom, ma anche a loro
stessi e alla loro credibilità politica.
Redazione Milano