La regolarizzazione in Spagna: novecentomila persone migranti stabilizzate
Novecentomila invisibili hanno appena aderito alla Regularización spagnola
promossa con una proposta di legge di iniziativa popolare. Il nuovo quadro
legislativo spagnolo riconosce così la presenza di una platea di persone già
radicate nel tessuto sociale, ma costrette fino a oggi a vivere e lavorare ai
margini della legalità. La ministra Elma Saiz ha invitato a guardare oltre i
meri dati quantitativi, sottolineando come «oltre alle cifre, stiamo parlando di
persone» e rimarcando che «uscire dall’irregolarità è vantaggioso per la
società, per le imprese e soprattutto per chi smette di vivere ai margini».
Tra il 16 aprile e il 30 giugno 2026, la finestra temporale aperta per la
stabilizzazione delle persone migranti in Spagna sta registrando un’affluenza
record che ha già polverizzato ogni previsione statistica. Con circa 900.000
domande presentate a procedura ancora aperta, il volume delle istanze ha
sorpreso persino le organizzazioni non governative, le cui stime sul territorio
si fermavano a un massimo di 840.000 persone in condizione di irregolarità.
Questo clamoroso scarto tra le previsioni e la realtà dei fatti evidenzia in
modo inequivocabile quanto il fenomeno del lavoro sommerso e l’effettiva
presenza di cittadini stranieri privati di uno status legale siano
strutturalmente sottovalutati dalle autorità e sfuggono ai metodi di stima
ordinari.
L’elemento centrale di questa svolta normativa non risiede nell’apertura di
nuovi canali d’ingresso, bensì nella scelta strategica di operare una profonda
azione di stabilizzazione che ha non solo ampliato diritti e inclusione sociale,
ma ha contribuito in modo concreto al rafforzamento del sistema produttivo,
accompagnando quello che è stato definito il boom economico spagnolo.
Nel quinquennio 2021-2025, il PIL reale spagnolo ha registrato una crescita
cumulativa di circa il 24%, surclassando il 16,5% registrato dall’Italia.
Secondo gli studi della fondazione Funcas, l’integrazione dei lavoratori
stranieri spiega da sola il 47% (pari a 4,2 punti percentuali) della crescita
cumulativa del PIL a partire dal 2022. L’apporto della forza lavoro straniera
non solo ha ampliato i confini del mercato occupazionale, ma ha coperto
strutturalmente le carenze di manodopera in settori chiave che soffrivano di
cronica scarsità di personale; contemporaneamente la forza lavoro autoctona si è
spostata verso occupazioni a maggiore produttività e meglio retribuite.
Negli ultimi anni, le persone migranti hanno rappresentato il 45% della crescita
netta dell’occupazione in Spagna, benché permangano nodi critici, legati alla
sovraqualificazione e alla necessità di migliorare l’accesso a una formazione
mirata e al riconoscimento dei titoli di studio. Come accade in Italia,
moltissimi lavoratori con qualifiche e competenze acquisite nel paese di origine
svolgono mansioni non adeguatamente retribuite né qualificate.
Sotto il profilo fiscale, far uscire i lavoratori dal mercato nero garantisce un
guadagno immediato per le casse pubbliche. Secondo gli studi degli esperti
dell’Università Carlos III de Madrid, il governo spagnolo calcola che ogni
lavoratore regolarizzato porti allo Stato un beneficio netto compreso tra i
3.300 e i 4.000 euro all’anno: in questo modo si risana l’economia sommersa e i
costi per i servizi di assistenza sociale si trasformano in tasse e contributi
regolarmente versati. Certo, organizzazioni internazionali come il Fondo
Monetario Internazionale ricordano che servono anche altre riforme per far
funzionare meglio le imprese e per affrontare l’invecchiamento della
popolazione, un problema che i flussi migratori da soli non possono risolvere
del tutto. Ciononostante, i nuovi arrivi e la stabilizzazione di queste persone
si stanno confermando la vera spinta per la crescita e il benessere della
Spagna.
Un pilastro fondamentale dell’efficienza amministrativa spagnola è il meccanismo
di gestione delle domande: chi presenta l’istanza riceve immediatamente una
conferma di ricezione che abilita da subito a risiedere e lavorare legalmente.
Ad oggi, delle 900.000 domande presentate, ben 360.000 sono già state ammesse
all’iter amministrativo. Questo passaggio ha permesso a più di un terzo dei
richiedenti di ottenere un’autorizzazione provvisoria, sbloccando immediatamente
la loro posizione sul mercato del lavoro e garantendo tutele immediate nelle
more del verdetto definitivo.
L’esatto contrario di quel che avviene in Italia, dove l’ostinazione nel non
voler stabilizzare chi è già sul territorio produce sistematicamente tragedie
disumane. L’ultimo agghiacciante caso arriva dalla Calabria, con la strage di
Amendolara, dove quattro giovani braccianti sono stati barbaramente arsi vivi in
un minivan usato per portarli a raccogliere la frutta. Dietro questa spietata
uccisione non c’è solo la ferocia dei clan o dei caporali, ma la precisa
strategia fallimentare di uno Stato italiano che continua a preferire
l’invisibilità alla legalità.
Garantire la stabilizzazione significa, prima di tutto, azzerare quel limbo di
invisibilità che alimenta lo sfruttamento lavorativo più feroce. Sottrarre i
lavoratori stranieri al ricatto della clandestinità non è solo un imperativo
morale per evitare che altri ragazzi muoiano bruciati vivi, ma risponde anche a
una logica di buonsenso economico e gestionale: stabilizzare significa azzerare
i costi cronici dell’accoglienza emergenziale, trasformando persone vulnerabili
in cittadini contribuenti e con diritti.
Fino a quando l’Italia continuerà a ignorare la lezione spagnola, preferendo la
farsa burocratica dei decreti flussi alla realtà dei fatti, lo Stato rimarrà il
principale ingranaggio di quella fabbrica della marginalità che continua a
mietere vittime nell’indifferenza generale.
Leggi gli altri articoli della rubrica di: Papia Aktar, Lorenzo Boffa, Chiara
Starita, Raffaele Biondo, Gennaro Santoro, Irene Pavlidi, Aicha Blasioli ed
Elena Morelli.