ASN: dove abita la bioetica? Una lettera aperta sull’abilitazione e l’interdisciplinarità
Nell’ultima tornata ASN, uno studioso di bioetica viene abilitato in filosofia
della scienza e non abilitato in filosofia morale. Da questo paradosso prende
avvio una riflessione sul modo in cui l’università italiana valuta la bioetica
e, più in generale, la ricerca interdisciplinare. I criteri con cui si
selezionano studiosi e studiose non riguardano solo l’accademia: contribuiscono
a determinare quali forme di conoscenza trovano spazio nel dibattito pubblico e
nelle decisioni che incidono sulla vita di tutti.
Prima ancora di produrre sapere, un sistema accademico sceglie le teste a cui
sarà permesso produrlo. Decide chi insegnerà, chi valuterà, chi siederà nei
comitati e scriverà le linee guida. Quindi, in ultima analisi, chi darà forma al
discorso pubblico e alla conoscenza che tocca i corpi di tutte e tutti: come
veniamo curati, come si stabilisce cosa è sicuro, come si distingue
un’informazione sanitaria che protegge da una che fa danno. Quando quella
conoscenza diventa domanda di valore, ha un nome: bioetica. E il modo in cui un
Paese sceglie chi ha titolo per farla non è un affare interno dell’accademia: è
una cosa che ricade su chiunque, prima o poi, si trovi ad abitare un corpo che
qualcun altro dovrà pensare come oggetto e come soggetto. Ecco perché questa
storia, che ha tutta l’aria di essere la storia di un concorso universitario,
riguarda anche chi all’università non metterà mai piede.
Stesso fascicolo. Stessa persona. Due commissioni. Per una sono un filosofo
degno dell’abilitazione; per l’altra, no. E quella che mi rifiuta è quella in
cui (in teoria) la bioetica dovrebbe stare più di casa.
I fatti, in chiaro. Ho presentato due domande di Abilitazione Scientifica
Nazionale alla seconda fascia. Una nel settore concorsuale 11/C2, Logica, Storia
e Filosofia della Scienza. L’altra nel 11/C3, Filosofia Morale. In 11/C2 sono
stato abilitato. In 11/C3 no, all’unanimità. La commissione che mi promuove,
logica, storia e filosofia della scienza, scrive nero su bianco che il mio
profilo è “solo parzialmente sovrapponibile” al suo settore. La commissione che
mi boccia, filosofia morale, siede invece nel luogo dove la bioetica (in teoria,
ma dissento) dovrebbe essere riconosciuta per prima.
Scrivo in prima persona e senza pudori sul mio caso, ma il mio caso non è
l’argomento: è solo le reagente che fa precipitare una domanda più grande. Dove
l’università italiana permette alla bioetica di abitare? Perché è esattamente
lì, nella risposta a questa domanda, che si decide se un Paese sappia o no
leggere il lavoro di chi attraversa i confini tra le discipline.
IL SETTORE CONCORSUALE È UN’ONTOLOGIA
I settori concorsuali non sono un dettaglio amministrativo. Sono una mappa di
dove al sapere è concesso esistere. Quando collochiamo un candidato in 11/C3
anziché in 11/C2 non scegliamo una casella su un modulo: decidiamo con quale
metro la sua competenza verrà misurata, quale tradizione conta come “la teoria”
e quale come semplice “applicazione”. La griglia codifica una teoria della
conoscenza prima ancora di giudicare un singolo lavoro.
La bioetica, in questa mappa, non ha un indirizzo proprio. Non esiste un settore
della bioetica. Esiste solo la possibilità di domiciliarla come provincia di
qualcos’altro: la filosofia morale, la medicina legale, il diritto, la sanità
pubblica. In Italia ha eletto residenza prevalente nella filosofia morale. E qui
scatta la prima trappola: una disciplina nata per attraversare i confini viene
valutata con il metro di una sola delle terre che attraversa, e quel metro la
punisce per ciò che la definisce.
COS’È LA BIOETICA, DAVVERO
Vale la pena ricordare da dove viene la parola. La conia Van Rensselaer Potter
nel 1971, e Potter non è un filosofo morale: è un biochimico, un oncologo. La
pensa come “ponte verso il futuro”, un’etica capace di parlare insieme alla
biologia, alla politica, all’ecologia. La bioetica nasce nel punto preciso in
cui un fatto biologico genera una domanda di valore: il letto del paziente, la
corsia, il comitato etico, il laboratorio, il tavolo dove si scrive una politica
sanitaria. Nasce interdisciplinare, o non nasce affatto.
Da anni provo a dare a questa intuizione una forma teorica rigorosa. In un
lavoro che chiamo thick bioethics sostengo, dati alla mano, che la bioetica
contemporanea si è assottigliata lungo più assi: concettuale, metodologico,
istituzionale, di contenuto. Uno di questi assi è quello che mi riguarda ora:
oltre l’ottanta per cento della bioetica accademica si è concentrata nelle
scienze della salute, gravitando attorno all’etica clinica e trattando le
questioni sistemiche — l’AI, la comunicazione del rischio, l’ecologia — come
appendici. La conseguenza è che chi fa bioetica dentro questi territori viene
letto come uno che fa qualcosa di meno “bioetico”, invece che qualcosa di
“bioetico” in un modo diverso.
Il mio lavoro vive lì. Nel corso di quasi un decennio di ricerca ho proposto una
metodologia, la preference epidemiology, che tratta i valori dei pazienti come
dati epidemiologici misurabili. Ho costruito framework etico-normativi per la
comunicazione del rischio nelle emergenze sanitarie. Ho progettato e messo
online sistemi reali per il rilevamento della disinformazione. Ho co-firmato una
guidance dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. È bioetica che fa il suo
mestiere potteriano: arriva dove di solito la riflessione etica non arriva. Per
la commissione di filosofia morale, però, tutto ciò che tocca un ospedale o un
algoritmo si riclassifica come “regolativo”, “operativo”, “applicativo”. Cioè
come non-filosofia.
L'(IM)PREPARAZIONE DELL’ACCADEMIA ALL’INTERDISCIPLINARITÀ
I giudizi negativi del settore 11/C3 sono coerenti, e proprio per questo
istruttivi. Convergono tutti sulla stessa formula: la mia produzione non sarebbe
“pienamente inserita, in modo sistematico e approfondito, nel dibattito
etico-teorico”; mancherebbe di “argomentazione filosofico-morale autonoma”;
sarebbe troppo orientata a “casi applicativi, linee guida, principi operativi,
framework di intervento”. E qui voglio essere preciso, perché non sto
protestando contro una descrizione sbagliata. Quel ritratto – un lavoro
orientato a casi applicativi, linee guida, principi operativi, framework di
intervento – non lo contesto affatto. Lo trovo accurato. È esattamente ciò che
faccio, ed è ciò che rivendico. Ciò che non sta in piedi non è la descrizione
del mio lavoro, ma l’assunto silenzioso che le viene appiccicato: che roba del
genere non abbia diritto di cittadinanza nella provincia di cui parlavamo, la
filosofia morale. Che occuparsi di come una linea guida decide della vita
concreta di qualcuno sia meno rilevante che discuterne in astratto.
Quell’assunto, e non il ritratto, è la cosa che non regge.
Ed eccoci alla seconda trappola. In questa ontologia del sapere, quella su cui
poggia l’impalcatura dell’ASN e su cui a sua volta si regge il sistema
accademico italiano, non esiste un criterio per valutare l’attraversamento dei
confini, se non quello di ridurlo a una delle discipline attraversate e
misurarne il difetto.
E “si regge” va inteso in due sensi, perché qui il criterio non si limita a
riflettere il valore: lo plasma. Primo: i criteri ASN orientano in anticipo il
lavoro di chi all’abilitazione aspira. Si scelgono gli argomenti, i tagli
argomentativi, le riviste in funzione di ciò che la griglia premia; ci si rende
valutabili restando dentro i confini, perché attraversarli costa.
Secondo: i profili che la griglia seleziona sono, per costruzione, quelli più
allineati ai suoi criteri, e quei profili diventano a loro volta i commissari, i
relatori, i maestri di domani, che applicheranno e tramanderanno gli stessi
criteri. È un anello chiuso. Il sistema non si limita a non vedere l’oggetto
interdisciplinare: si dispone, sessione dopo sessione, a non produrne più, e a
non riconoscerlo quando arriva da fuori.
Un test di competenza monodisciplinare applicato a un oggetto multidisciplinare,
allora, non è una valutazione severa: è un errore di categoria che si
autoalimenta. La domanda che la bioetica pone — può un caso clinico generare
teoria, e non solo illustrarla? — nell’attuale architettura concorsuale non ha
un luogo in cui essere giudicata.