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Due giorni a Palermo con Francesca Albanese
Anche quest’estate, come da tre anni a questa parte, Francesca Albanese ha mantenuto fede al suo appuntamento con Palermo. Semplice, sorridente, vestita alla buona, ha firmato a Villa Trabia le copie del suo ultimo libro uscito per Rizzoli, La luce del risveglio. I due incontri, di venerdì 26 e sabato 27 giugno, sono stati organizzati dalla rivista Antimafia 2000, Our voice – Voci nel silenzio (un gruppo che accoglie anche palestinesi), Amnesty International, CISS e Mediterranea Saving Humans. Primo giorno Il primo pomeriggio ha visto un dialogo a due voci tra la dott. Albanese e il procuratore Nino Di Matteo e pertanto ha assunto un taglio piuttosto insolito: si è accostata la ferocia della necropolitica israeliana alla mafia. L’essenza del necrocapitalismo – dice Francesca Albanese – è la concentrazione della ricchezza in pochissime mani: appena 50.000 persone controllano più della metà della ricchezza planetaria, in un intreccio perverso e lucroso fra controllo dei flussi di informazioni e dell’Intelligenza Artificiale, finanza e industria delle guerre. Eni e Leonardo sono complici di genocidio e Israele sta sdoganando un modello di “democrazia” in cui solo alcuni godono di cittadinanza e di diritti, mentre altri, intere popolazioni, sono “zona sacrificabile”, per usare un termine di Agamben. La Palestina non è lontana: lì vige un sistema in cui i profitti contano più dei diritti, come attorno all’ILVA di Taranto o alle raffinerie di Priolo e Augusta. È qui l’analogia con il sistema mafioso ed è qui che la resistenza palestinese si mostra vicina alla lotta antimafia: è necessario che il diritto, il diritto internazionale, nel primo caso, la Costituzione nel secondo, tornino a farsi valere. Bisogna denunciare la giustizia penale a due velocità: accanita contro i deboli e timida e timorosa verso i potenti, i colletti bianchi e la mafia del Palazzo, avverte Di Matteo. E bisogna intervenire contro il genocidio nel rispetto della Convenzione di Ginevra del 1948: riconoscerlo, prevenirlo, fermarlo, punirlo. La Convenzione prevede responsabilità individuali e statali da deferire alla Corte di Giustizia Penale Internazionale, responsabilità ben documentate dei Rapporti di Amnesty, CISS e Mediterranea di cui si parlerà sabato. Mentre l’informazione di regime ci vuole tutti consumatori passivi e bulimici, noi siamo consapevoli che, se non facciamo niente per fermare l’ingiustizia, siamo complici e che l’unica cosa che può fermare lo sterminio è la perseveranza: l’utopia, quando diventa progetto condiviso, si fa politica. Secondo giorno Prende per primo la parola (in inglese: è qui solo da un mese) Yusif, studente di Gaza venuto per frequentare l’Università di Palermo. «Non ho parole per descrivere il dolore che mi porto in petto e non so rispondere a chi mi chiede di raccontare quello che succede a Gaza. Ogni gesto quotidiano può costare la vita, come è accaduto ieri a un mio amico, uscito dalla tenda per andare al mercato e mai più tornato. E poi c’è la catastrofe dell’acqua. Qui a Palermo ho trovato la sicurezza fisica, ma ho lasciato dietro di me la mia famiglia (si interrompe fra le lacrime) che sta lottando per sopravvivere. Se posso chiedere una cosa al mondo, è di non dimenticare Gaza e la Palestina. Non siamo numeri, siamo persone che stanno ancora sognando di continuare la loro vita. Chiediamo solo il diritto di vivere nella nostra terra in pace, un diritto che dovrebbe essere per tutti e che noi non abbiamo.» Sami fa parte dell’organizzazione Youth of Sumud, nata nel 2017 e attiva nell’area C dei territori palestinesi occupati, area decisa dagli accordi di Oslo del 1993, ma che vede ora insediamenti israeliani, di coloni ed esercito. «I coloni stanno trasformandosi in soldati. Dopo il 7 ottobre possono ottenere il porto d’armi senza alcun controllo e minacciano di morte le nostre famiglie. Youth of Sumud aiuta gli abitanti a resistere alle demolizioni, a rimanere nei villaggi dopo un ordine di evacuazione: ricostruire è vietato, non vengono rilasciati permessi, allora aiutiamo le persone ad abitare le grotte che abbiamo attrezzato per la sopravvivenza.» Tina prosegue questo racconto citando il Report di Amnesty International che si occupa degli sfollamenti forzati di beduini, contadini e pastori, ossia della pulizia etnica nell’area C, occupata perché ricca di risorse naturali e per il progetto delle destre di creare un “Grande Israele”. Stanno sorgendo migliaia di nuove unità abitative, secondo un piano governativo gestito da grandi compagnie finanziarie, una delle quali fondata da Smotrich. L’obiettivo è ottenere “il massimo di territorio con il minor numero di palestinesi”. «Buttano gli animali nei pozzi d’acqua o li uccidono in altro modo. Sterminano gli ovini per costringere la gente ad andare via. Il 97% dei processi contro questi abusi finisce nel nulla, ma chi denuncia è arrestato e maltrattato. Il primo rapporto di Amnesty sul genocidio a Gaza non ha ricevuto risposta dal governo israeliano; a questo secondo sulla pulizia etnica in Cisgiordania è stato replicato che l’IDF difende tutti dal “terrorismo”, anche i palestinesi…» Le compagne di Mediterranea ci spiegano la loro volontà di difendere non solo il diritto di movimento ma anche quello di restare nel proprio Paese. Dopo il 7 ottobre la ONG ha iniziato a cooperare con l’Operazione Colomba che esiste già da 20 anni. Nel 2025 è uscito un rapporto sulle violenze subite da 3000 contadini, dall’abbattimento di case alle torture. «Si tratta di un progetto sistematico di genocidio e pulizia etnica, non di casi isolati. Noi facciamo interposizione nonviolenta: viviamo insieme ai palestinesi, facciamo scudo e riportiamo tutto ciò che succede in video e registrazioni. Così raccogliamo prove documentali da presentare alla corte internazionale e, inoltre, custodiamo esperienze di vita che si oppongono alla narrazione di regime.» Amal Kayal del CISS presenta il libro Io ero la numero 5 edito da Momo, che riporta le storie di 26 fra le duecento donne intervistate; sono solo donne di Gaza e tutte hanno subito violenza, fisica o verbale, e minacce. Il rapporto riferisce la violenza di genere nelle carceri ma pure dentro le case e per le strade.  «Hanno appreso dalla Shoah gli ebrei a tatuare numeri sul braccio ai palestinesi arrestati?» si chiede Amal. «Una delle storie racconta di come i soldati hanno aizzato un cane contro un bambino sotto lo sguardo della madre impotente. Altre documentano di come i cani vengono utilizzati per stuprare gli uomini. Le donne fermate sono costrette ad andare in bagno lasciando la porta aperta per gli occhi lascivi delle guardie. Al momento degli arresti vengono svuotati i telefonini e le immagini delle fanciulle e delle adulte trasferite sui cellulari dei soldati che poi ne fanno video da postare su tik tok con didascalie scurrili. La biancheria intima femminile viene strappata dai cassetti e profanata davanti a mariti e figli. In questo modo si colpisce la sacralità delle donne fondata sulla tradizione: gli attacchi alle mogli, madri, sorelle e figlie funzionano anche come una provocazione per gli uomini, oltre che per umiliare e zittire le donne, che taceranno per la vergogna. E poi ci sono le deportazioni forzate. E l’assenza di medicine e l’impossibilità delle cure. Quando sono stata evacuata, a due mesi dall’inizio del genocidio, mio padre ha scoperto un cancro al pancreas che non ha mai potuto curare. I soldati impediscono di portare i bimbi in ospedale, bloccando per giorni i genitori ai posti di blocco. Il mio nome significa Speranza e Immaginazione, eppure nonostante il mio nome bellissimo, sto perdendo la speranza, ma mi dico che essa non è un’opzione per noi, bensì un impegno di resistenza. Scusate la mia rabbia…» Le ribatte Francesca Albanese: «Altro che scusarti! Io provo un grande senso di vergogna, ma anche di gratitudine, perché fare la relatrice speciale mi ha resa una persona diversa e migliore: mi ha permesso di fare la cosa giusta. Vorrei ricordare a tutti noi che cos’è Sumud: è fermezza, tenacia, è una grammatica esistenziale; è più che resistenza, è restare, è l’indigenità di tutti gli abitanti delle zone sacrificate dai potenti; è il contadino che coltiva gli ulivi nonostante i posti di blocco, il ventre che rimane pregno nonostante il genocidio. E noi cosa facciamo? Sumud per noi dev’essere integrità, integrità contro la mafia di Stato, impegno ad attuare la Costituzione ancora incompiuta, rispetto della lista BDS: scelte etiche, consumi etici, investimenti etici, “ognuno come può, ognuno come sa” come diceva Caponnetto.»   Daniela Musumeci
June 28, 2026
Pressenza