Una macchina per pensare. Tolkien, l’Anello e il desiderio
Nel maggio del 2026 è accaduto qualcosa che, fino a pochi anni or sono, nemmeno
la più sfrenata fantasia avrebbe potuto immaginare: un pontefice ha citato
Tolkien in un’enciclica. Non in un’omelia, non in un discorso alla gioventù, non
in una di quelle occasioni in cui la cultura popolare viene convocata per
tradurre un aspetto dottrinale ritenuto di difficile accesso, e per essere poi
rispedita ai margini, ma in un’enciclica, cioè nel grado più alto e impegnativo
del magistero ordinario, e per giunta in un’enciclica dedicata all’intelligenza
artificiale. Al paragrafo 213 della Magnifica Humanitas (15 maggio 2026), Papa
Leone XIV chiama in causa “uno scrittore cattolico del Novecento, John Ronald
Reuel Tolkien” e gli affida la formulazione di un’etica della responsabilità:
“non spetta a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la
salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che
conosciamo, perché chi verrà dopo trovi terra sana e pulita da coltivare”. La
citazione, tratta da Il signore degli anelli, è pronunciata da Gandalf, e che
sia un mago ad essere citato in un’enciclica sull’intelligenza artificiale è
troppo eloquente per essere casuale. La magia, in Tolkien, è ciò che nel nostro
mondo la Macchina realizzerà per via tecnica, e affidare a un mago il monito
contro il dominio della tecnica nel mondo significa compiere chiare scelte di
campo. Oggi dobbiamo prendere atto che un testo, abbozzato da un professore di
filologia oxoniense allora poco noto, è diventato, settant’anni dopo, materia di
discernimento ecclesiale sulla tecnica. Ciò ci dice qualcosa su cui vale la pena
indagare: non sul Papa, e nemmeno propriamente su Tolkien, bensì su quel nodo
tra l’uomo e la macchina che ancora attende di essere pensato, e che la Terra di
Mezzo mostra meglio di molti trattati.
Inoltre, se allarghiamo l’orizzonte anche solo agli ultimi due decenni,
scopriamo che l’enciclica papale si rivela essere solo l’ultimo tassello (per
quanto fortemente significativo) di una bibliografia critica relativa all’opera
di Tolkien che, a partire dal 2001, anno d’uscita del primo dei film di Peter
Jackson, non ha più smesso di infittirsi, e qualunque pretesa di comprenderla in
modo esaustivo appare come una vana ambizione. Non si tratta soltanto di
letteratura critica: oltre a una pletora di nuove edizioni e ristampe di volumi
precedentemente pubblicati, le traduzioni rappresentano il perno delle nuove
pubblicazioni. Tra queste la principale è in corso presso Bompiani, dove, dal
2022 e con la consulenza dell’Associazione Italiana Studi Tolkieniani, è a
catalogo la prima traduzione italiana integrale della History of Middle-earth,
dodici volumi di scritti postumi curati da Christopher Tolkien. La versione
italiana è oggi giunta al settimo volume, intitolato Il tradimento di Isengard,
proprio là dove la fucina di Saruman dà corpo – come vedremo – all’immagine
tolkieniana della Macchina, mentre l’ottavo, La Guerra dell’Anello, è atteso per
il prossimo autunno. È chiaro perciò che, a fronte di una tale proliferazione di
testi, il critico, se vuole operare con rigore, è costretto a porsi dei limiti
precisi, e a muoversi dentro un sentiero stretto e dai confini ben definiti,
così come effettivamente è quello tracciato dal rapporto tra Tolkien e le
macchine. Lasciamo perciò sullo sfondo l’imponente lavoro filologico che da Tom
Shippey a Verlyn Flieger, da John Garth a Giuseppe Pezzini – e l’elenco potrebbe
continuare a lungo – ci ha reso possibile leggere e conoscere Tolkien. La via
aperta dai saggi qui presi in esame non è quella filologica, ma quella implicita
in una certa linea di lettura ecologica e politica, che da Patrick Curry arriva
fino ad oggi, e che proprio nel contemporaneo trova testi che la rilanciano. È
da questi, e dal modo in cui leggono la Macchina, che conviene partire, così da
misurare la loro attualità alla luce di questo fertile dibattito.
Esemplare, in questo senso è il saggio di Sébastien Fontenelle, Tolkien contro
le macchine, uscito in Francia per Lux nel 2025 ed edito in Italia da Blackie
nel maggio 2026, con la traduzione di Sara Clamor e una prefazione di Wu Ming 4.
Quest’ultimo sceglie le parole più adatte per introdurlo e presentarlo: è un
libro “che non nasconde la propria vocazione militante, e anzi la esplicita con
assoluta onestà intellettuale.” La tesi dell’autore, che Wu Ming 4 fa
evidentemente sua, è limpida: Il Signore degli Anelli è un atto d’accusa contro
il totalitarismo, l’industrializzazione e i tentativi della destra reazionaria
di arruolare Tolkien nella propria causa, che si rivelano come vere e proprie
falsificazioni. Fontenelle costruisce l’argomento per gradi, partendo dalla
sobrietà degli Hobbit – l’utopia campestre della Contea, l’elogio del dono, la
lentezza come forma di vita – per poi rovesciarlo nel suo opposto: la Macchina.
Il capitolo sulle Macchine Fasciste (p. 101 e sgg) è il cuore del libro, ed è lì
che il legame tra distruzione della natura e tecnica si fa esplicito. L’Isengard
di Saruman, con i suoi pozzi e le sue fucine, i suoi getti di vapore illuminati
di rosso e di verde velenoso, viene così accostato al Manifesto futurista di
Marinetti e alla mobilitazione totale di Jünger, con cui condivide l’estetica
delle fornaci notturne. Saruman, mago traviato (come lo chiama Barbalbero) “sta
macchinando per diventare una Potenza”, la sua mente è fatta “di metallo e
ingranaggi” (p. 95), ed è la figura in cui tecnica, fascismo e devastazione
ambientale coincidono. La Macchina, per Fontenelle, è il dominio industriale e
fossile, ciò che egli chiama carbofascismo: l’alleanza mortifera tra ideologia
reazionaria e negazione della crisi climatica. È all’interno di questo edificio
critico che Fontenelle colloca quella che forse è la pietra più interessante.
Cita la lettera del 30 gennaio 1945 al figlio Christopher, la Lettera n. 96[1],
e riporta la formulazione tolkieniana secondo cui “sembra che l’era delle
Macchine stia giungendo al suo inconcludente capitolo finale; lasciando, ahimè,
tutti più poveri, molti in lutto o mutilati, milioni di morti, e un solo
trionfatore: le Macchine. Mentre i servi delle Macchine stanno diventando una
classe privilegiata, le Macchine diventeranno estremamente più potenti. Quale
sarà la loro prossima mossa? […]”
La stessa lettera è centrale anche nella prefazione di Wu Ming 4 che ne pone un
estratto come esergo e poi ne riporta la distopica conclusione. La prefazione va
perciò un passo oltre il testo, e formula con nettezza ciò che Fontenelle solo
accenna: “La tentazione della Macchina, […] di cui l’Anello è l’emblema, nasce
dal disporre dei mezzi che garantiscono la realizzazione immediata dei propri
desideri, ovvero l’affermazione della propria volontà senza alcun limite, sia
esso etico o materiale. Se una cosa si può fare, si fa. Non a caso Tolkien
associa la Macchina alla Magia, cioè alla tecnica per manipolare il mondo a
proprio favore” (p. 11). Wu Ming 4 estende inoltre la lettura fino all’oggi
dell’intelligenza artificiale che guida i bombardamenti, della sorveglianza
biometrica, della dipendenza dai dispositivi che ci trasforma in appendici della
macchina. Non deve però sfuggire che anche qui, nella lettura che ne dà Wu Ming
4, l’Anello resta emblema, figura, simbolo della Macchina.
Sullo stesso terreno, e quasi nello stesso momento, arriva la terza voce di
questo canto polifonico, quella che meno ci si aspetterebbe. L’enciclica di
Leone XIV non parla della Macchina tolkieniana, e cita Tolkien una volta sola;
ma lo cita per la frase di Gandalf sul non dominare le maree del mondo e sul
lasciare terra pulita a chi verrà: una frase che è, esattamente, un’etica del
limite contro la pretesa di dominio. E il contesto in cui la colloca è quello di
una riflessione sulla “moderna Babele” come “paradigma tecnocratico
globalizzato” e sulla “corsa a sviluppare tecnologie sempre più potenti” secondo
“una dinamica disumanizzante che sembra non conoscere limiti” (par. 185). È
sostanzialmente la stessa disamina, ovvero la cristallizzazione del dominio
della tecnica, così come viene mostrato da Fontenelle e Wu Ming 4, ma tradotto
nel lessico curiale. Tre voci dunque che convergono sullo stesso nucleo
tolkieniano: la condanna del potere che non riconosce confini. Tre letture che
non si arruolano a vicenda, e che proprio nella loro distanza reciproca
permettono l’emersione del testo di Tolkien, che dimostra di possedere una
profondità che eccede ciascuna di esse, e che nessuna delle tre riesce del tutto
a nominare. Queste prospettive interpretative cercano nei testi un messaggio,
una tesi, un’allegoria della crisi presente. Ma la potenza della parola di
Tolkien non necessita di nessuna mediazione: parla da sola. Non si tratta di
applicare una teoria terza al testo narrativo, ma di adottare un metodo che
ascolti ciò che il testo ha da dire, che lo veda come pensiero che agisce per
conto proprio, come filosofia già fatta e non come illustrazione di una
filosofia altrove. Leggere Il Signore degli Anelli e Le Lettere (ma in generale
l’intera opera di Tolkien) non per quello che vi si può proiettare, ma per
quello che vi è pensato. L’allegoria, il gioco delle corrispondenze, la visione
esistenziale, lo spirito ecologista e ambientalista sono tutti elementi
corretti, ma che in fondo è la critica a posteriori ad averli proiettati sul
testo. Lasciamo che sia lui stesso, non più specchio di un’ermeneutica che il
filologo oxoniense avrebbe probabilmente mal digerito, a cominciare a parlare, e
a raccontarsi.
Sono quindi Le Lettere ad aiutarci in questa impresa, perché è lì che Tolkien si
fa teorico di sé stesso, e perché esse sono il ponte naturale tra l’opera e la
biografia. La concettualizzazione più alta è nella lettera 131, indirizzata
intorno al 1951 a Milton Waldman (p. 227), dove Tolkien distingue la Magia dalla
Macchina e insieme le imparenta: entrambe sono l’uso di mezzi esterni — “piani o
dispositivi” — per imporre la propria volontà al mondo, in opposizione allo
sviluppo dei poteri interni e innati. La Macchina è perciò la Magia
tecnicizzata, il dominio che cerca scorciatoie. Questa concettualizzazione trova
poi da un lato la sua applicazione e contestualmente si realizza come profezia.
L’applicazione emerge nella lettera del 7 luglio 1944, la 75 (p. 139), dove la
Macchina viene definita per la sua funzione: concretizzare il desiderio,
generare potere nel mondo, dove Tolkien parla della “tragedia e [del]la
disperazione di ogni Macchina”. Qui, a differenza che nell’arte, che si limita a
creare un mondo secondario nella mente, la Macchina “tenta di realizzare un
desiderio, e così di generare un potere in questo Mondo”. La profezia invece
appare in un momento che Tolkien stesso riconosce come cardine nella storia
dell’umanità. La ritroviamo nella lettera – precedentemente citata – del 30
gennaio 1945, scritta al figlio mentre i russi sono a meno di cento chilometri
da Berlino, dove compare la domanda terribile, la prospettiva distopica sul
futuro dell’umanità. Qui Tolkien scrive la sua angoscia, e il suo sguardo prova
a indagare il futuro: che cosa faranno le Macchine? Ma qui il professore di
Oxford presuppone qualcosa che né Fontenelle né Wu Ming 4 fanno rientrare nella
loro prospettiva, ovvero ammette che le Macchine facciano qualcosa. Che siano,
cioè, soggetti di un’azione e non solo oggetti di un uso, e quindi che ci sia
un’agency della Macchina, dell’inanimato, come direbbe Mark Fisher. È qui
infatti che la lettura come theory produce il suo scarto. Se prendiamo sul serio
la definizione tolkieniana — la Macchina come ciò che concretizza il desiderio
per generare potere – allora l’Anello non rappresenta la Macchina: l’Anello è la
Macchina. Non un suo simbolo, non una sua allegoria, ma un suo caso, anzi il
caso esemplare. E lo è in un senso molto preciso, che la critica tolkieniana,
presa dalla questione etica, la questione del bene e del male, ha lasciato in
ombra: l’Anello è una macchina perché agisce. Non è uno strumento inerte che
attende di essere impugnato, ma un’entità dotata di una propria volontà, di un
proprio desiderio, che si innesta su chi lo porta e lo trasforma. Il testo lo
dice con una chiarezza che colpisce, una volta che si smetta di leggerlo come
metafora. L’Anello “tradisce” Isildur facendoselo scivolare dal dito nel fiume;
“abbandona” Gollum quando ha esaurito la sua utilità; “cerca” di tornare al suo
signore. Frodo, al Consiglio di Elrond, si offre di portarlo “come se un’altra
volontà stesse usando la sua piccola voce”. E nella spaccatura del Monte Fato,
all’ultimo, è l’Anello a vincere: Frodo non lo distrugge, lo rivendica, e
occorre Gollum — un altro che l’Anello ha agito per cinque secoli — perché il
cerchio si chiuda.
Per pensare questa agentività dell’oggetto, il concetto che si offre con più
naturalezza è quello di macchina desiderante elaborato da Gilles Deleuze e Félix
Guattari. Non perché Tolkien fosse deleuziano – l’idea sarebbe assurda – ma
perché Deleuze ha dato un nome a ciò che il testo tolkieniano mette in scena:
una macchina non è un utensile, è un dispositivo che funziona per connessioni,
che produce un flusso e lo fa circolare, e che cattura il soggetto
innestandovisi. L’Anello fa esattamente questo. Non significa il potere, lo
produce; non rappresenta il desiderio, lo concretizza, proprio come Tolkien
scriveva nel 1944. Si connette al portatore, ne intacca “volontà e ragione”, e
progressivamente lo desoggettiva: Bilbo “stiracchiato”, nelle sue stesse parole,
“come burro spalmato su troppo pane”; Gollum ridotto a pura dipendenza, un
tossicodipendente, secondo la formula di Shippey, il cui oggetto del desiderio
coincide con ciò che lo distrugge. La forza di questa lettura è che non
addomestica il testo: non riduce l’Anello a una tesi sul potere o sulla tecnica,
ma ne rispetta l’opacità, il fatto che esso non vuole dire qualcosa ma fa
qualcosa. L’Anello non è allegorico perché le macchine desideranti non sono
allegoriche: funzionano.
Una volta riconosciuto questo, le tre letture da cui siamo partiti si
ricompongono in una luce nuova. Esse non sbagliano: l’Anello è davvero la
Macchina del dominio industriale di cui parla Fontenelle, è davvero l’emblema
della tecnica come scorciatoia di potere di cui parla Wu Ming 4, è davvero il
polo opposto a quella custodia del mondo che l’enciclica oppone alla pretesa
tecnocratica. Ma tutte e tre si fermano sulla soglia dell’oggetto, ne fanno un
simbolo di qualcos’altro – il capitalismo fossile, il potere, il peccato di
Babele – laddove la sua forza sta proprio nel non essere simbolo di nulla,
nell’essere una macchina che desidera e che, desiderando, produce dominio. La
devastazione ecologica che Fontenelle legge in Saruman non è allora la
conseguenza di una cattiva intenzione: è ciò che la macchina fa quando si
innesta sul mondo. Saruman non distrugge Fangorn perché è malvagio; è catturato
dalla macchina-dominio, e la macchina, una volta innestata, produce
necessariamente fucine, disboscamento, fumo. La “mente di metallo e ingranaggi”
non è una metafora del male: è la descrizione di un soggetto ridotto a prodotto
dalla macchina che credeva di usare.
Torniamo, allora, all’enciclica da cui siamo partiti, perché è il punto in cui
il cerchio si chiude e insieme rivela la propria torsione. Leone XIV affida a
Tolkien una frase sulla rinuncia al dominio: non governare le maree del mondo,
ma custodire i campi che si conoscono. È una scelta esatta, perché coglie
davvero un nucleo tolkieniano; e tuttavia, come le letture militanti, anche
questa addomestica il testo, lo piega verso un’etica della responsabilità
individuale e della “civiltà dell’amore” che è certamente nelle corde di Tolkien
ma che ne neutralizza il versante più cupo. Perché ciò che Tolkien ha messo in
scena non è soltanto la virtù di chi rinuncia al dominio, ma l’orrore di un
dominio che non si lascia rinunciare: l’Anello che non si distrugge, che vince
sul Monte Fato, che agisce i suoi portatori a dispetto della loro volontà. La
Macchina, per Tolkien, non è solo ciò a cui dobbiamo virtuosamente rinunciare; è
ciò che, una volta concretizzato il desiderio in potere, comincia a desiderare
per conto proprio e ci sfugge di mano. È la domanda del 1945, intatta: che cosa
faranno, adesso, le Macchine? Settant’anni dopo, mentre un’enciclica
sull’intelligenza artificiale convoca Gandalf e i colossi della tecnica scelgono
di battezzarsi come Palantir, Narya, Mithril, Rivendell, incarnando, come ha
notato Wu Ming 4, lo spirito di Sauron mentre ne rubano il lessico, la domanda
non ha perso un grammo della sua forza. Forse è questo che un pontefice, un
militante e un critico hanno fiutato per vie diverse: che la Terra di Mezzo non
offre una morale sulla tecnica, ma una macchina per pensarla. E che quella
macchina, come tutte le macchine desideranti, continua a funzionare.
[1] J.R.R. Tolkien, Lettere 1914/1973, Bompiani Milano 2018, p. 174 – 179
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