La geografia della materia: viaggio concettuale nell’opera dell’argentino Gabriel Manzo
Nell’ecosistema dell’arte contemporanea argentina, pochi nomi condensano con
tanta organicità la pratica del laboratorio, l’itineranza europea e il prestigio
accademico come il marplatense Gabriel Manzo. Con una traiettoria che supera
ormai i tre decenni, Manzo ha edificato un idioletto visivo in cui
l’installazione, la scultura e la pittura operano come vasi comunicanti con la
storia, la letteratura e l’ambiente geografico. Rilevante per la sua figura,
tuttavia, va oltre la mera potenza formale delle sue mostre; risiede in un
profondo rispetto intellettuale consolidatosi nelle aule universitarie e
istituzionali su entrambe le sponde dell’oceano.
Lontano dall’autocompiacimento, l’artista suole sottolineare che il mettere in
discussione e la critica sono i veri motori che convalidano il valore di una
proposta nei tempi attuali. Il rumore della sua stessa fama gli provoca più
pudore che orgoglio; forse perché comprende, come ama ironizzare, che «un uomo
senza detrattori non sarebbe degno di abitare questo mondo». Sostiene che
l’elogio accarezza la schiena, ma che nei tempi che corrono vale la pena
metterne in dubbio il suo reale valore.
Nella sua figura abita un mistero di chiaroscuri: possiede una sensibilità che
graffia la fragilità, una delicatezza quasi traslucida che si scontra
frontalmente con la verità della sua stessa geografia corporea. È lo stesso uomo
robusto capace di sollevare alberi con le braccia o di logorarsi per sedici ore
sotto il sole, con le mani screpolate, strappando alle cortecce la memoria della
loro trama per incorporarla sulla tela.
A differenza delle tendenze d’epoca che danno priorità all’immediatezza o
all’effettismo visivo autoreferenziale, la sua produzione è sostenuta da una
formazione esigente che legittima il suo status di docente. Diplomato come
Professore Superiore in Disegno, Pittura, Incisione e Scultura presso la Scuola
di Arti Visive Martín A. Malharro di Mar del Plata, in Argentina, Manzo ha
compreso precocemente che l’arte è, fondamentalmente, un campo di ricerca
teorica e che si sarebbe trasformata nel mezzo di ciò che intende dire, anche se
disturba.
Questa convinzione lo ha spinto a convalidare il suo percorso in Europa, dove ha
conseguito la Laurea in Belle Arti e, successivamente, il Master in Educazione
Artistica presso l’Università dell’Estremadura nel 2009. Le sue ricerche sulla
sinestesia del colore al Círculo de Bellas Artes di Madrid, unite alla sua
residenza curata dalla celebre artista Soledad Sevilla e da Simón Zabell a
Santander, hanno ampliato i suoi strumenti metodologici. Di ritorno in
Argentina, questo bagaglio concettuale si è tradotto in una prassi pedagogica
molto stimata da studenti e colleghi, che riconoscono in lui un «maestro» capace
di legare il mestiere tecnico alle teorie estetiche più complesse.
La biografia personale e la mappa creativa dell’artista si sono alterate in modo
definitivo durante la sua estesa residenza nel vecchio continente. Stabilitosi a
Cáceres, durante gli anni duemila Manzo ha abitato per sette anni le terre
dell’Estremadura. La pianura, la severità dei colori aridi e le reminiscenze
araldiche della regione hanno modificato la sua tavolozza e il suo rapporto con
il volume, imprimendo alla sua opera una monumentalità distintiva. Quella fu una
tappa di decantazione e di riconoscimento pubblico; le sue mostre personali gli
aprirono le porte del circuito europeo, incorporando in varie occasioni opere di
sua paternità nel patrimonio permanente del Comune di Cáceres, così come nel
Centro d’Arte e Conoscenza “Aldealab”. Installazioni di grandi dimensioni come
Fuente e Puentes sono alcuni di questi esempi. Allo stesso modo, la sua
versatilità lo ha portato a dialogare con le arti sceniche d’avanguardia,
collaborando al design dei costumi e della scenografia con la prestigiosa
compagnia Karlik Danza Teatro e l’iconico gruppo catalano La Fura dels Baus.
Il suo periplo vitale è proseguito verso l’Italia, un’esperienza che ha
funzionato come un processo di sedimentazione estetica. A Roma si è impregnato
dell’eredità classica e del dramma barocco, trasferendo quel senso teatrale e
compositivo nei suoi progetti del momento come La macchina del fango. Il suo
soggiorno a Venezia ha operato come la chiusura di questo diario di bordo
transatlantico. L’atmosfera acquatica, la luce diffusa dei canali e lo
schiacciante carico della memoria storica hanno apportato una nuova sensibilità
ai suoi studi su texture e velature.
Questo viaggio attraverso le capitali artistiche non è stato un mero detour
cosmopolita: ha costituito la materia prima spirituale e intellettuale della sua
produzione matura, sebbene ogni volta che parli di quei luoghi il suo legame
profondo sia con quei personaggi —molti dei quali legati a loro volta all’arte—
con cui ha condiviso e continua a condividere l’arte e la vita. Nessuno dei
ritorni nelle sue amate Roma e Venezia è un evento turistico: sostiene che i
suoi ritorni ogni anno nel vecchio mondo siano una modalità di resurrezione.
Nelle sue radici italiane pulsa un’eredità profonda, un legame invisibile che
diventa carezza sensibile quando le sue mani accarezzano la pietra scolpita da
quei popoli medievali. Dice di percorrere con magica angoscia le strade di
Duronia, dove nacquero i suoi antenati.
Di ritorno in Argentina, quell’arsenale concettuale rinnovato ha avuto un
impatto immediato sul circuito nazionale. Progetti intermedi come la sua celebre
“Re di Cuore” già davano conto di questa transizione fondamentale. In essa,
Manzo ha iniziato a decostruire l’iconografia del potere, il caso e la
vulnerabilità umana, utilizzando la simbologia del ricordo per esplorare i fili
invisibili che muovono gli affetti e le strutture sociali. Qui si permette di
mostre con strazio i substrati di memoria che conformano la storia umana. Questa
serie ha funzionato come preludio a una maturità concettuale che sarebbe esplosa
nei suoi progetti successivi.
In precedenza, proposte come “La macchina del fango” —ispirata alle cronache di
Roberto Saviano— avevano dimostrato la sua capacità di trasmutare la critica
politica e sociale in un’esperienza tridimensionale sublime, dove il disegno e
l’oggetto assemblato si fondevano in un’armonia perturbante.
Tuttavia, è la sua recente serie “Versus ovvero la tregua delle passioni”
—patrocinata dal Consolato Generale d’Italia e allestita nelle sale del MUMART e
successivamente nel Foyer del Teatro Auditorium— a ratificare in modo
inappellabile l’attualità e la densità della sua proposta. In essa, Manzo
confronta lo spettatore con gli opposti essenziali della trama sociale: le luci
e le ombre di una società che lo opprime, l’antagonismo e la conciliazione.
Lo spessore concettuale di Versus: Dall’Inferno alla Delizia
Versus non è solo un dispiegamento oggettuale, ma un vero e proprio trattato
filosofico visivo che si nutre direttamente delle grandi pietre miliari del
pensiero e dell’arte europea. Nelle sue composizioni, la tensione drammatica
evoca direttamente l’architettura morale e la discesa psicologica dell’Inferno
della Divina Commedia di Dante. Manzo trascina lo spettatore attraverso una
topografia di passioni umane e punizioni contemporanee, costruendo una
cartografia del dolore e della redenzione.
Questa densità letteraria dialoga, a livello pittorico e compositivo, con la
complessità morale e il brulicare di figure de Il giardino delle delizie di
Bosch. Come il maestro fiammingo, Manzo edifica mondi simultaneamente
apocalittici e paradisiaci, dove l’ibridazione della materia, lo scarto e il
sacro convivono sulla stessa superficie, ricordandoci l’eterna dualità e
fragilità dell’esperienza umana.
Questa ambizione concettuale si completa con un’ossessione tecnica di carattere
analogico. Nelle complesse trame tessili che fanno da spina dorsale alla mostra,
si indovina una rigorosa citazione e reverenza verso Jan Van Eyck. Manzo
recupera la minuziosità, il peso e la dignità che il maestro del Rinascimento
nordico conferiva ai panneggi e ai tessuti; ma qui, le pieghe e le stoffe non
vestono corpi divini, bensì vengono lavorate e ibridate con legni policromi per
incarnare le pieghe stesse della storia collettiva, le ferite del tessuto
sociale e il residuo dei legami umani.
Versus si articola sotto una premessa che definisce l’etica estetica
dell’artista: Manzo sostiene di non proporre ciò che gli piace, ma di mostrare
ciò che il mondo gli scaraventa addosso. Questa dichiarazione lo posiziona non
come un mero esteta, ma come un ricettore critico della realtà sociologica
contemporanea. La sua opera si alimenta del residuo della storia, convertendo le
tensioni collettive nella forza motrice dei suoi allestimenti.
Di fronte all’ambizione monumentale di quest’ultima esposizione, la proposta
stupisce per una duplice condizione. Da un lato, una sovranità e una prodezza
tecnica implacabile: in un’epoca segnata dalla produzione smaterializzata, dalla
virtualità o da laboratori ipertrofici pieni di assistenti, Manzo rivendica
un’etica artigianale quasi estinta. Ognuno degli imponenti moduli, i legni di
grande formato e le complesse trame tessili sono stati ideati, tagliati,
assemblati e policromati nell’assoluta solitudine del suo laboratorio. Questa
resistenza fisica e ingegneristica nel sollevare strutture monumentali senza
aiuti esterni costituisce, in sé stessa, una dichiarazione politica
sull’autonomia del creatore.
Dall’altro lato, questa monumentalità fisica convive con una poetica profonda
della contraddizione. Al di là del colossale dispiegamento fisico, Versus
commuove per la finezza del suo lirismo. Attraverso il gioco analogico e la
sovrapposizione di trame aspre, Manzo elabora un saggio visivo sulla condizione
umana, dove la violenza sociale si trasmutano in una tregua estetica di sublime
bellezza filosofica.
Gabriel Manzo si erige, in questo modo, come un anello fondamentale dell’arte
argentina attuale: l’esempio dell’artista globale che non perde le sue radici
atlantiche, del creatore la cui maturità tecnica è supportata dalla teoria, e la
cui opera continua a richiedere allo spettatore l’atto, oggi rivoluzionario, di
fermarsi a pensare.
Redacción Argentina