Cuba non è il nostro Cristo: l’internazionalismo che abbiamo smesso di costruire
Riportiamo un interessante analisi di Federica Cresci, portavoce di Cuba Mambí –
Gruppo di Azione Internazionalista, sulle false narrazioni di chi parla di
“perestrojka”, di “fine del socialismo” o di “fallimento del sistema” a Cuba in
vista delle Nuove Riforme Economiche adottate dal governo rivoluzionario cubano.
Non è la prima volta che qualcuno narra falsamente di “fine del socialismo” o di
“restaurazione capitalista” a Cuba. Questa narrazioni sono sorte nel 2008, con
il passaggio della guida del governo da Fidel Castro a Raul Castro, con la morte
di Fidel Castro nel 2016, con le dimissioni di Raul Castro nel 2018 e con
l’inizio della presidenza di Miguel Diaz Chanel nel 2019. Tutte vulgate nate in
seno all’imperialismo USA, alla destra cubana di Miami e a chi tifa per la fine
del socialismo cubano, mentre lo stesso dimostra la sua capacità di resistere e
di rinnovarsi.
Le recenti misure economiche adottate da Cuba hanno riaperto un dibattito che
attraversa da tempo il movimento internazionalista e una parte del mondo
comunista occidentale. Mentre l’imperialismo coglie ogni difficoltà dell’isola
per rilanciare la consueta narrazione sul presunto fallimento del socialismo,
anche all’interno dei nostri ambienti iniziano ad affacciarsi letture che
evocano una nuova perestrojka o interpretano le trasformazioni in corso come un
segnale di resa del progetto socialista cubano. È una discussione che merita di
essere affrontata, ma forse la domanda che dovremmo porci non è quella che molti
stanno formulando. Il problema non è se Cuba stia tradendo il socialismo, ma il
modo in cui stiamo leggendo ciò che sta accadendo. Il rischio che stiamo
correndo è molto più profondo: quello di ripetere lo stesso meccanismo politico,
culturale e psicologico che accompagnò il crollo dell’Unione Sovietica. Abbiamo
già vissuto una stagione storica in cui una crisi materiale è stata trasformata
nella dimostrazione definitiva del fallimento del socialismo. Abbiamo già
assistito alla progressiva interiorizzazione di una narrazione che ci ha portati
a considerare inevitabile l’adattamento ai parametri imposti dal capitalismo
globale. E proprio questo meccanismo rischiamo di riprodurre oggi. Quando, di
fronte alle difficoltà di Cuba, la prima reazione diventa parlare di
“perestrojka”, di “fine del socialismo” o di “fallimento del sistema”, corriamo
il rischio di utilizzare, anche involontariamente, le stesse categorie
interpretative che l’imperialismo ha utilizzato per decenni contro tutte le
esperienze socialiste. La storia non si ripete mai in modo identico, ma può
riprodurre gli stessi meccanismi politici e culturali. Ed è proprio questo che
dovremmo evitare.
Il socialismo, nella tradizione marxista e nella stessa elaborazione della
Rivoluzione cubana, non è mai stato concepito come un modello immobile o un
dogma da conservare intatto nel tempo. È un processo storico di transizione,
fatto di avanzamenti, contraddizioni, correzioni e, in alcuni momenti, anche di
misure straordinarie rese necessarie dalle condizioni materiali della realtà. E
le condizioni materiali di Cuba sono eccezionali. Da oltre sessant’anni il Paese
vive sotto un blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati
Uniti, il cui obiettivo dichiarato è provocarne il collasso economico e la
disgregazione sociale. Oggi, inoltre, Cuba affronta una situazione drammatica.
Le difficoltà energetiche, la scarsità di risorse, la carenza di carburante, la
crisi dei trasporti e la sofferenza quotidiana della popolazione non sono
questioni teoriche. Sono condizioni reali che incidono direttamente sulla vita
delle persone. Lo dico con sincerità: queste trasformazioni suscitano in me
preoccupazione, perché la sorte di Cuba mi sta profondamente a cuore. Ma la
preoccupazione non può trasformarsi nella pretesa di erigermi a giudice. Non
vivo sotto assedio, non ho il compito di garantire ogni giorno la sopravvivenza
di un intero popolo e non devo prendere decisioni straordinarie in condizioni
straordinarie. Per questo, prima di esprimere giudizi, sento il dovere di
interrogarmi sulle responsabilità storiche che appartengono anche a noi.
Dopo il crollo dell’Unione Sovietica non siamo stati capaci di costruire una
grande riflessione collettiva e internazionale sulle ragioni di quella sconfitta
storica. Non abbiamo elaborato un’analisi marxista condivisa sulle
contraddizioni del sistema sovietico, sui limiti di quel modello, sugli errori
commessi e sulle responsabilità politiche accumulate nel tempo. In larga misura,
abbiamo progressivamente arretrato. Abbiamo interiorizzato categorie
interpretative prodotte dall’egemonia neoliberale. Abbiamo assistito alla
normalizzazione del revisionismo storico che ha messo sullo stesso piano
comunismo e nazismo. Abbiamo accettato la delegittimazione delle lotte di
liberazione nazionale. Abbiamo ridotto la democrazia a una semplice competizione
elettorale tra partiti, dimenticando la sua dimensione sociale e materiale.
Abbiamo progressivamente smarrito la centralità della lotta di classe. Ma
soprattutto abbiamo smesso di ragionare come internazionalisti. Ed è qui che si
trova il cuore del problema. Abbiamo smesso di pensare in termini geopolitici e
abbiamo iniziato a ragionare dentro la frammentazione imposta dal capitalismo.
Cuba è Cuba. L’Italia è l’Italia. La Francia è la Francia. Ognuno nel proprio
spazio, nel proprio recinto, nel proprio orticello politico. Ma il marxismo non
ha mai ragionato così. Le sorti di Cuba, dell’Europa, dell’America Latina,
dell’Africa e dell’Asia non sono processi separati. Sono parte di uno stesso
conflitto globale tra modelli di società differenti.
Ed è forse proprio questo il grande insegnamento che Ernesto Che Guevara aveva
compreso con straordinaria lucidità. Quando Ernesto Che Guevara sosteneva la
necessità di estendere i processi rivoluzionari in America Latina, e quando
Fidel Castro ne condivise e sostenne quella prospettiva strategica, non si
trattava della ricerca di un sacrificio eroico né dell’utopia di pochi
visionari. Si trattava di una lucida analisi geopolitica. Entrambi avevano
compreso una verità fondamentale: nessuna rivoluzione può sopravvivere
indefinitamente nell’isolamento. La difesa di Cuba non si sarebbe giocata
soltanto all’Avana, ma nella capacità di costruire nuovi rapporti di forza
politici, sociali e rivoluzionari nel resto del mondo. È anche per questo che
l’internazionalismo cubano non è rimasto una teoria, ma si è tradotto nei fatti,
attraverso l’invio di medici, insegnanti e il sostegno ai processi di
liberazione di altri popoli. Non si trattava di beneficenza né di generosità
astratta. Si trattava di una precisa strategia internazionalista.
Ed è necessario chiarire che cosa intendiamo per internazionalismo.
L’internazionalismo non consiste semplicemente nell’inviare medicinali,
organizzare raccolte di aiuti, promuovere incontri pubblici o parlare di Cuba.
La solidarietà è importante, necessaria e insostituibile, ma da sola non basta.
L’internazionalismo, nella tradizione marxista, è una strategia politica di
costruzione di rapporti di forza internazionali. La solidarietà aiuta Cuba a
resistere. L’internazionalismo costruisce le condizioni affinché Cuba non sia
costretta a resistere da sola. Ed è forse qui che abbiamo commesso il nostro
errore più grande. Abbiamo continuato a praticare la solidarietà, ma abbiamo
smesso di costruire una strategia internazionalista capace di modificare i
rapporti di forza globali. Abbiamo progressivamente trasformato
l’internazionalismo in una delega. Abbiamo preteso che altri sostenessero il
peso di una lotta che avremmo dovuto contribuire a costruire tutti insieme.
Abbiamo continuato a chiedere a Cuba di essere il faro del socialismo mondiale,
di sopportare un assedio permanente, di rappresentare un’alternativa possibile,
mentre nei nostri Paesi smettevamo di costruire le condizioni politiche
necessarie a spezzarne l’isolamento.
Abbiamo finito per attribuire a Cuba una funzione quasi salvifica. È come se,
inconsapevolmente, l’avessimo trasformata in una figura chiamata a caricarsi
sulle spalle il peso delle sconfitte, delle rinunce e delle incapacità
accumulate dal movimento comunista internazionale. Una sorta di popolo destinato
a sopportare un sacrificio permanente affinché altri possano continuare a
nutrire la speranza di un mondo diverso. Una rappresentazione che, per certi
versi, ricorda la figura simbolica del Cristo della tradizione cristiana: colui
che porta il peso della croce e si sacrifica per redimere i peccati
dell’umanità. Ma il marxismo non è una religione e l’internazionalismo non è un
atto di fede. Nessun popolo può essere trasformato in un redentore permanente al
servizio delle speranze degli altri. Nessuna rivoluzione può essere condannata a
un sacrificio infinito per compensare le sconfitte accumulate altrove. Il
socialismo non si costruisce attraverso l’immolazione di un solo popolo, ma
attraverso una responsabilità collettiva e condivisa. È proprio questo che
abbiamo il dovere di tornare a costruire.
Forse dovremmo ricordarci una lezione che la storia ci ha già insegnato. La
vittoria sul nazifascismo non fu il risultato del sacrificio di un solo popolo.
L’Unione Sovietica sostenne il peso maggiore di quella lotta e pagò un prezzo
umano immenso, ma la liberazione fu possibile anche perché, in ogni Paese,
uomini e donne organizzarono la Resistenza e parteciparono attivamente a quella
battaglia storica. Nessuno pensò che il compito spettasse soltanto all’Unione
Sovietica. Ognuno fece la propria parte. Questo è il significato profondo
dell’internazionalismo ed è forse proprio questa la lezione che abbiamo
progressivamente dimenticato.
Per questo è troppo facile assumere oggi posizioni di assoluta intransigenza nei
confronti di Cuba. È troppo facile diventare improvvisamente duri e puri quando
il prezzo delle scelte lo paga qualcun altro. È troppo facile pretendere
coerenza assoluta da Cuba quando noi, nei nostri Paesi, non siamo stati capaci
di ricostruire i rapporti di forza necessari a spezzarne l’isolamento. Il
marxismo, però, non è questo. Il marxismo è analisi concreta della realtà
concreta. È la capacità di leggere i rapporti di forza, le condizioni materiali
e le contraddizioni storiche. Non è la pretesa di imporre una purezza ideologica
a un popolo che da oltre sessant’anni vive sotto assedio e che, nonostante
tutto, continua a resistere, a reinventarsi e a cercare nuove strade per
sopravvivere. E continua a farlo in una condizione di isolamento geopolitico
che, troppo spesso, abbiamo sottovalutato o considerato inevitabile. Perché, se
è vero che l’imperialismo porta la responsabilità principale di questo assedio,
è altrettanto vero che non siamo stati capaci, negli ultimi decenni, di
costruire quei rapporti di forza internazionali che avrebbero potuto rendere
Cuba meno sola in questa battaglia.
Il compito degli internazionalisti non è chiedere a Cuba di sacrificarsi ancora
di più. Il compito degli internazionalisti è fare in modo che Cuba non sia più
costretta a farlo da sola. Perché il problema non è che Cuba stia cambiando per
sopravvivere. Il problema è che noi abbiamo smesso, da troppo tempo, di
costruire le condizioni affinché non fosse costretta a farlo da sola. Prima di
chiederci che cosa Cuba stia facendo per il socialismo, dovremmo avere il
coraggio di chiederci che cosa il movimento comunista internazionale abbia
fatto, negli ultimi trentacinque anni, per non lasciarla sola. Perché il
socialismo non è un’eredità da conservare né una testimonianza da ammirare. È
una costruzione collettiva. E una costruzione collettiva non si delega.
Redazione Italia