Guido Crepax / Quando l’Eros è feticcio
All’inizio degli anni Settanta, il cinema europeo riscopre con Just Jaeckin
Emmanuelle (1974) e Histoire d’O (1975), indirizzando i due più scandalosi
romanzi degli anni Cinquanta verso i lidi di fiorenti sottogeneri del filone
erotico. Lo slancio della trasposizione mediale fu tale che contagiò anche il
fumetto, e quindi l’editoria, specificatamente, un editore particolare come
Franco Maria Ricci, famoso per le costose ed eleganti edizioni rivolte a un
pubblico che si pretendeva di raffinati e danarosi bibliofili, notoriamente
interessati all’oggetto, nel senso proprio di feticcio, prima che del
“contenuto” veicolato.
La scelta dell’autore cadde in modo apparentemente naturale su Guido Crepax, il
padre del fumetto erotico eleveted che la generazione sessantottina aveva
conosciuto attraverso le pagine di “Linus”: le fantasie masochiste che popolano
le avventure della sua eroina, Valentina Rosselli, possono in effetti richiamare
la scelta della sottomissione della giovane O di Pauline Réage (alias Dominique
Aury, aka Anne Cécile Desclos, ripercorrendo le disclosure che l’autrice
completò soltanto quarant’anni dopo l’uscita del libro, nel 1994). Entrambe le
figure femminili peraltro condividono la passione e la professione della
fotografia.
Alla fine, L’Histoire d’O a tiratura limitata e copertina setosa di FMR,
nobilitata dalle prestigiose prefazioni di Roland Barthes e Alain Robbe-Grillet,
fu prezzato per la “scandalosa” cifra di 280.000 lire del tempo, pari
all’incirca agli attuali 3000 euro con cui il libro figura tuttora sul sito
dell’editore. Nel successivo mezzo secolo, il volume è stato ovviamente
ristampato in economica da numerosi altri editori, fino alla presente edizione 2
x 1 feltrinelliana, comprensiva del sequel Histoire d’O 2 che Crepax realizzò
soltanto nel 1984, con ben altro abbrivio e assai meno reverenza verso il testo
letterario.
Come detto, la scelta del fumettista architetto milanese, scomparso nel 2003,
risulta naturale sulla carta, stante la risicata legittimazione che il fumetto
raccoglieva nell’Italia di Fanfani e di Saragat – difficile immaginare la stessa
operazione affidata alla penna esplosiva di Magnus o alla coppia
Cavedon-Barbieri, ma forse non altrettanto scontata per il diretto interessato.
Per Crepax Histoire d’O è infatti il primo graphic novel basato su un soggetto
non originale, a cui poi faranno seguito altri classici della letteratura
erotica come Emanuelle, Casanova, Justine, Venere in pelliccia. Insomma una
prima volta sfidante, senza i sotterranei perturbanti e i deliri onirici di
Valentina, ma anche una premessa “paralizzante” che consegna ad esempio la trama
del fumetto alle linee di sviluppo originali del libro (una volta rimossa la
voce in terza persona del narratore). L’unica libertà se la prende retrodatando
tutta la vicenda agli anni ’30 e assegnando indirettamente il sadismo maschile,
di ordinanza presso il castello di Roissy e dintorni, all’imperante mentalità
dell’Ur-fascismo europeo. Negli stessi anni del Salò pasoliniano una mossa quasi
scontata. Con una verve più sbrigativa nel seguito del 1984, liberamente
adattato da Crepax, a parti invertite, O sarà invece una mistress senza
scrupoli, che abbina l’estro sadiano per la frusta al ricatto e allo spionaggio
industriale. Qui soprattutto, nella familiare profusione di Hasselblad e di
Nikon, il medium della fotografia torna padrone della scena e nelle mani di O
fruga chirurgicamente i corpi consegnati all’iniziativa del suo doppio sadico.
Tornando a Histoire d’O, quella degli anni Settanta, le tavole appaiono
cesellate dalla ricerca di un’eleganza fuori misura, sempre sul punto di
apparire algida e raggelata, ma sempre fermandosi un attimo al di qua del
limite. Il normale del fumetto-mmagine, quello che batte il tempo all’azione e
scandisce l’avanzamento della linea narrativa, si sottomette come O al
fumetto-tempo che intinge la china direttamente nelle attese del lettore. La
segmentazione della pagina “alla Crepax” esplode qui in mille frammenti, un
alfabeto di fruste e di natiche, monadi di un universo discreto, non uniformi né
omogenee tra loro. Più che stacchi di montaggio, riflessi di film da cineclub,
la parabola di O sembra richiamarsi a un immaginario pornografico pre-filmico,
alla Muybridge, per così dire. Come osserva acutamente Boris Battaglia nella
postfazione: “ La geometria del suo supplizio ogni volta che le viene inferto è
risolta con l’esasperata segmentazione dello spazio eppure Crepax riesce a fare
in modo che esse costruiscono il tempo in attimi che vengono ricomposti, con
circolarità, allo sguardo del lettore, in un insieme unico”.
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