Perestrojka cubana? Le parole che bruciano
Proponiamo la traduzione in italiano di questo interessante articolo di Eduardo
Miguel Álvarez Estévez, autore e analista cubano che si occupa di temi politici,
economici e del dibattito sul futuro del socialismo a Cuba. Pubblicato il 21
giugno 2026, il testo offre una riflessione sulle attuali riforme economiche
avviate a Cuba e sul confronto, spesso evocato da osservatori e commentatori,
con l’esperienza della perestrojka sovietica. Pur trattandosi di una posizione
che appartiene all’autore, il contributo rappresenta uno spunto di discussione
utile per approfondire un dibattito di grande attualità che riguarda il presente
e il futuro del processo rivoluzionario cubano.
Di Eduardo Miguel Álvarez Estévez | 21 giugno 2026.
Il paragone già circola. Sui social network, nei dibattiti, nelle analisi di
coloro che ci osservano dall’esterno. Alcuni lo lanciano come un elogio ambiguo.
Altri come un’accusa tagliente. E non sono pochi i rivoluzionari che, a bassa
voce, si chiedono: non sarà forse questa una perestrojka alla cubana? Facciamo
ciò che pochi fanno. Guardiamo la questione in faccia. Senza sotterfugi. Senza
slogan. Con la maturità di chi sa che un dibattito serio non indebolisce la
Rivoluzione.
Al contrario, la rafforza. Che cos’è stata la perestrojka Ricordiamo di cosa
parliamo quando diciamo “perestrojka”. Michail Gorbačëv la lanciò nel 1985 come
una “ristrutturazione” del socialismo sovietico. La sua diagnosi era corretta:
l’economia pianificata si era stagnata, la burocrazia soffocava l’iniziativa e
il popolo viveva ogni anno in condizioni peggiori. Fin qui, tutto ragionevole.
Il problema non fu la diagnosi. Fu il metodo e il suo esito finale. Gorbačëv
aprì l’economia senza consolidare le istituzioni che avrebbero dovuto governare
e controllare quella apertura. Permise la critica senza rafforzare la direzione
del Partito. Allentò le redini dello Stato senza avere chiaro dove stesse
andando il cavallo. E in meno di sei anni, l’Unione Sovietica si disgregò. Non
fu l’impero a distruggerla. Fu la sua stessa dirigenza a farla implodere. Ciò
che critichiamo della perestrojka non è la necessità di riformare.
È l’ingenuità di averlo fatto senza controllo, senza il Partito, senza una
direzione precisa. È l’apertura trasformata in resa. La flessibilità diventata
capitolazione. Che cos’è la nostra riforma Ora guardiamo alla nostra realtà. Le
misure annunciate da Miguel Díaz-Canel presentano inevitabili punti di contatto
con quell’esperienza: decentralizzazione, autonomia delle imprese, apertura al
settore privato, investimenti stranieri. Gli strumenti sono simili. Ma uno
strumento non definisce il carpentiere che lo utilizza. La differenza risiede in
tre pilastri che Gorbačëv trascurò e che noi non possiamo permetterci di
trascurare. Primo: il Partito.
La perestrojka indebolì il Partito Comunista dell’Unione Sovietica fino a
renderlo irrilevante. La nostra riforma, invece, si realizza con il Partito
Comunista di Cuba come avanguardia indiscussa. Le misure vengono annunciate dal
Primo Segretario del Comitato Centrale. Sono attuate dalla direzione della
Rivoluzione. Il potere politico non si tocca. Non si decentralizza. Non si
negozia. Secondo: la sovranità. Gorbačëv cercò l’integrazione con l’Occidente
come ancora di salvezza. Aprì le porte al Fondo Monetario Internazionale, alla
NATO e al capitale finanziario senza particolari limiti.
Noi, invece, riformiamo sotto assedio, ma senza cedere un solo frammento della
nostra sovranità. Le misure servono a resistere, non a integrarci. A
sopravvivere, non a capitolare. Terzo: la memoria. La perestrojka rinnegò
l’eredità sovietica. La definì “stagnazione”, “errori del passato”, “culto della
personalità”. Noi non rinneghiamo Fidel Castro, Raúl Castro, Ernesto Che Guevara
e la nostra storia. Riformiamo per preservare la Rivoluzione, non per
seppellirla. È questa una perestrojka? Se per “perestrojka” si intende riformare
per salvare il socialismo, allora sì. Se per “perestrojka” si intende aggiornare
il modello senza perderne l’anima, allora ancora sì. Ma se per “perestrojka” si
intende aprire senza controllo, senza il Partito, senza una direzione e senza
memoria, allora no. Decisamente no.
Noi non ripeteremo la storia sovietica perché possediamo ciò che a Gorbačëv
mancò: la consapevolezza che il socialismo si riforma con lucidità, con il
controllo popolare attivo e con una direzione rivoluzionaria salda al timone.
Ciò che abbiamo imparato da quel fallimento L’Unione Sovietica crollò perché
volle riformarsi senza difendersi. Perché aprì l’economia mentre chiudeva il
dibattito ideologico. Perché permise che la sfiducia divorasse l’autorità dello
Stato. Queste lezioni sono impresse nella direzione cubana. Le abbiamo studiate.
Le abbiamo discusse. Le portiamo tatuate sulla pelle. Per questo parlo di tempi
e di gradualità. Per questo insisto sul controllo.
Per questo ripeto che la Corte dei Conti, la polizia economica e un popolo
vigile non sono elementi decorativi. Sono lo scudo che impedisce che la riforma
si trasformi in un saccheggio. Ciò che sostengo Chiamiamo le cose con il loro
nome. Questa non è una perestrojka. È una rettifica rivoluzionaria. Un
aggiornamento del modello che non rinnega i suoi padri fondatori. Un
aggiustamento d’emergenza realizzato con le mani libere e la coscienza limpida.
Se domani qualcuno userà la parola “perestrojka” per screditarci, risponderemo
di no.
Diremo che noi abbiamo imparato da quel fallimento. Che non abbiamo consegnato
il Partito. Che non abbiamo aperto senza controllo. E che la nostra riforma non
è la bara del socialismo. È la sua tavola di salvezza.
La storia giudicherà. Come sempre. Patria o Morte. Vinceremo.
Traduzione in italiano a cura di Cuba Mambí – Gruppo di Azione Internazionalista
Redazione Italia