“Palestina Anima Mundi”, la piazza di Palermo tra riflessioni e proposte
Anche la piazza di Palermo, rappresentata dall’Assemblea cittadina per la
Palestina, ha partecipato all’evento nazionale Palestina Anima Mundi, che ha
visto coinvolte piazze di città, grandi e piccole, nate dai “presidi stabili”
quotidiani, settimanali, mensili o dalle assemblee cittadine che dal 2023
organizzano e manifestano, con varie forme e con cadenza periodica; una diffusa
rete orizzontale, una vera mappa dei luoghi che incarnano il sostegno alla
resistenza del popolo palestinese contro il genocidio e contro l’occupazione e
la distruzione dei territori occupati in Cisgiordania.
Nella serata di venerdì,19 giugno, questo piccolo universo solidale, disseminato
in più punti, nato dal basso, un unico corpo politico fatto di tante storie
collettive, riconosciutosi nel lemma Palestina Anima Mundi, si è dato
appuntamento, in rete, su proposta dei presidi di Cagliari e Milano, per
mantenere vivo il dibattito su Gaza, Cisgiordania e Libano, dialogando con
Francesca Albanese, relatrice speciale delle nazioni unite sui territori
palestinesi occupati, in occasione della presentazione del suo ultimo libro La
luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero.
Senso e significato della serata e della sua suggestiva intestazione sono stati
sottolineati da alcuni attivisti negli interventi di apertura della
manifestazione e ulteriormente motivati ed esaltati, con vigore e incisività,
nell’intervista che il giornalista Matteo Meloni ha rivolto a Francesca
Albanese.
Palestina Anima Mundi è il luogo in cui si gioca l’“anima” della nostra civiltà,
è il centro, non la periferia, il prisma per leggere le ingiustizie globali, lo
specchio in cui si riflettono le contraddizioni del nostro tempo (razzismo,
autoritarismo, rimozione della memoria, culto della forza, colonizzazione); “un
luogo che parla al cuore del mondo, e che il mondo non può più permettersi di
ignorare”, perché in quel quadrato di terra si gioca la dimensione etica e
politica del mondo intero; se la Palestina muore, muore un pezzo di anima del
mondo. Se resiste, ci insegna a resistere.
L’intervista di Matteo Meloni si è aperta, dunque, con la presentazione del
libro La luce del risveglio. Dalla Palestina al mondo intero, e solo dopo si è
dato spazio alle domande arrivate dalle 175 piazze collegate. Il libro è un
viaggio profondo nella storia della Palestina degli ultimi 100 e più anni, ma la
vera Storia passa attraverso i corpi, le case, le canzoni, le chiavi
custodite. Francesca Albanese elegge la Palestina a paradigma universale, non
solo caso specifico; la Palestina è una lente per leggere ogni oppressione, per
capire il sistema-mondo. Ciò che accade in Palestina rivela i meccanismi della
violenza coloniale, della rimozione, dell’equidistanza complice che ritroviamo
ovunque. Il libro dà voce a “chi ha avuto il coraggio di dire la verità mentre
intorno imperversavano le menzogne, e chi la verità l’ha pagata con la vita”.
L’autrice parte dal linguaggio: decolonizzare non è un vezzo, non è uno stile
culturale o accademico, è un atto politico che decostruisce il centro, cancella
il punto di vista di chi gerarchizza; è una presa di coscienza, una necessità
per smontare la struttura materiale del potere che riproduce il dominio su vari
livelli. “Dovremmo smettere di dire Medio Oriente e iniziare a usare Asia
occidentale”, dichiara, con forza, Francesca Albanese, perché il primo è un
termine nato dallo sguardo dei colonizzatori, uno sguardo che giudica le persone
dal colore della pelle, uno sguardo che ha giustificato schiavitù, occupazione,
sfruttamento; uno sguardo che è stato interiorizzato e che si spera possa
sparire con la nostra generazione, che ha gli strumenti per individuarlo e
disinnescarlo. Matteo Meloni insiste sulle fonti che costituiscono
l’architettura del del libro, citando Said, Fanon, Gabor Maté: autori che hanno
smontato razzismo, colonialismo e traumi storici. Francesca Albanese riconosce
il contributo significativo di questi pilastri fondamentali, senza i quali il
suo testo non starebbe in piedi; da lì allarga il discorso: dopo il 1945
l’Occidente si è raccontato la favola di essere diventato buono, evitando così
di fare i conti con se stesso, con i nodi irrisolti, ancora presenti sotto
mutate forme, della sua storia e della sua affermazione.
L’appello della relatrice speciale è netto: protestare, resistere. Il
cambiamento politico arriva solo se in tanti provano a mettersi in gioco, se una
massa critica di persone integre e incorruttibili, anche di diversa appartenenza
politica, si espongono, pienamente consapevoli che oggi s’impone, con sempre
maggiore urgenza, la necessità di una visione umanista vera, che metta le
persone al centro e garantisca diritti uguali, in un mondo segnato dalle
gerarchie, dalla disomogeneità, dall’ingiustizia, dall’illegalità ostentata. Il
turbamento e lo sdegno che Gaza genera può diventare motore per combattere
l’indifferenza, l’equidistanza, la neutralità, la complicità, tutto ciò che
rende possibile un genocidio.
Nel rispondere ad altre domande relative al ruolo della stampa, F. Albanese
anticipa la prossima pubblicazione di un rapporto intitolato Il Mediacidio, che
pone sotto accusa l’attività di manipolazione dei media occidentali, considerati
liberali, sottolineando che solo con l’informazione giusta e l’impegno
collettivo possiamo contrastare quello che chiama “necro-capitalismo”: un
sistema che produce profitti dalla morte, dalla distruzione, dai conflitti e
dalla negazione dei diritti; un sistema che privilegia la guerra come mercato,
la vendita di armi anziché il rispetto del diritto internazionale.
> QUALI AZIONI POSSONO RIVELARSI EFFICACI E AUTENTICHE PER CONTRASTARE QUESTA
> DRAMMATICA DERIVA, CHIEDE, IN CHIUSURA, MATTEO MELONI?
Secondo Francesca Albanese è essenziale e imprescindibile quanto segue: stare
nello spazio pubblico con amore e cura, attraverso gesti quotidiani e
perseveranza; raccontare la Palestina a chi non la vede, cioè ridare nomi e
volti alle storie, testimoniando le vite: ogni racconto che squarcia il silenzio
è un atto di resistenza; leggere e attuare la Costituzione; costruire reti
trans-mediterranee tra l’Europa del sud, il Nordafrica, l’Asia occidentale,
affacciati sullo stesso mare, per creare un’economia capace di unire i popoli;
trasformare la mobilitazione dal basso in pressione istituzionale, attraverso la
campagna BDS, per colpire il portafoglio di chi trae profitto dall’occupazione,
sostenendo il contenzioso contro Leonardo Spa, uno dei responsabili della
fornitura di armi e sistemi di controllo a Israele; prospettare l’obiezione di
coscienza contro l’economia di guerra, come rifiuto di lavorare per produrre
armi o come rifiuto di partecipare con il proprio lavoro al ciclo che produce
morte. Infine essere “cellule di cambiamento”, una scelta improrogabile per non
restare inermi e indifferenti, per abbattere i muri con la forza della
giustizia.
La partecipazione della piazza di Palermo all’evento nazionale è stata,
inoltre, occasione propizia per presentare al pubblico intervenuto l’opuscolo La
nostra Terra, le loro guerre, esitato dalla due giorni del 2-3 maggio 2026,
presso l’Eco Museo del Mare di Palermo.
L’iniziativa è stata promossa dall’Assemblea Cittadina per la Palestina e dal
Coordinamento Regionale Siciliano per la Palestina, con l’obiettivo di costruire
uno spazio di confronto politico unitario sulla questione palestinese e sulle
sue connessioni globali.
Il percorso è nato dalla necessità di affrontare in modo non frammentato temi
cruciali che attraversano la contemporaneità: la resistenza palestinese, il
colonialismo, la militarizzazione dei territori e della formazione e la
repressione politica, fenomeni che non possono essere analizzati separatamente,
poiché affondano le loro radici in matrici imperialiste e capitaliste comuni. La
lettura proposta è stata dunque sistemica: la Palestina assunta come prisma per
comprendere le logiche di dominio che operano su scala globale.
La due giorni si è strutturata come laboratorio intensivo di autoformazione
politica. Coloro che hanno partecipato si sono suddivisi in tavoli tematici
specifici con il compito di delineare obiettivi pertinenti e pratiche di lotta
radicale e alternativa, pensate per incidere concretamente sui territori di
provenienza. Il lavoro collettivo non si è esaurito nella discussione:
l’elaborazione emersa dai tavoli è stata sistematizzata nell’elaborazione
dell’opuscolo. Il documento si presenta, quindi, come sintesi integrata dei
contributi e come strumento operativo, volto a fornire chiavi di lettura e
indicazioni di azione.
Il titolo dell’opuscolo sottolinea la centralità della Sicilia all’interno di
questo orizzonte. Per la sua posizione geografica nel Mediterraneo e per la
forte militarizzazione legata alla presenza di basi NATO e statunitensi, l’isola
è individuata come snodo strategico. Proprio questa condizione rende la Sicilia
un centro vivo di solidarietà internazionale e, al tempo stesso, un territorio
esposto alle contraddizioni dell’imperialismo. L’opuscolo, che non ha mero scopo
analitico, reca in sé l’invito esplicito a tradurre l’analisi in pratiche
concrete di resistenza. L’obiettivo dichiarato è duplice: evitare di restare
impreparati di fronte ai gravi eventi globali in corso e contribuire attivamente
alle lotte dei popoli oppressi dall’imperialismo. La resistenza viene quindi
intesa come processo collettivo, radicato nei territori, che unisce riflessione
teorica e azione politica.
Redazione Palermo