Respinto il “Jobs Act” portoghese, «lottare è necessario, lottare vale la pena»
Il “Jobs Act” portoghese è stato respinto e la grande mobilitazione dei
lavoratori, del sindacato e del Partito Comunista Portoghese ha svolto un ruolo
decisivo nel contrastare, nelle piazze e in parlamento, il cosiddetto “pacchetto
lavoro” e nel determinare, infine, il voto contrario dell’Aula, che ha così
affossato la riforma.
In controtendenza rispetto all’andamento generale delle controriforme del lavoro
in ambito europeo e in netta differenza rispetto a quanto accaduto, ad esempio,
in Italia, ai tempi dell’approvazione del Jobs Act del Governo Renzi, in
Portogallo la mobilitazione dei lavoratori e delle lavoratrici, il
coinvolgimento dell’opinione pubblica, la lotta del maggiore sindacato del
Paese, la CGTP (Confederazione Generale dei Lavoratori Portoghesi) e la lunga,
assidua, incessante battaglia politica che il Partito Comunista Portoghese ha
saputo condurre, nelle piazze e in parlamento, hanno portato al voto contrario
che ha affossato in Aula la controriforma del lavoro del governo delle destre.
Il contributo del Partito Comunista Portoghese, in questo successo, è stato
determinante: con una mobilitazione durata mesi e una strenua opposizione in
tutto il Paese e in tutte le sedi pubbliche e istituzionali, coinvolgendo e
mobilitando vasti settori della popolazione, è riuscito a mobilitare il Paese e
convincere in parlamento gli indecisi, perfino quanti si erano all’inizio
dichiarati a favore del cosiddetto “pacchetto lavoro”, raggiungendo alla fine il
risultato: la proposta di legge del governo è stata respinta, con i voti
contrari di PS, Livre, Chega, PCP, BE, PAN e JPP e il voto favorevole solo dei
partiti che sostengono il governo, PSD, CDS e Iniziativa Liberale. E se le
immagini, talvolta, contano più delle parole, dice tutto la scena degli applausi
di decine e decine di cittadini e lavoratori che hanno sottolineato l’esito
della votazione dalle tribune del parlamento.
Contemporaneamente, mentre i deputati discutevano la proposta del governo,
davanti al parlamento migliaia di persone partecipavano alla manifestazione
indetta dal CGTP contro la “riforma” del lavoro, con diversi leader del
sindacato presenti, peraltro, proprio sulle tribune dell’Aula. Chiaro il
messaggio del sindacato: “Tutti i deputati e i partiti che, con il loro voto a
favore o con l’astensione, permettono la prosecuzione della discussione sul
pacchetto di cosiddette riforme del lavoro, tradiscono la volontà dei lavoratori
e delle lavoratrici”. Ancora più netto l’intervento in aula del segretario
generale del PCP, Paulo Raimundo, che ha ricordato al parlamento e al Paese
tutto che “i lavoratori perdonano molte cose, ma non perdonano mai il
tradimento”.
È stato così sconfitto un “pacchetto lavoro” che pretendeva di allineare il
Portogallo ai peggiori dettami neoliberisti dell’Unione europea, imponendo
maggiore sfruttamento, bassi salari, licenziamenti senza giusta causa,
generalizzazione del lavoro precario, ulteriore deregolamentazione dell’orario
di lavoro, incentivi al lavoro non retribuito e perfino riduzione dei diritti
riconosciuti di madri e padri, dei genitori lavoratori. Proponeva, il cosiddetto
“pacchetto lavoro”, oltre all’attacco frontale ai diritti individuali, e il loro
ulteriore indebolimento, anche l’attacco ai diritti collettivi dei lavoratori,
l’indebolimento della contrattazione collettiva, la compressione del diritto di
riunione, di iniziativa e di informazione sindacale, la limitazione, perfino,
del diritto di sciopero.
È montata nel Paese un’asfissiante e menzognera campagna sulla presunta
“rigidità” della legislazione sul lavoro, un refrain, peraltro, ben noto anche
nel nostro Paese, che ha provato a intorbidire le acque, cercando di confondere
rigidità del lavoro con tutela dei diritti, al fine di accrescere il potere
degli strumenti, in mano al padronato, di cancellazione o riduzione dei diritti
sindacali e di compressione e peggioramento delle condizioni materiali di vita
di lavoratori e lavoratrici. Tra le misure specifiche, il cosiddetto pacchetto
proponeva l’istituzione di contratti a tempo determinato di durata maggiore,
l’ampliamento delle causali per questo tipo di lavori precari, l’estensione del
subappalto e della esternalizzazione per distruggere posti di lavoro a tempo
indeterminato, la cancellazione di fatto del riconoscimento del lavoro
dipendente per i lavoratori su piattaforme digitali e la riduzione drastica
della tutela dei lavoratori autonomi in situazioni di dipendenza economica,
aumentando la percentuale di lavoro svolto dal 50% all’80% ai fini del
riconoscimento di tale prestazione lavorativa come lavoro dipendente; e ancora
l’incremento dell’utilizzo del lavoro interinale e l’estensione dei contratti a
brevissimo termine.
In poche parole, il cosiddetto pacchetto avrebbe trasformato la vita dei
lavoratori in un autentico inferno, prolungando l’orario di lavoro,
peggiorandone le condizioni e puntando sul lavoro precario e poco o nulla
retribuito. Impossibile non pensare alla vicenda italiana, dove l’approvazione,
prima dei famigerati “collegati lavoro” dei governi delle destre (2010 e 2024),
poi dell’insopportabile “Jobs Act” dei governi del PD (2014-2016), ha
contribuito in modo determinante all’estensione della precarietà e al
peggioramento delle condizioni di vita di milioni e milioni di lavoratori nel
nostro Paese.
Un dato su tutti: in Italia, i lavoratori senza tutele sono più di 3 milioni,
non hanno contratto, non maturano contributi e non hanno accesso a ferie,
malattia, maternità, tfr, indennità di disoccupazione e, in caso di infortunio,
non sono coperti da assicurazione. Non solo, sempre in Italia l’11% della forza
lavoro, più di un lavoratore su dieci, è lavoratore povero, pur lavorando è in
condizione di povertà, e salario e welfare non ne consentono una vita dignitosa.
Il tutto, peraltro, in un contesto, quello del nostro Paese, di disuguaglianze e
ingiustizie sempre più clamorose e stridenti: il 5% più ricco delle famiglie
possiede addirittura il 46% della ricchezza nazionale; il 50% dei nuclei
familiari più poveri detiene meno dell’8% della ricchezza nazionale; l’1% dei
“super-ricchi” detiene da solo quasi un quarto, più o meno il 24%, dell’intera
ricchezza del Paese.
Corrisponde al vero quanto affermato dal Partito Comunista Portoghese: è in
primo luogo la lotta dei lavoratori e delle lavoratrici che ha consentito di
sconfiggere il Jobs Act portoghese, lottare è necessario e lottare vale la pena.
Si tratta cioè di un vero e pieno successo, che è del sindacato, del partito e
soprattutto di tutti i lavoratori e le lavoratrici portoghesi, e di un risultato
che impone una riflessione, anche nel nostro Paese, su quanto la partecipazione
attiva, la mobilitazione organizzata, l’azione del sindacato e del partito,
l’attivazione della società civile siano e continuino ad essere un fattore
determinante nella difesa della democrazia e dello stato sociale.
Dice tutto il comunicato del Partito Comunista Portoghese. «È una vittoria dei
lavoratori. La sconfitta del “pacchetto lavoro” conferma che, anche quando i
poteri dominanti sembrano potere tutto, alla fine non possono. Perché c’è una
forza ancora più grande: la lotta organizzata dei lavoratori».
Gianmarco Pisa