Marina Abramović / In tutte le Venezie del mondo
Marina Abramović a Venezia, una mostra inaugurata di recente in occasione della
Biennale, alle Gallerie dell’Accademia, dunque Marina esiste qui nella città
lagunare, esistendo l’artista ovunque nel mondo e ovunque la libertà unita a
curiosità e desiderio l’abbiano spinta verso la gente, quel particolare tipo di
gente in grado d’essere sfiorata – e colpita – in modo leggendario. Mentre si
passeggia nei percorsi mistici delle isole si può leggere (o rileggere), durante
una sosta, il memoir che torna in mezzo a noi “attraversando i muri”, ancora e
sempre capaci di commuoverci come si commuove l’artista uscendo dalla stazione
di Santa Lucia – di colpo immersa in un sogno totale, immersi neuroni e
coscienza in un profondo di incredulità e meraviglia. E in effetti è davvero
accaduto. In anni così lontani così vicini.
Il viaggio sublime di Abramović inizia dalla ex Jugoslavia, sempre in compagnia
di qualcuno, perché i muri non si attraversano da soli, quel loro spessore non
dà modo di conoscere la vita. Dalla carenza di ogni cosa, nel luogo oscuro della
Jugoslavia postbellica, però con genitori che avevano combattuto i nazisti, la
ragazza Marina si presenta come viaggiatrice con pensieri dominanti di libertà,
e prime prove pittoriche che bramano soltanto d’ispirarsi a tutt’altro. Ora lo
sappiamo, ora la biografia evoca e fa tornare indietro nel tempo in un via vai
di avvenimenti e circostanze, amori pressoché eterni (come quello con Ulay),
entrando e uscendo dai deserti mondiali fino alla Grande Muraglia cinese.
Dentro alla storia, performance centrate su The Artist Is Present, il dolore in
primo piano, il sangue originale e indotto, la marcia personale che costringe
alla marcia sia i visitatori che raggiungono la sacerdotessa balcanica sia i
lettori di Attraversare i muri – e sempre, in primo piano, la carne, ma mai
privata dalla concentrazione che, al dunque, salva la vita. Per questo, e con
molti altri luoghi di stupori, Abramović accoglie col proprio corpo anche
attraverso le pagine del memoir. È il suo ordine vivente, che parla con la
stella incisa sulla sua pancia, con la volontà resistente sui blocchi di
ghiaccio di un’altra performance.
Gli anni sono passati, continuano a passare mentre il mondo è mutato in un kaos
che disprezza gli artisti e le Venezie, nonostante artisti e Venezie non
smettano di amare coloro che ne percorrono sentieri e calli, inseguendo
“guarigioni”. Poiché ferite sono ben presenti, cosa resta se non richiamare il
senso di chi lo ha avuto – per nostra cara fortuna – e resiste sintonizzando
bellezze carnali e petrose? Leggere questa Abramović, oggi, consente d’essere
guaritori di un naufragio, da lei sospinti e influenzati, testimoni di un’arte
estrema che ha sempre avuto sotto gli occhi le estreme architetture mondiali,
come le pietre della Grande Muraglia e, più di tutte, le Pietre di Venezia.
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