Pornografia geopolitica
Come l’accordo USA-Iran è diventato l’ennesimo racconto seriale mentre la guerra
continua a Gaza, in Libano e in Cisgiordania
La firma è imminente. La firma è saltata. La firma è rinviata. La firma è
vicina. Anzi, no, la firma è sospesa. E la Svizzera può attendere. Da giorni il
racconto dell’accordo tra Stati Uniti e Iran procede come una serie televisiva
costruita attorno all’attesa del prossimo episodio. Nel frattempo, Gaza continua
a contare i morti, il Libano continua a essere bombardato e la Cisgiordania
continua a essere smantellata pezzo dopo pezzo. È la pornografia geopolitica del
nostro tempo: la trasformazione dell’incertezza in spettacolo e della crisi in
prodotto di consumo mediatico.
Così, mentre analisti e commentatori cercavano di interpretare ogni segnale come
decisivo, la realtà sul terreno ha continuato a seguire una traiettoria diversa.
In Libano, dove gli attacchi israeliani sono proseguiti malgrado il “cessate il
fuoco”, le dichiarazioni del ministro della Difesa Israel Katz, secondo il quale
l’esercito non lascerà la cosiddetta “zona di sicurezza” nel Libano meridionale,
dalla costa fino all’area della fortezza di Beaufort, indicano una volontà di
consolidare la presenza militare nel sud del paese.
A Gaza, la guerra ha ridotto la Striscia a una distesa di macerie. La
devastazione è sistemica e la crisi umanitaria permanente mette a rischio la
vita dei sopravvissuti. Non è possibile nemmeno pescare a pochi metri dalla riva
senza diventare bersaglio. Secondo diverse fonti internazionali, oltre mille
palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco. Dal 7
ottobre 2023 le vittime sono ormai oltre 75.000. Numeri che, secondo studi
scientifici come quelli pubblicati su The Lancet, potrebbero essere
significativamente più alti se si considerano anche morti indirette e feriti.
Anche la Cisgiordania continua a registrare un’escalation spesso oscurata
dall’attenzione concentrata su Gaza. Negli ultimi giorni si sono moltiplicati
attacchi di coloni, incendi e devastazioni contro comunità palestinesi, comprese
località a presenza cristiana. Interi villaggi sono stati oggetto di
aggressioni, distruzioni e intimidazioni. A conferma della continuità di questa
dinamica, il 19 giugno le forze israeliane hanno fatto irruzione nel campo
profughi di Aida, alle porte di Betlemme, dispiegandosi in diversi quartieri e
conducendo perquisizioni. Nelle stesse ore, coloni israeliani hanno attaccato
un’abitazione nel villaggio di Kifl Haris, a nord di Salfit, danneggiando
diversi veicoli. Più che episodi isolati, questi eventi si inseriscono in un
processo più ampio di frammentazione territoriale e pressione costante sulla
popolazione palestinese della Cisgiordania.
Se Gaza rappresenta la dimensione più visibile della guerra, la Cisgiordania ne
costituisce quella più silenziosa: una trasformazione quotidiana del territorio
che procede anche quando i riflettori internazionali sono altrove. È dentro
questa cornice che dovrebbe essere valutato l’accordo. Non in un vuoto
geopolitico.
Hormuz e il limite della de-escalation
L’intesa nasce attorno allo Stretto di Hormuz e alla necessità di evitare
un’escalation diretta tra Washington e Teheran. Una prima riattivazione del
traffico nello Stretto è in corso, ma si tratta di un passaggio ancora parziale
e rigidamente controllato, lontano da una reale normalizzazione delle rotte
commerciali. Più che una riapertura, una decongestione temporanea e reversibile
del nodo strategico. Una de-escalation non coincide necessariamente con una
pace. Può semplicemente significare che due attori decidono di non combattersi
direttamente mentre altri conflitti continuano a espandersi.
Uno dei limiti più evidenti dell’accordo è che il principale fattore di
instabilità regionale non è parte dell’intesa. Israele non è vincolato dai suoi
termini. Se le dichiarazioni di Katz riflettono una linea strategica destinata a
consolidarsi, siamo di fronte a una realtà che va nella direzione opposta
rispetto alla narrativa della pacificazione regionale. L’accordo potrebbe quindi
stabilizzare un fronte senza incidere sugli altri.
Anche sul versante iraniano l’immagine di una trattativa lineare appare
fuorviante. I cosiddetti “falchi” non rappresentano una corrente politica, ma
una componente strutturale dell’architettura di potere della Repubblica
islamica. Parlare di “falchi” come se si trattasse di una deviazione interna
semplifica una realtà più complessa.
Se questa categoria viene ammessa per l’Iran, dovrebbe essere applicata con
coerenza anche ad altri contesti, incluso quello israeliano, dove il governo si
fonda su componenti messianiche, ultranazionaliste e a forte impronta
teologico-politica, al punto che in questi giorni la Highway 60 è stata
ribattezzata “Biblical Highway”, un gesto che intreccia infrastrutture e
teologia fino a rendere il paesaggio una dichiarazione politico-identitaria.
Questa asimmetria nel linguaggio e nella costruzione delle notizie non è neutra:
contribuisce a costruire una narrazione distorta del conflitto. Ne deriva un
quadro analitico semplificato, che rende ogni previsione fragile e spesso
fuorviante.
Évian e la memoria delle crisi irrisolte
Nessuno ci ha fatto caso, perché la storia non è più maestra né compagna, ma non
è irrilevante che il G7 si sia riunito a Évian.
Nel 1938 la città ospitò la conferenza internazionale convocata per affrontare
la crisi dei rifugiati ebrei in fuga dalla Germania nazista. La maggior parte
degli Stati presenti riconobbe l’esistenza del problema, ma non riuscì a
trasformarlo in una risposta condivisa.
Nel 1962, invece, Évian divenne il luogo degli accordi che posero fine alla
guerra d’Algeria.
Due memorie opposte: l’impotenza politica di fronte a una crisi umanitaria e la
capacità di chiudere un conflitto coloniale.
Oggi il nome Évian torna sullo sfondo di una nuova crisi internazionale. Nel
1938 gli Stati non riuscirono a mettersi d’accordo sulle quote di accoglienza.
Oggi faticano a trovare una posizione comune su sanzioni, pressioni diplomatiche
e strumenti di intervento. La differenza non è l’assenza di potere, ma la sua
frammentazione.
Il problema delle analisi istantanee
Forse la lezione più importante di questi giorni riguarda il nostro modo di
raccontare la politica internazionale: troppo spesso si cerca di leggere ogni
sviluppo come se fosse definitivo. Una dichiarazione diventa una svolta; un
incontro una soluzione; un rinvio un fallimento. Ma le crisi contemporanee non
funzionano così. Sono sistemi complessi, attraversati da attori molteplici,
interessi divergenti e livelli di conflitto sovrapposti. Pretendere di
descriverle minuto per minuto con la sicurezza di una cronaca sportiva significa
alimentare la polarizzazione e produrre l’illusione della comprensione. Più
aumenta il volume delle analisi istantanee, meno comprendiamo ciò che accade
davvero. L’attenzione si concentra sull’evento che potrebbe accadere domani,
mentre passa in secondo piano ciò che sta accadendo oggi.
È qui che la geopolitica rischia di trasformarsi in un dispositivo diverso
dall’analisi: in una forma di pornografia geopolitica, dove la crisi viene
continuamente riorganizzata come sequenza di suspense, attese e svolte che
orientano lo sguardo più che la comprensione.
L’opacità non riguarda soltanto il contenuto dell’accordo. Riguarda il suo
oggetto. Se una presunta de-escalation tra Washington e Teheran procede mentre
il Libano continua a essere bombardato, Gaza continua a contare morti e la
Cisgiordania conosce nuove incursioni e violenze, la domanda non è quanto sia
solido l’accordo, ma quale conflitto stia davvero cercando di fermare.
M. Alessandra Filippi