Tag - cittadinanza

Terni: per la Giornata internazionale di rom e sinti
OLTRE IL SILENZIO: mercoledì 8 aprile appuntamento alla «Casa delle donne». Qui sotto l’intervento di Rita Sorina Sein. Con una poesia di Magda Bordea. In coda alcuni link utili.     Oltre il Silenzio Storia, memoria e resistenza delle minoranze Rom, Sinti, Kale e Romanichal Un momento di incontro e riflessione per conoscere, ascoltare e costruire insieme uno sguardo più
Cittadinanza: Cosa sono le "zone di sacrificio"?
Sono zone devastate da attività industriali o estrattive, spesso contro la volontà delle popolazioni che sopportano un peso sproporzionato di rischi sanitari e ambientali, sacrificando la propria salute per il sistema economico. Il rapporto ONU è allegato a questa pagina web.
March 27, 2026
PeaceLink
A Bagheria USMIA Esercito Sicilia svolge convegni su cittadinanza e legalità nelle scuole
Il comune di Bagheria, in provincia di Palermo, nella persona del vicesindaco Daniele Vella e l’Unione Sindacale Militare Interforze Associati (USMIA) Esercito Sicilia hanno tenuto un incontro pubblico, il 17 febbraio scorso, con la finalità di annunciare la loro collaborazione sul territorio (clicca qui per la notizia). In modo particolare, le parti prevedono di intercettare l’attenzione delle giovani generazioni tenendo convegni nelle scuole, dove l’USMIA dovrebbe sensibilizzare gli studenti e le studentesse ai temi della cittadinanza e della legalità. Questi convegni si iscrivono nella tendenza che da tre anni noi denunciamo come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università e cioè l’inaccettabile sconfinamento delle istituzioni militari nel campo della vita civile, addirittura colpendo il ruolo della scuola, strumentalizzandola. Si lascia infatti che degli ufficiali militari facciano lezione al posto dei/delle docenti, e questa sostituzione ci sembra possa avallare l’idea surrettizia di una loro superiorità rispetto ai professionisti e alle professioniste della scuola. Solitamente negli incontri con le classi si parla anche dei concorsi per accedere ai corpi amati dello Stato e questa pratica, ci accorgiamo, sta subendo un’accelerazione negli ultimi mesi, soprattutto nelle regioni del sud e nelle zone che si configurano come maggiormente a rischio di disagio sociale, sacche che probabilmente rappresentano il bacino privilegiato del reclutamento. Come Osservatorio osteggiamo questa degenerazione culturale e la consideriamo una questione politica con profonde implicazioni strutturali e a lungo termine, per cui invitiamo tutti i cittadini e tutte le cittadine a prendere consapevolezza di questo disegno, che noi definiamo il “paradigma della militarizzazione”, che lambisce tutti i territori e i luoghi della formazione. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Gaza Riviera: genocidio come governance. Ma arriva l’Onda – di Maresa Lippolis e Sergio Tringali
Il piano G.R.E.A.T Trust* (Gaza, Reconstitution, Economic Acceleration and Transformation Trust), diffuso dal Washington Post alla fine dell’estate 2025, non è soltanto un documento geopolitico. È il sintomo di un immaginario di governo che prende forma da tempo: un miscuglio di tecnocrazia autoritaria, privatizzazione della sovranità e ingegneria sociale. L'ideologia alla base di queste [...]
September 11, 2025
Effimera
L’America in corsa verso il medioevo
La sacrosanta indignazione suscitata dallo spettacolo di una decina di infami prezzolati che a Gaza – in realtà nello spazio alla frontiera dove sono accatastate migliaia di tonnellate di aiuti bloccati da Israele per affamare i palestinesi, nelle stesse ore in cui veniva preparata la strage di medici e giornalisti […] L'articolo L’America in corsa verso il medioevo su Contropiano.
August 27, 2025
Contropiano
Taranto, laboratorio di speculazione e rinvii infiniti – di Franco Oriolo
A Taranto nulla accade per caso. La vicenda della continuità produttiva di Acciaierie d’Italia (ex Ilva) è l’ennesima truffa orchestrata con cinismo: dietro le parole di “transizione” e “rilancio” si nasconde sempre lo stesso gioco sporco, che cambia interlocutori ma non sostanza. Le promesse di risanamento e lavoro sono vuote menzogne, consumate e gettate [...]
August 19, 2025
Effimera
Cittadinanza e riconoscimento: dal Sahara Occidentale ai municipi italiani, il valore politico di un gesto simbolico
Ius soli, ius scholae: cittadinanza negata, confini di classe La questione della cittadinanza in Italia non è soltanto un tema giuridico o identitario: è un tema profondamente politico e, soprattutto, sociale. La normativa vigente — basata sullo ius sanguinis — riflette una visione arretrata e selettiva di appartenenza nazionale, che si traduce in una vera e propria discriminazione di classe. Chi nasce da genitori stranieri, pur crescendo in Italia, vivendo in italiano, studiando nelle scuole pubbliche e contribuendo alla comunità, rimane a lungo privo di cittadinanza. Ma non tutti subiscono questo vuoto in egual misura. In un sistema formalmente neutro, sono le condizioni socio-economiche a determinare le possibilità di accesso ai diritti. Serve tempo, serve stabilità economica, servono documenti, una casa, un reddito minimo. E serve anche familiarità con la burocrazia italiana, una lingua che spesso è ostacolo più che ponte. Così, la cittadinanza diventa il traguardo di pochi e non il punto di partenza per tutti. È una cittadinanza per ceti agiati, per famiglie stabili, integrate, con tempo da dedicare ai procedimenti e risorse per affrontarne i costi. Per tutti gli altri — precari, disoccupati, donne sole, famiglie numerose in affitto — il diritto a diventare italiani resta sulla carta. Questa distorsione produce un effetto perverso: la cittadinanza non è solamente negata a chi non ha il sangue “giusto”, ma anche a chi non ha il reddito “giusto”. Una cittadinanza su base patrimoniale che tradisce lo spirito stesso della Repubblica, nata sui valori dell’uguaglianza e della giustizia sociale. È in questo contesto che lo ius scholae — la proposta di riconoscere la cittadinanza ai minori stranieri che abbiano completato un ciclo scolastico in Italia — si configura non semplicemente come un atto di civiltà, ma soprattutto come uno strumento di riequilibrio democratico. La scuola è il luogo in cui si costruisce il senso di appartenenza, di responsabilità, di cittadinanza attiva. Ed è proprio da lì che dovrebbe partire una nuova definizione dell’essere italiani. Tuttavia, anche questa proposta moderata e ragionevole viene bloccata da anni da chi cavalca paure identitarie e da una retorica dell’invasione sempre più pervasiva. Una retorica che ignora deliberatamente il fatto che il vero problema non è chi arriva, ma chi viene tenuto ai margini. In risposta, molte amministrazioni locali hanno scelto di agire. La concessione simbolica della cittadinanza onoraria a studenti e studentesse straniere nate o cresciute in Italia è un atto politico che denuncia l’ingiustizia del sistema nazionale e allo stesso tempo rivendica un’idea diversa di appartenenza: inclusiva, concreta, vissuta. Popoli invisibili: il Sahara Occidentale tra esilio e oblio La battaglia per la cittadinanza e per il riconoscimento non riguarda solamente chi vive in Italia: ci sono popoli interi per i quali la cittadinanza è un diritto negato da decenni. È il caso del popolo saharawi, costretto dal 1975 a vivere esiliato in campi profughi nel sud-ovest dell’Algeria, nella regione desertica di Tindouf. Dopo la fine del colonialismo spagnolo, il Sahara Occidentale è stato occupato dal Marocco con il sostegno degli Stati Uniti e della Francia. Da allora, il popolo saharawi — rappresentato dal Fronte Polisario — ha combattuto per l’autodeterminazione, ottenendo parziali riconoscimenti internazionali, ma restando sostanzialmente ostaggio di un conflitto congelato. Le promesse di un referendum per l’autodeterminazione non sono mai state mantenute, mentre i territori sono ancora occupati militarmente da Rabat, in violazione del diritto internazionale. Nel frattempo, oltre 170.000 persone vivono da oltre cinquant’anni nei campi di rifugiati di Tindouf, in condizioni climatiche estreme, con risorse scarse e prospettive di vita limitate. Una generazione intera è cresciuta senza patria riconosciuta, senza documenti ufficiali, senza futuro. La proposta spagnola: riconoscere la cittadinanza ai saharawi In questo quadro drammatico, una recente proposta politica ha riacceso il dibattito sul destino del popolo saharawi: il partito spagnolo Sumar ha proposto di riconoscere la cittadinanza spagnola a tutti i saharawi nati nel Sahara Occidentale durante il periodo coloniale (fino al 1975) e ai loro discendenti diretti. La proposta si fonda su un principio giuridico e storico: la responsabilità della Spagna come ex potenza coloniale, che ha abbandonato il territorio senza assicurare un percorso di decolonizzazione. In realtà, già oggi vi sono saharawi con passaporto spagnolo, ma si tratta di casi isolati o frutto di ricorsi giudiziari individuali. Con questa proposta, invece, si riconoscerebbe un diritto collettivo, un atto di giustizia storica. Ma non si tratta soltanto di un tema giuridico: si tratta di dare un’identità, una protezione, un passaporto e un futuro a decine di migliaia di persone, finora condannate all’apatridia. Le reazioni non si sono fatte attendere: da una parte il Marocco ha condannato duramente la proposta, vedendola come una minaccia alla sua occupazione; dall’altra, numerose organizzazioni per i diritti umani, insieme a settori della sinistra iberica, l’hanno accolta come un segnale forte, necessario, a lungo atteso. Ambasciatori di Pace: l’Italia accoglie, i Comuni riconoscono Ogni estate, diverse associazioni italiane accolgono nelle loro città gruppi di bambine e bambini saharawi provenienti dai campi profughi. Il progetto, fortemente voluto dalla Rappresentanza in Italia del Fronte Polisario e dalla Rete italiana di solidarietà col popolo sharawi, dei “Piccoli Ambasciatori di Pace” ha una valenza umanitaria — offrire cure mediche, sollievo dal caldo estremo, esperienze educative — ma anche fortemente politica: è un grido di attenzione lanciato alle nostre coscienze. Negli ultimi anni, molte amministrazioni locali hanno scelto di conferire a questi bambini la cittadinanza onoraria simbolica. È accaduto a Sesto Fiorentino, Montemurlo, Empoli, Livorno, Grottammare, Fucecchio, solo per citarne alcune. Gesti forti, capaci di trasformare l’accoglienza temporanea in un riconoscimento permanente. In alcuni casi, questi atti si legano a patti di amicizia e cooperazione sottoscritti con le istituzioni del popolo saharawi in esilio, rafforzando una diplomazia dal basso che ha un peso e una dignità propria. Questi bambini non sono considerati ospiti: sono portatori di memoria e di diritti negati. Il loro arrivo, i loro sorrisi, le loro storie, mettono in discussione la nostra idea di cittadinanza. Quando un Comune italiano concede loro la cittadinanza onoraria, sta affermando qualcosa che va ben oltre un gesto cerimoniale: afferma che l’identità non è una formalità, ma una relazione, un riconoscimento reciproco, un’appartenenza. Conclusione: la necessità di un diritto che riconosca la realtà, non il privilegio La cittadinanza non è soltanto un documento. È il diritto ad avere diritti, come scriveva Hannah Arendt. È una protezione giuridica, ma anche una legittimazione esistenziale. È uno strumento che può includere o escludere, valorizzare o discriminare. In Italia è urgente una riforma che riconosca i legami vissuti, i percorsi reali, le appartenenze costruite nella quotidianità, nei territori, nelle scuole, nelle relazioni sociali. Una riforma che abbandoni finalmente la logica classista e patrimonialista che oggi condiziona l’accesso alla cittadinanza: un meccanismo che favorisce chi ha risorse e stabilità e che esclude sistematicamente chi vive ai margini, pur contribuendo alla società. In questo senso, i gesti dei Comuni italiani verso i bambini saharawi — così come verso gli studenti stranieri nati o cresciuti qui — ci mostrano una strada. Sono pratiche di riconoscimento, atti di giustizia simbolica che evidenziano l’ingiustizia sostanziale dell’ordinamento vigente. Concedere la cittadinanza onoraria ai piccoli ambasciatori di pace non è un vezzo retorico, ma una denuncia politica che dà voce a un’idea diversa di appartenenza: si è cittadini dove si cresce, si studia, si partecipa, si costruiscono legami. È tempo che la politica nazionale raccolga il segnale di questa diplomazia dal basso. È tempo di una riforma profonda e coraggiosa, che superi l’arretratezza di una legge classista, inadeguata e discriminatoria, e che restituisca senso e dignità al concetto stesso di cittadinanza democratica. Simone Bolognesi, Presidente di Città Visibili APS Redazione Toscana
July 15, 2025
Pressenza
Trump minaccia di arrestare il candidato newyorkese Mamdani (e forse di revocargli la cittadinanza USA)
Il 1° luglio Zohran Mamdani ha ufficialmente vinto le primarie del Partito Democratico per correre alla carica di sindaco della Grande Mela. Il sistema di conteggio dei voti è piuttosto complesso e lungo, ma per chiunque era ormai scontato che il giovane, di origini ugandese e indiane, e di religione […] L'articolo Trump minaccia di arrestare il candidato newyorkese Mamdani (e forse di revocargli la cittadinanza USA) su Contropiano.
July 3, 2025
Contropiano
Lezioni da imparare dal referendum dell’8 e 9 giugno
Le notizie corrono veloci e ci sembra già troppo tardi per scrivere del Referendum. E anche se a due settimane dal voto, con l’attacco di Israele in Iran, il genocidio che non si ferma a Gaza e gli Usa sull’orlo della guerra civile, sembra velleitario domandarsi che cosa non abbia funzionato, allo stesso tempo ci sembra necessario. Il referendum è un grande strumento in mano alla cittadinanza, un modo per imporre nella discussione pubblica grandi temi che la politica partitica e istituzionale continua a ignorare, per cercare di cambiare direttamente le leggi. Non possiamo liquidare così facilmente questa sconfitta, anche perché ha molto da dirci sulle capacità di mobilitazione nel campo della sinistra.  I quesiti referendari erano cinque, i primi quattro su tutele crescenti, licenziamenti nelle piccole imprese, contratti a termine, infortuni sul lavoro proposti dalla CGIL, che ha raccolto le firme, formato il comitato referendario e gestito la campagna referendaria, una battaglia tutta interna tra sindacato e sinistra del PD contro chi nel 2015 propose il Jobs Act. Parallelamente, sono state raccolte le firme per proporre un referendum sull’abrogazione parziale della legge sulla cittadinanza, da un comitato composito di associazioni, dopo decenni di false promesse da parte di tutti i governi di turno. Mentre il quesito sull’autonomia differenziata era stato ritenuto inammissibile mesi fa dalla Corte costituzionale.. NON RAGGIUNGEREMO MAI IL QUORUM Prima grande questione: entrambi i comitati referendari non hanno mai pensato di raggiungere il quorum. E nonostante questo non fosse mai esplicitato in interviste o dichiarazioni pubbliche era una certezza largamente discussa tra le chiacchiere informali negli eventi o dei (pochi) volantinaggi. Ma in che modo si può organizzare una campagna referendaria vincente se si è intimamente convinti di perdere? > Ecco, questa è la prima lezione da imparare, dobbiamo ritornare a credere di > poter vincere alle urne, come nelle altre battaglie che portiamo avanti e, se > lo pensiamo impossibile, significa che dobbiamo cambiare strategia, e tentare > altre strade prima del voto.  Evidentemente la storia delle ultime campagne referendarie abrogative non gioca a favore dei SÌ. I referendum proposti dalla Lega sulla giustizia nel 2022 non superarono il 20% di partecipazione e quello sulle trivelle si attestò intorno al 30%. Eppure i due referendum confermativi delle riforme costituzionali del 2016 e del 2020 hanno entrambi superato il quorum (che pure non era necessario in quei casi), nel primo vinse il NO alla riforma costituzionale proposta da Renzi, e il SÌ al taglio dei seggi in Parlamento. In ogni caso, nel nostro Paese, l’astensione è sempre più alta e preoccupante: alle politiche del 2018 andarono a votare quasi il 73% degli aventi diritto e nel 2022 neanche il 64%, in meno di cinque anni più di 4 milioni e mezzo di votanti non sono tornati alle urne. E nelle elezioni europee, amministrative e regionali le percentuali sono anche peggiori. > Ma, seppur l’astensionismo è un fenomeno di lungo periodo e va a braccetto con > la crisi della democrazia rappresentativa in tutta Europa, le ultime elezioni > in Francia e in Germania ci ricordano che quando la competizione elettorale è > percepita come importante e il proprio voto viene considerato come decisivo, > le persone tornano al voto e decidono anche di votare a sinistra.  E questo è successo anche nel voto ai referendum in Italia: nel 2020 più del 50% degli aventi diritto è andato a votare, in un referendum in cui non c’era neanche bisogno del quorum, così come nel 2016 più del 64%, e nel 2011 più del 54%. Quindi, le campagne referendarie si possono ancora vincere, ma il voto deve essere percepito come necessario, decisivo, importante. Dal “tanto non cambia niente” al “il mio voto conta e se non vado a votare sarà anche peggio”.  LA CAMPAGNA REFERENDARIA  I giorni precedenti e successivi al voto sono stati attraversati da un dibattito – non del tutto nuovo –  sull’abolizione del quorum, e il 5 giugno è stata anche presentata dal Comitato “Basta quorum! Cittadini per la democrazia”, un’ iniziativa di legge popolare da parte di un gruppo di cittadini e cittadine vicine al Partito Radicale. Dall’altro lato, Forza Italia e Noi Moderati hanno molto insistito su un’altra riforma, l’aumento del numero delle firme, convinti che la possibilità della firma digitale abbia reso troppo facile la presentazione di quesiti referendari.    La rocambolesca raccolta firme del Comitato referendario per la cittadinanza, il cui sito ha subito vari attacchi informatici i giorni precedenti la chiusura della raccolta firme per poi riuscire a raggiungere e superare il numero, con più di 637.487 firme raccolte solo digitalmente, ci spiega come non sia così semplice. La raccolta firme digitale necessità di visibilità, il comitato in quel caso ha puntato su una campagna online molto efficace, composta da diverse voci di influencer e content creator e una chiara call to action. Eppure la stessa capacità non è stata dimostrata in seguito per la costruzione della campagna referendaria.  > Lo sdoppiamento dei comitati referendari, per quanto necessario da un punto di > visto normativo e funzionale in un primo momento, non si è trasformato in uno > strumento efficace, ha raddoppiato le campagne referendarie, i riferimenti, il > materiale e non sempre i quesiti sono stati pubblicizzati tutti insieme. Inoltre, avendo raccolto tutte le firme online – e non avendo dietro la struttura organizzativa della CGIL –il comitato sulla cittadinanza si è trovato sguarnito di gruppi territoriali che, non essendosi formati precedentemente per la raccolta firme, hanno lasciato i territori più periferici sguarniti di materiale, informazione e riferimenti, che si potevano trovare solo online, ma non materialmente in sedi locali.  > E quindi la seconda lezione da imparare è che le campagne elettorali e > referendarie non si possono vincere solo online, è necessario un doppio sforzo > online e offline, con un minuzioso lavoro territoriale. Abbiamo bisogno di > tornare ad avere spazi fisici dove prendere il materiale, volantinaggi nei > quartieri periferici, banchetti nelle province e nelle zone interne. Tornare a parlare con le persone che non la pensano come noi, con chi ha perso completamente la fiducia, con chi pensa che il voto sia inutile. Per fare questo c’è bisogno di lavorare in rete: associazioni, partiti, sindacati, collettivi, gruppi informali, assemblee, come fu per il referendum per l’acqua, i cui comitati lavorarono per anni prima e dopo il voto. E questo vale anche per il comitato referendario sul lavoro, neanche il più grande sindacato italiano è oggi autosufficiente per vincere un referendum.  Dati ministero degli Interni LE FRATTURE POLITICHE E SOCIALI EVIDENZIATE DAL VOTO  In questo referendum è andato a votare il 30,58% degli aventi diritto, non dissimile da quanti andarono a votare contro le trivelle. Ma con variazioni importanti nei vari territori.  Nel 1970 il politologo norvegese Stein Rokkan individuò le fratture sociali (cleaveges) alla base della formazione dei moderni partiti politici. Alcune di quelle fratture sono ancora evidenti e questo voto le conferma, altre sono nuove e stanno emergendo in questi ultimi anni e sono alla base della svolta reazionaria e autoritaria delle società occidentali.  > La prima frattura, individuata già da Rokkan, è quella tra centro e periferia, > cioè tra i territori centrali nella formazione dello Stato e quelli > periferici. Guardando ai dati vediamo subito che le città hanno votato più dei > piccoli centri e piccoli comuni. Secondo i dati dell’Istituto Cattaneo, nei > comuni con più di 350mila abitanti hanno votato il 37% di persone con diritto > di voto e nei comuni con meno di 15.000 abitanti il 28%.  A questa frattura, aggiungiamo la frattura tra Nord e Sud, creatasi con la formazione dello Stato italiano. Anche in questo voto, si è andati a votare generalmente di più nelle regioni del Nord che nel Sud, anche se è il Trentino Alto Adige la regione dove si è votato meno (22,7%), seguito da Sicilia (23,1%), Calabria (23,81%), e Veneto (26,21%), mentre trainano il voto le regioni storicamente rosse la Toscana (39,09) e l’Emilia Romagna (38,1%), comunque lontane dal quorum. E anche per ciò che riguarda i grandi centri urbani, votano più quelli del Nord, che del Sud. La provincia con l’affluenza più alta è Firenze (46,0%), seguita da Torino (39,3%), Milano (35,4%), Roma (34,0%) e Napoli (31,8%). Questa divisione tra territori centrali e periferici, città e campagne, zone centrali e territori interni è stata una questione centrale in tutte le elezioni degli ultimi anni: negli Stati uniti tra il voto delle grandi città urbane e degli Stati interni, in Francia tra le città e le campagne, in Germania tra Est e Ovest. > Una frattura tra chi “ha vinto” e “chi ha perso” dal processo di > globalizzazione, i territori de-industrializzati, le campagne sempre più > spopolate, le grandi periferie marginalizzate nei grandi centri urbani, una > popolazione che si sente sola, isolata, derisa, poco istruita e sempre più > povera, e che vota sempre più a destra.  Quindi, sotto questo punto di vista, il voto non è disallineato con le ultime elezioni politiche: chi non ha votato alle scorse elezioni non è tornato a votare, dove si è votato più a destra le persone non sono andate a votare, hanno votato quanti avevano votato il “campo largo” della sinistra, ma non sempre 5 SÌ.  Dati ministero degli Interni LA DIFFERENZA TRA I PRIMI QUATTRO E IL QUINTO QUESITO  Analizzando quel 30% dei voti, emerge un altro dato sconfortante: tra i circa 14 milioni di votanti, più o meno 12 milioni hanno votato SÌ ai primi cinque quesiti (con lievi differenze) e solo 9 milioni hanno votato SÌ al quesito sulla cittadinanza. Quindi, il 30,51% delle persone che si sono recate alle urne hanno votato NO alla riforma della legge 91/1992 sulla cittadinanza.  Anche qui vediamo come sono i centro città ad aver votato più SÌ al quinto quesito: nel centro città di Milano, nella zona ztl, hanno votato più SÌ al quinto quesito che agli altri quattro sul lavoro, ad esempio nella circoscrizione dei Giardini di Porta Venezia si segna una differenza del 21% tra chi ha votato SÌ al quinto quesito sulla cittadinanza e NO al primo quesito sulle tutele crescenti, ma con un’affluenza al voto bassissima (17%). > La situazione si ribalta se invece si va nelle periferie della città e nella > sezione di Lambrate – Ortica la differenza tra chi ha votato più SÌ al primo > quesito e NO al quinto è del 28%, con un’affluenza al voto molto più alta > (42%), ma in altre periferie della città come Quarto Oggiaro l’affluenza è > molto più bassa (26,9%).  Anche a Torino le zone ricche del centro hanno votato più al referendum sulla cittadinanza che a quello sul lavoro, come a Piazza d’Armi, corso Cairoli, e anche altre zone più residenziali come Parco della Rimembranza dove la differenza tra chi ha votato SÌ al quinto quesito e NO al primo è del 12,6%, con un’affluenza al voto del 30%. E anche qui se andiamo nella periferia la situazione si ribalta, ad esempio a Mirafiori-città giardino ha votato il 37% delle persone e la differenze tra i SÌ al primo quesito e il quinto è del 28,7% e, come a Milano, però ci sono periferie che hanno votato molto meno, come Villaretto dove ha votato il 25%.  A Roma, invece, solo il quartiere di Villa Ada ha votato più SÌ al quesito sulla cittadinanza che a quelli sulle tutele crescenti, con una differenza del solo 2%, e a Napoli questa differenza non è riscontrabile in nessun quartiere. Mentre sia a Napoli che a Roma, abbiamo quartieri storicamente operai e rossi che hanno votato quattro SÌ ai referendum sul lavoro e NO al referendum sulla cittadinanza.  > Qui si evidenzia una nuova frattura del mondo contemporaneo: tra centri > (neo)liberali ricchi che votano contro i diritti sul lavoro, ma che si > considerano cosmopoliti e (anche se poco) votano per i diritti civili. E > questo è più evidente nei centri del Nord Italia che del Sud, essendo i centri > nel Nord più ricchi. Mentre le periferie che sono andate a votare si sono > espresse di più contro la riforma sulla cittadinanza e per i diritti sul > lavoro. Cioè la popolazione bianca urbana che vive nelle periferie esprime un voto di paura nei confronti della riforma sulla cittadinanza. E questo dovrebbe aprire un grande spazio di riflessione profonda per le organizzazioni di sinistra: bisogna ricostruire solidarietà antirazzista, popolare e di classe. Un nuovo lessico politico condiviso che crei legami e lotte e sappia rispondere all’odio razzista, fascista e autoritario crescente.  Dati della Banca dati del Comune di Milano LE DONNE HANNO VOTATO PIÙ DEGLI UOMINI  Quasi ovunque in Italia le donne hanno votato più degli uomini e questo è un dato interessante, perché è una novità nel nostro Paese. Alle ultime elezioni politiche del 2022 l’astensione delle donne è stata più alta di quella degli uomini, quando solo il 62,19% delle elettrici si è presentata alle urne contro il 65,74% degli elettori. Anche alle europee del 2024 avevano votato più uomini che donne in 91 province su 106. Bisognerà vedere cosa accadrà alle prossime elezioni per capire se questo trend continuerà, segnando, così, una differenza rispetto agli ultimi decenni della vita politica italiana.  > Ma questo ci racconta di una trasformazione che sta avvenendo anche in molti > Paesi del mondo, dagli Stati uniti alla Corea del Sud, dal Giappone alla > Francia, le donne votano di più per i partiti progressisti. Una tendenza > ancora più marcata tra le giovani donne che votano sempre più a sinistra, > mentre i giovani uomini votano sempre più a destra, come si è notato alle > ultime elezioni sia in Francia che in Germania.  Un successo è stato anche il voto per i e le fuori sede per motivi di studio, lavoro o salute (67.305 richieste), l’89% di chi ne ha fatto richiesta si è poi recato a votare. Il Decreto Elezioni che ha previsto il voto per i fuori sede, ha anche eliminato le file divise per genere ai seggi, che, però, si sono ancora riproposte in moltissime sezioni, dato che i registri sono ancora divisi per genere. Una prassi discriminatoria soprattutto per chi non vuole dichiarare il proprio genere. Questa campagna referendaria, che piaccia o meno, è stata una sconfitta sia per la CGIL che ancora una volta ha presentato una battaglia che non ha saputo parlare a un mondo del lavoro frammentato, precario e sempre più povero. I quesiti sono risultati di difficile comprensione e alle urne si è presentato solo chi già vota il centro sinistra. Purtroppo, è andata anche peggio per il quesito sulla cittadinanza, un quesito di civiltà, che avrebbe migliorato la vita delle persone migranti e dei loro figli e figlie, che non ha convinto neanche tutto l’elettorato di centro-sinistra. Questo ci deve interrogare verso le prossime battaglie elettorali o meno: come torniamo ad avere una presenza sui territori che costruisca legami di solidarietà e sia in grado di costruire un progetto di lunga durata contro il blocco reazionario che abbiamo di fronte? L’immagine di copertina è di Jaken (Wikimedia) SOSTIENI, DIFENDI, DIFFONDI DINAMOPRESS Per sostenere Dinamopress si può donare sul nostro conto bancario, Dinamo Aps Banca Etica IT60Y0501803200000016790388 tutti i fondi verranno utilizzati per sostenere direttamente il progetto: pagare il sito, supportare i e le redattrici, comprare il materiale di cui abbiamo bisogno L'articolo Lezioni da imparare dal referendum dell’8 e 9 giugno proviene da DINAMOpress.
June 23, 2025
DINAMOpress