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L’urgenza di occuparsi dei giovani adulti che non studiano né lavorano
I giovani NEET, dall’acronimo inglese Not in employment, education or training, sono l’insieme dei ragazzi e delle ragazze che non studiano, non lavorano e non stanno seguendo corsi di formazione di alcun tipo. Non una generazione apatica, di “sdraiati” come sarebbe fin troppo facile classificarli, ma un insieme di risorse che non sempre la società e il mondo del lavoro sono capaci di valorizzare. Un primato poco edificante che tocca soprattutto l’Italia, a livelli mediamente più elevati rispetto al resto d’Europa. Ai NEET è dedicato “Ripartenze possibili: NEET e transizioni interrotte tra i giovani adulti“, il Terzo Rapporto sull’Agenda FAST1. realizzato da Percorsi di Secondo Welfare e Fondazione Lottomatica, scritto da Alice Sofia Fanelli, Concetta Filace e Franca Maino, con la prefazione di Maurizio Ferrera. Si tratta di  un documento che si concentra in particolare sui cosiddetti giovani adulti, ovvero gli appartenenti alla fascia 25-34 anni. Un segmento spesso trascurato dalla letteratura e dalle statistiche ufficiali, in cui l’inattività rischia di trasformarsi da condizione transitoria in esclusione strutturale. Il Rapporto ricostruisce anzitutto il quadro teorico del fenomeno NEET, mettendo in luce l’estrema eterogeneità: dietro la stessa etichetta statistica convivono giovani disoccupati in cerca attiva di lavoro, persone scoraggiate, chi è assorbito da responsabilità familiari e chi, semplicemente, resta in attesa dell’occasione giusta. Sul piano empirico, i dati Istat 2018-2024 mostrano una riduzione dell’incidenza dei NEET dopo il picco pandemico, un segnale che il Rapporto collega alla ripresa economica e all’effetto di programmi pubblici. Un miglioramento, tuttavia, che non è uniforme: la fascia 25-34 anni resta quella più esposta, con un tasso di inattività femminile nel 2024 che sfiora ancora il 32%, a fronte di un 17% maschile, e un divario territoriale che vede il Mezzogiorno superare il 30% contro il 10-20% del Nord e del Centro. Anche l’istruzione, pur riducendo il rischio di esclusione, non è sufficiente ad azzerare le disuguaglianze di genere e territoriali.  “I dati Istat 2024, si legge nel Rapporto, evidenziano forti differenze territoriali e di genere nell’incidenza dei NEET nella fascia 25-34 anni. Il Mezzogiorno registra valori nettamente più elevati rispetto al Nord e al Centro, confermando la persistenza di un marcato divario territoriale. In tutte le macroaree le donne risultano più esposte al fenomeno dei NEET rispetto agli uomini, ma il divario di genere è particolarmente accentuato nel Mezzogiorno, dove l’incidenza femminile supera ampiamente il 40%, a fronte di valori significativamente più contenuti tra gli uomini. Anche nel Nord e nel Centro, pur in presenza di livelli complessivamente più bassi, le donne presentano tassi superiori rispetto ai coetanei maschi. L’incidenza totale dei NEET si mantiene su livelli relativamente contenuti nel Nord e nel Centro (tra il 10% e il 20%), mentre supera il 30% nel Mezzogiorno. Nel complesso, emerge con chiarezza come il genere e il contesto territoriale agiscano congiuntamente, amplificando le disuguaglianze nei percorsi di transizione dalla scuola al lavoro, soprattutto per le giovani donne residenti nelle regioni meridionali”. Il Rapporto passa in rassegna le politiche attive del lavoro e le politiche giovanili adottate in Italia negli ultimi decenni, a partire dalla legge sull’apprendistato del 1955 fino alle riforme più recenti. Vengono analizzate nel dettaglio le principali misure rivolte ai NEET: Garanzia Giovani, avviata nel 2014 e capace di coinvolgere oltre 1,6 milioni di giovani ma con risultati più deboli proprio verso i profili più vulnerabili; Programma Nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027, che ne ha raccolto l’eredità ampliando l’attenzione a donne e persone fragili; Programma GOL – Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori, perno del PNRR, che ha raggiunto oltre 4,2 milioni di beneficiari con un tasso di occupazione stabile pari al 33,8%. Il quadro che emerge è quello di un sistema che ha ampliato la platea dei beneficiari e migliorato il coordinamento tra i servizi, ma che continua a faticare nell’aggancio (outreach) dei giovani più distanti dal mercato del lavoro, penalizzati da una logica di attivazione che presuppone spesso una motivazione e delle risorse che proprio i più vulnerabili non hanno. Una parte interessante del Rapporto è dedicata a quattro esperienze territoriali, allo scopo di comprendere cosa funzioni davvero per affrontare il fenomeno dei NEET. Queste le esperienze indagate: Articolo+1 a Torino, basato su un modello di finanziamento a risultato e su partenariati tra servizi per il lavoro, agenzie formative ed enti del terzo settore; Aperti Orizzonti a Brescia, costruito sulla credibilità relazionale degli operatori per intercettare i giovani “invisibili” attraverso canali informali e formali; Level Up! a Ravenna, che ha puntato su una comunicazione non istituzionale e sulla gamification per superare lo stigma della categoria NEET; Oltre la Pandemia a Catania, incentrato sulla riattivazione motivazionale prima ancora che sull’acquisizione di competenze tecniche. Come scrive Maurizio Ferrera nella prefazione: “La <<questione NEET>> deve uscire dal cono d’ombra in cui è stata sinora relegata. Essa deve imporsi con urgenza nel dibattito e nell’agenda politica nazionale. I  giovani sono <<tutto il futuro che abbiamo>>. Un futuro già presente nell’oggi, che non possiamo permetterci di sprecare”. FAST è un acronimo delle direttrici di marcia necessarie al nostro welfare per invertire la rotta: F come famiglia, a cui indirizzare trasferimenti e agevolazioni fiscali capaci di ridurre il costo dei figli senza disincentivare il lavoro delle madri;  A come asili, soprattutto nidi; S come servizi che permettano a donne (e uomini) di non dover sacrificare la procreazione per i troppi carichi di cura; T come tempi flessibili da ottenere attraverso lavoro “agile”, riorganizzazione dei “tempi della città” e così via. Ma FAST, sottolineano gli autori, ricorda anche quanto serva fare in fretta (“fast” in inglese significa “veloce”) nello sviluppare interventi che siano in grado di andare oltre la retorica e che permettano di determinare un approccio strategico verso la natalità. Questo Terzo Rapporto sull’Agenda FAST estende lo sguardo che Fondazione Lottomatica e Percorsi di Secondo Welfare hanno rivolto, nei primi due Rapporti, alla famiglia, agli asili e ai servizi per la prima infanzia (https://www.secondowelfare.it/).  Qui il Rapporto sui NEET: https://www.secondowelfare.it/wp-content/uploads/2026/07/Rapporto-FAST-3_Neet_Percorsi-di-Secondo-Welfare-e-Fondazione-Lottomatica.pdf.  Giovanni Caprio
September 4, 2026
Pressenza
Catania ha il “primato” nazionale della gioventù assorbita nel “NEET”
In Italia tocca a Catania il “primato” nazionale della gioventù totalmente assorbita nel “NEET”. Il comune di Catania, nel Documento Unico di Programmazione (DUP), solo alcuni giorni aveva evidenziato questo “primato” nazionale che riguarda i giovani catanesi – nella città che ambiva ad essere la Capitale della Cultura 2028 – […] L'articolo Catania ha il “primato” nazionale della gioventù assorbita nel “NEET” su Contropiano.
July 13, 2026
Contropiano
La Campania che cresce e non converge, Il lavoro che non paga
Primo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale della Banca d’Italia “L’economia della Campania”, giugno 2026. Nel giugno 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato il suo rapporto annuale sull’economia campana. È un documento di 112 pagine, costruito su dati originali e indagini dirette presso imprese, banche e amministrazioni locali. Chi lo legge con attenzione trova qualcosa di diverso dalla narrazione corrente: non il racconto di una regione finalmente in recupero, ma quello di una crescita reale che avanza senza intaccare le fratture strutturali che la producono. Il punto di partenza è incoraggiante, almeno in apparenza. Nel 2025 in Campania l’occupazione è cresciuta del 2,6 per cento, le ore lavorate del 6 per cento. Entrambi i dati sono superiori alla media del Mezzogiorno e a quella nazionale. La quota di lavoratori a tempo pieno è salita all’86,7 per cento dall’84,8 dell’anno precedente. Le nuove posizioni lavorative alle dipendenze, al netto delle cessazioni, sono state prevalentemente a tempo indeterminato. Se ci si ferma qui, il quadro sembra quello di una regione che finalmente aggiusta la propria struttura occupazionale. Il problema è che non ci si può fermare qui. Il tasso di occupazione campano nel 2025 è al 46,7 per cento. Quello italiano è stimato attorno al 62-63 per cento. Il divario è di sedici punti percentuali, ed è rimasto sostanzialmente immutato nonostante cinque anni di crescita. La Campania corre più veloce della media nazionale, ma parte da così lontano che la convergenza è ancora una prospettiva teorica, non un processo misurabile nel breve periodo. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro — quante persone attivamente cercano o hanno un impiego — si ferma al 54,4 per cento, dodici punti sotto la media italiana. Il tasso di disoccupazione è sceso di quasi due punti percentuali, ma resta al 13,9 per cento: quasi tre volte il valore nazionale. Tra i giovani dai 15 ai 34 anni che non studiano, non lavorano e non seguono alcun percorso formativo — i cosiddetti NEET — la Campania registra il 26,1 per cento, in calo rispetto al 29 del 2024 ma ancora quasi il doppio del dato italiano, fermo al 15,6 per cento. Un giovane campano su quattro è fuori da tutto. Questi sono i dati di stock: la fotografia di ciò che è accumulato nel tempo. I dati di flusso — quanti posti si sono creati nell’anno — dicono che il 2025 è stato un anno relativamente buono. Ma i flussi positivi, se non sono abbastanza grandi rispetto allo stock di esclusione, non spostano la fotografia. Riempiono la vasca mentre il foro nel fondo continua a svuotarla. Il dato più critico del rapporto, e il meno visibile nel dibattito pubblico, riguarda le retribuzioni. Tra il 2008 e il 2023 — quindici anni — le retribuzioni reali medie dei lavoratori dipendenti del settore privato in Campania sono calate dell’11,5 per cento. In termini nominali erano cresciute del 18,3 per cento, ma l’inflazione le ha erose più velocemente di quanto i salari nominali crescessero. Il calo reale campano è superiore a quello della media italiana (-6,2 per cento) e leggermente inferiore a quello del Mezzogiorno (-12,5). Il 2024 ha mostrato una ripresa più intensa della media nazionale, ma la Banca d’Italia la definisce esplicitamente «solo un parziale recupero». La scomposizione del dato per impresa è ancor più rivelatrice. Nelle aziende con salari più bassi — sotto il 90° percentile della distribuzione — le retribuzioni reali sono calate in Campania più che nella media nazionale. Nelle aziende con salari più elevati — dal 90° percentile in su — in Italia le retribuzioni reali nel periodo sono cresciute; in Campania sono calate anche lì. Non esiste una fascia del mercato del lavoro campano che si sia sottratta alla compressione salariale reale del quindicennio. Il calo ha riguardato tutti i settori, inclusi i servizi tecnologici e professionali — ICT, consulenza, attività professionali — che pure hanno visto crescere gli addetti del 45 per cento tra il 2012 e il 2023 e che presentano livelli di produttività superiori al resto dell’economia regionale. Si creano posti avanzati, ma i salari reali in quei posti calano ugualmente, anche se con entità lievemente inferiore rispetto al resto. La dinamica più sfavorevole riguarda commercio e turismo, dove la contrazione è più accentuata che nella media nazionale — e il turismo nel 2025 ha visto i visitatori stranieri crescere del 7,5 per cento con una spesa in aumento del 5,3 per cento. La Campania attrae turismo internazionale ma non riesce a trasformarlo in lavoro meglio pagato per chi ci lavora dentro. C’è un aspetto della questione salariale che il rapporto affronta con strumenti econometrici raffinati e che merita di essere tradotto in termini comprensibili. La Banca d’Italia isola, mediante tecniche di regressione, gli «effetti fissi d’impresa»: il salario medio reale che un’azienda offre al netto delle caratteristiche dei lavoratori — età, qualifica, tipologia di contratto, livello di istruzione. È la politica salariale dell’impresa, depurata dalla composizione della forza lavoro. Ebbene, questa componente è calata in Campania per tutti i decili della distribuzione, dal 5° al 95° percentile. Non è un effetto statistico legato al fatto che sono entrati nel mercato lavoratori più giovani o meno qualificati. È una compressione salariale reale, diffusa, che attraversa tutta la struttura produttiva regionale indipendentemente dal settore e dalla dimensione d’impresa. Nella media italiana, invece, le imprese collocate nelle fasce alte della distribuzione salariale hanno aumentato i salari reali. In Campania no. Questa forbice — che si apre tra la cima della distribuzione campana e quella italiana — è uno dei meccanismi attraverso cui il divario territoriale si riproduce e si consolida nel tempo. A questo si aggiunge il segnale degli ammortizzatori sociali. Le ore autorizzate di Cassa integrazione guadagni sono cresciute del 17,2 per cento nel 2025, contro una media nazionale del 7,5 per cento. La crescita ha riguardato esclusivamente la componente straordinaria, concentrata nel comparto dei mezzi di trasporto — l’automotive campano è in crisi strutturale, con una riduzione della produzione di circa un quinto nel 2025 e un calo analogo nel 2024 — ma anche nel commercio e nei trasporti. Nei primi tre mesi del 2026 le ore autorizzate sono ancora aumentate dell’1,8 per cento, mentre in Italia calano del 22,7. Le domande di NASpI — l’indennità di disoccupazione — sono cresciute dell’1,4 per cento in Campania mentre in Italia si riducevano dell’1,1 per cento. Il flusso di chi perde il lavoro è ancora in crescita, anche nell’anno in cui i posti netti aumentano. Il quadro che emerge dal rapporto è quello di un mercato del lavoro che si muove su due binari paralleli. Sul primo scorrono i dati di flusso: nuovi contratti, prevalentemente a tempo indeterminato, in settori che crescono, con ore lavorate in aumento. Sul secondo scorrono i dati strutturali: salari reali erosi nel lungo periodo, part-time involontario persistente, NEET al doppio della media nazionale, tasso di occupazione lontanissimo dalla convergenza. Il primo binario è visibile, si presta alla comunicazione politica, alimenta narrazioni di ripresa. Il secondo binario è quello su cui viaggia la realtà di chi lavora in Campania o cerca di farlo. La Banca d’Italia non trae conclusioni politiche. Registra, misura, scompone. Ma i dati che ha raccolto pongono una domanda che il dibattito pubblico campano — regionale e nazionale — fatica a formulare con chiarezza: quanto tempo deve durare una crescita che non converge prima che si decida di cambiare qualcosa nella struttura, non solo nei flussi? Le politiche attive del lavoro — il Supporto per la Formazione e il Lavoro, le misure della ZES Unica per il Mezzogiorno, le agevolazioni per i nuovi investimenti — agiscono sul margine. Non aggrediscono la compressione salariale strutturale, non chiudono il divario di sedici punti nel tasso di occupazione, non riducono di per sé la quota di NEET al 26 per cento. La Campania nel 2025 è una regione in cui si lavora di più rispetto agli anni precedenti, si lavora meglio in termini contrattuali, ma si guadagna in termini reali meno di quanto si guadagnasse quindici anni fa. Questa combinazione — più occupazione, salari reali compressi — non è una contraddizione temporanea da attribuire alla fase del ciclo economico. È la forma che ha assunto la crescita meridionale nell’ultimo quindicennio: inclusione nel lavoro dipendente a condizioni che non consentono l’accumulazione di reddito reale, né la riduzione della povertà relativa, né la convergenza con i livelli di benessere del resto del Paese. Il secondo articolo di questo dittico racconterà il lato speculare della stessa storia: cosa significa, per le famiglie campane, vivere in un mercato del lavoro che cresce senza pagare. FONTI Banca d’Italia – L’economia della Campania. Rapporto annuale, Economie regionali n. 15, giugno 2026 ISTAT – Rilevazione sulle forze di lavoro INPS – Osservatorio sul mercato del lavoro ISTAT – Conti economici territoriali Banca d’Italia – Indagine sulle imprese industriali e dei servizi Francesco Russo
June 18, 2026
Pressenza