La Campania che cresce e non converge, Il lavoro che non paga
Primo di due articoli sulla Campania nel 2025, fondati sul Rapporto annuale
della Banca d’Italia “L’economia della Campania”, giugno 2026.
Nel giugno 2026 la Banca d’Italia ha pubblicato il suo rapporto annuale
sull’economia campana. È un documento di 112 pagine, costruito su dati originali
e indagini dirette presso imprese, banche e amministrazioni locali. Chi lo legge
con attenzione trova qualcosa di diverso dalla narrazione corrente: non il
racconto di una regione finalmente in recupero, ma quello di una crescita reale
che avanza senza intaccare le fratture strutturali che la producono.
Il punto di partenza è incoraggiante, almeno in apparenza. Nel 2025 in Campania
l’occupazione è cresciuta del 2,6 per cento, le ore lavorate del 6 per cento.
Entrambi i dati sono superiori alla media del Mezzogiorno e a quella nazionale.
La quota di lavoratori a tempo pieno è salita all’86,7 per cento dall’84,8
dell’anno precedente. Le nuove posizioni lavorative alle dipendenze, al netto
delle cessazioni, sono state prevalentemente a tempo indeterminato. Se ci si
ferma qui, il quadro sembra quello di una regione che finalmente aggiusta la
propria struttura occupazionale.
Il problema è che non ci si può fermare qui.
Il tasso di occupazione campano nel 2025 è al 46,7 per cento. Quello italiano è
stimato attorno al 62-63 per cento. Il divario è di sedici punti percentuali, ed
è rimasto sostanzialmente immutato nonostante cinque anni di crescita. La
Campania corre più veloce della media nazionale, ma parte da così lontano che la
convergenza è ancora una prospettiva teorica, non un processo misurabile nel
breve periodo. Il tasso di partecipazione al mercato del lavoro — quante persone
attivamente cercano o hanno un impiego — si ferma al 54,4 per cento, dodici
punti sotto la media italiana. Il tasso di disoccupazione è sceso di quasi due
punti percentuali, ma resta al 13,9 per cento: quasi tre volte il valore
nazionale. Tra i giovani dai 15 ai 34 anni che non studiano, non lavorano e non
seguono alcun percorso formativo — i cosiddetti NEET — la Campania registra il
26,1 per cento, in calo rispetto al 29 del 2024 ma ancora quasi il doppio del
dato italiano, fermo al 15,6 per cento. Un giovane campano su quattro è fuori da
tutto.
Questi sono i dati di stock: la fotografia di ciò che è accumulato nel tempo. I
dati di flusso — quanti posti si sono creati nell’anno — dicono che il 2025 è
stato un anno relativamente buono. Ma i flussi positivi, se non sono abbastanza
grandi rispetto allo stock di esclusione, non spostano la fotografia. Riempiono
la vasca mentre il foro nel fondo continua a svuotarla.
Il dato più critico del rapporto, e il meno visibile nel dibattito pubblico,
riguarda le retribuzioni. Tra il 2008 e il 2023 — quindici anni — le
retribuzioni reali medie dei lavoratori dipendenti del settore privato in
Campania sono calate dell’11,5 per cento. In termini nominali erano cresciute
del 18,3 per cento, ma l’inflazione le ha erose più velocemente di quanto i
salari nominali crescessero. Il calo reale campano è superiore a quello della
media italiana (-6,2 per cento) e leggermente inferiore a quello del Mezzogiorno
(-12,5). Il 2024 ha mostrato una ripresa più intensa della media nazionale, ma
la Banca d’Italia la definisce esplicitamente «solo un parziale recupero».
La scomposizione del dato per impresa è ancor più rivelatrice. Nelle aziende con
salari più bassi — sotto il 90° percentile della distribuzione — le retribuzioni
reali sono calate in Campania più che nella media nazionale. Nelle aziende con
salari più elevati — dal 90° percentile in su — in Italia le retribuzioni reali
nel periodo sono cresciute; in Campania sono calate anche lì. Non esiste una
fascia del mercato del lavoro campano che si sia sottratta alla compressione
salariale reale del quindicennio. Il calo ha riguardato tutti i settori, inclusi
i servizi tecnologici e professionali — ICT, consulenza, attività professionali
— che pure hanno visto crescere gli addetti del 45 per cento tra il 2012 e il
2023 e che presentano livelli di produttività superiori al resto dell’economia
regionale. Si creano posti avanzati, ma i salari reali in quei posti calano
ugualmente, anche se con entità lievemente inferiore rispetto al resto. La
dinamica più sfavorevole riguarda commercio e turismo, dove la contrazione è più
accentuata che nella media nazionale — e il turismo nel 2025 ha visto i
visitatori stranieri crescere del 7,5 per cento con una spesa in aumento del 5,3
per cento. La Campania attrae turismo internazionale ma non riesce a
trasformarlo in lavoro meglio pagato per chi ci lavora dentro.
C’è un aspetto della questione salariale che il rapporto affronta con strumenti
econometrici raffinati e che merita di essere tradotto in termini comprensibili.
La Banca d’Italia isola, mediante tecniche di regressione, gli «effetti fissi
d’impresa»: il salario medio reale che un’azienda offre al netto delle
caratteristiche dei lavoratori — età, qualifica, tipologia di contratto, livello
di istruzione. È la politica salariale dell’impresa, depurata dalla composizione
della forza lavoro. Ebbene, questa componente è calata in Campania per tutti i
decili della distribuzione, dal 5° al 95° percentile. Non è un effetto
statistico legato al fatto che sono entrati nel mercato lavoratori più giovani o
meno qualificati. È una compressione salariale reale, diffusa, che attraversa
tutta la struttura produttiva regionale indipendentemente dal settore e dalla
dimensione d’impresa. Nella media italiana, invece, le imprese collocate nelle
fasce alte della distribuzione salariale hanno aumentato i salari reali. In
Campania no. Questa forbice — che si apre tra la cima della distribuzione
campana e quella italiana — è uno dei meccanismi attraverso cui il divario
territoriale si riproduce e si consolida nel tempo.
A questo si aggiunge il segnale degli ammortizzatori sociali. Le ore autorizzate
di Cassa integrazione guadagni sono cresciute del 17,2 per cento nel 2025,
contro una media nazionale del 7,5 per cento. La crescita ha riguardato
esclusivamente la componente straordinaria, concentrata nel comparto dei mezzi
di trasporto — l’automotive campano è in crisi strutturale, con una riduzione
della produzione di circa un quinto nel 2025 e un calo analogo nel 2024 — ma
anche nel commercio e nei trasporti. Nei primi tre mesi del 2026 le ore
autorizzate sono ancora aumentate dell’1,8 per cento, mentre in Italia calano
del 22,7. Le domande di NASpI — l’indennità di disoccupazione — sono cresciute
dell’1,4 per cento in Campania mentre in Italia si riducevano dell’1,1 per
cento. Il flusso di chi perde il lavoro è ancora in crescita, anche nell’anno in
cui i posti netti aumentano.
Il quadro che emerge dal rapporto è quello di un mercato del lavoro che si muove
su due binari paralleli. Sul primo scorrono i dati di flusso: nuovi contratti,
prevalentemente a tempo indeterminato, in settori che crescono, con ore lavorate
in aumento. Sul secondo scorrono i dati strutturali: salari reali erosi nel
lungo periodo, part-time involontario persistente, NEET al doppio della media
nazionale, tasso di occupazione lontanissimo dalla convergenza. Il primo binario
è visibile, si presta alla comunicazione politica, alimenta narrazioni di
ripresa. Il secondo binario è quello su cui viaggia la realtà di chi lavora in
Campania o cerca di farlo.
La Banca d’Italia non trae conclusioni politiche. Registra, misura, scompone. Ma
i dati che ha raccolto pongono una domanda che il dibattito pubblico campano —
regionale e nazionale — fatica a formulare con chiarezza: quanto tempo deve
durare una crescita che non converge prima che si decida di cambiare qualcosa
nella struttura, non solo nei flussi? Le politiche attive del lavoro — il
Supporto per la Formazione e il Lavoro, le misure della ZES Unica per il
Mezzogiorno, le agevolazioni per i nuovi investimenti — agiscono sul margine.
Non aggrediscono la compressione salariale strutturale, non chiudono il divario
di sedici punti nel tasso di occupazione, non riducono di per sé la quota di
NEET al 26 per cento.
La Campania nel 2025 è una regione in cui si lavora di più rispetto agli anni
precedenti, si lavora meglio in termini contrattuali, ma si guadagna in termini
reali meno di quanto si guadagnasse quindici anni fa. Questa combinazione — più
occupazione, salari reali compressi — non è una contraddizione temporanea da
attribuire alla fase del ciclo economico. È la forma che ha assunto la crescita
meridionale nell’ultimo quindicennio: inclusione nel lavoro dipendente a
condizioni che non consentono l’accumulazione di reddito reale, né la riduzione
della povertà relativa, né la convergenza con i livelli di benessere del resto
del Paese.
Il secondo articolo di questo dittico racconterà il lato speculare della stessa
storia: cosa significa, per le famiglie campane, vivere in un mercato del lavoro
che cresce senza pagare.
FONTI
Banca d’Italia – L’economia della Campania. Rapporto annuale, Economie regionali
n. 15, giugno 2026
ISTAT – Rilevazione sulle forze di lavoro
INPS – Osservatorio sul mercato del lavoro
ISTAT – Conti economici territoriali
Banca d’Italia – Indagine sulle imprese industriali e dei servizi
Francesco Russo