Acqua e guerre. Prima parte
Già nel dicembre 2023 la disponibilità di acqua era crollata da 87 a 3 litri a
testa. Gli 8 impianti di trattamento delle acque reflue sono stati messi fuori
uso, con un impatto enorme sulla falda costiera, sempre più infiltrata
dall’acqua marina. Oltre il 97% dell’acqua pompata dalla falda non soddisfa gli
standard dell’OMS. I tre dissalatori principali sono stati danneggiati e
comunque senza carburante non funzionano. La fornitura idrica “strategica”
(sempre insufficiente) è stata usata per costringere le persone a spostarsi qua
e là per la Striscia.
Stiamo parlando di Gaza, ovviamente. Ma non è dal 7 ottobre che l’acqua viene
usata come strumento di apartheid, colonialismo d’insediamento e in fin dei
conti genocidio strisciante in tutta la Palestina. Dal 1948, per obbligare la
popolazione palestinese ad andarsene, i sionisti distruggono sistematicamente –
e a volte avvelenano – le fonti idriche e i pozzi dei palestinesi, fatto
confermato dal direttore israeliano del museo dell’acqua nel documentario Route
181. Negli anni Novanta, con gli accordi di Oslo e i successivi protocolli di
Parigi, la gestione di tutta l’acqua del territorio (Israele e Palestina
occupata) è stata affidata alla Mekorot, l’azienda pubblica israeliana per i
servizi idrici. Gli israeliani convogliano buona parte dell’acqua di superficie
e di falda dei territori occupati e del sud del Libano nel lago di Galilea, da
dove la distribuiscono su tutto il territorio nazionale israeliano. Secondo i
dati forniti di recente dalle organizzazioni B’tselem (israeliana) e Who
profits, in media a ogni israeliano vanno 350 litri al giorno, a ogni
palestinese 60. La quantità raccomandata dall’Oms è 100 litri. Inoltre, i
palestinesi pagano l’acqua 10 volte più degli israeliani: 2,8 shekel al metro
cubo contro 0,3 cent. Dal 2020 Mekorot è nella “lista nera” in cui l’ONU
inserisce le imprese che hanno legami con le colonie illegali e sfruttano le
risorse palestinesi, violando la Quarta Convenzione di Ginevra.
Le colonie illegali hanno persino le piscine, i palestinesi non hanno nemmeno il
diritto di riempire un secchio con l’acqua piovana o dal pozzo. Nella Valle del
Giordano e nelle aree agricole in genere i coloni danneggiano o sequestrano
sistematicamente sorgenti, cisterne, serbatoi, pozzi, condutture palestinesi.
Sequestrano l’acqua e sfruttano le terre e le risorse palestinesi anche a fini
turistici, per esempio sulle coste del Mar Morto, a cui i nativi non possono
neppure avvicinarsi. Molti insediamenti sionisti scaricano le acque luride e
industriali sulle terre palestinesi creando gravi inquinamenti. E non è tutto:
per manifestare il loro disprezzo, gli israeliani spruzzano sui palestinesi e
sulle loro case un liquido puzzolente il cui odore nauseabondo persiste per
molti giorni, prodotto appositamente dalla ditta israeliana Odortec.
L’acqua come arma di guerra
La situazione israelo-palestinese è emblematica, ma purtroppo non unica: al
contrario sta facendo scuola. Prima di tutto per le condizioni peculiari di
buona parte del Medio Oriente. Scrive Lorenzo Tecleme sul Manifesto del 10 marzo
di quest’anno (Colpito un impianto di desalinizzazione: la guerra al “pilastro”
del Medio Oriente): “Quasi tutti i Paesi mediorientali dipendono da
desalinizzatori per dissetare la popolazione e rifornire l’agricoltura e
l’industria. Il 40% delle capacità mondiali di desalinizzazione sono concentrate
in Asia occidentale, dove sono attivi 5.000 impianti, di cui almeno 450 nelle
regioni del Golfo. Il Bahrein produce così quasi il 100% della sua acqua, il
Kuwait quasi il 90%, Israele l’80%. L’Iran ha 65 impianti attivi, il 70% delle
falde acquifere è in stato di sovrasfruttamento. Inoltre l’acqua è inquinata dai
forti sversamenti del petrolio”. Aggiunge Paolo Bonora su Comune-info.net il 22
aprile (Il tallone d’Achille del Medio oriente): “Nei Paesi del Golfo milioni di
abitanti vivono in terre aride, desertiche, e debbono la propria sopravvivenza
ai dissalatori. Una vulnerabilità insidiosa. I dissalatori, in gran parte
integrati alle centrali elettriche di frequente minacciate e in alcuni casi
lesionate, sono installazioni enormi, vistose, distribuite lungo le coste. Anche
se formalmente protetti come infrastrutture civili, di fatto sono esposti a
violazioni come mostrano gli episodi di danneggiamento. Se il petrolio è l’arma
economica, l’acqua è il tallone d’Achille del Medio Oriente (…) Infrastrutture
imponenti in cui realizzazione, funzionamento, manutenzione assorbono quantità
di danaro ingentissime che poggiano sulle ricchezze del petrolio. E sono perno
di un contratto sociale in cui gli Stati forniscono acqua ed energia a prezzi
(per ora) irrisori in cambio del consenso. L’acqua è dunque un bene politico su
cui si regge il patto tra monarchie, investitori e cittadini”.
Impianti vitali che non è difficile prendere di mira, come sta dimostrando la
guerra Israele-Usa-Iran, con attacchi reciproci che includono i Paesi del Golfo
che forniscono basi militari agli statunitensi. In giugno, gli Usa hanno
distrutto molte infrastrutture idriche di Teheran. E non solo. Nel marzo 2026,
in quattro giorni sono state bombardate otto infrastrutture idriche nella valle
della Bekaa, da cui dipendevano almeno 7mila persone. Siamo ormai a milioni di
sfollati senza acqua e beni essenziali. In Libano, come a Gaza, le forze
israeliane stanno usando la sete come arma, strategia che costituisce un crimine
di guerra ed è vietata dalle Convenzioni di Ginevra.
Crimine ormai sdoganato, però. Israele è in buona compagnia. In Sudan, a fine
maggio, le milizie di Pronto Intervento hanno preso di mira i serbatoi
dell’acqua a El-Tina, al confine con il Ciad, dove migliaia di sfollati si sono
rifugiati, scappando dalla guerra nelle loro città, in Darfur. Gli attacchi dei
droni hanno lasciato la popolazione senza acqua.
A fine gennaio a Kobane, sotto assedio da più di una settimana, è stata tagliata
l’acqua e l’elettricità. Un atto criminale che dà la misura delle intenzioni
genocidarie delle milizie filo turche. Scrive Hevidar Herani, giornalista curda:
“La città è senza elettricità e acqua dopo l’ennesimo taglio alla diga Tishreen,
infrastruttura strategica che fornisce energia e approvvigionamento idrico a
gran parte del nord est della Siria”.
E non c’è solo il Medio Oriente. Nella guerra Russia-Ucraina la distruzione di
dighe e impianti di trattamento delle acque è stata presente in ogni fase del
conflitto e praticata da entrambe le parti.
Il Pacific Institute, un gruppo di ricerca sull’acqua basato a Oakland, ha
mappato tutti i conflitti della storia che hanno avuto a che fare con l’acqua,
creando il sito Water Conflict Chronology, che mostra come l’acqua sia stata
strumentalizzata lungo tutta la storia dell’umanità, a partire da 4.500 anni fa:
il primo conflitto documentato ha avuto luogo nella zona dell’attuale Iraq, dove
l’acqua venne utilizzata per combattere i Sumeri da Urlama, re dell’antica città
stato di Lagash, che fece deviare dei corsi d’acqua per lasciare a secco la
città di Unma. In questi 4000 anni i conflitti registrati sono stati 1297.
Secondo la Banca Mondiale negli ultimi anni sono stati 507 i conflitti armati
per l’acqua. Secondo altre fonti, erano 220 fra il 2000 e il 2009, sono saliti a
620 tra il 2010 e il 2019, e dal 2020 a oggi sono stati registrati 201
conflitti, relativi soprattutto all’accesso all’acqua. Le Nazioni Unite hanno
censito tra il 2010 e il 2018 263 eventi bellici e prevedono che entro il 2030
addirittura il 47% della popolazione mondiale vivrà in zone a elevato stress
idrico, quindi è prevedibile che le guerre si moltiplicheranno.
Alessandra Cangemi, Comitato milanese acquapubblica
Redazione Italia