Magnifica Humanitas: alcune riflessioni dopo la lettura della recente enciclica
Rilanciamo un ampio stralcio delle riflessionie pubblicate su Effimera da Gianni
Giovannelli, in merito alla recente enciclica ‘Magnifica Humanitas’ di Leone
XIV, promulgata esattamente a 135 anni di distanza dall’altra enciclica – la
‘Rerum Novarum’ del 15 maggio 1891 -, quella di Leone XIII, a seguito della
quale prenderà corpo la dottrina sociale della chiesa, contrapponendosi sia al
pensiero liberale sia, soprattutto, alla nascente dottrina socialista
dall’impetuoso divenire. Agli albori del nuovo secolo la nuova dottrina sociale
si fondava essenzialmente su due pilastri: da un lato l’associazionismo delle
parrocchie e dall’altro il partito dei cattolici che propugnavano «la teoria
della composizione dei conflitti di classe mediante una maggior tutela delle
condizioni tragiche in cui versavano i salariati, nelle fabbriche e nelle
campagne». Successivamente, più avanti negli anni, tali principi vennero
rafforzati e perseguiti attraverso un terzo pilastro con l’organizzazione di un
sindacato appositamente costituito – su sollecitazione del Vaticano –
approfittando della scissione del 1948 dalla centrale confederale unica. A
differenza dell’enciclica che si misurava con la rivoluzione industriale, quella
di Prevost punta dritto il dito sulla rivoluzione tecnologica in corso: «un
diretto riferimento alla persona umana (…), come soggetto da tutelare
nel tempo in cui si va dispiegando l’intelligenza artificiale»[accì]
L’enciclica del 15 maggio 2026
Magnifica Humanitas è un testo corposo, si articola in 245 paragrafi suddivisi
in premessa, 4 capitoli e conclusione, utilizzando uno stile essenziale per una
sequenza di affermazioni legate da una logica stringente in cui il dubbio su ciò
che ci riserverà il futuro non incrina solide convinzioni sul dover agire.
Nella premessa Leone XIV insiste sulla necessità di esaminare le radici
spirituali e culturali che caratterizzano la trasformazione in atto (stiamo
vivendo una fase di rapida transizione), indicando due segmenti di pensiero
contrapposti e incompatibili: uno (la torre di Babele) mira ad impadronirsi
della tecnologia al solo scopo di dominio e conquista della ricchezza, l’altro
(le mura di Gerusalemme) vuole ricondurre l’IA (e lo sviluppo della tecnica)
all’interno del comune, dei principi di giustizia solidale. La maggioranza degli
esseri viventi nel pianeta rimane in trepidante attesa, assiste agli eventi, fra
angoscia e speranza. Ma sono domande decisive e non possono essere eluse: esiste
il dovere di rimanere umani. La radicalità della premessa viene temperata,
prudentemente, nel primo capitolo, dedicato alle vicende delle encicliche
sociali precedenti: come di consueto quando un pontefice parla dal soglio (ex
cathedra) ogni passaggio dei predecessori viene ricondotto ad unità complessiva
della Chiesa, sorvolando abilmente sulle divergenze per costruire una dottrina
sociale cattolica coerente, uniforme, armonica. Ma, a leggere con attenzione,
l’elogio del passato non è mai una rinunzia alle proprie convinzioni presenti,
procede con ecclesiastica cautela, ma non fa mai un passo indietro, consapevole
delle proprie debolezze ma forte delle proprie ragioni.
Tecnica e dominio
Il secondo e il terzo capitolo sono il cuore del saggio, in cui si affronta il
rapporto fra la difesa dei principi e l’uso della tecnica come strumento
di dominio; comunque si voglia giudicare questa presa di posizione che ha
l’ambizione di costituire un manifesto del pensiero cattolico, non è possibile
ignorare la sostanza di una condanna aperta del liberismo tecnocratico e
dell’ideologia della forza. Non era per nulla scontata una scelta simile,
soprattutto considerando la potenza di comunicazione mediatica, volta a
segnalare la fine dell’anomalia rappresentata da papa Francesco e una sorta di
restaurazione conservatrice incarnata da papa Leone; ora i comunicatori di
regime stravolgono il testo, per disinnescarlo, per ridurlo a generica lamentela
senza conseguenze concrete. Un esempio, fra i tanti, di questa operazione
chirurgica è l’articolo pubblicato il 14 giugno 2026 su Il Sole 24 Ore dal
presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, Antonio Patuelli: il nuovo
umanesimo (?) è una zuppa buona per tutti i gusti e non si comprende con chi se
la prenda il pontefice quando segnala il pericolo (rischio) del controllo delle
esistenze per mezzo di una acquisizione massiva e privata dei dati. Torna in
mente quel che Francesco disse ai funerali di Gutierrez, avvezzo alle critiche e
fermo nella difesa dei poveri: ha saputo fare silenzio quando doveva fare
silenzio, ha saputo soffrire quando gli è toccato soffrire.
Eppure le affermazioni sono forti, non consentono interpretazioni equivoche. La
dignità non si acquista e non si merita (paragrafo 53); il valore non è ciò che
si produce (paragrafo 51); qualsiasi progetto o tentativo di progetto di
eliminare o sottomettere una nazione è immorale e pertanto
inaccettabile (paragrafo 64). La tecnocrazia viene descritta non come un
generico e potenziale orizzonte politico-economico, ma come un concreto progetto
di dominio, fondato su una criminale cultura dello scarto (definizione davvero
efficace) applicata in danno di chi si trova nella condizione di rifugiato, di
migrante, di povero; il potere va cadendo ogni giorno di più, nella rapidità
della transizione, in mano mani (paragrafo 90 e seguenti) di pochi privati
transnazionali, indifferenti alla solidarietà, alla sussidiarietà, alla
fraternità (e dunque anche alla libertà e all’eguaglianza). Il paragrafo 99
introduce il problema e lascia intravedere la soluzione, evitando di cadere
nell’equivoco di una banale equiparazione dell’IA a quella umana, ma senza
nasconderne i benefici indubbi, che vanno invece riconosciuti. Il punto è che i
dati, anche elaborati, non capiscono ciò che producono perché non abitano
l’orizzonte affettivo. Non è una mera ovvietà; è una proposta reale di cambiare
la prospettiva di osservazione, di nuovo con il metodo di Copernico
[…]E si arriva al dunque, all’indicazione censurata dalla comunicazione
mediatica in quanto percepita come potenzialmente pericolosa nelle stanze del
potere oggi consolidato (economico, finanziario, politico): disarmare
l’intelligenza artificiale! Testualmente (paragrafo 110): la competizione armata
non è più solo militare ma economica e cognitiva. Disarmare non significa
rinunziare alla tecnologia, ma impedirle di dominare l’umano. Non basta
regolarla: va disarmata e resa ospitale. Le ideologie connesse al
trans-umanesimo e/o al post-umanesimo conducono alla catastrofe e vanno
contrastate con decisione; la tecnica deve liberarsi di una concezione errata
del limite, malattia vecchiaia vulnerabilità non sono difetti da rimuovere, ma
elementi costitutivi dell’umanità, rientrano in ciò che è cura.
Rendere disarmata e ospitale l’IA significa piegarla a questi principi che
riemergono dalla teologia della liberazione nata non a caso nei tumultuosi anni
sessanta del secolo scorso. Comprensibile che una simile prospettiva non piaccia
affatto a chi punta invece sulla guerra, sulla paura, sul conflitto permanente,
per mettere la vita a valore, non per liberarla.
Guerra, verità, lavoro
Nel quarto capitolo Prevost affronta la necessità di trovare strumenti capaci
di custodire le persone nel tempo della trasformazione, a fronte di un
saccheggio costante della verità, tema centrale per Agostino e dunque per il
papa suo discepolo. Le piattaforme digitali, invece di favorire un
consolidamento della democrazia sostanziale (e sarebbe possibile), tendono a
confondere vero e falso, a mescolarlo al fine di orientare l’immaginario
collettivo. Compare, e non poteva mancare, l’ombra di Guy Debord (non citato, ma
presente): tutto diventa spettacolo, messa in scena, trasformazione della realtà
volta a far ritenere esistente una finzione (mise en scéne in italiano si
traduce anche come truffa). Oltre ad indicare la centralità della scuola e
dell’istruzione pubblica l’enciclica invita ad elaborare una sorta di ecologia
della comunicazione o, anche, con immagine suggestiva, una igiene
dell’attenzione (paragrafo 146). In questa cornice di discontinuità nella
transizione si calano il lavoro, il rapporto fra uomo e macchina (critica
dell’ibridazione fra i due), il recupero della dignità, l’economia in senso
ampio. Il PIL non è uno strumento di misura che consenta di comprendere lo stato
effettivo delle cose (paragrafo 157), la finanza per la finanza è diversa dalla
finanza per lo sviluppo e per la redistribuzione della ricchezza prodotta
(paragrafo 163); in ogni caso acquistano rilievo le condizioni sociali della
speranza. Dopo Debord compare (anche lei non citata) Soshana Zuboff: quando ogni
gesto lascia traccia si crea un potere nuovo (paragrafo 171) e nasce una sorta
di architettura della visibilità utilizzata a fini di controllo sociale e di
sfruttamento intensivo, il che rende necessario spezzare le catene della nuova
schiavitù (il titolo che comprende i paragrafi 173-179). Nulla, scrive Prevost,
nel mondo dell’IA è davvero immateriale o magico: una lunga catena di
mediazioni, una rete estesa di risorse naturali, di infrastrutture energetiche
e, soprattutto, di persone. Rubano la vita a donne e bambini, schiavizzati nel
lavoro, formano una catena di sfruttamento che resta deliberatamente
invisibile. E ancora annota: il colonialismo ai giorni nostri mostra un volto
inedito. Non domina solo i corpi, ma si appropria dei dati, trasformando la vita
delle persone in informazioni sfruttabili. Per concludere infine: la lotta
contro le nuove schiavitù è il banco di prova decisivo. Antonio Patuelli,
presidente dei banchieri, ha preferito evitare ogni citazione di questi passi,
soprattutto, visto che le banche guadagnano piuttosto bene sui dati e sulle
schiavitù, cerca di sfuggire al banco di prova decisivo congelando la proposta
(vaticana!) di lotta!
La chiusa
L’ultima parte dell’enciclica (quinto capitolo e conclusione) è dedicata
al falso realismo e alla cultura del conflitto, fondata sul concetto di forza
non soggetta ad alcun limite (giuridico o etico). L’apologia della violenza
devastatrice e la percezione di ogni diversità come minaccia si concretano in
una sorta di nichilismo storico e di un insieme di progetti contrapposti che
mirano a costruire un monopolio della minaccia armata. Citando un cattolico
italiano, per un certo periodo sindaco di Firenze e pacifista per antonomasia,
La Pira, Leone XIV rilancia la cultura del negoziato contro quella
della potenza; a sostegno del suo invito teso a risparmiarci la totale
distruzione del pianeta richiama, fra l’ironico e il beffardo visto che è
tradizionale icona dell’estrema destra italiana, Tolkien, prima di affidarsi, da
buon cattolico, alla Madonna e al suo magnificat.
Qui non si pone il problema di arruolare il papa nelle file del movimento
comunista, sarebbe piuttosto fuori luogo. E per giunta ogni papa ha la sua
identità. Bergoglio, per carattere e per formazione, aveva molta fiducia nelle
parole, e, anche, una forza comunicativa teatrale, perfino gestuale, che non è
invece nelle corde di Prevost, più incline a preparare il terreno, ad
accompagnare ogni progetto, specie se ardito, agli strumenti necessari per
attuarlo. Bergoglio poggiava su quello che oggi viene definito un partito
liquido, sul consenso immediato ed emotivo. Prevost misura la forza degli
antagonisti, ragiona sul come logorarli, concepisce la sua chiesa come una
sintesi di fede e organizzazione; questo può accentuare la tendenza alla
diplomazia e al compromesso, certamente ha l’effetto di moderare il suo
vocabolario nell’esprimere i concetti, ma contribuisce anche a rafforzare
progetti di alleanze inedite e soprattutto di costruzione concreta di strutture
in conflitto con il liberismo tecnocratico, che si presenta oggi come il più
duro ostacolo all’emancipazione degli sfruttati nel mondo. Ma non bisogna avere
timore della diversità, rimanere se stessi cercando di capire come ciascun
interlocutore si colloca, qui e ora. Senza preconcetti, sine ira et studio. In
fondo si può marciare divisi per colpire insieme; lo dicevano anche Mao Tse Tung
e Helmuth von Moltke. L’importante è non arrendersi mai.
Redazione Italia