Riforma Crosetto e Altra difesa possibile: giovani come riserva militare o difensori civili del paese?
Nel libro Paura liquida Zygmunt Bauman spiegava che “tante paure arrivano nella
nostra vita già con i loro rimedi prima ancora che i mali che essi promettono di
curare abbiano fatto in tempo a spaventarci”. La paura, in particolare
dell’Altro trasformato in nemico, non è solo marketing elettorale
particolarmente in voga in questo momento storico, ma un elemento strutturale
del potere, anche in funzione formativa. Lo aveva descritto mirabilmente Franz
Kafka nel racconto Durante la costruzione della muraglia cinese: “Sono immagini
che facciam vedere ai bambini che fanno i cattivi, e allora essi ci si buttano
subito al collo piangendo. Ma non sappiamo altro di questi nordici. Non li
abbiamo mai veduti” (I racconti, 2021). Lo sperimentiamo nella quotidiana
militarizzazione del linguaggio, studiata da Federico Faloppa: “Non esiste
conflitto armato che non sia stato prima preparato, giustificato e normalizzato
dal linguaggio” (Disarmare il discorso, 2026). Lo abbiamo analizzato a più mani
nel recente volume collettaneo Poteri e nonviolenza (Nerbini, 2026), anche in
riferimento al potere militare (Pasquale Pugliese, Il potere militare nelle
società contemporanee).
Oggi ne fornisce un’ulteriore prova la “riforma Crosetto” del sistema
militare, esaminata in un accurato documento da Rete Italiana Pace e Disarmo: si
tratta di due disegni di legge complementari che delineano “uno Stato sempre più
predisposto a fare della guerra una possibilità permanente e organizzata”,
riducendo la complessità del concetto di sicurezza ai soli termini militari. Il
primo “supera il modello dell’esercito professionale puro e costruisce una forza
multilivello. Accanto ai reparti militari permanenti si istituisce un sistema di
riserve: una operativa, una territoriale e una specialistica” che portino ad
aumentare di oltre 40.000 soldati l’apparato militare italiano, rivolgendosi ai
giovani come soggetti da formare e arruolare al bisogno, con un costo di
aggiuntivi 8 miliardi annui di spese militari. “Si compie così un salto di
qualità verso la warfare society – scrive Rete Italiana Pace e Disarmo – una
società militarizzata non solo dagli armamenti, ma anche attraverso un sistema
di incentivi, organizzazione del lavoro, formazione e cultura pubblica che
spingono verso una società-caserma”.
Il secondo disegno di legge completa il primo sul versante dell’organizzazione
strutturale delle Forze Armate. Prevede infatti la centralizzazione del comando
interforze, il riconoscimento ufficiale della guerra ibrida e del
dominio cyber (con la possibilità di condurre operazioni anche in tempo di
pace), l’introduzione sistematica di droni e sistemi autonomi senza richiamo
esplicito al principio del controllo umano significativo, oltre a deroghe
ambientali per le infrastrutture militari e una notevole autonomia negoziale e
industriale per il settore della Difesa. Tutto ciò comporterà un sensibile
indebolimento del controllo parlamentare e delle amministrazioni competenti su
numerosi aspetti. Il baricentro dell’intero sistema rischia così di spostarsi in
modo preoccupante dal principio del controllo democratico alla disponibilità
militare operativa continua.
Facendo una prima valutazione del possibile impatto educativo sui più giovani,
la riforma promossa dal ministro Crosetto assume un significato preciso sul
piano culturale. L’incremento degli effettivi, la costituzione di riserve
operative, territoriali e specialistiche, il rafforzamento del legame tra
società civile e apparato bellico non rappresentano solo una scelta tecnica di
potenziamento delle Forze Armate, ma rinforzano una pedagogia implicita: educare
i giovani a considerare la preparazione armata come unica forma di difesa del
paese, normalizzando l’idea che i conflitti si risolvano con la guerra alla
quale essere sempre pronti. E’ l’applicazione pratica del modello culturale già
entrato in molti contesti formativi: la sicurezza come deterrenza armata, la
minaccia del nemico come orizzonte inevitabile, l’obbedienza gerarchica e la
disponibilità all’uso della violenza organizzata come virtù civiche. Si
trasmette così alle giovani generazioni il messaggio che la responsabilità verso
il proprio Paese passa attraverso l’addestramento alle armi anziché dalla
prevenzione dei conflitti e dalle politiche attive di pace.
Radicalmente alternativo è il modello disegnato dalla proposta di legge per
la Difesa civile, non armata e nonviolenta. L’impatto educativo di questa scelta
– che prevede un Dipartimento per la difesa civile non armata e nonviolenta, i
Corpi civili di pace e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo –
coinvolge il sistema formativo nel suo complesso, attraverso la piena
legittimazione culturale e politica dei saperi della nonviolenza. Comunicazione
nonviolenta, mediazione dei conflitti, analisi delle radici strutturali della
violenza, monitoraggio dei diritti umani, pratiche di solidarietà sociale,
tecniche di disobbedienza civile, diplomazia popolare e riconciliazione
post-conflitto diventano saperi del cittadino difensore civile del paese, che
non si sottrae al “sacro dovere” di difesa consegnandolo ai soli militari, ma lo
declina in riferimento alle reali minacce del tempo presente. Nel quale la
guerra è il problema non la soluzione: una civiltà che ripudi la guerra “non
significa fare una scelta utopistica, ma orientarsi verso l’unico realismo
possibile nell’era dell’Antropocene, nell’età atomica e nel tempo della
complessità”, scrivono Mauro Ceruti e Francesco Bellusci (Per una civiltà della
terra, 2026) e sapevano già i Costituenti. Per questo è
necessario sottoscrivere quila proposta di legge di iniziativa popolare.
[Articolo pubblicato su I blog del Fatto Quotidiano]
Pasquale Pugliese