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Catania, intervento in grande stile nell’operazione di polizia denominata ‘Safe Zone’
Il 15 Dicembre la Questura di Catania annunciava, tramite i propri social, di avere effettuato l’operazione denominata “Safe Zone”, impiegando più di 250 agenti, consistente in 39 arresti e misure cautelari in carcere, eseguiti su ordinanza della Procura di Catania, a firma del Gip Daniela Monaco Crea. L’annuncio dell’operazione veniva ripreso “ a reti e siti di informazione locali unificati”, tramite i quali si annunciava alla cittadinanza che veniva smantellata una rete di extracomunitari di origine africana dedita allo “Spaccio di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina e ricettazione” ad opera di “pusher cattivi e pericolosi”. L’operazione, dopo anni di “retate” nelle quali si procedeva a chiudere il quartiere ed a portare in questura chiunque non avesse i documenti in regola, è fondata su delle indagini tramite intercettazioni ambientali. Una operazione resa necessaria da un problema di ordine pubblico e volta a incarcerare pericolosi delinquenti, insomma. O no? Come Sportello Sociale San Berillo, anche in virtù della nostra ultradecennale presenza in quartiere e della conoscenza personale delle sue dinamiche e dei suoi abitanti, ed avendo letto le pagine dell’ordinanza, vogliamo contestare questo tema giudiziario. Lo diciamo subito: l’operazione Safe Zone è un’altra operazione “svuota quartiere”, effettuata sulla base delle pressioni politiche della destra al governo al Comune e dei gruppi speculativi che sempre più voracemente acquistano immobili in vista di speculazioni future e di una auspicata “riqualificazione” che veda pianamente attuati i progetti Pui e Pnrr. Innanzitutto non esiste nessuna “rete” che unifichi tutti e 39 gli imputati. E’ la stessa ordinanza del Gip a non formulare nessuna ipotesi di reato associativo ed a distinguere le posizioni degli imputati, le quali sono molto differenti tra di loro. Diamo un poco di numeri: innanzitutto va notato come su questi 39 soggetti siano tutti accusati di spaccio al dettaglio, le accuse inerenti i reati di furto, rapina, ricettazione riguardano solo 7 di questi individui. Tutti sono comunque indagati per reati di strada, di “piccolo calibro”. Continuiamo con il notare che le accuse inerenti lo spaccio di droghe sintetiche (crack, cocaina) riguardano 14 individui dei 39, quindi una minoranza. A questa minoranza appartengono 6 dei 7 accusati di altri reati di furto, rapina, ricettazione. Di questi 39, 34 appaiono “senza fissa dimora”. Per inciso noi sottolineiamo il fatto che la compravendita di hashish e mariuana in stati più civili del nostro è già adesso legale, perchè queste sostanze causano meno danni alla salute di sostanze legali come alcool e tabacco. La stretta repressiva delle destre e delle sinistre proibizioniste contro queste sostanze impedisce che la collettività tragga profitto dalla loro produzione e commercializzazione, dà vita al fenomeno dello spaccio per strada, riempie le carceri italiane e causa una spesa di giustizia enorme che grava su tutta la cittadinanza, crea una emergenza sociale che sarebbe agevolmente evitabile. L’assurdità non è che la gente consumi e venda una sostanza che non è dannosa ed è usata da millenni, ma che si spendano soldi pubblici per criminalizzarla. Ma torniamo ai numeri. Dei 39 indagati, lo ripetiamo, nessuno è stato trovato in possesso di mirabolanti somme di denaro e ben 35 sono senza fissa dimora. 14 spacciavano altre sostanze (chimiche) e chissà che non ne facciano uso, anche perchè la quasi totalità (6 su 7) di quelli che compiono reati contro il patrimonio appartengono, secondo le accuse, a questi 14. Chiunque guardi queste cifre con oggettività non può non vedere che a San Berillo non c’è una criminalità organizzata di tipo mafioso che si arricchisce sulle spalle di chi vive delle dipendenze: c’è quello che c’è negli altri quartieri di Catania, da san Cristoforo a Nesima. C’è povertà estrema. C’è un problema di senza fissa dimora. C’è un problema di dipendenza da droghe pesanti. C’è un problema di regolarizzazione di migranti che spesso lavorano precariamente ed a stagione nell’agricoltura e nel turismo o nell’edilizia ma che non riescono ad avere accesso ai permessi di soggiorno, alle carte di identità, ai contratti di affitto della casa. Questo in una città nella quale rispetto alla povertà diffusa il sindaco appartiene al partito che ha fatto le lotte per togliere il reddito di cittadinanza a decine di migliaia di famiglie, non c’è un intervento pubblico che non sia quello di interventi di “risanamento” che minano a spianare ancora di più la strada alle politiche del turismo e della gentrificazione, non c’è una politica di contenimento del costo degli affitti ed è quasi impossibile trovare una abitazione che non sia stata adibita a b&b, è sparita l’informazione e la prevenzione sull’uso delle droghe pesanti ed i Sert sono stati svuotati di fondi e di personale. San Berillo ha gli stessi problemi che ha tutta Catania, solo amplificati. Certo, c’è chi lucra facendo circolare le droghe pesanti ma non sono i “pesci piccoli” che vendono una stecchetta in quartiere e poi la notte dormono in una casa in rovina. A questo proposito i giornali ci informano, di sfuggita e con tre righe, che c’è una inchiesta parallela che riguarda dieci fornitori, quasi tutti Italiani. Non sappiamo se nei confronti dei “pesci grossi” che rifornivano il quartiere di sostanza e, quindi, lucravano cospicuamente ed erano presumibilmente legati ad organizzazione mafiosa, siano stati scatenati 250 agenti e siano stati trattenuti in carcere. Ci auguriamo riescano a dimostrare la propria innocenza ma nel frattempo constatiamo come i giornali, la questura e la procura, tacendo quasi del tutto il loro ruolo e dando enorme rilievo alla parte dell’operazione che riguardava migranti senzatetto, si siano resi strumento del razzismo istituzionale che conosce due pesi e due misure. Veramente queste 39 misure cautelari sono tutte giustificate? Noi abbiamo letto le carte della procura ed il quadro probatorio ci sembra sinceramente ridicolo con testimoni che indicano generici “individui di origine africana” senza sapere fare concretamente i nomi di chi ha compiuto cosa. E’ chiaro che gli avvocati faranno carta straccia di queste accuse ma nel frattempo la nostra sensazione è che la Procura di Catania si sia resa complice di un “rastrellamento” effettuato su basi per lo piu’ razziali. Certo, nella nostra esperienza quotidiana viviamo il quartiere e sappiamo che il degrado, specie tra gli assuntori di droghe pesanti, esiste. Ma sappiamo anche che secondo i numeri diffusi dalla procura stessa la maggior parte degli arrestati hanno imputazioni lievi. Noi che frequentiamo il quartiere sappiamo che sono lavoratori, alcuni padri di famiglia, alcuni colpevoli solo di avere amicizie in quartiere e di essere stati assimilati a spacciatori per essersi seduti su un gradino a fumarsi una canna con gli amici. Altri, forse, responsabili di essersi venduti una canna e trattati come se fossero membri del cartello di medellin invece che affrontare il giudizio che affronterebbe chi, da italiano, avesse compiuto gli stessi atti. Questi li riteniamo parte attiva del quartiere e della società e li vogliamo vedere al più presto liberi: perchè sono parte sana della comunità e non fanno parte del passato di degrado di San Berillo ma del suo futuro non di speculazione ma di integrazione!   Redazione Sicilia
Le lotte contro il riscaldamento climatico e alla povertà possono essere portate avanti insieme
Mentre il mondo si adopera per frenare il riscaldamento globale ponendo fine all’uso dei combustibili fossili in conformità con gli obiettivi climatici, secondo una nuova ricerca garantire a tutti gli abitanti della Terra un tenore di vita dignitoso è possibile a patto di attuare rapidamente e in modo definitivo la riduzione delle emissioni. Lo studio, guidato dal ricercatore Jarmo Kikstra del Programma Energia, Clima e Ambiente dell’Istituto Internazionale di Analisi dei Sistemi Applicati; in prosieguo:«IIASA»), ha esaminato gli scenari energetici in linea con l’Accordo di Parigi e gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. In un comunicato stampa l’IIASA afferma che con l’intensificarsi dei cambiamenti climatici e la mancanza di beni di prima necessità per miliardi di persone, affrontare contemporaneamente entrambe le sfide non è solo possibile, ma fondamentale. Gli autori hanno analizzato se gli scenari delineati negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile e nell’Accordo di Parigi forniscano energia sufficiente a tutti gli abitanti del pianeta per avere servizi essenziali come il raffreddamento e il riscaldamento delle case, fornelli ecologici, assistenza sanitaria, istruzione e trasporti. > Nel comunicato stampa Kikstra dichiara: “Il nostro obiettivo è riuscire a > determinare cosa sia necessario per eliminare la povertà estrema e allo stesso > tempo promuovere l’azione per il clima. Non si tratta solo di sollevare le > persone dalla povertà estrema, ma di guardare a un futuro con grandi ambizioni > di sviluppo, che garantisca standard di vita dignitosi come minimo per tutti > in tutto il mondo”. Attraverso il nuovo modello DESIRE, il team di ricerca ha confrontato gli scenari energetici che fanno dello sviluppo sostenibile una priorità con quelli che continuano a seguire le tendenze del passato. Secondo l’IIASA, un risultato sorprendente è che gli scenari di sviluppo sostenibile riducono in modo significativo il numero di persone che consumano meno dell’energia minima necessaria per i bisogni primari. In base a questi scenari, si prevede che il numero di persone che non dispongono di energia sufficiente per soddisfare le proprie esigenze domestiche primarie diminuirà di oltre il 90% – un tasso di progresso molto più rapido di quello che si otterrebbe continuando a seguire le tendenze attuali. Lo studio evidenzia che le emissioni necessarie a sostenere standard di vita dignitosi sono molto inferiori alle emissioni totali. > Kikstra spiega: “I nostri risultati mettono in discussione l’idea che > sradicare la povertà e proteggere il pianeta siano obiettivi nettamente in > contrasto. Infatti, l’energia necessaria per garantire la dignità umana > primaria è minima rispetto a quella attualmente consumata a livello globale. > Tuttavia, una simile traiettoria di sviluppo sostenibile implica che i tassi > di crescita nei Paesi a basso reddito siano molto più alti di quanto abbiamo > visto. Richiede sforzi di sviluppo adeguati e sostegno internazionale”. Shonali Pachauri, coautrice dello studio e leader del Transformative Institutional and Social Solutions Research Group, ha sottolineato che l’efficienza, la crescita e la riduzione dell’uguaglianza sono elementi importanti per garantire che tutti possano disporre di risorse sufficienti. Kikstra fa notare che non solo dovrebbero esserci più servizi dove sono necessari, ma è anche molto importante migliorare il modo in cui i servizi vengono forniti e assicurarsi che le risorse non vengano sprecate, ma assegnate a chi ne ha bisogno”. Lo studio, “Colmare il divario di vita dignitosa negli scenari energetici e di emissioni: introdurre DESIRE), è stato pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters. > Nel comunicato stampa il coautore dello studio Bas van Ruijven, leader del > gruppo di ricerca sui sistemi di servizi sostenibili dell’IIASA dichiara: “il > nostro studio è il primo a collegare indagini dettagliate sul fabbisogno > energetico a una modellazione globale integrata per la riduzione delle > emissioni. Se ben fatto, il fabbisogno energetico futuro potrebbe essere > inferiore di almeno un terzo, mentre le emissioni verrebbero portate a zero”. Gli autori hanno sottolineato l’importanza di combinare l’azione per il clima con lo sviluppo. Tuttavia, hanno osservato che, se non si riuscirà ad attuare politiche climatiche efficaci, sarà impossibile soddisfare anche il minimo indispensabile dei bisogni di base senza superare i limiti dell’Accordo di Parigi. Un dato fondamentale emerso dallo studio è che solo circa un terzo del consumo energetico mondiale sarebbe necessario per sostenere standard di vita dignitosi, mentre gli altri due terzi sono destinati a scopi che vanno oltre il soddisfacimento dei bisogni primari. In un futuro come questo – che secondo l’IIASA potrebbe essere raggiunto nei prossimi due decenni – oltre la metà della popolazione mondiale, compresa quella dei Paesi a basso reddito, raggiungerebbe standard di vita più che doppi rispetto alla linea guida minima per gli standard di vita dignitosi per il settore edilizio. Kikstra afferma che è alquanto improbabile che fornire i servizi di cui le persone hanno bisogno in tutto il mondo distrugga il pianeta, almeno non dal punto di vista energetico. Raggiungere gli obiettivi climatici e garantire una vita dignitosa per tutti è alla nostra portata, ma richiede un’azione immediata e decisiva per ridurre le emissioni. Di Cristen Hemingway Jaynes Traduzione dall’inglese di Maria Rosaria Leggieri EcoWatch