Cronaca dell’irrilevanza. Come Dua Lipa ha sposato Palermo per tre giorni: il Gattopardo in versione Instagram
riprendiamo dal sito Italia Libera
Dua Lipa ha sposato Palermo per tre giorni. Palermo, in compenso, continua a
divorziare da sé stessa da almeno trent’anni. Ma non sottilizziamo. Il
matrimonio dell’anno si è celebrato tra stucchi dorati, lampadari di Murano,
champagne a temperatura controllata e fotografie filtrate con la stessa cura con
cui un tempo si filtrava l’acqua del Gattopardo. Palazzo Gangi, location
impeccabile: se devi mettere in scena il capitalismo estetico del XXI secolo,
tanto vale farlo nel salotto dove Visconti girò il ballo dei moribondi.
Circolarità perfetta. Tomasi di Lampedusa aveva scritto: “Se vogliamo che tutto
rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”. Oggi la frase si potrebbe aggiornare
così: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, basta invitare qualche influencer e
aprire le porte dei palazzi storici alle giuste carte di credito”. Funziona.
Funziona benissimo.
Il popolo dei guardoni civici
La cosa più straordinaria non è il matrimonio. La cosa più straordinaria è stata
la discussione che ha generato. Una parte della città reclamava i maxischermi
per assistere alla cerimonia. I maxischermi. Non per seguire un dibattito sul
Piano Regolatore. Non per discutere della crisi idrica in Sicilia. Non per
confrontarsi sulla fuga dei giovani, sulla crisi climatica che trasforma
l’entroterra in savana mediterranea, sulla desertificazione demografica di
interi quartieri. Per vedere gente ricca che festeggia. L’antica Roma aveva il
pane e il circo. Noi abbiamo le arancine e lo streaming dei matrimoni altrui. Un
progresso indiscutibile, almeno dal punto di vista dell’efficienza dello
spettacolo. D’altra parte, non capita tutti i giorni di poter contemplare
gratuitamente persone che possono permettersi di affittare monumenti pubblici
come sale ricevimento private. È una forma moderna di turismo sociale: non
visiti il lusso, lo sbirci da dietro una transenna. Emozionati, però. Emozionati
è fondamentale.
L’offesa istituzionale
Poi è arrivato il Telegraph. Con la consueta grazia britannica ha ricordato che
Palazzo Gangi, in passato, aveva frequentazioni riconducibili a quella parte
della storia siciliana di padrini e di mafia che si preferisce non stampare
sulle calamite da frigorifero. Apriti cielo. Politici, assessori, amministratori
e professionisti dell’indignazione a geometria variabile hanno reagito come se
qualcuno avesse insultato la memoria dei propri antenati. Che sensibilità. Che
prontezza di riflessi. Peccato che la stessa suscettibilità tenda a scomparire
quando si parla di spopolamento, dissesto idrogeologico, coste erose
dall’innalzamento del mare, infrastrutture incompiute, trasporto pubblico in
modalità paleolitica o giovani che emigrano con la stessa regolarità con cui
arrivano i turisti. Su queste questioni regna una serenità quasi zen. Chi
governa la Sicilia da decenni riesce nell’impresa straordinaria di indignarsi
per un articolo del Telegraph e non riuscire a indignarsi per i propri risultati
amministrativi. Un talento raro, da conservare con cura, magari in un palazzo
storico.
Il centro storico Disneyland
Nel frattempo, il centro storico prosegue la sua metamorfosi silenziosa. Da
città a scenografia. Da luogo vissuto a prodotto esperienziale. Da ecosistema
urbano a catalogo fotografico. Gli abitanti se ne vanno. Gli studenti se ne
vanno. Gli artigiani chiudono. Il tessuto connettivo di una comunità – botteghe,
mercati di prossimità, spazi aggregativi – si dissolve con la stessa velocità
con cui proliferano B&B, affitti brevi e locali che promettono “autentica
esperienza siciliana” con la stessa autenticità di un sushi bar ad Enna.
Falcone e Borsellino finiscono sulle calamite da frigorifero
La memoria civile trasformata in merchandising. Il dolore collettivo monetizzato
e venduto a 3 euro al pezzo. Ed è qui che il problema smette di essere estetico
e diventa ecologico nel senso più profondo del termine: non soltanto ambientale,
ma culturale. Una città che svuota i propri abitanti per riempirsi di visitatori
perde la sua biodiversità sociale. Muore, anche se continua a sembrare viva
nelle fotografie.
Economia del selfie, ovvero il turismo come industria estrattiva
Le navi da crociera scaricano migliaia di visitatori. Scendono. Fotografano.
Consumano una granita. Ripartono. La città incassa qualche euro e si tiene il
conto ambientale: emissioni di ossido di zolfo ed altro sulle banchine,
congestione del centro, pressione devastante sulle risorse idriche in una
regione già arida, occupazione dello specchio portuale che potrebbe ospitare ben
altro. Ma i numeri fanno scena. E i numeri, si sa, sono fondamentali quando si
deve preparare una conferenza stampa o rendicontare un mandato elettorale. La
differenza tra sviluppo ed estrattivismo turistico è esattamente quella che
esiste tra agricoltura e deforestazione: il primo nutre il territorio nel tempo,
il secondo lo svuota rapidamente lasciando una superficie lucida e impoverita.
Il turismo di massa lascia recensioni su Tripadvisor. L’estrattivismo turistico
lascia quartieri svuotati, falde acquifere sotto pressione e una comunità che
non riesce più a riconoscersi nella propria città. Palermo come sceneggiatura o
del fondale che crede di essere protagonista.
Ma il vero punto non è Dua Lipa
Dua Lipa ha fatto esattamente ciò che fanno tutte le celebrity del capitalismo
estetico contemporaneo: utilizzare un luogo straordinario come sfondo per una
narrazione perfettamente confezionata, distribuita globalmente, monetizzata
efficientemente. Il matrimonio non è stato un evento privato. È stato un
contenuto. Una campagna di branding territoriale non commissionata e non
retribuita. Una produzione fotografica globale in cui Palermo recitava –
magnificamente, va detto – la parte del fondale. I miliardari del XXI secolo non
comprano soltanto case, alberghi o isole private. Comprano l’esclusività
dell’esperienza. Comprano la possibilità di trasformare uno spazio collettivo in
una scenografia privata, temporaneamente sottratta alla città che la ospita. E
la distanza sociale oggi non si misura in metri quadrati di proprietà, ma in
livelli di accesso agli spazi comuni. C’è chi entra dalla porta principale. C’è
chi guarda dai maxischermi. E c’è chi non si chiede come mai quella porta sia
diventata privata.
Il ballo 2.0, requiem per una città che guarda
Alla fine, il vero protagonista di questa storia non è il matrimonio. È la città
che osserva il matrimonio. È la città che discute del matrimonio. È la città che
si appassiona al matrimonio. Mentre intorno si deteriorano silenziosamente le
condizioni ecologiche, sociali e infrastrutturali che rendono possibile una vita
urbana degna: l’acqua che scarseggia d’estate, i giovani che partono, i
quartieri che si spengono, il territorio che frana, il mare che si scalda, le
specie endemiche che arretrano. Il Gattopardo raccontava una classe dirigente
che cambiava faccia per conservare il potere in un’isola già sull’orlo del
cambiamento storico. Oggi il meccanismo è identico, ma lo spettacolo è più
sofisticato. Il ballo si trasmette in streaming. Le dame hanno gli account
Instagram. I nobili hanno gli uffici stampa. I cortigiani hanno i podcast. Gli
esperti di comunicazione hanno le strategie di place branding. E il territorio,
quello reale, quello fatto di suolo, acqua, comunità, memoria: aspetta. Tomasi
di Lampedusa probabilmente avrebbe scritto un nuovo capitolo. Forse lo avrebbe
intitolato: “Il Ballo continua”. Con una differenza rispetto al romanzo. Nel
libro almeno qualcuno danzava. Oggi la maggior parte guarda. E il palazzo,
intanto, continua a scricchiolare.
Aurelio Angelini