25 anni dal Social Forum di GenovaTorniamo su “i fatti di Genova 2001” in un momento in cui i movimenti si
interrogano insistentemente sulla postura corretta da assumere di fronte alla
violenza istituzionale. Quella che segue è una testimonianza e, al contempo, una
riflessione
Con un gruppo di compagne e compagni di Palermo che facevano riferimento ai
COBAS e al “Network per i diritti Globali”, che riuniva oltre i cobas diverse
strutture di base e centri sociali di tutto il Paese, il 19 luglio del 2001
partii in aereo da Palermo fino Milano per raggiungere da li Genova in treno
(l’aeroporto di Genova era chiuso). Il grosso dei compagni di Palermo era
arrivato direttamente a Genova con un treno speciale, fra di loro i compagni del
CSOA ExKarcere che faceva riferimento al “Network per i diritti Globali”.
Cobas e “Network per i diritti Globali” erano riusciti ad ottenere
dall’amministrazione comunale di Genova due scuole nella periferia di Levante
della città, dove furono organizzate sia la logistica che le strutture abitative
per migliaia di manifestanti.
A ben venticinque anni di distanza la memoria di quelle giornate è ancora
presente come cosa viva, come se fosse ieri.
Il Social Forum di Genova contro il G8 faceva parte del movimento transnazionale
contro la globalizzazione che conquistò le prime pagine dei giornali già dalla
fine del 1999 con le imponenti manifestazioni che videro decine di migliaia di
persone scendere in piazza a Seattle (USA), intenzionate a bloccare il vertice
del WTO (Organizzazione mondiale del commercio). A Seattle, gli scontri di
piazza, la fermezza di migliaia di donne e uomini, le barricate erette per
fermare la violenza della polizia, furono il battesimo sul campo di un potente e
multiforme movimento internazionale che aveva l’obbiettivo unificante di
contrastare i padroni del Mondo.
Il movimento, chiamato dalla stampa “NoGlobal”, si diffuse in tutto il Pianeta.
Il Movimento era multiforme e univa al suo interno sia idee che pratiche di
piazza differenti. Tanti modi diversi di vedere lo scontro con i “Potenti”, una
folta pluralità di approcci che però riuscivano a stare nello stesso
contenitore. Religiosi, rete Lilliput, sindacati di base e componenti
significative anche dei sindacati storici come la FIOM, anticapitalisti,
ecologisti, comunisti di varie tendenze, femministe, movimenti dei migranti,
centri sociali, movimento anarchico, pacifisti, insurrezionalisti,
disobbedienti. Un variopinto aggregato dove non c’era distinzione fra buoni e
cattivi.
Il Movimento globale fu presente a tutti gli appuntamenti scanditi dall’agenda
del capitalismo internazionale. Dopo Seattle (dicembre 1999), a Praga (settembre
2000), a Nizza (dicembre 2000), a Palermo (dicembre 2000), a Davos (gennaio
2001), a Napoli (marzo 2001), a Göteborg (Giugno 2001).
Ad ogni appuntamento la violenza degli apparati repressivi dello Stato si fece
vedere in modo sempre più marcato. La repressione fu gestita con estrema
violenza sia da Governi di destra che da quelli di sinistra. Napoli fu
l’ennesimo banco di prova. Nel capoluogo campano le forze del “disordine”
attuarono una vera e propria mattanza in piazza Plebiscito e furono messe in
atto torture sistematiche dei fermati portati nella caserma Raniero. Prove
generali di repressione organizzate dal governo di “sinistra” a guida Amato (con
al suo interno due ministri del Partito dei Comunisti Italiani) e dall’allora
Ministro degli Interni Bianco.
L’obiettivo del Social Forum di Genova era quello di dimostrare che “un altro
Mondo è possibile”, e che era possibile disturbare pesantemente i lavori degli 8
“padroni” della Terra. Assediare, infrangere e penetrare la cosiddetta zona
rossa (zona interdetta delimitata da barriere metalliche e alti muri fatti con
container) era un comune obiettivo delle varie componenti del Movimento.
Come andò a Genova nelle giornate dal 19 al 21 luglio del 2001 lo sappiamo
tutti. Dopo la grandissima manifestazione dei migranti del 19 luglio le cose
cambiarono drasticamente. Venerdì 20 luglio mattina i Cobas furono pesantemente
attaccati dalle forze della repressione a piazza da Novi, da dove doveva partire
un grossissimo corteo, che oltre ai COBAS aveva in prima fila le Mamme di Plaza
de Mayo argentine, i Sam Terra brasiliani, la Confédération Paysanne di Bovè
francese e tanti altri. La piazza fu letteralmente aggredita da carabinieri e
poliziotti inferociti in assetto di guerra. Una pioggia fitta di candelotti
lacrimogeni ammorbò l’aria.
Con grande prontezza di spirito serrammo i ranghi, contrastammo con fermezza gli
aggressori e riuscimmo a portare diverse migliaia di manifestanti nel vicino
piazzale Kennedy, dove innalzammo alte barricate per fermare l’avanzata delle
forze della repressione. Ma la storia non era finita li.
Mezzi cingolati militari con enormi pale meccaniche atte a demolire le nostre
difese si videro all’orizzonte. Con prontezza riuscimmo a fare sgattaiolare le
migliaia di manifestati concentrati a piazzale Kennedy attraverso la linea di
costa lungo la battigia e dirigerli verso i concentramenti di Sestri Levante. Il
lunghissimo serpentone si mosse appena in tempo per evitare l’invasione violenta
delle forze della repressione che di lì a poco invasero piazzale Kennedy. La
marcia verso i nostri campi non fu facile, più volte cellulari e blindati di
polizia e carabinieri cercarono di bloccarci con caroselli e cariche violente.
La nostra risposta fu decisa e dura e riuscimmo a portare tutte e tutti nelle
scuole che ci erano state assegnate.
Al campo durante una affollatissima assemblea arrivarono le notizie che il
corteo pomeridiano dei disobbedienti/tute-bianche, partito dallo stadio Carlini,
era stato attaccato violentemente dai carabinieri. Le “tute bianche” avevano
retto lo scontro e i disordini si erano diffusi nelle vie e nelle piazze
adiacenti la manifestazione. Durante gli scontri si contavano decine e decine di
feriti ed era cominciata a circolare la notizia di eventuali morti.
Dall’assemblea fu deciso di scendere il giorno dopo (il 21 luglio) in piazza con
un serrato e organizzato servizio d’ordine di almeno 200 compagne/i, con tanto
di caschi, maschere anti gas e bandiere rinforzate, per garantire la sicurezza
delle migliaia di manifestanti che avrebbero seguito le nostre bandiere.
Solo a sera inoltrata, dai telegiornali, apprendemmo la tragica notizia
dell’uccisione di Carlo Giuliani. Fummo assaliti da tanta rabbia, dolore e
parecchia preoccupazione.
La mattina seguente la tensione era salita alle stelle. In una giornata estiva
con tanto caldo, compagne e compagni non riuscivano a governare l’emozione e
piangevano abbracciandosi a vicenda. Il nostro corteo si mosse aperto dallo
striscione del network dei diritti globali “viviamo per calpestare i re”, subito
dietro noi del servizio d’ordine composto da diverse file di compagne/i
incordonate/i per garantire la sicurezza di tutte/i.
Un lunghissimo fiume di almeno trecentomila persone invadeva le vie di Genova.
Il lungo serpentone veniva aperto dallo striscione “noi 8 miliardi, voi G8”.
Sfilava un enorme corteo pieno di famiglie con bambini, con i movimenti non
violenti, pax cristi, le femministe, quelli di Cancellare il debito (tutti con
le mani tinte di bianco), i comunisti di varie parti del Mondo, l’ARCI, ATTAC,
la FIOM, i sindacati di base, gli anarchici, gli ecologisti, le tute bianche,
tantissimi partecipanti del blocco nero venuti da tutta Europa.
Dopo ore di corteo pacifico sotto il sole cocente di luglio (i cittadini di
Genova in modo solidale hanno supportato i manifestanti portando bottiglie
d’acqua e lanciando secchiate d’acqua dai balconi per combattere la calura) in
corso Italia inizia la mattanza. Le forze della repressione “bombardano” dagli
elicotteri, dalle motovedette dal mare, dai blindati la manifestazione con
centinaia di lacrimogeni tossici. L’aria diventa irrespirabile. Il corteo
sbanda, la gente cerca rifugi di fortuna, noi con il nostro servizio d’ordine
restiamo fermi grazie alle maschere antigas che ci consentono di respirare
normalmente. Diveniamo un argine per tantissimi che si rifugiano dietro i nostri
cordoni. Davanti a noi c’è la mattanza messicana.
Poliziotti, carabinieri, finanzieri pestano con estrema violenza senza tregua e
senza pietà il gruppo dei non violenti, lo spezzone di “cancellare il debito”,
le famiglie con i bambini a seguito. La fermezza del nostro servizio d’ordine fa
sì che gli squadroni dei “tutori dell’ordine”, che avanzano come coorti romane
sbattendo i manganelli in modo ritmato sugli scudi, vedendoci fermi e compatti,
con le bandiere al vento e con i ranghi ben serrati, decidano di non accettare
il confronto e di dirigersi verso le componenti del corteo meno organizzate e
meno protette, pestando con estrema violenza tutte e tutti coloro che
incontreranno.
Dopo diverse ore, di continui fronteggiamenti con i delinquenti in divisa,
riusciamo nuovamente a raggiungere in corteo i campi di Sestri Levante, dove
organizziamo la smobilitazione del campo e il ritorno verso le città di
provenienza.
La sera assistiamo inermi dagli schermi televisivi alla mattanza nella scuola
Diaz, dove in modo freddo e predeterminato le squadre del Viminale compiono un
vero e proprio massacro contro donne, uomini, ragazze e ragazzi di varie parti
del Mondo che in modo assolutamente pacifico stavano riposando dopo la lunga e
pesante giornata.
Le notizie delle atrocità di stampo nazista fatte dai “tutori dell’ordine” a
tanti ragazzi e ragazze inermi e terrorizzati presso la caserma di Bolzaneto
saranno apprese solo nei giorni successivi.
A Genova lo Stato è intervenuto con estrema forza per spezzare il fronte
unitario di tante diversità che si erano concentrate nei Social Forum.
La repressione dello Stato a Genova 2001 è stata mirata per sancire la frattura
fra “buoni” e “cattivi” all’interno del movimento. L’unità di tante diversità
aveva fatto tanta paura. A Genova si segue uno schema già ampiamente
sperimentato già negli anni ‘70 e durante le lotte contro i missili a Comiso:
colpire duro, dividere il movimento, etichettare come “cattiva” la sua parte più
radicale per isolarla e ghettizzarla.
Il 2001 si conclude con l’attacco alle torri gemelle a New York, la conseguente
guerra all’Afghanistan dei Talebani, la caccia a Bin Laden.
Un tentativo di riorganizzare il movimento dei Social Forum sarà fatto
nell’autunno del 2002 a Firenze, con l’intento di rilanciare l’iniziativa
antimperialista indicando nella politica del governo Statunitense uno dei
maggiori fautori del disordine globale. Il Forum fu un grande successo politico
e mediatico ma il movimento “NoGlobal” dopo pochi mesi, nell’inverno del 2003,
si confronterà con la nuova guerra imperialista mobilitando milioni di persone
che riempiranno le piazze in tutto il Mondo. Quella enorme mobilitazione
internazionale non riuscì a fermare la guerra imperialista contro l’Iraq, il
declino del Forum Sociale divenne inevitabile.
Pubblicato su SICILIA LIBERTARIA | Sito anarchico per la liberazione sociale e
l’internazionalismo di luglio/agosto
Renato Franzitta