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La fine dell’ASN e il nuovo “semaforo”: la riforma Bernini tra burocrazia e vecchi vizi
L’abolizione dell’ASN sostituisce il giudizio delle commissioni nazionali con un sistema quantitativo “a semaforo”, eliminando la valutazione qualitativa della ricerca. La riforma lascia però irrisolte le criticità dei concorsi locali, aumentando anzi il rischio di bandi profilati “su misura” per i candidati interni.  L’ASN finisce nel dimenticatoio dopo 15 lunghi anni. Significativa è la circostanza che a decretarne la morte sia la proposta di una Ministra (Bernini) appartenente al medesimo partito politico di chi la volle (Gelmini). Sulla bontà, validità, efficacia e, soprattutto, equità dell’Abilitazione sono stati spesi fiumi d’inchiostro e questo mio intervento si limiterà a formulare alcune elementari considerazioni sul suo (distorto) funzionamento, sia dal punto di vista diacronico, sia dal punto di vista sincronico. Vi sono stati, infatti, Settori Concorsuali nel quali abilitarsi era quasi impossibile, in particolare se si finiva nel tritacarne delle vendette trasversali fra baroni, nel mentre in altri Settori si abilitavano praticamente tutti. Ve ne sono stati alcuni nei quali l’agognato risultato giungeva dopo un lungo contenzioso giurisdizionale (anche questo con alterne vicende) e altri, invece, i cui risultati apparivano già decisi prim’ancora delle riunioni d’insediamento. L’ASN doveva essere, almeno nelle intenzioni del legislatore e di chi fra noi l’ha criticata, ma accettata, una mera “constatazione” del possesso di requisiti e pubblicazioni tali da consentire di partecipare alla selezione vera, rappresentata dal concorso locale e non una forca caudina talvolta insuperabile per alcuni e un’autostrada in discesa per altri. Ma essa ha avuto, come pure è stato molto opportunamente notato taluni commentatori anche su questo sito, conseguenze importanti che hanno “riorganizzato”, in peggio, l’intero comparto della ricerca universitaria, fatto ora solo di prodotti della ricerca, convegni e seminari, riviste di classe A, indici bibliometrici, pubblicazioni a pagamento, crescita esponenziale delle citazioni, ma anche, più in generale, di articoli e saggi. Mi è personalmente capitato di scorrere la produzione scientifica di un collega di area giuridica che in biennio ha dichiarato di aver pubblicato 30 contributi, di cui 20 in classe A, circostanza che francamente nessuna persona di buon senso può considerare come ragionevole e corretta. Tutto questo accadrà di nuovo, purtroppo, perché l’ASN è stata soppiantata da una procedura “a semaforo”, nella quale gli studiosi presenteranno una dichiarazione sostitutiva di certificazione del possesso di requisiti che verranno individuati con apposito Decreto ministeriale. Tutto si fonderà, conseguentemente, sotto il profilo “quantitativo” e nessuna Commissione nazionale potrà giudicare la bontà e la qualità della produzione scientifica, passando ai raggi x ogni singola pubblicazione. Da questo punto di vista se si voleva eliminare la discrezionalità (buona o cattiva) delle Commissioni Nazionali di Abilitazione, l’obiettivo mi parrebbe esser stato pienamente raggiunto. Tutti i candidati, quindi, in possesso della vecchia ASN o dei nuovi requisiti sono legittimati, di conseguenza, a partecipare alle selezioni locali, procedura su cui la nuova legge mi sembrerebbe essere intervenuta in maniera talvolta piuttosto timida, talaltra introducendo veri e propri buchi neri in grado di minare la trasparenza delle procedure medesime. Il capitolo sulla composizione delle commissioni giudicatrici locali viene affrontato e modificato (si passa da 3 a 5 commissari, sorteggiati su base nazionale da liste di docenti dichiaratisi disponibili e in possesso di precisi requisiti), ma si è evitato di incidere in maniera più pregnante sulle loro dinamiche, quasi da far apparire l’estensore della norma come un soggetto che non ha mai frequentato un ufficio universitario. Perché non si è reintrodotto (come un tempo) il divieto di far parte delle Commissioni nei primi tre anni di servizio, in modo da evitare che i neofiti possano immediatamente selezionare i loro colleghi, evidentemente sdebitandosi? Perché è stata introdotta l’incandidabilità solo a seguito di condanne passate in giudicato (come è noto abrogato l’abuso d’ufficio, salvo rari casi, i concorsi universitari non temono i procedimenti penali)? Perché non sono stati introdotti meccanismi sanzionatori nei confronti di quelle Commissioni di concorso i cui esiti sono stati rovesciati dalla giurisprudenza amministrativa? Resta, infine, l’infelice possibile interpretazione di quella parte della nuova legge che consentirebbe di introdurre una profilazione puntuale e precisa nel bando (un tempo si diceva della possibilità di “cucire addosso” al candidato il bando per consentirgli di vincere, prima ancora di cominciare, la selezione). Qui il legislatore ha commesso un grave e temo irrimediabile errore che è destinato a rendere praticamente inutile tutta la procedura: un tempo non era consentito e talvolta il giudice sanzionava gli Atenei, oggi tale circostanza entra dalla porta principale ed è destinata a far discutere. Su questo punto temo che il rimedio sia stato peggiore del male.  
July 24, 2026
ROARS
De profundis, ASN
L’ASN è morta. La riforma Bernini, approvata in via definitiva alla Camera, cancella l’Abilitazione Scientifica Nazionale. L’ASN ha incentivato l’adozione di pratiche discutibili, come autorialità di comodo e doping citazionale, più utili a gonfiare gli indicatori richiesti che a produrre ricerca di qualità. Ma abolire l’ASN non basta. Il vero problema sono le soglie quantitative che alimentato questi meccanismi e il sistema di potere accademico che ne trae vantaggio. Da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere: saranno i decreti attuativi a stabilire se i criteri quantitativi resteranno in vigore, magari con soglie ancora più elevate. Intanto i nostalgici dell’ASN, preoccupati di perdere i loro piccoli feudi, hanno già trovato sponda nell’opposizione. Nel dibattito parlamentare sono riemerse le peggiori idee elaborate dal PD ai tempi di Matteo Renzi e, prima ancora, di Enrico Letta. L’apice è stato raggiunto dal deputato PD Toni Ricciardi, che ha accusato la ministra di sostituire la «valutazione oggettiva e meritocratica» dell’ASN con «un sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale». Ascoltando questi interventi, il dubbio è che un governo di centrosinistra avrebbe fatto persino peggio. Ieri, 7 luglio 2026, la Camera ha approvato in via definitiva il DDL 2735 che abolisce l’Abilitazione Scientifica Nazionale e ridisegna le “modalità di accesso, valutazione e reclutamento del personale ricercatore e docente universitario” (Qui si può leggere il testo definitivo). Nella sostanza e in estrema sintesi, la ASN viene abolita. I concorsi saranno banditi localmente con commissioni composte da un membro nominato dall’Ateneo e una maggioranza di esterni estratti a sorte da liste nazionali di professori disponibili al compito. I candidati per essere ammessi dovranno dichiarare di possedere “requisiti di produttività e di qualificazione scientifica”. Questi requisiti saranno fissati entro 90 giorni dalla entrata in vigore della legge con “decreto del Ministro, su proposta dell’ANVUR, sentito il CUN”. Ci sono già i nostalgici dell’ASN. Ci sono i nostalgici per paura, quelli che, dall’interno delle società scientifiche o sfruttando cariche coperte a livello locale e nazionale, erano riusciti a acquisire posizioni di potere nel sistema attuale e che, con l’abolizione dell’ASN, temono di perdere le rendite accademiche acquisite nel tempo. Questi nostalgici temono in particolare il meccanismo del sorteggio che rischia di scardinare equilibri disciplinari e locali faticosamente raggiunti. Poi ci sono i nostalgici a prescindere, quelli così bravi ad adattarsi alle regole, che rimpiangono qualsiasi modifica dello status quo. E infine ci sono i nostalgici del merito e della competizione, che rimpiangono la ASN non perché perfetta, ma perché sarebbe stata perfettibile: bastava alzare le soglie e prevedere maggior rigore. Noi non siamo nostalgici. Come abbiamo scritto più volte, il sistema dell’ASN ha avuto come effetto principale l’aumento della produzione scientifica e dell’impatto citazionale nazionali. Il miracolo della ricerca italiana, celebrato dall’ANVUR nei suoi rapporti annuali, è stato conseguito grazie alla diffusione ormai endemica di pratiche di ricerca, per così dire, borderline, più adatte a gonfiare gli indicatori richiesti dalla ASN che a produrre ricerca di qualità. In particolare nei settori cosiddetti bibliometrici si sono diffuse pratiche di autorialità di comodo e soprattutto di doping citazionale, mentre nei settori non bibliometrici, il meccanismo, più sfuggente, è passato attraverso la ricerca di canali di pubblicazione ‘facili’ sulle riviste “certificate A” dall’ANVUR. Per sgonfiare questi meccanismi e il sistema di potere accademico che li alimenta non basta però abolire l’ASN. Sono le soglie quantitative il vero problema. E da questo punto di vista, la riforma Bernini è ancora tutta da scrivere. Infatti, la norma primaria definisce solo il quadro generale, ma saranno i decreti attuativi, ed in particolare la definizione dei requisiti di ammissione ai concorsi locali, che determineranno l’esito della riforma. Se i criteri quantitativi saranno mantenuti nella forma attuale o le soglie riviste al rialzo, gli incentivi ai cattivi comportamenti resteranno tutti in piedi o forse saranno rafforzati. I segnali che si vada in questa direzione ci sono. E allarmanti. Nella discussione in Senato non poche voci della maggioranza hanno fatto riferimento ad un eccessiva facilità di superamento delle soglie. D’altra parte, anche alcuni passaggi del documento di accompagnamento del DDL facevano esplicito riferimento a una bassa selettività delle soglie. Infine ANVUR, da sempre sensibile ai desideri dei ministri di turno, nell’ultimo rapporto sull’università e la ricerca, lamenta il progressivo allargamento delle maglie per la classificazione in classe A delle riviste. Ultima notazione. Se avrete, come noi, la pazienza di leggere lo stenografico della discussione alla Camera forse vi assalirà il nostro stesso dubbio: che la Riforma Bernini non sia peggiore di quella che ci avrebbe riservato una maggioranza di centro-sinistra. Dalle file dell’opposizione riemerge infatti la difesa dei peggiori incubi sull’università proposti a suo tempo dal PD guidato da Matteo Renzi, e prima di lui, dagli esperti di università del PD di Enrico Letta. In particolare segnaliamo ai lettori gli interventi dei deputati di Italia Viva-Casa Riformista, con le lezioncine aggressive su liberismo e meritocrazia di Luigi Marattin, e la lezione sul merito di Roberto Giachetti. Di Giachetti colpiscono in particolare l’intervento in favore di due emendamenti a sua firma. Il primo volto a difendere i “Settori Scientifico Disciplinari” contro i “Gruppi Scientifico-Disciplinari. Il secondo che propone di abolire la pubblicazione delle liste degli aspiranti commissari prevista dalla riforma, “per garantire commissioni competenti”. L’intervento più agghiacciante proviene però direttamente da un deputato del Partito Democratico, Toni Ricciardi, che esordisce dando ragione a Marattin, poi, dopo essersi pavoneggiato sostenendo di avere ricevuto ben 3 abilitazioni, difende l’ASN come “valutazione oggettiva e meritocratica” contro la futura università dei baroni: > guardi, Ministra, è paradossale, perché lei sta smontando una riforma che > funzionava, fatta dal suo partito di riferimento all’epoca, per adottare un > sistema tardo-ottocentesco di socialismo reale finto. È questo quello che sta > facendo, Ministra. > > Allora non ha affrontato la questione e smantella la valutazione oggettiva e > meritocratica in cambio di cosa? Di commissioni territoriali che valuteranno > il percorso delle persone che faranno il dottorato di ricerca in quella > università, diverranno assistenti precari, ricercatori precari e poi un giorno > – dopo 10, 15 o 20 anni -, quando avranno sprecato il loro volere e valore > potenziale di supporto alla ricerca, forse diverranno – perché un posto fisso, > poi, non si nega a nessuno – professori associati e, se sono nelle grazie del > barone, forse anche ordinari. > >    
July 8, 2026
ROARS
ASN: dove abita la bioetica? Una lettera aperta sull’abilitazione e l’interdisciplinarità
Nell’ultima tornata ASN, uno studioso di bioetica viene abilitato in filosofia della scienza e non abilitato in filosofia morale. Da questo paradosso prende avvio una riflessione sul modo in cui l’università italiana valuta la bioetica e, più in generale, la ricerca interdisciplinare. I criteri con cui si selezionano studiosi e studiose non riguardano solo l’accademia: contribuiscono a determinare quali forme di conoscenza trovano spazio nel dibattito pubblico e nelle decisioni che incidono sulla vita di tutti. Prima ancora di produrre sapere, un sistema accademico sceglie le teste a cui sarà permesso produrlo. Decide chi insegnerà, chi valuterà, chi siederà nei comitati e scriverà le linee guida. Quindi, in ultima analisi, chi darà forma al discorso pubblico e alla conoscenza che tocca i corpi di tutte e tutti: come veniamo curati, come si stabilisce cosa è sicuro, come si distingue un’informazione sanitaria che protegge da una che fa danno. Quando quella conoscenza diventa domanda di valore, ha un nome: bioetica. E il modo in cui un Paese sceglie chi ha titolo per farla non è un affare interno dell’accademia: è una cosa che ricade su chiunque, prima o poi, si trovi ad abitare un corpo che qualcun altro dovrà pensare come oggetto e come soggetto. Ecco perché questa storia, che ha tutta l’aria di essere la storia di un concorso universitario, riguarda anche chi all’università non metterà mai piede. Stesso fascicolo. Stessa persona. Due commissioni. Per una sono un filosofo degno dell’abilitazione; per l’altra, no. E quella che mi rifiuta è quella in cui (in teoria) la bioetica dovrebbe stare più di casa. I fatti, in chiaro. Ho presentato due domande di Abilitazione Scientifica Nazionale alla seconda fascia. Una nel settore concorsuale 11/C2, Logica, Storia e Filosofia della Scienza. L’altra nel 11/C3, Filosofia Morale. In 11/C2 sono stato abilitato. In 11/C3 no, all’unanimità. La commissione che mi promuove, logica, storia e filosofia della scienza, scrive nero su bianco che il mio profilo è “solo parzialmente sovrapponibile” al suo settore. La commissione che mi boccia, filosofia morale, siede invece nel luogo dove la bioetica (in teoria, ma dissento) dovrebbe essere riconosciuta per prima. Scrivo in prima persona e senza pudori sul mio caso, ma il mio caso non è l’argomento: è solo le reagente che fa precipitare una domanda più grande. Dove l’università italiana permette alla bioetica di abitare? Perché è esattamente lì, nella risposta a questa domanda, che si decide se un Paese sappia o no leggere il lavoro di chi attraversa i confini tra le discipline. IL SETTORE CONCORSUALE È UN’ONTOLOGIA I settori concorsuali non sono un dettaglio amministrativo. Sono una mappa di dove al sapere è concesso esistere. Quando collochiamo un candidato in 11/C3 anziché in 11/C2 non scegliamo una casella su un modulo: decidiamo con quale metro la sua competenza verrà misurata, quale tradizione conta come “la teoria” e quale come semplice “applicazione”. La griglia codifica una teoria della conoscenza prima ancora di giudicare un singolo lavoro. La bioetica, in questa mappa, non ha un indirizzo proprio. Non esiste un settore della bioetica. Esiste solo la possibilità di domiciliarla come provincia di qualcos’altro: la filosofia morale, la medicina legale, il diritto, la sanità pubblica. In Italia ha eletto residenza prevalente nella filosofia morale. E qui scatta la prima trappola: una disciplina nata per attraversare i confini viene valutata con il metro di una sola delle terre che attraversa, e quel metro la punisce per ciò che la definisce. COS’È LA BIOETICA, DAVVERO Vale la pena ricordare da dove viene la parola. La conia Van Rensselaer Potter nel 1971, e Potter non è un filosofo morale: è un biochimico, un oncologo. La pensa come “ponte verso il futuro”, un’etica capace di parlare insieme alla biologia, alla politica, all’ecologia. La bioetica nasce nel punto preciso in cui un fatto biologico genera una domanda di valore: il letto del paziente, la corsia, il comitato etico, il laboratorio, il tavolo dove si scrive una politica sanitaria. Nasce interdisciplinare, o non nasce affatto. Da anni provo a dare a questa intuizione una forma teorica rigorosa. In un lavoro che chiamo thick bioethics sostengo, dati alla mano, che la bioetica contemporanea si è assottigliata lungo più assi: concettuale, metodologico, istituzionale, di contenuto. Uno di questi assi è quello che mi riguarda ora: oltre l’ottanta per cento della bioetica accademica si è concentrata nelle scienze della salute, gravitando attorno all’etica clinica e trattando le questioni sistemiche — l’AI, la comunicazione del rischio, l’ecologia — come appendici. La conseguenza è che chi fa bioetica dentro questi territori viene letto come uno che fa qualcosa di meno “bioetico”, invece che qualcosa di “bioetico” in un modo diverso. Il mio lavoro vive lì. Nel corso di quasi un decennio di ricerca ho proposto una metodologia, la preference epidemiology, che tratta i valori dei pazienti come dati epidemiologici misurabili. Ho costruito framework etico-normativi per la comunicazione del rischio nelle emergenze sanitarie. Ho progettato e messo online sistemi reali per il rilevamento della disinformazione. Ho co-firmato una guidance dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. È bioetica che fa il suo mestiere potteriano: arriva dove di solito la riflessione etica non arriva. Per la commissione di filosofia morale, però, tutto ciò che tocca un ospedale o un algoritmo si riclassifica come “regolativo”, “operativo”, “applicativo”. Cioè come non-filosofia. L'(IM)PREPARAZIONE DELL’ACCADEMIA ALL’INTERDISCIPLINARITÀ I giudizi negativi del settore 11/C3 sono coerenti, e proprio per questo istruttivi. Convergono tutti sulla stessa formula: la mia produzione non sarebbe “pienamente inserita, in modo sistematico e approfondito, nel dibattito etico-teorico”; mancherebbe di “argomentazione filosofico-morale autonoma”; sarebbe troppo orientata a “casi applicativi, linee guida, principi operativi, framework di intervento”. E qui voglio essere preciso, perché non sto protestando contro una descrizione sbagliata. Quel ritratto – un lavoro orientato a casi applicativi, linee guida, principi operativi, framework di intervento – non lo contesto affatto. Lo trovo accurato. È esattamente ciò che faccio, ed è ciò che rivendico. Ciò che non sta in piedi non è la descrizione del mio lavoro, ma l’assunto silenzioso che le viene appiccicato: che roba del genere non abbia diritto di cittadinanza nella provincia di cui parlavamo, la filosofia morale. Che occuparsi di come una linea guida decide della vita concreta di qualcuno sia meno rilevante che discuterne in astratto. Quell’assunto, e non il ritratto, è la cosa che non regge. Ed eccoci alla seconda trappola. In questa ontologia del sapere, quella su cui poggia l’impalcatura dell’ASN e su cui a sua volta si regge il sistema accademico italiano, non esiste un criterio per valutare l’attraversamento dei confini, se non quello di ridurlo a una delle discipline attraversate e misurarne il difetto. E “si regge” va inteso in due sensi, perché qui il criterio non si limita a riflettere il valore: lo plasma. Primo: i criteri ASN orientano in anticipo il lavoro di chi all’abilitazione aspira. Si scelgono gli argomenti, i tagli argomentativi, le riviste in funzione di ciò che la griglia premia; ci si rende valutabili restando dentro i confini, perché attraversarli costa. Secondo: i profili che la griglia seleziona sono, per costruzione, quelli più allineati ai suoi criteri, e quei profili diventano a loro volta i commissari, i relatori, i maestri di domani, che applicheranno e tramanderanno gli stessi criteri. È un anello chiuso. Il sistema non si limita a non vedere l’oggetto interdisciplinare: si dispone, sessione dopo sessione, a non produrne più, e a non riconoscerlo quando arriva da fuori. Un test di competenza monodisciplinare applicato a un oggetto multidisciplinare, allora, non è una valutazione severa: è un errore di categoria che si autoalimenta. La domanda che la bioetica pone — può un caso clinico generare teoria, e non solo illustrarla? — nell’attuale architettura concorsuale non ha un luogo in cui essere giudicata.
June 29, 2026
ROARS
Riforma dell’ASN: avanti tutta!
Lo scorso 18 giugno la VII Commissione parlamentare ha concluso i suoi lavori e dato mandato al relatore Gerolamo Cangiano di riferire alla camera dei deputati l’esito favorevole dei lavori (che si possono leggere qua). In commissione gli emendamenti dell’opposizione sono stati tutti respinti. Arriva quindi alla Camera, nella sostanza blindato, il testo approvato dal Senato. La spartizione delle poltrone d’oro di ANVUR tra i partiti di maggioranza ha permesso il via libera al testo della riforma che stava provocando attriti tra Forza Italia e FDI. I lavori dell’assemblea sono iniziati il 19 giugno con una laconica presentazione da parte del Relatore.  Gli interventi delle forze di maggioranza e opposizione sono riportati nel documento che potete leggere in calce.  Nel suo intervento il deputato Antonio Caso (M5S) ha ricordato le parole della Ministra Bernini che di fronte alle proposte emendative unitarie della minoranza rispondeva: >  “Il dialogo è sempre utile quando serve a rafforzare qualità, trasparenza ed > efficacia del sistema universitario. Per questo accolgo con favore l’invito > delle opposizioni ad aprire un confronto > sulla riforma del reclutamento. Organizzeremo a breve un incontro strutturato > (…)”. A seguito di questa presa di posizione pubblica, si fermano i voti in Commissione e l’analisi del provvedimento. Si svolge un incontro tra governo e parte delle opposizioni che si conclude con un “vi faremo sapere”. Poi un mese di silenzio. E poi di nuovo le votazioni in commessione. > Cosa era accaduto, intanto, dietro le quinte? Era successa una cosa tanto > semplice, quanto becera: una spartizione vera e propria delle poltrone > all’interno dell’Anvur, all’interno dell’Agenzia – che dovrebbe essere > indipendente – che valuta la ricerca e l’università in Italia. E prima di > questo, infatti, la Ministra aveva anche cambiato i regolamenti dell’Agenzia, > aveva fatto in modo che il Governo potesse nominare, avesse più forza per > nominare direttamente imembri all’interno di questa Agenzia. Quindi, cambio il > regolamento e, poi, la spartizionebecera, classica: una poltrona a Fratelli > d’Italia,una poltrona alla Lega, una poltrona a Forza > Italia. stenografico_camera_19_giugno    
June 22, 2026
ROARS
Abbiamo già aiutato 500 ricercatori per ASN, PRIN, RTT e concorsi!
“Hai un H-Index basso? Abbiamo già aiutato oltre 500 ricercatori in Italia ad aumentare il proprio H-Index su Scopus. Ottieni citazioni reali, una strategia personalizzata. Risultati sicuri e verificabili. Ideale per ASN, PRIN, RTT e concorsi accademici. Richiedi una consulenza gratuita”. Questa la trascrizione  di un video pubblicitario in italiano disponibile su Facebook. Non abbiamo modo di verificare se siano davvero 500 i ricercatori italiani che hanno usufruito dei servizi venduti dalla società con sede in Ucraina. Abbiamo però già mostrato, grazie ad Anna Abalkina, che almeno una rivista italiana indicizzata su Scopus ha pubblicato articoli e interi special issue riconducibili a quella società. Il video qua sotto non è fake. E’ la pubblicità diffusa su Facebook da Наукові Публікації (Scientific Publications) una società con sede a Kiev che vende servizi a ricercatori al fine di aiutarli a pubblicare articoli indicizzati Scopus e Web of Science, oltreché servizi volti a incrementare il numero di citazioni e l’H-index. > “Hai un H-Index basso? Abbiamo già aiutato oltre 500 ricercatori in Italia ad > aumentare il proprio H-Index su Scopus. Ottieni citazioni reali, una strategia > personalizzata. Risultati sicuri e verificabili. Ideale per ASN, PRIN, RTT e > concorsi accademici. Richiedi una consulenza gratuita”. Non abbiamo modo di verificare se siano davvero 500 i ricercatori italiani che avrebbero utilizzato i servizi di Наукові Публікации. Abbiamo già mostrato, grazie al lavoro di Anna Abalkina, che almeno una rivista italiana pubblicata da Franco Angeli e indicizzata su Scopus ha ospitato articoli e persino uno special issue riconducibili a quella società. Il punto non è la cifra in sé, ma il sistema che la rende plausibile. Le politiche di valutazione promosse e consolidate da ANVUR hanno progressivamente irrigidito il nesso tra carriera accademica e metriche bibliometriche, contribuendo a trasformare il generalizzato clima del publish or perish in una pressione amministrativa permanente volta a premiare le quantità. In questo quadro, le metriche non sono più strumenti di misura, ma diventano obiettivi da ottimizzare. È qui che si apre lo spazio per un mercato di servizi per pubblicazioni e citazioni, sempre più strutturato e concorrenziale. Non esiste infatti solo la società ucraina: Futurity Publishing, ad esempio, dichiarano apertamente di intervenire su h-index e visibilità su Scopus, Web of Science e Google Scholar, offrendo preventivi personalizzati. La responsabilità delle politiche ANVUR non sta nell’aver “causato” direttamente questi fenomeni, ma nell’aver rafforzato e reso inevitabile un sistema in cui la qualità della ricerca viene progressivamente subordinata alla gestione strategica degli indicatori. Quando la valutazione si riduce a metrica, il mercato delle metriche diventa una conseguenza logica, non un’anomalia.    
June 12, 2026
ROARS