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Villaggio delle Rose e Comune di Milano: dialogo, buon senso e buona volontà. Chi c’è li ha e chi no
Chi decidesse di fare una passeggiata nella periferia Sud di Milano potrebbe imbattersi in un grazioso quartiere di case di legno; noterebbe specchiate verande, aiuole ben curate e vialetti ordinati. Lo stile potrebbe forse ricordargli una certa edilizia tipica degli States o del Tirolo, ma mai e poi mai penserebbe di essere finito in un “campo di diseredati”. Non così la vede il Comune di Milano che, indossata la tuta del paladino del progresso e della dignità per tutti, pretende di applicare la politica del “superamento del campo” senza andar per il sottile e spazzare via il Villaggio delle Rose. Il caso è ben spiegato nell’articolo di Paolo Cagna Ninchi. Secondo i piani del Comune il 15 giugno la comunità rom che vive al civico 351 di via Chiesa Rossa avrebbe dovuto alzare le tende e spostarsi in alloggi temporanei (contratto da 2+2 anni), per poi, con facilitazione, entrare nelle liste dei richiedenti casa popolare. Il popolo rom, notoriamente pacifico e refrattario alla violenza, non è però stupido, e da oltre un anno gli interessati hanno avviato un tavolo di trattative con l’ente pubblico. Nel dialogo la comunità ha preso atto di una serie di passi necessari per regolarizzare la propria posizione abitativa e si è impegnata a cercare soluzioni concrete e presentare preventivi e garanzie. Il fulcro dell’idea è la creazione di una cooperativa che gestirebbe la situazione e collaborerebbe con gli enti pubblici preposti alla riqualificazione dell’area. Una proposta più che fattibile – con tutte le cooperative edili che ci sono sulla piazza perché non una rom? Diciamo dunque che da parte del cittadino i compiti a casa sono stati fatti. Vediamo ora l’amministrazione comunale. Come si diceva una volta “l’interrogato ha fatto scena muta”. Il Comune da tempo non risponde più, si nega ai propri cittadini e tace sul loro futuro. Costretta da tale atteggiamento e con un cappio al collo, il 15 giugno una piccola delegazione rom, guidata dall’attivista Dijana Pavlovic e sostenuta da Anpi Milano, Architetti senza Frontiere, Naga e personalità pubbliche come Moni Ovadia (che ha presenziato all’evento), ex assessori e altri intellettuali della sinistra milanese, si è presentata davanti a Palazzo Marino per chiedere conto della situazione al Consiglio Comunale. A causa dell’ennesimo litigio in aula, il Consiglio viene sospeso e alcuni consiglieri – Diana De Marchi, Simonetta D’amico, Alessandro Giungi e Bruno Ceccarelli – accettano di uscire a incontrare il “popolo” (mi chiedo se senza l’imprevisto avrebbero trovato il tempo per due parole con le famiglie o se al termine dei lavori, stanchi, si sarebbero dileguati verso le loro case, di certo non in pericolo). Attorno si assiepa una piccola folla e anch’io cerco di farmi strada per ascoltare ciò che dicono – non c’è un microfono. Parla un uomo alto, dall’aspetto sportivo. Indossa una camicia bianca e nera, pantaloni corti bianchi e un berretto nero; potrebbe essere diretto a un campo di golf. È Aldo Deragna ma tutti lo conoscono come Iaio. Tiene in mano fogli e fotografie e parla della propria casa come fosse un componente della famiglia. Parla in tono accorato, ma non sento livore nella sua voce, piuttosto amore e una certa commozione, che cerca di nascondere dietro gli occhiali scuri. Si rivolge ai messi: “Tornare a casa propria non è una delle cose più belle che ci siano? Puoi andare in vacanza nei posti più fantastici del mondo ma poi torni a casa e ti senti felice perché capisci che quello è il tuo posto, che lì c’è qualcosa di te che ti aspetta sempre, che ti riaccoglie ogni volta. Ma non è così anche per voi quando tornate a casa? Quando siete stanchi e sapete che solo lì riuscirete davvero a riposarvi? Ma guardatela quanto è bella!” dice indicando le fotografie. “Ma davvero volete buttarla giù? Ma piuttosto datela a qualcun altro se proprio avete deciso che io devo vivere da un’altra parte.” Quale italiano non si riconosce in Iaio? Non siamo infatti famosi per essere il popolo che ama con passione il proprio nido? Che lo decora con gusto? Pronto a rinunce pur di pagare mutui pluriennali e poter dire con orgoglio: “Sono a casa mia”? E come si fa a rispondere a Iaio e ai suoi compagni: “Bisogna rispettare le normative”? quando ogni italiano dai quattro anni in su sa che il nostro Paese straripa di abusi edilizi di ogni tipo, che lo stesso Comune di Milano è invischiato in affari edilizi, di grande caratura quanto opachi, di cui deve dare conto alla magistratura. Oppure, con supponenza, spiegargli, come se fosse un bambino, che, per variare le decisioni prese, tutta la maggioranza deve essere d’accordo. Mi verrebbe da urlare che loro sono i diretti interessati e che nessuno può decidere cose tanto fondamentali per la vita di un altro basandosi su un’alzata di mano; che loro sono parte della città e se si chiedesse agli altri milanesi, al tramviere, al professore, alla massaia, tutti capirebbero al volo il da farsi. Nella democrazia il dialogo è uno strumento fondamentale per risolvere conflitti e di pari diritto del voto, altrimenti queste maggioranze che votiamo ogni x anni diventano piccole forme di dittatura. È una questione di dialogo, di buon senso e di buona volontà: tre elementi fondamentali per un buon governo e una buona convivenza che oggi ho visto presente solo in una delle parti. Attorno a noi ci sono diversi bambini, forse non capiscono tutto ma sono attenti, ci ascoltano. Del resto molte cose faccio fatica anch’io a capirle. Com’è possibile che un’istituzione che si vanta di essere di sinistra e progressista sia così miope verso una realtà virtuosa qual è il Villaggio delle Rose e si ostini a perseguire un’ideologia? (Ma guai a farglielo notare.) E poi cosa c’è di sbagliato in un campo in sé? Ciò che è da contrastare e risolvere sono le situazioni di degrado – che qui non c’è. Ma se uno volesse vivere in una roulotte o su un albero dove starebbe il problema? Forse l’amministrazione comunale non sa che una nuova frontiera dell’abitare di lusso è il “glamping”. Chi ci dice che fra cinquant’anni non ci saranno intere città fatte di liane e su palafitte? E intanto dei cittadini avrebbero subito un sopruso: ad alcuni verrebbe tolta con forza la casa dei sogni mentre ad altri, quelli in lista per l’alloggio popolare, negata; e, in quanto rom, per la comunità sarebbe l’ennesima violenza alla sua cultura, dato che le famiglie verrebbero separate le une dalle altre. Ma più di tutto mi chiedo, ma secondo il Comune, visto che ravvisa nelle piazzuole di via Chiesa Rossa un campo nomade increscioso e non un decoroso quartiere residenziale, queste famiglie avrebbero dovuto vivere per ventisei anni in precarie condizioni? Non poteva dargliele prima le case popolari? Marina Serina
June 16, 2026
Pressenza
Milano, Villaggio delle Rose: una resistenza urbana tra burocrazia e identità
La vicenda del Villaggio delle Rose, campo rom attrezzato, al civico 351 di via Chiesa Rossa a Milano, rappresenta un nodo intricato e simbolico della gestione dell’abitare marginale nella metropoli contemporanea. Non ci troviamo di fronte a un’occupazione recente, né a un insediamento spontaneo. Via Chiesa Rossa è un pezzo di città consolidato da oltre 25 anni, nato da una scelta amministrativa che oggi, paradossalmente, la stessa amministrazione fatica a riconoscere nella sua mutata natura sociale e strutturale. Quello che sulla carta viene ancora catalogato come “campo rom” è diventato un quartiere di fatto: un esperimento di edilizia autoprodotta e di coesione comunitaria che oggi si scontra con la macchina burocratica del cosiddetto “superamento dei campi “. Per comprendere la tensione che si respira tra i vialetti dell’insediamento, è necessario ripercorrerne la genesi. Alla fine degli anni 90 il Comune assegnò alla comunità di rom harvati questa area dotata di piazzole con una concessione che, da regolamento, non prevedeva una scadenza. L’amministrazione forniva il suolo e le infrastrutture primarie, le famiglie avevano l’autorizzazione a installare strutture abitative mobili. Con il tempo la natura di queste strutture è mutata: investendo i risparmi di una vita, i residenti hanno sostituito roulotte e vecchi moduli con prefabbricati di qualità, strutture in legno coibentate e abitazioni stabili, dotate di impianti e finiture civili. Questo investimento privato ha trasformato radicalmente il valore dell’area: il Villaggio non è più una somma di abitazioni provvisorie, ma un patrimonio immobiliare interamente finanziato dai cittadini che lo abitano. Oggi la politica del “superamento dei campi” si abbatte su questa realtà con la forza di una procedura standardizzata che sembra non ammettere deroghe. La strategia del Comune si articola in tre fasi: chiusura amministrativa dell’area, trasferimento delle famiglie in Soluzioni Abitative Temporanee e il successivo inserimento nelle graduatorie per l’Edilizia Residenziale Pubblica. Questo percorso potrebbe apparire come un’operazione di welfare virtuosa, un passaggio verso la legalità abitativa. Per chi vive nel Villaggio, invece, rappresenta lo smantellamento di una vita intera, un processo che ignora la realtà materiale e relazionale costruita in un quarto di secolo. Il conflitto tocca corde politiche e antropologiche. La comunità del Villaggio delle Rose è organizzata secondo logiche di prossimità e mutuo soccorso che la vita atomizzata di un condominio popolare distrugge. La cura degli anziani, la gestione dei minori, la sicurezza e la pulizia del quartiere sono garantite da una struttura sociale di “famiglia allargata” che ha dimostrato una tenuta straordinaria nel tempo. La dispersione forzata di questi nuclei in diversi quartieri della città è una minaccia esistenziale fatta di isolamento sociale, ostilità dei vicini, perdita di riferimenti culturali e una percezione di nuova marginalità, invisibile e solitaria. Per evitare questa fine gli abitanti hanno elaborato una proposta innovativa per una comunità rom: lasciate le case popolari a chi ne ha bisogno, noi costituiamo in Chiesa Rossa una cooperativa a proprietà indivisa. Un tentativo audace di “superare il campo” attraverso l’autonormazione e la responsabilità civile. La cooperativa prende in gestione l’intera area, regolarizza la posizione giuridica dei residenti e si assume l’onere della manutenzione e dell’adeguamento degli impianti. È un modello che ribalta il paradigma dell’assistenzialismo: l’utente del campo smette di essere un soggetto passivo in attesa di una casa popolare e diventa un socio attivo, custode del proprio spazio vitale. La proposta è capace di rispettare il modo tradizionale di abitare della comunità rom, incentrato sulla famiglia allargata e sulla vita comunitaria ed è in grado di dare dignità ad un’esperienza di convivenza urbana tra comunità rom e popolazione locale che spesso risulta difficile. Vivere in famiglie allargate è un tratto socio-culturale ed economico, un modo di essere e di abitare che attraversa la storia della minoranza rom e sinta, costituendone l’ossatura. Questo ha consentito di mantenere viva, in secoli di persecuzione e segregazione, un’identità culturale fondata su una visione del mondo, su valori identitari come la lingua e la memoria. Nel Villaggio delle Rose ne sono testimonianza i bambini, che parlano la lingua madre, il romanès, e l’italiano, la lingua dell’incontro con la società che li accoglie e il primo monumento in Italia dedicato al Porrajmos, il genocidio di rom e sinti, costruito dalla stessa comunità e che ogni anno è il luogo della commemorazione di chi ha combattuto da partigiano, è stato vittima di persecuzioni, è stato deportato nei campi di concentramento. La famiglia allargata è il luogo della trasmissione di questi valori e della solidarietà, della reciprocità, del confronto e dell’incontro con la società maggioritaria. Una cooperativa di abitanti (la prima in Italia e forse in Europa), costituita da famiglie rom e sinti opportunamente affiancate, rappresenta un passaggio culturale sfidante per la nostra città e per l’intero Paese. Supera il concetto di “campo” inteso come luogo precario, della segregazione, dell’assistenza pubblica e della deresponsabilizzazione. Valorizza gli investimenti economici e sociali che le famiglie hanno effettuato e con la raccolta di nuove risorse sistema e riorganizza le nuove unità abitative all’interno di un nuova configurazione con l’obiettivo di dare vita a un ambiente accogliente e dignitoso. Una volta avviata la realizzazione l’amministrazione non sarà più tenuta a farsi carico dei costi attuali o comunque di altre tipologie di risposta abitativa, che comporterebbero ulteriori costi in carico al bilancio comunale. Mentre  si risolve un serio limite delle possibilità economiche delle famiglie in un situazione drammatica dei costi delle abitazioni, che ha provocato l’esodo dalla città di 400.000 persone in pochi anni. La proposta ha portato all’apertura di un tavolo tecnico con tre assessori, ma il comportamento del Comune appare schizofrenico: da un lato loda l’innovazione della proposta, dall’altro non arresta la macchina burocratica degli sgomberi, lasciando le famiglie in un limbo logorante che impedisce ogni pianificazione futura. A complicare il quadro poi c’è il nodo dell’inquinamento. Recenti analisi del suolo hanno evidenziato la presenza di idrocarburi e materiali di riporto a circa 2 metri di profondità. Questo rischia di diventare la pietra tombale sul progetto se usato dal Comune come un vincolo. Le origini della contaminazione sono chiare: quando l’area fu urbanizzata il terreno paludoso venne livellato con macerie edilizie e scarti industriali. L’inquinamento è l’eredità di una gestione pubblica del passato. Gli abitanti denunciano il rischio che questa emergenza venga ora utilizzata come alibi per sradicare la comunità. Chiedono, invece, che la necessaria bonifica venga integrata in un piano di riqualificazione che preveda la permanenza dei residenti, magari attraverso lotti alternati, evitando che la salute del terreno diventi la scusa per l’espulsione delle persone. In definitiva, la battaglia di Chiesa Rossa pone interrogativi che riguardano l’intera città. È ancora possibile un modello di inclusione che non preveda la distruzione delle identità comunitarie? O la città “inclusiva” è destinata a essere un luogo dove la regolarità formale conta più della dignità umana e della storia vissuta? Il Villaggio delle Rose vuole smettere di essere un’eccezione urbanistica per diventare un esperimento di cittadinanza attiva. Se l’unica risposta delle istituzioni sarà il decreto di sgombero, Milano non avrà risolto un problema di degrado, che peraltro non c’è, avrà semplicemente cancellato una risposta coraggiosa per sostituirla con una nuova forma di disperazione urbana. Redazione Milano
June 11, 2026
Pressenza