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Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump
Dietro le mire sulla nazione artica c’è il peso delle grandi imprese tecnologiche, come Palantir, ma anche dell’estrazione di minerali, petrolio e terre rare. Un’operazione di stampo coloniale a cui i groenlandesi potrebbero reagire rivendicando l’indipendenza Articolo di Lois Parshley Dietro le mire sulla nazione artica c’è il peso delle grandi imprese tecnologiche, come Palantir, ma anche dell’estrazione di minerali, petrolio e terre rare. Un’operazione di stampo coloniale a cui i groenlandesi potrebbero reagire rivendicando l’indipendenza L'articolo Groenlandia, i tecno-miliardari spingono Trump proviene da Jacobin Italia.
Contro la fascistizzazione della riproduzione sociale – di Susana Draper
Prendersi del tempo per scrivere è una tregua in mezzo a giornate turbolente dovute all'intensificarsi delle politiche fasciste negli Stati Uniti e ci consente di creare spazi per la circolazione di un altro tipo di prospettiva, di continuare un dialogo tra di noi con il desiderio di costruire altri luoghi da cui parlare, ricordare [...]
I loschi appalti della formazione Ice
Molte aziende di sicurezza fanno business fornendo armi e addestramento alle squadracce di Trump. Fanno parte del business delle deportazioni della Casa bianca Articolo di Katya Schwenk Molte aziende di sicurezza fanno business fornendo armi e addestramento alle squadracce di Trump. Fanno parte del business delle deportazioni della Casa bianca L'articolo I loschi appalti della formazione Ice proviene da Jacobin Italia.
Che succede in Iran? – di Fariba Adelkhah
Dietro l'intensificarsi delle proteste e la loro repressione si celano dinamiche complesse che intrecciano rivendicazioni popolari, lotte per interessi economici, divisioni interne al governo e incertezze sulle alternative politiche. Pertanto, il rapporto tra Stato e società appare profondamente conflittuale e il futuro del regime altamente incerto. Articolo pubblicato in francese sul sito AOC (Analyse [...]
Mamdani, tra azioni concrete e gesti emblematici
A pochi giorni dal suo insediamento, il sindaco di New York emana i primi provvedimenti su infanzia, questione abitativa e antisemitismo. E condanna l’azione di Trump in Venezuela Articolo di Elisabetta Raimondi A pochi giorni dal suo insediamento, il sindaco di New York emana i primi provvedimenti su infanzia, questione abitativa e antisemitismo. E condanna l’azione di Trump in Venezuela L'articolo Mamdani, tra azioni concrete e gesti emblematici proviene da Jacobin Italia.
L’Ice uccide una donna e Trump mente a tutti
Articolo di Branko Marcetic Le notizie provenienti dal Minnesota, con la morte di una donna di Minneapolis per mano di un agente dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice), sono scioccanti.  Secondo quanto spiegato dalla segretaria del Dipartimento per la Sicurezza Interna (Dhs) Kristi Noem, da Donald Trump e dallo stesso Ice, mentre svolgevano il loro lavoro, gli agenti dell’Ice sono stati improvvisamente circondati da «rivoltosi violenti» e uno di loro ha deciso di «militarizzare il suo veicolo» cercando di ucciderli investendoli. Fortunatamente, ma tragicamente, un agente dell’Ice, temendo per la sua vita e quella dei suoi colleghi, ha estratto la pistola e ha sparato «colpi difensivi» contro l’auto, salvando la vita a tutti gli altri. Gli agenti feriti, ci ha informato l’Ice in un comunicato, «si prevede che si riprenderanno completamente». Potete guardare l’intera, eroica sequenza degli eventi in un video girato da un testimone oculare qui. Ma ci deve essere un errore. Perché nella scena filmata non ci sono rivoltosi violenti, solo un gruppo di residenti del quartiere che si aggirano e filmano gli agenti dell’Ice che si trovano in un ampio spazio aperto. L’autista coinvolta non ha cercato di investire nessuno, si era fermata, aveva fatto retromarcia per allontanarsi dagli agenti e si stava allontanando con le ruote rivolte nella direzione opposta a quella degli agenti quando uno di loro, che le stava camminando davanti, le ha sparato e l’ha uccisa. Nessun agente ha riportato ferite gravi da cui riprendersi. E l’unico che avrebbe potuto averle, l’assassino, viene visto allontanarsi perfettamente normale dopo aver ucciso l’autista. In effetti, il video sembra essere molto più coerente con quanto riferito da diversi testimoni oculari ai notiziari locali. Secondo loro, l’autista –  Renee Good, madre di tre figli trasferitasi di recente nello Stato – stava obbedendo alle istruzioni di un agente Ice di lasciare la zona quando un altro agente ha cercato di aprire la portiera della sua auto intimandole di uscire, mentre un terzo, che l’ha uccisa poco dopo, si è piazzato davanti al veicolo. L’assassino ha quindi estratto la pistola e le ha sparato diversi colpi in faccia, e più di uno dalla fiancata dell’auto – che, come chiunque abbia familiarità con le auto saprà, è una posizione in cui è difficile essere investiti. In effetti, la guida più pericolosa e imprevedibile si è verificata solo dopo che Good è stata colpita, quando, morente e con il piede sull’acceleratore, ha fatto sbandare l’auto in modo incontrollabile lungo la strada, schiantandosi contro un palo e diverse auto parcheggiate. In altre parole, i funzionari dell’Ice e di Trump stanno mentendo, come hanno già fatto tante volte sulle loro operazioni di deportazione ormai sempre più fuori controllo: stanno mentendo su qualcosa su cui si esprimono diversi testimoni oculari, qualcosa che si può vedere in video con i propri occhi e su una situazione in cui sono gli stessi agenti federali, non migranti casuali o inesistenti rivoltosi, a essersi dimostrati ancora una volta il pericolo più grande per le comunità statunitensi. Stanno mentendo perché questa morte, del tutto evitabile, è colpa loro, non a caso un funzionario del Dhs ha dichiarato a Nbc News che ogni singola azione compiuta dall’agente dell’Ice che ha ucciso Good violava le linee guida di addestramento dell’agenzia stessa: avvicinarsi frontalmente all’auto, sparare a un veicolo in movimento e usare la forza senza alcun rischio imminente di danni. In effetti, un altro video di un testimone oculare mostra che l’agente dell’Ice si trovava in realtà dietro l’auto di Good, prima di fare tutto il giro per posizionarsi deliberatamente davanti, il tutto tenendo un telefono con una mano e filmando.  Non è la prima volta che gli agenti dell’Ice hanno inutilmente aggravato una situazione e ucciso una persona a caso – in questo caso una cittadina statunitense lasciando la sua bambina senza madre. Esattamente il tipo di crimine che, come ci viene continuamente detto, giustificherebbe proprio le espulsioni. Ma la situazione peggiora ulteriormente, perché secondo i filmati e i resoconti, mentre Good moriva dissanguata, gli agenti dell’Ice si sono rifiutati di permettere a un medico di avvicinarsi per prestarle assistenza medica e hanno persino bloccato il passaggio di un’ambulanza, in pratica garantendole la morte, arrivando persino a minacciare di sparare alla persona che si era dichiarata medico. La stragrande maggioranza dei migranti arrestati dagli agenti federali nei loro blitz nelle grandi città non ha nemmeno precedenti penali. Eppure dovremmo credere che rappresentino un grave pericolo per le comunità americane. Stiamo assistendo all’inevitabile e del tutto prevedibile esito dell’operazione di deportazione di massa di Trump – così prevedibile che questa rivista aveva avvertito che sarebbe successo esattamente questo solo tre mesi fa. Quell’operazione ha comportato non solo detenzioni massicce, militarizzate e indiscriminate di chiunque «assomigli» a un migrante, ma anche una massiccia ondata di assunzioni da parte dell’Ice che ha visto la drastica riduzione dei tempi di formazione e l’assunzione di reclute prima ancora che i controlli dei precedenti fossero completati. Il risultato è che l’Ice ha finito per reclutare ex criminali e candidati incapaci di superare un test di idoneità di base, che gli stessi funzionari dell’Ice descrivono come «allergici agli sport» e «patetici». Un ex direttore dell’Ice ha già ipotizzato pubblicamente che «la fretta di assumere personale» e «la mancanza di formazione» potrebbero aver avuto un ruolo in questa morte. Ciò che è successo a Minneapolis, in altre parole, è esattamente ciò che ci si aspetterebbe dal dispiegamento di una forza di polizia semi-militarizzata, pesantemente armata e scarsamente addestrata nelle strade americane, composta da agenti allo stesso tempo altamente aggressivi e inclini al panico, e dal lasciarla operare impunemente. Finché queste operazioni continueranno, Good finirà per essere solo la prima cittadina statunitense uccisa dagli agenti federali. C’è ancora una cosa da aggiungere su questo spettacolo dell’orrore. Sia Noem che il consigliere di Trump, Stephen Miller, si sono affrettati a usare la magica e giustificatissima parola «terrorismo interno», sulla scia di questo incidente. Si tratta di una delle parole più insignificanti del linguaggio politico, ma l’amministrazione Trump ha in qualche modo trovato un nuovo modo per abituarci all’etichetta di «terrorista». All’inizio, i terroristi erano migranti venezuelani presi a caso. A settembre, sono stati i cartelli della droga. Poi sono stati i manifestanti di sinistra.  Alla fine dell’anno, viene considerato «terrorismo» filmare gli agenti dell’Ice. Ora, a quanto pare, significa fare lentamente retromarcia e cercare di andarsene. In altre parole, sotto Trump e per tutti i membri della sua amministrazione, «terrorismo interno» significa effettivamente qualsiasi cosa non piaccia. E poiché è apparentemente punibile con la morte immediata, la definizione più accurata è «qualunque sia la ragione per cui il governo decida di volerti uccidere». Abbiamo tutti visto una versione di ciò che è successo a Minneapolis in passato: un agente governativo armato e senza volto che uccide una persona accusata di essersi opposta alla politica repressiva dello Stato, facendola franca, e funzionari governativi e fedelissimi del regime che si mettono in fila per dire al pubblico che ciò che vedono con i loro occhi non è vero e che la vittima era un terrorista. Siamo abituati a vedere questo genere di cose nei paesi a guida autoritaria che Trump e i suoi alleati di solito vogliono bombardare. Ora invece questa pratica è stata importata proprio qui negli Stati uniti. *Branko Marcetic è un redattore di Jacobin e autore di Yesterday’s Man: The Case Against Joe Biden. L'articolo L’Ice uccide una donna e Trump mente a tutti proviene da Jacobin Italia.
Avvoltoi su Caracas
Articolo di Lucy Dean Stockton, Veronica Riccobene Nell’anno che ha preceduto l’invasione del Venezuela da parte dell’amministrazione Trump, le corporation che avrebbero tratto vantaggio dal cambio di regime sostenuto dagli Stati uniti nel paese, tra di essi magnati dei combustibili fossili, creditori internazionali e società di criptovalute, hanno speso centinaia di migliaia di dollari facendo pressioni sull’amministrazione Trump sul Venezuela, anche a proposito del loro accesso economico alla nazione ricca di risorse. I giganti del petrolio e del gas Shell, Phillips 66 e Chevron hanno dichiarato, come emerge da documenti relativi ai primi tre trimestri del 2025, di aver fatto pressioni sul Dipartimento del Tesoro in merito alle sanzioni venezuelane o alle licenze rilasciate dal suo Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri (Ofac). Le licenze Ofac sono di fatto redditizie deroghe commerciali che aggirano le sanzioni economiche imposte dagli Stati uniti. Chevron è attualmente l’unica azienda con sede negli Stati uniti a godere di una deroga generale che concede all’azienda di combustibili fossili il permesso di operare ampiamente nei vasti giacimenti petroliferi del Venezuela, che rappresentano circa il 17% dell’offerta mondiale. Le dichiarazioni presentate per conto di Mare Finance Investment Holdings, un creditore con sede in Irlanda, confermano che l’azienda ha speso 240.000 dollari in attività di lobbying nei primi tre trimestri del 2025 su una singola questione: «Interesse per la licenza Ofac allo scopo di far valere una parte di un lodo sui beni venezuelani». Ciò significa che è probabile che la società stia cercando il permesso degli Stati uniti per operare nel paese, in modo da poter ottenere il risarcimento dovuto dal governo del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nel 2017, mesi prima che il Venezuela, alle prese con le sanzioni statunitensi e la crisi economica, smettesse di pagare decine di miliardi di dollari in obbligazioni, i documenti del tribunale mostrano che Mare Finance ha speso 115 milioni di dollari per acquisire i diritti su un risarcimento non pagato di oltre 500 milioni di dollari che il governo venezuelano doveva a un importante produttore di vetro per la nazionalizzazione di due fabbriche di vetro in cui l’azienda aveva investito. Un lobbista di Mare Finance non ha risposto alla richiesta di commento. The Lever ha scritto di recente che le aziende si sono rivolte sempre più spesso al Centro internazionale per la risoluzione delle controversie sugli investimenti della Banca mondiale, che dirime le vertenze tra investitori privati e nazioni sovrane, per ottenere un risarcimento finanziario dallo Stato del Venezuela per la nazionalizzazione di settori chiave e i danni causati dall’instabilità interna. Il tribunale è stati criticato per aver dato priorità agli interessi degli investitori rispetto a quelli delle nazioni sovrane . Ad esempio, poche settimane prima dell’invasione del Venezuela da parte di Donald Trump, l’operatore di piattaforme petrolifere statunitense Halliburton ha intentato una causa presso la corte arbitrale chiedendo al Venezuela di rimborsare all’azienda 200 milioni di dollari di perdite presumibilmente subite per aver rispettato le sanzioni statunitensi che ne bloccavano le operazioni nel paese. Anche la Blockchain Association, importante gruppo di scambio di criptovalute, ha fatto pressione sul governo venezuelano, con documenti che rivelano che l’associazione ha fatto pressioni sulla Casa bianca e sul Congresso su un disegno di legge bipartisan del 2025 che limiterebbe ulteriormente le relazioni finanziarie degli Usa con il governo Maduro, comprese quelle che coinvolgono le criptovalute. Secondo quanto riferito, il Venezuela avrebbe accettato valute digitali come pagamento per le vendite di petrolio per eludere le sanzioni statunitensi. La Blockchain Association non ha risposto alla richiesta di commento. *Veronica Riccobene è una giornalista del Lever e vive Washington. Si occupa di dirette televisive, long form e video, oltre che di reportage. Lucy Dean Stockton è una giornalista del Lever e vive a New York. Il suo lavoro si concentra sulla privatizzazione. Questo articolo è stato pubblicato per la prima volta da Lever, pluripremiata testata giornalistica indipendente e investigativa, e poi è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione. L'articolo Avvoltoi su Caracas proviene da Jacobin Italia.
America Latina: un continente esposto e sulla difensiva
IN VENEZUELA NON È STATO NECESSARIO FARE UNA STRAGE. È IL NUOVO STILE DELLE RELAZIONI INTERNAZIONALI NELLA REGIONE: UN’INTERFERENZA APERTA, SUPPORTATA DAI MEDIA, PER INTIMIDIRE. SE QUEL CHE RESTA DELLA SINISTRA NON VUOLE E NON SA LIBERARSI DAL RICATTO MILITARE POTRANNO FARLO I MOVIMENTI? SCRIVE RAÚL ZIBECHI, CHE CONOSCE QUEL CONTINENTE COME POCHI: “TRA IL CARACAZO DEL 1989, CHE POSE FINE AL SISTEMA BIPARTITICO IN VENEZUELA E L’ULTIMA RIVOLTA INDIGENA E POPOLARE DEL 2022, CI SONO STATE UNA VENTINA DI INSURREZIONI CHE HANNO ROVESCIATO UNA DOZZINA DI GOVERNI… OGGI SEMBRA CHIARO CHE NÉ LA SINISTRA NÉ I MOVIMENTI SOCIALI ABBIANO LA FORZA DI FERMARE QUESTA BRUTALE OFFENSIVA… NON SONO UNO DI QUELLI CHE SOSTENGONO IL PROGRESSISMO, MA NÉ ESSO NÉ LA SINISTRA ESISTEREBBERO SENZA I MOVIMENTI POPOLARI, CONTADINI, NERI E INDIGENI. QUINDI, SE IL PENTAGONO RAGGIUNGERÀ I SUOI OBIETTIVI, LA SINISTRA SARÀ POLITICAMENTE MORTA SE CHI STA IN BASSO NON RIUSCIRÀ A LIBERARSI DAL CONTROLLO E DAL RICATTO MILITARE. QUANTO ACCADUTO NEGLI ULTIMI ANNI IN UN ECUADOR MILITARIZZATO È UNO SPECCHIO IN CUI I MOVIMENTI SOCIALI POSSONO RIFLETTERSI…” Foto Desinformemonos -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco al Venezuela è un duro colpo per l’intera regione latinoamericana, che si verifica in un momento di maggiore ascesa dell’estrema destra da decenni e di quasi scomparsa dei governi progressisti. Il modo in cui Nicolás Maduro e sua moglie sono stati rapiti, senza opporre resistenza, dimostra la fragilità del processo bolivariano, che un tempo si spacciava per una “rivoluzione”. Anche se sarà difficile arrivare al fondo della questione, alcuni fatti sono stati scoperti. La prima è che le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB) non hanno combattuto; alcuni dei suoi comandanti – è impossibile dire quanti – sono stati corrotti da agenti statunitensi e hanno collaborato con l’invasione. Molto probabilmente, hanno isolato Maduro e lo hanno consegnato. La facilità con cui lo hanno fatto, senza nemmeno un soldato statunitense ferito, è un serio avvertimento per la leadership chavista che rimane al potere ma non ha l’autorità di prendere decisioni che scontentino Trump e il Pentagono. Sia la nuova presidente, Delcy Rodríguez, che il suo gabinetto hanno iniziato a epurare i funzionari che non sono disposti a sottomettersi a Washington e stanno esortando la popolazione a non scendere in piazza per protestare. Per i paesi vicini come la Colombia, questo è più di un semplice avvertimento. Ma è anche un avvertimento per il Messico e la Groenlandia (leggi anche Dalla parte degli Inuit, dei cani, delle slitte, mdr), che sono secondi solo a Cuba nelle priorità strategiche della Casa Bianca. Trump ha annunciato che non invierà truppe a Cuba, nella speranza di costringere Díaz-Canel a negoziare quando l’isola esaurirà il petrolio, il suo sistema elettrico crollerà e la carestia incomberà. Tuttavia, la possibilità di un intervento in Colombia, anche il vano tentativo del presidente Petro, che durerà solo sei mesi, rappresenta una seria sfida per quanto riguarda il suo successore. Contrariamente a tutte le aspettative, gran parte dell’élite colombiana ha espresso il proprio disaccordo con Trump. Il quotidiano El Espectador ha intitolato il suo editoriale del 6 gennaio: “Minacciare il presidente Petro è un attacco alla Colombia”. Questo è significativo perché non si tratta di un organo di stampo filo-presidenziale, bensì di un organo di opposizione, e riflette l’opinione di una parte della potente borghesia colombiana. Il quotidiano più conservatore El Tiempo prende le distanze dal presidente Petro, nonostante la loro lunga disputa politica. “Riguardo alle dichiarazioni dello statunitense, che ha accusato il presidente colombiano di essere un narcotrafficante, dobbiamo essere inequivocabili: non c’è alcuna prova che suggerisca che il presidente Petro abbia legami con il traffico illecito di droga”. Un continente diviso Sono passati molti anni da quando la regione è stata così divisa e così allineata con gli Stati Uniti. Argentina, Bolivia, Ecuador e Paraguay, solo in Sud America, hanno sostenuto la violazione della sovranità venezuelana, e si prevede che il Cile si unirà a loro quando Kast entrerà in carica a marzo. L’unico governo fermo è quello di Petro. I governi di Lula (Brasile) e Sheinbaum (Messico) non possono nemmeno essere considerati progressisti, poiché il primo governa in alleanza con la destra, e il presidente messicano è estremamente “tollerante” nei confronti degli Stati Uniti, un paese da cui dipende economicamente, nonostante le dichiarazioni di sovranità del presidente. In Messico si specula sull’ingresso di agenti statunitensi per compiti antidroga e di controllo delle frontiere, cosa che potrebbe accadere da un momento all’altro. Quanto accaduto nelle recenti elezioni argentine rivela lo stato dell’opinione pubblica nella regione. Un mese prima delle elezioni legislative di ottobre, Milei ha subito una sonora sconfitta nella provincia di Buenos Aires, governata dal peronista Axel Kicillof. Ma Milei ha raggiunto un accordo con Trump, che prevedeva la concessione di prestiti per stabilizzare l’economia in difficoltà, inducendo una parte significativa degli elettori – che si prevedeva avrebbero votato nuovamente contro il partito al governo – a cambiare voto. In breve, la palese interferenza di Trump nel processo elettorale è riuscita a influenzare l’opinione pubblica a favore di Milei, il cui sostegno era in costante calo. Dodici giorni prima delle elezioni, Trump aveva detto: “Se perde, non saremo generosi con l’Argentina”. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent è stato ancora più esplicito: “Il successo del programma di riforme dell’Argentina è di importanza sistemica, e un’Argentina forte e stabile che contribuisca alla prosperità dell’emisfero occidentale è nell’interesse strategico degli Stati Uniti”. Non è stato necessario sparare un solo colpo. Questo è il nuovo stile delle relazioni internazionali nella regione: un’interferenza aperta, messa in scena dai media, come un modo per intimidire e costringere le persone a riflettere se valga la pena resistere all’impero, anche solo attraverso le urne. Movimenti disorientati e senza proposte Dopo i governi progressisti e l’ondata di governi impopolari – da Bolsonaro a Milei e Noboa – i movimenti si sono indeboliti e alcuni sono caduti in una vera e propria disorganizzazione. I movimenti progressisti hanno implementato programmi sociali per garantire la governabilità, il che ha portato a vari gradi di cooptazione e al trasferimento dei quadri del movimento alle istituzioni statali. Certo, i movimenti erano garanti della governabilità tra la gente, ma il prezzo era troppo alto, anche se questo sarebbe diventato evidente solo con l’arrivo della destra repressiva. In breve, quando la mobilitazione popolare era più necessaria, è stato impossibile rilanciarla perché la base era esausta e, soprattutto, disorientata. Un eminente kirchnerista ha espresso il suo scetticismo su La Jornada: “Scrivo queste righe in Argentina, dove la gente comune, e anche quella meno comune, soffre di uno strano miscuglio di apatia, confusione e una silenziosa tristezza quotidiana”. Immaginiamo la realtà di quella stessa gente comune in Venezuela, dove l’ex vicepresidente di Maduro ha spudoratamente cambiato schieramento a favore della fazione vincente, così come una buona parte della leadership militare e dei civili al governo. Ora ci troviamo di fronte a un nuovo fenomeno che i movimenti sociali dovranno considerare. Tra il Caracazo del 1989, che pose fine al sistema bipartitico del Patto di Punto Fijo (1958), e l’ultima rivolta indigena e popolare del 2022, ci sono state una ventina di insurrezioni che hanno rovesciato una dozzina di governi. La rivolta, la rivolta popolare, è stata una forma di azione che ha trovato una delle sue espressioni più notevoli nella destituzione popolare di Fernando de la Rúa in Argentina nel dicembre 2001. Ma con la politica di ricatto di Trump, è possibile che il Pentagono mobiliti le sue forze per scoraggiare e intimidire le popolazioni insorte. Questa è una delle lezioni più profonde dell’attacco al Venezuela. Il 3 gennaio il presidente ha detto: “Il predominio degli Stati Uniti in America Latina non sarà mai più messo in discussione”. Sembra chiaro che né la sinistra né i movimenti sociali abbiano la forza di fermare questa brutale offensiva. Dobbiamo prendere queste minacce molto sul serio, visto quanto accaduto a Caracas. Non sono uno di quelli che sostengono il progressismo, ma né esso né la sinistra esisterebbero senza i movimenti popolari, contadini, neri e indigeni. Quindi, se il Pentagono raggiungerà i suoi obiettivi, la sinistra sarà politicamente morta se chi sta in basso non riuscirà a liberarsi dal controllo e dal ricatto militare. Quanto accaduto negli ultimi anni in un Ecuador militarizzato è uno specchio in cui i movimenti sociali possono riflettersi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su El Salto (e qui con l’autorizzazione dell’autore), con il titolo América Latina: un continente desnudo y a la defensiva -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI E ASCOLTA ANCHE QUESTA INTERVISTA A RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo America Latina: un continente esposto e sulla difensiva proviene da Comune-info.
Il mistero del potere
-------------------------------------------------------------------------------- Città del Messico solidarizza con il popolo venezuelano. Foto di Desinformémonos -------------------------------------------------------------------------------- È possibile leggere la seconda lettera di Paolo ai Tessalonicesi come una profezia che concerne la situazione attuale dell’Occidente. L’apostolo evoca qui «un mistero dell’anomia», dell’«assenza di legge», che è in atto, ma che non giungerà a compimento con la seconda venuta di Gesù Cristo, se prima non apparirà «l’uomo dell’anomia (ho anthropos tes anomias), il figlio della distruzione, colui che si contrappone e s’innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto, fino a sedere nel tempio di Dio, mostrandosi come Dio». Vi è, però, un potere che trattiene questa rivelazione (Paolo lo chiama semplicemente senza meglio definirlo «ciò che trattiene – cathechon»). Occorre perciò che questo potere sia tolto di mezzo, perché solo allora «sarà rivelato l’empio (anomo, lett. “il senza legge”), che il signore Gesù eliminerà col soffio della sua bocca e renderà inoperante con l’apparire della sua venuta». La tradizione teologico-politica ha identificato questo «potere che trattiene» con l’impero Romano (così in Girolamo e, più tardi, in Carl Schmitt) o con la stessa Chiesa (in Ticonio e Agostino). È evidente, in ogni caso, che il potere che trattiene si identifica con le istituzioni che reggono e governano le società umane. Per questo la loro eliminazione coincide con l’avvento dell’anomos, di un «senza legge» che prende il posto di Dio e «con segni e falsi prodigi» conduce alla perdizione «coloro che hanno rinunciato all’amore per la verità». È possibile vedere nel mistero dell’anomia non tanto un arcano sovratemporale, il cui unico senso è di porre fine alla storia, quanto piuttosto un dramma storico (mysterion in greco significa «azione drammatica»), che corrisponde perfettamente a quello che stiamo oggi vivendo. Le istituzioni dominanti sembrano aver smarrito il loro senso e si stanno letteralmente togliendo di mezzo, lasciando il posto a un’anomia, a un’assenza di legge che si pretende per così dire legale, ma che ha di fatto abdicato a ogni legittimità. Lo Stato (il principio che trattiene) e il «senza legge» sono in realtà le due facce di uno stesso mistero: il mistero del potere. Come oggi gli Stati Uniti mostrano senza alcun scrupolo, l«uomo dell’anomia», il «senza legge» designa la figura del potere statale che, lasciando cadere i principi costituzionali e etici che tradizionalmente lo limitavano e, con essi, «l’amore per la verità», si affida ai «segni e ai falsi prodigi» delle armi e della tecnologia. È questa confusione di anarchia e di legalità in uno stato di eccezione divenuto permanente che dobbiamo smascherare e rendere in ogni ambito inoperante. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice) con il titolo “Credere e non credere”. Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO INTERVENTO DI RAUL ZIBECHI: > Siamo dentro una lunga tempesta -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Il mistero del potere proviene da Comune-info.