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Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Jade Koroliuk su Unsplash -------------------------------------------------------------------------------- C’è una categoria che manca nel dibattito sulla guerra in corso contro l’Iran, e la sua assenza spiega perché chi la combatte continua a sbagliare tutto. L’Iran non è un movimento partigiano come l’FLN algerino, che era un fronte senza dogma unificante – coalizione di nazionalisti, socialisti, comunisti, conservatori – tenuto insieme da un unico obiettivo: cacciare il colonizzatore. Non è il Vietnam del Nord, che era uno stato su una parte del territorio con una dottrina esportabile – il comunismo – ma dipendente da Mosca e Pechino e limitato geograficamente. Hamas, Hezbollah, gli Houthi sono milizie, entità subnazionali che usano tattiche di guerriglia perché non hanno alternativa: la loro asimmetria è coatta, non scelta. L’Iran è qualcosa di diverso e di storicamente nuovo: rappresenta il primo caso storico di stato che adotta strutturalmente la dottrina della guerra partigiana come scelta strategica sovrana, combinando la legittimità e le risorse di uno stato con la logica operativa del movimento di resistenza. Ha un esercito regolare, missili balistici, una marina, istituzioni riconosciute, è uno stato westfaliano a tutti gli effetti. E tuttavia ha scelto deliberatamente la dottrina della guerra partigiana come strategia sovrana: saturazione con armi economiche, logoramento, accettazione consapevole delle perdite territoriali pur di rendere insostenibile il costo per l’avversario. Non perché non potesse fare altrimenti, ma perché ha valutato che fosse la strategia ottimale contro una superiorità convenzionale schiacciante. Questa scelta ha una conseguenza economica devastante per chi lo combatte. Un drone Shahed costa ventimila dollari. Un intercettore THAAD costa 12,7 milioni. L’Iran ha lanciato nella prima settimana di guerra cinquecento missili balistici e quasi duemila droni. La matematica è impietosa: la guerra povera fa pagare un costo insostenibile alla guerra ricca: non sul campo di battaglia, ma nelle catene di fornitura, nei bilanci, nelle scorte di intercettori che si esauriscono più velocemente di quanto possano essere prodotti. Ma la novità più profonda non è militare: è strutturale. L’Iran ha istituzionalizzato una contraddizione che tutti i movimenti di liberazione hanno dovuto scegliere essere stato o essere rivoluzione. L’Algeria dopo il 1962 scelse di essere stato e smise di essere rivoluzione. Cuba tentò entrambe e fallì. L’Iran no: ha costruito deliberatamente una dualità permanente. L’esercito regolare è lo stato westfaliano. I Pasdaran – le Guardie della Rivoluzione – sono la rivoluzione permanente, con le loro reti regionali, le loro ramificazioni in Yemen, Iraq, Libano, tutte accomunate non da un’ideologia laica ma da una fede: l’Islam sciita come identità, memoria, trauma fondativo. Non si sceglie di essere sciiti come si sceglie di essere comunisti. È famiglia, lutto, corpo. Karbala non è un evento storico: è un paradigma cosmologico che si ripete. Il risultato è un internazionalismo religioso che non è un’alleanza tra stati, non è un’Internazionale leninista, ma una rete transnazionale tenuta insieme da una grammatica esistenziale comune che non ha bisogno di un centro di comando esplicito per coordinarsi. E poi Stati Uniti e Israele hanno fatto il regalo più grande: hanno creato il pantheon. Soleimani, Nasrallah, Khamenei: ogni eliminazione mirata che pensavano risolvesse un problema strategico ha prodotto un martire che moltiplica la coesione della rete. Nella teologia sciita la morte del leader giusto per mano dell’oppressore non è una sconfitta: è la conferma della sua giustizia. È la struttura narrativa di Karbala. Un generale vivo può sbagliare, può deludere, può invecchiare. Un martire è eterno e perfetto. Hanno riscritto, con i loro missili, il copione che l’altra parte aspettava. Ma c’è un ultimo errore, forse il più grave. Israele ha colpito le banche di Hezbollah (L’istituto Al Qardh al-Hassan) e la più grande banca iraniana (Bank Sepah). Nel mondo sciita khomeinista la banca non è un istituto finanziario: è l’infrastruttura materiale della teologia. È il meccanismo attraverso cui si distribuisce la zakat, si finanziano le opere caritative, si mantiene il patto con i mustazaafin, i più deboli, gli oppressi, i dannati della terra di Fanon. Khomeini costruì il consenso della rivoluzione su questa rete capillare di solidarietà materiale. Colpirla non indebolisce la narrativa della resistenza: la conferma. Dimostra, nella vita quotidiana di milioni di poveri, chi sono i nemici dei deboli. È la migliore propaganda possibile, realizzata dalle bombe israeliane stesse. Mettendo tutto insieme: si sta combattendo con la logica della guerra convenzionale – decapita la struttura, taglia i finanziamenti, distruggi le infrastrutture – una forma politica che non è una struttura convenzionale. È una rete simbolica, sociale, militare e religiosa volutamente costruita per essere indistruttibile proprio attraverso la distruzione. Ogni bomba che cade rafforza la narrativa. Ogni martire consolida il pantheon. Ogni banca colpita dimostra ai poveri da che parte sta l’oppressore. E se lo stato iraniano dovesse essere smembrato o sconfitto, i Pasdaran senza stato – addestrati, armati, formati in una cultura del martirio che non dipende da nessuna istituzione per sopravvivere – si distribuirebbero in una regione che va dal Libano al Pakistan, dall’Azerbaijan al Bahrain, con ramificazioni in tre continenti. Non più contenuti da nessuna struttura statale, senza niente da perdere, con martiri potentissimi e una narrativa di resistenza più forte di prima. E mentre tutto questo accade, tre segnali dicono quanto profondamente questa guerra stia sfuggendo al controllo narrativo di chi l’ha scatenata. La Turchia si aspettava milioni di rifugiati iraniani in fuga dalle bombe. Ha visto invece migliaia di iraniani che attraversano il confine in direzione opposta, per rientrare a difendere la patria. Non necessariamente il regime: l’Iran. La civiltà persiana di quattro millenni che non si lascia ridurre all’equazione “regime uguale popolo”. Il nazionalismo ferito produce ciò che anni di opposizione politica non riescono a costruire. E poi c’è Gaza. L’Iran viene attaccato dopo che il mondo ha assistito per mesi al genocidio palestinese trasmesso in diretta, documentato, negato dalle cancellerie occidentali. Per i poveri della terra, per il Sud globale, per chiunque si senta dalla parte degli umiliati, la sequenza è leggibile e brutale: chi difendeva i palestinesi viene ora bombardato dagli stessi che armavano chi li massacrava. L’Iran è diventato, nell’immaginario globale dei dannati, qualcosa che va ben oltre la politica regionale o la teologia sciita: è la promessa che si può resistere, è la vendetta simbolica di chi non ha mai avuto giustizia. Quella solidarietà non ha confini confessionali né geografici. Infine, c’è la Cina. I suoi strateghi non stanno guardando la guerra: stanno conducendo la più dettagliata valutazione possibile delle capacità reali americane in condizioni di conflitto ad alta intensità. Ogni intercettore THAAD sparato, ogni Tomahawk lanciato, ogni giorno di guerra è un dato sulla tenuta logistica e industriale dell’avversario che dovranno affrontare, un giorno, nel Pacifico. Vedono le scorte esaurirsi, i tempi di produzione che non reggono il consumo, la catena logistica sotto pressione. Stanno prendendo appunti. E non hanno bisogno di combattere per vincere questa guerra: gli basta aspettare che l’America finisca le munizioni. Questa guerra non può essere vinta. Può solo essere allargata. E il mondo lo sa. -------------------------------------------------------------------------------- Tahar Lamri, scrittore algerino, vive da molti anni in Italia. Tra i suoi libri I sessanta nomi dell’amore (Fara Editore) -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Questa guerra non può essere vinta, ma solo allargata proviene da Comune-info.
March 20, 2026
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L’attacco all’Iran scatena dissenso nelle forze armate Usa. E ora?
DAL PENTAGONO HANNO FATTO CAPIRE CHE STANNO PREPARANDO TUTTO PER UN’INVASIONE DI TERRA IN IRAN. QUELLO CHE NON DICONO E CHE SOTTOVALUTANO È CHE RISPETTO ALLE ULTIME SEI LUNGHE GUERRE AGGRESSIVE SCATENATE DAGLI STATI UNITI (COREA, VIETNAM, IRAQ 1991, JUGOSLAVIA, AFGHANISTAN E IRAQ 2003), QUESTA POTENZIALE “GUERRA ETERNA” CONTRO L’IRAN INCONTRA GIÀ LA MAGGIORE OPPOSIZIONE NEGLI USA. ORGANIZZAZIONI DI VETERANI ANTIGUERRA, COME VETERANS FOR PEACE E ALTRE, HANNO COMINCIATO A CONTATTARE I SOLDATI IN SERVIZIO ATTIVO OFFRENDO SUPPORTO PER GLI OBIETTORI DI COSCIENZA, INCONTRANDO MOLTISSIMA ATTENZIONE. DEL RESTO, ALCUNI INVITI A RISPETTARE IL DOVERE DI DISOBBEDIRE A ORDINI ILLEGALI SONO STATI GIÀ DIFFUSI TRA I RANGHI DEI SOLDATI. “I GUERRAFONDAI DEL MAGA – SCRIVE JOHN CATALINOTTO – POTREBBERO SCOPRIRE CHE LA LORO AGGRESSIONE CONTRO L’IRAN NON HA FATTO CHE ACCELERARE IL DECLINO DELL’IMPERIALISMO USA…” Tlaxcala Translations: English – Français – Español – Deutsch Negli Usa, gli attivisti antiguerra e antiimperialisti – nelle viscere del mostro – hanno il dovere speciale di fare tutto il possibile per fermare questa guerra. E c’è un’area in cui sono nella posizione migliore per agire: contattare i membri delle forze armate. La prima cosa da chiarire nella pianificazione di questa lotta è che la classe dirigente super-ricca degli Usa e i regimi razzisti e reazionari che governano gli stati oppressori usamericano e israeliano sono i criminali responsabili delle orribili conseguenze della guerra. Il movimento antiguerra deve denunciare questi crimini e mirare a perturbare la macchina bellica dei criminali. Sostegno popolare minimo alla guerra negli Usa Rispetto alle ultime sei lunghe guerre aggressive usamericane (Corea, Vietnam, Iraq 1991, Jugoslavia, Afghanistan e Iraq 2003), questa potenziale “guerra eterna” contro l’Iran incontra la maggiore opposizione in patria. La guerra contro l’Iran è iniziata con bombe e razzi usamericani che hanno ucciso oltre 150 scolare nella città di Minab e con l’assassinio da parte di Israele della guida suprema politica e religiosa dell’Iran, l’ayatollah Ali Hosseini Khamenei, il 28 febbraio. Prima di scatenare la conflagrazione, il regime MAGA non ha fatto alcuno sforzo per ottenere sostegno all’aggressione, né tra il popolo, né al Congresso, né aggiungendo alleati internazionali oltre ai criminali genocidi che guidano lo stato coloniale israeliano. Il regime contava sulle grandi bugie che da decenni demonizzano l’Iran. Dall’iniziale massacro di Minab, che ricorda l’incendio del villaggio di My Lai in Vietnam nel 1968, ogni leccapiedi del gabinetto MAGA e l’impopolare presidente usamericano hanno fornito spiegazioni contraddittorie su come sia iniziata la guerra, quanto sarebbe durata, se avrebbero dispiegato truppe di terra e quale fosse il suo obiettivo. Le loro bugie contraddittorie hanno solo diminuito la loro credibilità. Anche prima che vengano segnalate estese perdite tra le truppe Usa, anche prima che il costo militare giornaliero di 1 miliardo di dollari della “guerra scelta” usraeliana si faccia sentire (csis.org), anche prima che la guerra inneschi una catastrofe economica mondiale, la maggioranza della popolazione usamericana si oppone alla “guerra eterna” scatenata dall’amministrazione. Una popolazione che rifiuta la guerra può essere mobilitata per combatterla, proprio come il popolo di Minneapolis ha rifiutato il maltrattamento brutale e gli omicidi di migranti e gli alleati dei migranti hanno rifiutato la presenza dei teppisti dell’ICE. Se i civili si oppongono alla guerra, significa che le truppe potrebbero rifiutarsi di obbedire a ordini illegali. Le truppe di riserva e le truppe in servizio attivo sono lavoratori in uniforme. Rifletteranno gli atteggiamenti dei loro coetanei civili – ma con la loro vita e integrità fisica in gioco. I soldati usamericani resisteranno alla guerra? Durante l’invasione usamericana del Vietnam, la resistenza dei soldati alla guerra contribuì alla decisione del 1969 di ritirare lentamente le truppe USA dal Vietnam e fare affidamento sui bombardamenti. Portò anche alla fine della coscrizione militare all’inizio del 1973 e alla decisione del Pentagono di creare nei decenni successivi un esercito high-tech senza coscritti. Anche all’interno dell’esercito senza coscritti, alcuni soldati si rifiutarono di combattere in Iraq e Afghanistan, sebbene meno che nel periodo del Vietnam. Dopo molti costi, uccisioni e distruzione, le truppe USA furono costrette a ritirarsi dalle “guerre eterne” (Guerra senza vittoria). Un libro del 2017 sulla resistenza dei soldati discute come gli Usa non possano schierare un esercito di terra abbastanza grande per conquistare il Sud del mondo senza generare opposizione in patria e resistenza tra le truppe. Fornisce esempi di guerre d’aggressione usamericane che potrebbero portare a una ribellione dei soldati: una che gli Usa inizierebbero contro “Russia, Cina, o anche Iran o la [Repubblica Popolare Democratica di Corea]”, o se “il presidente ordina alle truppe federali di spezzare gli scioperi dei lavoratori o reprimere le ribellioni nelle comunità di colore all’interno degli Usa”. (“Turn the Guns Around: Mutinies, Soldier Revolts and Revolutions” [Girate le armi: Ammutinamenti, rivolte di soldati e rivoluzioni], ultimo capitolo). E questo è esattamente lo scenario odierno, da Teheran a Minneapolis. Se il regime MAGA ordinasse a truppe di terra usamericane di entrare in Iran, c’è poco dubbio che i 93 milioni di iraniani difenderanno la loro civiltà di 5.000 anni, una resistenza storica che i governanti usamericani sottovalutano. Per quanto riguarda l’intervento militare nelle città usamericane, gli abitanti di Los Angeles, Chicago, Minneapolis e altre città hanno mostrato come la solidarietà di classe operaia possa sorprendere i signori della guerra di Washington. Difficilmente si può immaginare la furia popolare se il regime MAGA tentasse di reintrodurre la coscrizione obbligatoria, l’odiata leva. I giovani in Germania stanno attualmente protestando contro i piani simili dell’imperialismo tedesco. Ci sono già prove che il Pentagono abbia registrato perdite ben oltre i sette soldati ufficialmente riconosciuti morti in combattimento. Il fatto che il principale ospedale militare usamericano a Landstuhl, in Germania, abbia già cancellato l’assistenza sanitaria per il parto (Military Times, 5 marzo) mostra che il Pentagono prevede perdite molto più pesanti. Organizzazioni di veterani antiguerra, come Veterans For Peace e altre, hanno contattato i soldati in servizio attivo offrendo supporto per gli obiettori di coscienza. Un leader del Center on Conscience and War ha dichiarato che i loro telefoni squillano senza sosta dall’inizio della guerra usraeliana contro l’Iran. Un annuncio di qualche mese fa da parte di sei democratici del Congresso secondo cui le truppe hanno il dovere di disobbedire agli ordini illegali si è già diffuso tra i ranghi dei soldati. Qualunque sia la motivazione di questi rappresentanti eletti, tutti veterani dell’esercito o della CIA, nessuno può rimettere quel genio nella bottiglia. I guerrafondai del MAGA potrebbero scoprire che la loro aggressione contro l’Iran non ha fatto che accelerare il declino dell’imperialismo Usa. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte originale: Workers.org. Tradotto da Fausto Giudice di Tlaxcala. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI MARCO REVELLI: > Un movimento oceanico -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’attacco all’Iran scatena dissenso nelle forze armate Usa. E ora? proviene da Comune-info.
March 14, 2026
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La geopolitica apocalittica di Peter Thiel
Articolo di Rory Rowan, Tristan Sturm È noto che il miliardario statunitense della tecnologia Peter Thiel abbia recentemente tenuto una serie di divaganti conferenze  a un pubblico privato a San Francisco, in cui ha esposto la sua lettura apocalittica della politica mondiale. Queste conferenze segnano il culmine di due anni di viaggi di Thiel in giro per il mondo, dove ha parlato in università cattoliche, conferenze internazionali e podcast di destra su come l’Anticristo minacci l’ordine globale. Sebbene il discorso di Thiel possa mancare di chiarezza e coerenza, è comunque profondamente significativo alla luce del potere politico ed economico concentrato nelle sue mani. Ma forse ancora più importante è ciò che i commenti di Thiel sull’Anticristo ci dicono sulla convergenza tra l’apocalitticismo cristiano, il predominio economico del settore tecnologico e l’imperialismo statunitense. Mentre alcuni hanno associato la visione di Thiel a quello che chiamano «fascismo della fine dei tempi», è più utile caratterizzare ciò che egli propone come una geopolitica apocalittica: una rielaborazione semplificata della politica globale sulle coordinate spirituali di salvezza e dannazione. La geopolitica apocalittica di Thiel cerca di superare le contraddizioni sociali interne proiettandole su un male esterno, allo stesso tempo estraneo e metafisico. Ciò giustifica la violenza più estrema contro i suoi oppositori, proteggendo al contempo le proprie opinioni da ogni contestazione. Il mondo di Thiel è un campo di battaglia di assoluti morali piuttosto che un terreno di complessità politica in cui interessi e valori diversi vengono contestati e negoziati. THIEL E LA DESTRA REAZIONARIA Thiel è da tempo associato alla destra reazionaria degli Stati uniti, avendo fondato progetti iperliberali come il Seasteading Institute, finanziato il movimento conservatore nazionale di estrema destra e sostenuto il lavoro di intellettuali reazionari come Curtis Yarvin, guru del «Dark Enlightenment». Ha inoltre donato generosamente alla campagna elettorale di Donald Trump del 2016 e finanziato la candidatura vincente di JD Vance per un seggio al Senato dell’Ohio. In breve, Thiel, come il suo amico e collega miliardario della tecnologia Elon Musk, occupa una posizione di immenso potere al centro della politica statunitense e globale e sta usando la sua ricchezza per influenzare le elezioni e assicurarsi lucrosi appalti governativi. Così facendo, sta collocando il suo impero commerciale, in particolare Palantir, al centro di due importanti aree di crescita in economie occidentali altrimenti stagnanti: l’intelligenza artificiale e il nesso tra tecnologia militare e tecnologia. È la profondità della sua penetrazione politica che rende le dichiarazioni di Thiel sull’Anticristo degne di essere esaminate attentamente, per quanto sconcertanti e perverse possano apparire. L’idiosincratica geopolitica apocalittica di Thiel attinge ampiamente a elementi oscuri dell’opera del famigerato teorico del diritto nazista Carl Schmitt il quale sosteneva che dietro le lotte materiali della geopolitica mondana si celasse una battaglia metafisica tra l’Anticristo e il Katechon, o «repressore», che avrebbe tenuto a bada l’Anticristo, rinviando l’apocalisse. Il Katechon di Schmitt era rappresentato da forze che si opponevano al governo globale e alle ideologie universaliste. In quanto tale, egli esprimeva la propria preferenza per un ordine mondiale multipolare dominato da imperi continentali come mezzo per contenere l’Anticristo e scongiurare l’apocalisse. Come Schmitt prima di lui, Thiel riformula la geopolitica come Rivelazione. Il globo è diviso tra uno spazio katecontico, in particolare la frontiera libertaria della Silicon Valley sostenuta dagli Stati uniti come freno, e una rete globale di eccessi burocratici che compiono l’opera dell’Anticristo. Questa visione del mondo presenta le istituzioni secolari della modernità come agenti apocalittici, mentre il capitale e la tecnologia sono forze redentrici. L’Anticristo opera nella geopolitica apocalittica di Thiel come una chiave attraverso la quale pone questioni di tassazione, multilateralismo, regolamentazione economica e governance ambientale su un campo di battaglia spirituale, sottraendole alla sfida democratica e alla deliberazione diplomatica. STATI UNITI: ANTICRISTO O KATECHON? Gli Stati uniti occupano una posizione paradossale nella geopolitica apocalittica di Thiel, essendo al tempo stesso nazione egoista e aspirante sovrana mondiale, paladina del libero mercato e regolatore supremo, salvatore e distruttore. Questo tipo di autocontraddizione è tipica del pensiero apocalittico, che condensa le divisioni binarie in un unico orizzonte escatologico. In una delle sue conferenze a San Francisco, Thiel identifica esplicitamente gli Stati uniti sia come Katechon che come Anticristo: «Ground zero dello stato mondiale unico, ground zero della resistenza allo stato mondiale unico». Questa ambivalenza rispecchia il paradosso dell’impero americano, dove gli Stati uniti si vedono contemporaneamente come un garante dell’ordine globale e un baluardo contro il governo mondiale: il «poliziotto del mondo» non vincolato dal diritto internazionale. Schmitt era profondamente preoccupato per l’impatto «disordinato» dei nuovi progressi nella tecnologia militare, sottolineando il rapido aumento del potere distruttivo delle nuove armi nel corso del XX secolo, dai bombardamenti aerei e sottomarini alle armi nucleari e alla possibilità di una guerra nello spazio. Thiel, al contrario, sta traendo profitto dall’uso di sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale impiegati nella guerra in Ucraina e nel genocidio di Gaza. In effetti, è qui che si concentra la posta in gioco dell’eccentrico apocalitticismo di Thiel. Thiel fonde l’emergente «complesso digitale-militare-industriale» con l’escatologia cristiana, e questo ha un’influenza reale e nefasta sulla vita di molte persone in tutto il mondo. È difficilmente plausibile sostenere che la geopolitica apocalittica di Thiel e i suoi interessi commerciali siano completamente distinti, non solo perché li collega esplicitamente nelle sue dichiarazioni pubbliche, ma anche perché si allineano in modo così netto. Per avere una prova di ciò, possiamo prendere in considerazione solo una delle iniziative di Thiel. Palantir è un’azienda di analisi dati i cui strumenti sono stati acquistati da agenzie governative negli Stati uniti e in altri paesi per scopi di riconoscimento facciale, polizia predittiva e targeting militare. Nel 2023, Palantir si è aggiudicata un contratto dati da 330 milioni di sterline dal Servizio sanitario nazionale britannico, il più grande contratto dati nella storia dell’organizzazione. Thiel ha dichiarato il Servizio sanitario nazionale un «obiettivo naturale» per la privatizzazione, suggerendo che avrebbe dovuto «ricominciare da capo» ed essere soggetto ai «meccanismi di mercato». In pratica, Palantir non si occupa di salvare vite umane, ma piuttosto di eliminarle. A settembre, l’esercito britannico ha annunciato una «partnership strategica» del valore di 1,5 miliardi di sterline con Palantir per «sviluppare capacità basate sull’intelligenza artificiale già testate in Ucraina per accelerare il processo decisionale, la pianificazione militare e l’individuazione degli obiettivi». Secondo il Ministero della Difesa, l’azienda di Thiel e il suo nuovo partner «lavoreranno insieme per trasformare la letalità sul campo di battaglia» con l’analisi dei dati basata sull’intelligenza artificiale. La complicità di Palantir nel genocidio israeliano a Gaza dà un’idea di cosa significhi «letalità trasformata». L’esercito israeliano ha impiegato i sistemi Lavender e Gospel di Palantir per generare obiettivi da bombardare, come dettagliato in un recente rapporto di Francesca Albanese, Relatrice speciale delle Nazioni unite sui Territori palestinesi occupati. Quando non esporta tecnologie di violenza di Stato in Palestina e Ucraina, Palantir ne trae profitto all’interno degli Stati uniti. L’ormai famigerata agenzia Immigration and Customs Enforcement (Ice) utilizza una piattaforma dati appositamente progettata, nota come ImmigrationOS, per identificare i sospetti immigrati clandestini ai fini dell’arresto e dell’espulsione. Le prove di una diffusa profilazione razziale e della detenzione e deportazione illegali di immigrati e cittadini statunitensi sono sempre più numerose. Sotto la nuova amministrazione Trump, un Ice potenziato è di fatto una polizia segreta razzista che opera in uno «stato di eccezione» senza legge degno di Schmitt. In ogni caso, vediamo le tecnologie dei dati sfruttate per la violenza statale razzializzata al fine di estendere il potere imperiale degli Stati uniti e dei loro alleati. Ecco come in pratica si presenta la geopolitica apocalittica di Thiel: un’escatologia militare-industriale distorta in cui un genocidio alimentato dall’intelligenza artificiale è inteso come un «limitatore» piuttosto che come un’attuazione della fine del mondo. FINE DEI TEMPI La geopolitica apocalittica di Thiel delegittima il diritto internazionale, legittima la violenza contro gli altri razzializzati e santifica la ricchezza tecnologica d’élite come ultimo baluardo contro un’apocalisse imminente. Ridisegnando le strutture di potere materiali in una lotta metafisica, Thiel mistifica l’imperialismo statunitense, i privilegi di classe e i suoi stessi interessi aziendali, trasformandoli in vocazione divina. Il suo Armageddon non è tanto una profezia della fine del mondo quanto una retorica per legittimare la sovranità delle élite tecnocapitaliste contro le pretese morali della maggioranza globale e dei beni comuni planetari. Né il governo mondiale che teme è un progetto politico coerente; è piuttosto una condensazione di ansie reazionarie sulla percepita perdita di sovranità, sul relativismo morale e sulla democratizzazione tecnologica. Fondendo il mito del progresso della Silicon Valley con visioni apocalittiche di salvezza, Thiel trasforma il potere imperiale degli Stati uniti e la sua sfrenata espansione tecnologica, ora concentrati nelle mani di pochi Ceo miliardari, nell’ultimo baluardo contro quella che immagina come una catastrofica omogeneizzazione globale. In un momento di crescenti tensioni geopolitiche, rapida militarizzazione e crescente volatilità ambientale, con l’estrema destra in ascesa in tutto il mondo, il pericolo rappresentato da visioni geopolitiche imperialiste, scioviniste e suprematiste come quelle sostenute da Thiel, e dagli interessi profani e omicidi che servono, dovrebbe essere fin troppo chiaro. *Rory Rowan è professore associato di geografia al Trinity College di Dublino e coautore di On Schmitt and Space. Tristan Sturm è docente di geografia presso la Queen’s University di Belfast e, più di recente, coautore di Apocalyptic Conspiracism e coeditore di The Bloomsbury Handbook of Apocalypticism and Millennialism. Questo articolo è uscito su Jacobin Mag, la traduzione è a cura della redazione. L'articolo La geopolitica apocalittica di Peter Thiel proviene da Jacobin Italia.
March 11, 2026
Jacobin Italia
Trump contro l’élite della politica estera
Articolo di Paul Heideman L’attacco dell’amministrazione Trump all’Iran non è stato certo una sorpresa. Da gennaio, il dispiegamento militare attorno al paese degli Ayatollah ne aveva fatto presagire l’imminenza. Eppure, nonostante fosse stato previsto da tempo, l’attacco non è stato meno scioccante. L’assassinio dell’ayatollah iraniano Ali Khamenei ha segnalato che non si sarebbe trattato di una ripetizione della guerra dei dodici giorni dell’estate scorsa, ma di un conflitto molto più aspro e distruttivo. Allo stesso tempo, l’amministrazione ha orgogliosamente dichiarato il suo disprezzo per le tradizionali regole d’ingaggio, suggerendo di ignorare i «danni collaterali», un atteggiamento peggiore anche dell’ignobile record dell’Operazione Iraqi Freedom. Allo stesso tempo, ci sono segnali che l’amministrazione fosse miseramente impreparata alla guerra. Gli obiettivi annunciati sono stati mutevoli e incoerenti. Non c’era alcun piano per evacuare i cittadini americani dalla regione, nonostante la prevedibilità della risposta dell’Iran. E non è nemmeno chiaro se l’esercito americano abbia armamenti sufficienti per la durata dello scontro che si prevede. Tutto ciò solleva la questione di chi stia esattamente pianificando la guerra di Donald Trump. Indagare su questo interrogativo rivela molto più della semplice incompetenza per cui entrambe le amministrazioni Trump sono giustamente note. Rivela anche la profonda frattura che il partito della guerra di Trump crea con l’establishment della politica estera americana e con i suoi sostenitori tra i vertici aziendali. Gran parte di ciò che rende possibile questa frattura necessita di una spiegazione. Nel mio recente libro, Rogue Elephant, ho sostenuto che la novità più grande di Trump e del Partito repubblicano di oggi deriva dal fatto che questo si è svincolato dal controllo dell’intera classe capitalista americana – sia chiaro, non dal controllo dei singoli capitalisti o di ristretti interessi settoriali, ma da quel particolare tipo di controllo di classe che il network pensante della politica estera avrebbe dovuto fornire. Sebbene la guerra e l’orrore imperialista siano tutt’altro che aberrazioni nella politica estera americana, è proprio questa rottura strutturale con l’establishment che contribuisce in larga misura a spiegare la particolare forma assunta dalla bellicosità di Trump negli ultimi mesi. IL NETWORK PENSANTE Fin dall’affermazione degli Stati uniti come potenza globale all’inizio del XX secolo, la politica estera americana è stata plasmata da una rete di think tank, a loro volta supervisionati dai vertici delle principali aziende americane. Il Council on Foreign Relations (Cfr) è la più venerabile di queste istituzioni, nata dopo la Prima guerra mondiale dai consigli di pianificazione istituiti dall’amministrazione di Woodrow Wilson (la rivista del Consiglio, Foreign Affairs, fu fondata dopo che uno dei suoi dirigenti inviò lettere di raccolta fondi ai mille americani più ricchi). Altre istituzioni simili includono l’Atlantic Council, la Rand Corporation, l’Aspen Institute e la Commissione Trilaterale. Queste organizzazioni elaborano la politica estera attraverso due canali. In primo luogo, cercano di influenzare il clima di opinione sulle questioni chiave del momento. Ad esempio, il rapporto del Cfr del 2001, Strategic Energy Policy: Challenges for the 21st Century, sosteneva che lasciare Saddam Hussein al potere in Iraq avrebbe «incoraggiato Saddam Hussein a vantarsi della sua ‘vittoria’ contro gli Stati uniti, alimentato le sue ambizioni e potenzialmente rafforzato il suo regime. Una volta incoraggiato […] Saddam Hussein avrebbe potuto rappresentare una minaccia maggiore per la sicurezza degli alleati degli Stati uniti nella regione». Questo rapporto faceva parte di una più ampia spinta da parte della rete di pianificazione della politica estera a favore di un cambio di regime in Iraq. Più in generale, questo tipo di rapporti cerca di definire i problemi chiave della politica estera americana, nonché lo spazio delle possibili soluzioni politiche. L’altro canale attraverso cui i think tank definiscono la politica estera è quello di fornire personale a una nuova amministrazione. Lo stato di sicurezza americano è ampio e decine e decine di posizioni amministrative di alto livello cambiano con ogni nuova amministrazione. Le persone che ricopriranno queste posizioni provengono spesso in gran parte dalla rete dei think tank di politica estera e, dopo la fine di un’amministrazione, molti membri dello staff tornano in questi ambienti. Questa porta girevole tra think tank e postazioni decisionali è in effetti una delle ragioni per cui i primi esistono. Come ha affermato Joseph Nye, un importante pensatore e amministratore della Commissione Trilaterale, «il modo più efficace [per influenzare la politica] è quando si sviluppano idee con persone che poi entrano e prendono in mano la leva, oppure si prendono in mano la leva di persona». I legami tra i think tank e l’élite aziendale americana sono forti. In primo luogo, molti dei think tank più importanti ricevono gran parte dei loro fondi direttamente da grandi aziende, da Goldman Sachs a Coca-Cola. In secondo luogo, i consigli di amministrazione dei think tank sono composti da figure provenienti direttamente dalla classe dirigente aziendale. Come concludono Bastiaan van Apeldoorn e Naná de Graaff in uno studio del 2016, > Oltre la metà dei direttori e dei fiduciari che governano gli istituti di > pianificazione politica, centrali nelle ultime tre amministrazioni post-Guerra > Fredda, sono strettamente legati alla comunità aziendale attraverso la loro > contemporanea appartenenza ai consigli di amministrazione. Questi direttori > sono in contatto con un totale di 318 aziende diverse. In altre parole, > scopriamo che un numero considerevole di questi direttori fa parte dell’élite > aziendale mentre dirige il processo di pianificazione politica. Sia l’amministrazione di George W. Bush che quella di Biden esemplificano queste dinamiche. Donald Rumsfeld, primo segretario alla Difesa di Bush, era un fiduciario della Rand Corporation prima della sua nomina (oltre a essere presidente di una grande azienda farmaceutica). Condoleezza Rice, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, era stata membro del Cfr e amministratore delegato di aziende come Chevron e Hewlett-Packard. Allo stesso modo, Joe Biden aveva a disposizione un’ampia rete di think tank aziendali. Il suo segretario di Stato, Antony Blinken, era membro del Cfr (oltre che fondatore di un gruppo di consulenza per l’industria della difesa), mentre il suo consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, era stato membro del Carnegie Endowment for International Peace, il cui consiglio di amministrazione è composto in gran parte da dirigenti di diverse società finanziarie. Da Wilson a Biden, ecco chi ha plasmato la politica estera degli Stati uniti. Sebbene quelle politiche potessero cambiare da un’amministrazione all’altra, il personale veniva costantemente selezionato da una rete di think tank finanziati e supervisionati dai leader delle più grandi aziende del paese. Questa supervisione, a sua volta, garantiva che le politiche adottate in queste istituzioni fossero coerenti con le aspirazioni politiche della classe dirigente aziendale. Infatti, riunendo i dirigenti di diverse aziende in un unico consiglio di amministrazione, svolgono un ruolo importante nel facilitare l’accordo. LA RETE SI È ROTTA La prima amministrazione Trump ha segnato una netta rottura con questa tradizione. Alcune figure provenienti dalla rete dei think tank hanno certamente ricoperto posizioni chiave. James Mattis come Segretario alla Difesa; Mark Esper come Segretario dell’Esercito (e in seguito Segretario alla Difesa); HR McMaster come Consigliere per la Sicurezza Nazionale così come John Bolton, provenivano tutti da un background istituzionale abbastanza simile a quello di figure analoghe nelle precedenti amministrazioni. Ma, esaminata nel complesso, la disgiunzione tra il personale di Trump e le amministrazioni che lo hanno preceduto è evidente. Per misurarla, van Apeldoorn e de Graaff hanno contato il numero di legami tra i principali responsabili della politica estera di ciascuna amministrazione e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Bush, c’erano 131 legami tra alti funzionari di politica estera e la rete dei think tank. Nell’amministrazione Obama, ce n’erano 133. Nell’amministrazione Trump, ce n’erano solo 39. Come concludono van Apeldoorn e de Graaff, «l’élite di politica estera trumpiana è scarsamente integrata nell’élite transnazionale di politica estera che aveva legami così stretti con tutte e tre le precedenti amministrazioni. Osserviamo quindi una rottura reale e significativa con la precedente configurazione del potere delle élite». Nel primo mandato di Trump, tuttavia, ciò non ha rappresentato una rottura radicale. Certo, l’aggressione criminale al governo ucraino per aver sparso la voce sulla famiglia Biden è stata un nuovo tipo di intervento geopolitico. Ma nel complesso, la sua politica estera ha continuato sui binari tracciati dalle amministrazioni precedenti. L’atteggiamento più conflittuale nei confronti della Cina non faceva che proseguire ciò che l’amministrazione Obama aveva iniziato. Sulla Russia, la politica di Trump è stata in realtà leggermente più bellicosa di quella dei suoi predecessori. E mentre ritirare gli Stati uniti dal Piano d’azione congiunto globale con l’Iran ha rappresentato certamente una rottura violenta con l’amministrazione Obama, che aveva appena negoziato quell’accordo, il Partito repubblicano nel suo complesso non ne ha mai accettato la legittimità. Sebbene il personale di Trump nel suo primo mandato avesse un background istituzionale piuttosto diverso da quello tipico dell’élite di politica estera, la sua amministrazione non ha, nel complesso, tentato una revisione significativa della politica americana. Le ragioni di ciò derivano dalla natura inaspettata della vittoria di Trump. La maggior parte del Partito repubblicano ha trascorso il 2016 aspettando che Trump perdesse, e lo stesso Trump non aveva nemmeno scritto un discorso di vittoria l’8 novembre. Ci sono stati pochi sforzi per mettere insieme una vera squadra di politica estera con una visione coesa. Una volta in carica, ruoli chiave sono stati occupati da figure come Mattis o Bolton, che si sono adoperati attivamente per frustrare qualsiasi tentativo di un cambiamento di politica troppo drastico. Nella prima amministrazione Trump, proseguire nei solchi familiari tracciati dalla politica precedente era la via più facile. La seconda amministrazione Trump è piuttosto diversa. Non ci sono più figure paragonabili a Mattis o McMaster. Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth non ha alcuna esperienza politica, avendo lavorato come conduttore di Fox News dopo aver fallito nella gestione di gruppi di veterani di destra. Il vicepresidente J.D. Vance e il direttore dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard non hanno alcun legame con la rete dei think tank. Molti altri importanti responsabili politici provengono direttamente dalla finanza (Scott Bessent al Tesoro, Stephen Miran al Consiglio dei consulenti economici) o dal settore immobiliare (l’inviato speciale per il Medio Oriente Steve Witkoff). La figura più vicina all’élite tradizionale della politica estera è il Segretario di Stato/Consigliere per la Sicurezza Nazionale (che ricopre il ruolo di Henry Kissinger nell’amministrazione Nixon) Marco Rubio. Rubio era senatore dal 2010 e faceva parte dei circoli repubblicani di politica estera più tradizionali. Ma a livello istituzionale, non ha nessuno dei legami tipici delle figure simili nelle precedenti amministrazioni. Il think tank a cui è più strettamente associato è la Foundation for the Defense of Democracies (Fdd). Questa non è un tipico think tank di politica estera quanto un’estensione della lobby israeliana. Costituito nel 2001 con il nome di Emet (in ebraico «verità»), la missione originaria dell’Fdd era quella di «fornire formazione per migliorare l’immagine di Israele in Nord America e la comprensione da parte del pubblico delle questioni che riguardano le relazioni arabo-israeliane». È stato un attore chiave nel promuovere un cambio di regime in Iran. Un altro think tank esterno alla rete di pianificazione politica aziendale, ma fortemente legato all’amministrazione Trump, è l’America First Policy Institute (Afpi). L’Afpi è stato fondato solo nel 2021 e fin dall’inizio è stato profondamente legato a Trump. Sebbene il gruppo non renda noti i suoi donatori, ha stretti legami con i capitali petroliferi del Texas attraverso membri del consiglio di amministrazione come Tim Dunn e Cody Campbell. Nel 2024, Politico ha definito il gruppo la «Casa Bianca in attesa» di Trump, e diversi alti funzionari di politica estera (Kevin Hassett al National Economic Council, John Ratcliffe alla Cia e l’ambasciatore presso la Nato Matthew Whitaker) hanno ricoperto incarichi presso il gruppo. Il suo consiglio di amministrazione non ha praticamente alcuna sovrapposizione con altri think tank nella rete di pianificazione della politica estera. In sintesi, la tradizionale rete di politica estera è pressoché assente nella seconda amministrazione Trump. Anzi, l’amministrazione ha dimostrato apertamente disprezzo nei confronti delle istituzioni che ne fanno parte. La scorsa estate, il Pentagono ha bruscamente annullato i piani di alcuni alti funzionari di intervenire all’Aspen Security Forum, accusando l’incontro di promuovere «il male del globalismo, il disprezzo per il nostro grande Paese e l’odio per il Presidente degli Stati Uniti». Ciò si è tradotto in una rottura molto più radicale con la politica precedente rispetto alla prima amministrazione. Fin dall’inizio, la politica tariffaria è stata caotica, interrompendo alleanze militari e diplomatiche che le precedenti amministrazioni consideravano sacrosante. L’amministrazione ha indebolito la Nato in modo ancora più drastico rispetto alla prima amministrazione, poiché le minacce di conquistare la Groenlandia con la forza hanno imposto ai governi europei la necessità di una politica di sicurezza indipendente dagli Stati Uniti. E ora, Trump ha lanciato un attacco all’Iran senza alcun tipo di obiettivo bellico ben definito. I media hanno suggerito che Trump credesse di poter replicare quanto ottenuto in Venezuela, dove il capo dello Stato è stato rimosso e il resto dell’apparato statale si è rapidamente piegato al suo volere. Se ciò fosse vero, indicherebbe dietro quest’ultima guerra un team politico incredibilmente incompetente. Niente di quanto fin qui sostenuto deve essere interpretato come una nostalgia per i bei vecchi tempi in cui l’élite esercitava il suo controllo. I bagni di sangue in Vietnam e Iraq avevano incontestabilmente origine da quella rete in cui l’ambizione americana di dominio globale veniva coltivata e articolata, e nessuno che abbia un impegno nei confronti dei principi democratici fondamentali dovrebbe provare nostalgia per l’epoca della sua egemonia. Ciononostante, vi sono ragioni per credere che l’allontanamento dell’amministrazione Trump dalla rete dei think tank potrebbe inaugurare un’era ancora più distruttiva e caotica per la politica estera americana. Uno degli effetti di quella rete è quello di coinvolgere un’ampia varietà di interessi nella supervisione della formulazione della politica estera. Direttori di società finanziarie, aziende farmaceutiche, manifatturiere e aziende della difesa si uniscono per garantire che l’elaborazione delle politiche nei think tank segua linee conformi ai loro interessi. E sebbene questi interessi appartengano tutti alla classe dirigente, abbracciano un’ampia gamma di settori. Ciò significa che le aziende rappresentate sono esposte a numerose fonti di rischio, che cercano di garantire che le politiche adottate non vengano aggravate. La pianificazione politica della seconda amministrazione Trump non contempla un insieme di interessi completo. Di conseguenza, l’amministrazione sembra disposta a rischiare molto di più con una pianificazione inferiore rispetto alle amministrazioni precedenti. Dato il livello di ferocia che erano disposti a tollerare nel perseguimento dei propri interessi, dovremmo aspettarci che Trump e il suo partito della guerra si spingano ancora oltre. *Paul Heideman ha conseguito un dottorato di ricerca in studi americani presso la Rutgers University di Newark. È autore, di recente, di Rogue Elephant: How Republicans Went from the Party of Business to the Party of Chaos. Questo articolo è uscito su JacobinMag. La traduzione è a cura della redazione.  L'articolo Trump contro l’élite della politica estera  proviene da Jacobin Italia.
March 7, 2026
Jacobin Italia
La preghiera dello Studio Ovale
-------------------------------------------------------------------------------- Pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9) Ci sono immagini che raccontano più di molte analisi. Quelle arrivate dallo Studio Ovale nei giorni scorsi sono tra queste. Un cerchio di pastori evangelici, le mani tese verso il presidente degli Stati Uniti, mentre invocano lo Spirito Santo affinché scenda su di lui: pregano perché Dio benedica la sua azione, perché la saggezza del cielo riempia il suo cuore e perché protegga “le nostre truppe”. La preghiera è uno dei gesti più fragili e disarmati della tradizione religiosa. È l’atto di chi riconosce un limite, di chi si espone alla vulnerabilità della domanda. Per questo, quando la preghiera si piega al potere e diventa linguaggio di legittimazione politica, qualcosa si incrina. Non è più soltanto invocazione: si trasforma in consacrazione della forza e in legittimazione del fanatismo. Quando Dio viene invocato per rafforzare la violenza o il dominio, questa fede può diventare il pretesto per qualsiasi crudeltà. Negli Stati Uniti, una parte significativa del mondo evangelico sostiene apertamente Donald Trump. Questo sostegno non nasce tanto da un’affinità spirituale personale, quanto da una convergenza politica e culturale: difesa di alcuni valori morali conservatori, ruolo pubblico della religione, nazionalismo religioso. Negli ultimi decenni questo fenomeno è stato spesso descritto come “nazionalismo cristiano”, cioè l’idea che la nazione abbia una missione quasi sacra e che il potere politico possa essere interpretato come strumento della volontà divina. È qui che avviene un’operazione profonda e rischiosa: la creazione di una “blindatura etica”. Quando il potere politico viene sacralizzato in questo modo, esso smette di essere sottoposto al vaglio della morale comune o del dubbio democratico. Se il leader è uno strumento divino, ogni sua azione — anche la più cruda o divisiva — viene percepita come parte di un piano superiore, diventando così moralmente inattaccabile. La fede non agisce più come una bussola che orienta verso la giustizia, ma come uno scudo che protegge il potere da ogni senso di colpa e da ogni critica esterna. A rafforzare questa visione contribuisce anche la cosiddetta “teologia della prosperità”, diffusa in alcuni settori del mondo evangelico. Secondo questa interpretazione, il successo economico e la ricchezza sarebbero segni della benedizione divina, mentre la povertà indicherebbe una fede insufficiente. È un rovesciamento radicale del messaggio evangelico, che ha sempre guardato agli ultimi come luogo privilegiato della rivelazione. Molti teologi cristiani hanno denunciato con forza questo rischio. Il teologo luterano Dietrich Bonhoeffer parlava già negli anni Trenta di una religione che diventa “grazia a buon mercato”: una fede che benedice il potere invece di chiedergli conversione. Anche pensatori molto diversi tra loro, come Simone Weil, hanno insistito sul fatto che il sacro autentico non coincide mai con la forza. Per Weil, quando la religione si allea con il potere, perde il suo nucleo più profondo: la capacità di stare dalla parte degli oppressi. Dietro queste scene c’è però anche un fenomeno più ampio. Nelle società attraversate da paura, incertezza e crisi identitarie, cresce il bisogno di protezione. E spesso questo bisogno produce una saldatura potente: il capo forte, la comunità che si percepisce minacciata e un Dio che viene chiamato a garantire la sicurezza del gruppo. Ma il Vangelo nasce esattamente come rottura di questo schema. Non presenta un Dio che protegge una tribù contro le altre. Non legittima la violenza dei forti. Al contrario, mette al centro la vulnerabilità, la misericordia, l’attenzione agli ultimi. Quando Dio diventa il Dio di una parte, quando viene chiamato a proteggere “le nostre truppe” e a garantire il successo dei più forti, la fede smette di interrogare il potere e comincia a servirlo. In fondo, la domanda è semplice: che Dio è quello che viene invocato in queste scene? Un Dio che protegge “le nostre truppe”, che garantisce il successo dei potenti, che benedice la forza di una parte contro l’altra? O il Dio che la tradizione biblica ha raccontato per secoli: il Dio che ascolta il grido di chi è oppresso? Il Dio della Bibbia non è il Dio del dominio. È il Dio che ascolta il grido degli oppressi. «Beati i miti, perché erediteranno la terra». -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo La preghiera dello Studio Ovale proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Epstein Fury e pedomachia
-------------------------------------------------------------------------------- Un angolo di via Mascarella, Bologna -------------------------------------------------------------------------------- Pedomachia è il nome dello sterminio dei bambini che Israele sta compiendo a Gaza. Mi dicono che la parola “pedomachia” sarà perseguibile quando l’onorevolissimo Gasparri sarà riuscito a far passare la sua legge che accusa di antisemitismo chiunque denunci la spietatezza propriamente nazista di uno stato che sembra nato dalla fantasia di Josep Mengele, e si chiama Israele. Mi dicono che il parlamento italiano stia votando una legge che vieta di scrivere che Israele è uno stato colonialista, fondato sull’apartheid ed intrinsecamente genocidario, e dunque non ha diritto all’esistenza. Poiché io l’ho scritto nel libro Pensare dopo Gaza che torna in libreria fra qualche giorno, avrei qualche ragione di preoccuparmi. Sequestreranno il libro, le autorità italiane, mentre inizia la più pericolosa delle guerre, quella in cui si scontrano i cristiano-sionisti dell’apocalisse Israelo-americana e i fanatici sciiti duodecimani che attendono il ritorno del Mahdi in premio del sacrificio finale? Sequestreranno il libro mentre nel Mediterraneo petroliere gigantesche sanguinano il loro liquido nero davanti alle coste libiche e a quelle kuwaitiane? Sequestreranno il libro mentre cadaveri galleggiano sulle acque che costeggiano il mar Mediterraneo? Saprei come rispondere. Risponderei che l’odio per gli ebrei che da millenni cova nel mondo cristiano sta riemergendo, ma non ha niente a che vedere con le parole contro cui legiferano gli eredi meloniani delle leggi razziali di Benito Mussolini. Non odia gli ebrei chi denuncia Israele come stato genocida. L’odio per gli ebrei risorge tra i nazionalisti bianchi, nelle file dei cappellini rossi con su scritto Make America Great Again, risorge nella destra cristiana degli Stati Uniti d’America. I padroni del mondo si sono serviti del finanziere sionista Jeffrey Epstein per le loro orge a base di bambine tredicenni. Non dovrebbe sorprenderci il fatto che per i cristiani del Ku Klux Klan questa è la prova di una voce che circola da millenni: gli assassini di Cristo mangiano bambini. Questo è l’antisemitismo che sta risorgendo, mentre esplode la resa dei conti, la guerra che oppone cristiano-sionisti e islamico-sciiti sullo sfondo delle fiamme che incendiano il mare e la terra. In questa guerra c’è un mistero che non riesco a spiegarmi: perché Trump ha deciso di imbarcarsi in questa guerra apocalittica invisa alla sua base e destinata a provocare conseguenze imprevedibili? All’infame Frederick Merz, Trump ha detto: “Stavamo trattando con questi lunatici, e mi son convinto che avrebbero attaccato per prima. Forse abbiamo forzato la mano di Israele…”. La domanda è: “Chi ha forzato la mano a chi?”. Il miracolo di Trump è stato mettere insieme nel MAGA due anime: quella dei cristiano sionisti, e quella dei cristiani antisemiti di ispirazione apertamente nazista. Trump ha vinto le elezioni perché Tucker Carlson, Nick Fuentes, e Marjorie Taylor Green hanno accettato di votare insieme ai sionisti e ai frequentatori dell’isola di Epstein. Ma adesso l’attacco all’Iran sta provocando la rottura fra queste due anime: Marjorie Taylor Green ha detto che il gruppo trumpista è un bunch of sick fucking liars (mucchio di fottuti malati bugiardi). Nick Fuentes, influencer nazionalista bianco ha scritto: “Trump said on Friday, ‘Soldiers are going to die.’ Okay, but who are they dying for? Who’s telling them to die? For what? Who’s decision is that? Is it the President elected by the people of the United States of America? Or is it the Prime minister of Israel?” Tucker Carlson, ispiratore di milioni di razzisti trumpisti ha dichiarato che l’attacco all’Iran: “Is “absolutely disgusting and evil” e ha suggerito che questa guerra avrà un effetto devastante sul movimento che sostiene Trump. Era prevedibile che la guerra avrebbe spaccato il fronte MAGA. Trump non poteva non saperlo. Allora perché ha deciso di seguire Israele nella missione apocalittica denominata Epic Fury che i nazi-americani hanno già ribattezzato Epstein Fury? Di quali informazioni dispone Israele per ricattare Donald Trump? Non è difficile immaginarlo. La rete Epstein non si limitava a fornire carne fresca agli orchi della finanza e della politica occidentale, ma accumulava informazioni utili per ricattare e costringere il presidente statunitense a partecipare a una guerra che, se non mi sbaglio, è destinata a trascinare il pianeta nella guerra terminale. Ma c’è ancora qualcuno che crede che Epstein si sia suicidato? Il medico legale che fece l’autopsia disse che le fratture alla base del collo non suffragano l’ipotesi del suicidio. E allora: chi ha ucciso Jeffrey Epstein? -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Epstein Fury e pedomachia proviene da Comune-info.
March 6, 2026
Comune-info
Perché la sinistra minimizza il caso Epstein?
Articolo di Paolo Mossetti Ci vuole un bel coraggio a definire la discarica degli Epstein File – un oceano di detriti in cui il pubblico è stato lanciato senza salvagente – un esempio di «trasparenza». Non solo perché il format del rilascio sembra pensato apposta per favorire un crollo cognitivo, che vediamo tradotto in timeline invase da ritagli decontestualizzati, commenti furiosi e generalizzazioni rozze, ma anche perché la censura è stata talmente maldestra da alimentare le letture più paranoiche possibili: nomi oscurati ma numeri e dati personali visibili, dettagli casuali coperti come se fosse tutto improvvisato, o come se il criterio fosse proprio quello di farci ammattire tutti.  Chi parla di insabbiamento ora sta vedendo i suoi sospetti convalidati, ma chi vuole capire meglio resta sopraffatto. Non sorprende che in questo mare ci si buttino soprattutto gli outsider dell’informazione: i creatori di content su TikTok o Instagram che magari senza alcuna preparazione in materia spingono video su sacrifici umani e cannibalismo, costruiti su letture creative di due righe o su testimonianze anonime che l’Fbi non ha mai considerato credibili. E siccome ormai l’AI ha distrutto il concetto di evidenza fotografica, costringendoci a riprogrammare la nostra epistemologia, circolano anche immagini e mail inventate da utenti a caso, che si mimetizzano perfettamente nel rumore generale. Forse queste premesse sono necessarie per spiegare la reazione in parte sdegnosa, in parte volta a minimizzare il tutto di alcuni segmenti del ceto riflessivo di fronte alle implicazioni politiche del caso Epstein. Un dispositivo che in questa, come in un po’ tutte le ultime crisi di legittimazione delle autorità – da WikiLeaks all’ascesa del nazional-populismo, dal Covid all’Ucraina – dà l’impressione di essersi attivato sulla base di una paura molto comune nella cultura progressista: quella di essere assimilati ai populisti.  L’ANTIPOPULISMO MILITANTE In questo filone possiamo leggere l’intervento della filosofa Gloria Origgi sulla newsletter Appunti di Stefano Feltri: «Nessuno è stato arrestato finora tra coloro che risultano nei file […] Sarebbe stato meglio affidare questo materiale alla stampa professionale […] La totale trasparenza in democrazia è un ideale impraticabile: la fabbrica del consenso non è mai completamente eliminabile, l’importante è che sia nelle mani giuste». Usiamo queste parole perché ci sembrano paradigmatiche. Quello che potremmo chiamare antipopulismo militante, ama enfatizzare il sacrosanto bisogno, di fronte alle crisi dei meccanismi di delega,  di attenersi ai «fatti», ai «numeri» e alla legalità formale. Questo atteggiamento presenta il costo di trascurare altre esigenze, per quanto caotiche e costose, come quella di ricucire  lo strappo fra le istituzioni e la vita quotidiana dei cittadini qualunque. Mentre questi vorrebbero vedere i file gestiti da una cerchia ristretta di addetti ai lavori, l’esperienza concreta di milioni di persone con i media tradizionali porta a conclusioni molto diverse, e ad accettare come inevitabile e persino salvifica la disintermediazione tramite i social. Se il populismo vive di una verità emotiva che spesso ignora concetti come «nessuno è stato arrestato», l’impressione è che l’antipopulismo, anche di sinistra, si rifugi in un culto della competenza piuttosto velleitario e fuori tempo massimo. Si prenda il processo penale che è già partito contro Peter Mandelson, stratega di lungo corso del New Labour, machiavellico deux ex machina blairiano, sabotatore della svolta socialista: in ballo in questa storia non ci sono solo foto in mutande, ma il fatto che nel maggio 2010, mentre i ministri dell’eurozona trattavano febbrilmente un piano di salvataggio continentale, Mandelson avrebbe fatto sapere in anticipo a Epstein di un possibile bailout da 500 miliardi. Aggiungiamoci altri episodi non meno gravi: un presunto «avviso» di Mandelson sulle dimissioni di Gordon Brown, che sarebbe circolato in pieno orario di mercato, quindi molto più facilmente monetizzabile su sterlina, titoli di Stato e titoli azionari. Oppure le consulenze chieste da Mandelson a Epstein su come sabotare il programma redistributivo del suo stesso partito, dopo la crisi finanziaria del 2008. È vero che le indagini sono solo all’inizio, ma va da sé che la vicenda ci ricorda cos’era diventato un centrosinistra troppo rilassato con gli ultraricchi e la libertà dei capitali. Quando ci si lamenta delle rozzezze di chi sobilla il populismo con certi reel su Instagram forcaioli e pieni di imprecisioni, e di un’imprenditoria della disperazione che ci trasforma tutti in pagliacci sui social, bisognerebbe chiedersi anche perché, per milioni di utenti, quelle rozzezze sono sempre meglio dei cosiddetti legacy media. Per giorni, i telegiornali italiani e i principali quotidiani si sono concentrati sul sottoargomento epsteiniano più traballante di tutti: il presunto coinvolgimento di Putin nelle macchinazioni del finanziere morto suicida, basato per lo più su un numero abnorme di citazioni nelle email. Addirittura un giornale come Repubblica ha scelto di affidarsi, per suggerire il presunto collegamento, a un articolo di un tabloid di destra che ai tempi della Brexit veniva denigrato (il Daily Mail). All’estero non è andata meglio.  Uno spin imbarazzante che Pjotr Sauer, corrispondente dalla Russia del Guardian, così ha riassunto su X: «Epstein passa anni a fare pressioni sui suoi contatti, senza successo, per un incontro con Putin, in modo da poter proporre idee sugli investimenti esteri […] Finora nulla suggerisce che Epstein lavorasse per l’intelligence russa». Se c’è un taglio interessante parlando del rapporto Epstein-Russia, semmai, è il fatto che la caduta dell’Unione sovietica abbia creato un modello di oligarchi e reti finanziarie transnazionali che ha finito per essere imitato e cooptato dagli occidentali: movimenti di capitali opachi, uso di kompromat, società fittizie e collaborazione tra servizi deviati, oligarchi e faccendieri. In un’epoca di astensione crescente ovunque e di disaffezione per la politica, guardare nei documenti di Epstein non significa solo cedere al «populismo penale», ma avere l’opportunità di interrogarsi su un arretramento democratico avvertito da sempre più persone. Anche affrontando certi clamorosi doppi standard. IL NODO ISRAELE-MOSSAD Il caso Epstein, com’era prevedibile, ha fatto esplodere non solo sfottò grevi contro i ricchi o teorie oziose gettate nell’etere, ma anche vecchi miasmi antisemiti. Che talvolta si ammantano di panni antisraeliani, a volte di panni antiebraici e basta. A vari esponenti della destra razzista così come anche a qualcuno a sinistra non sarà sembrato vero poter finalmente «unire i punti» parlando di un finanziere ebreo coinvolto in gossip macabri, possibili rituali satanici e accertati abusi su minori. Dalle citazioni di Ilan Pappé e Moni Ovadia all’attualizzazione della leggenda nera di San Simonino e degli ebrei che bevono sangue di bambini è un attimo, su Internet.  Succede in effetti per lo più nella galassia very much online della destra statunitense: quella nazi-cristiana e misogina (Nick Fuentes) oppure quella isolazionista conservatrice (Candace Owens, Tucker Carlson) che anche quando non si affida all’antisemitismo esplicito sembra volersi  occupare soltanto dei legami Epstein-Mossad. Ma non mancano giornalisti e streamer della sinistra populista, come Ana Kasparian o Hasan Piker.  Anche in Italia, si vedono tendenze sconcertanti in alcuni influencer filopalestinesi che non hanno alcun incentivo a misurare le parole – anzi – e tanti cani sciolti, periferici, di una sinistra disperata senza più casa politica, che diffondono interpretazioni errate su presunti riferimenti religiosi nei documenti. Sarebbe irresponsabile, insomma, sottovalutare i rischi per la comunità ebraica derivanti da questo «liberi tutti». Quello che sappiamo è che nelle email di Epstein ci sono riferimenti scherzosi o arroganti all’ebraicità, e un linguaggio di «insider» che punta a rafforzare il senso di appartenenza identitaria. Può sembrare la conferma di stereotipi odiosi su un’élite ebraica chiusa e potente che controlla finanza, media e politica: ma Epstein non era un criminale perché ebreo, né emerge dai documenti una cabala ebraica che governa il mondo. Come fa notare David Klion su Jewish Currents, l’aspetto semmai più interessante è come una certa forma di solidarietà comunitaria, di rete sociale, sia servita a Epstein per coprire o ignorare i suoi abusi, e a farsi trattare come interlocutore rispettabile. Sappiamo che questo lo ha fatto diventare un intermediario e facilitatore di accordi politici e di sicurezza ad altissimo livello, con relazioni estese non solo con ambienti dell’intelligence statunitense, ma anche con quella israeliana e di altri Stati, agendo come mediatore informale tra governi.  Sappiamo che Ghislaine Maxwell ha svolto, secondo documenti visionati dal New York Times, un ruolo attivo e molto centrale nella fase di avvio della Clinton Global Initiative (lanciata nel 2004-2005), aiutando a strutturarne la creazione e contribuendo a trovare finanziamenti. Parliamo di un’organizzazione da sempre impegnata nella criminalizzazione di qualsiasi tentativo di imporre sanzioni o boicottaggi su Israele. È ormai accertato che il padre di Ghislaine Maxwell, Robert, mentre costruiva un impero editoriale, facesse il pendolare per il Mossad, trafficando software-spia come fossero enciclopedie porta a porta. È morto su uno yacht alle Canarie (per annegamento, secondo la versione ufficiale) ed è stato sepolto con tutti gli onori istituzionali in Israele. Anche se vogliamo scartare quel controverso rapporto dell’Fbi basato su un informatore confidenziale poi rivelatosi un negazionista dell’Olocausto, convinto che Epstein fosse un agente del Mossad, documenti ben più solidi mostrano che Epstein e il suo circolo di potere fossero indifferenti alle vite dei palestinesi e incrollabili sostenitori dell’esercito israeliano – tramite ad esempio donazioni a Friends of Israel Defense Force e al  Jewish National Fund che finanziano insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata. Sappiamo che Epstein avrebbe suggerito all’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, tutt’altro che una figura marginale, di valutare Palantir, fondata da Peter Thiel, come partner tecnologico, contribuendo così indirettamente alla diffusione in Israele di strumenti di analisi e intelligence poi usati per martoriare Gaza. Palantir è un colosso i cui capi non solo definiscono apertamente il sostegno a Israele una scelta «di civiltà», ma dicono che una delle missioni aziendali è la persecuzione di ogni forma di socialismo. Sarebbe un dettaglio secondario, non fosse che l’intelligence di diversi paesi Ue si affida da molti anni a Palantir e a Israele, rendendo di fatto clownesca, come scrive lo storico Alessandro Aresu, l’espressione «sovranità tecnologica». DOPPI STANDARD  Gli elementi che abbiamo davanti raccontano insomma a un pubblico spesso sfiduciato e disamorato di un’attività di networking politico-strategico di alto livello finora poco approfondito dai media tradizionali. Secondo Sangita Myska, veterana di Bbc Radio, non proprio un’estremista: «[Epstein] avrebbe fatto soldi tramite Putin/Russia e anche tramite il Mossad/Israele. Mentre ho visto i principali media britannici esplorare giustamente il primo aspetto, non ho letto molto sul secondo».  Con un’aggravante, chiara a tanti elettori populisti e non solo: se la Russia è di fatto già antagonista della nostra diplomazia, le omissioni su Israele riguardano un alleato cruciale del fronte euro-atlantico, che gode di un indubbio privilegio diplomatico nonostante sia in piena escalation etnonazionalista, che ha un impatto notevole, concreto, innegabile non solo sulla diplomazia ma anche sul dicibile pubblico in molte nazioni, su diverse carriere culturali, e anche sulla legislazione dei parlamenti.  Si pensi alla legge «contro l’antisemitismo» che mentre scriviamo sta per essere approvata al Senato italiano grazie a un accordo tra destra di governo e centristi Pd, basata su una definizione che, secondo Amnesty, «potrebbe comprimere libertà di espressione, insegnamento e associazione», «in contrasto con diversi principi costituzionali». Verrebbero squalificati come discriminatori anche «i rapporti che denunciano i crimini di apartheid di Israele» e «le richieste di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni». Un’iniziativa autoritaria, probabilmente inutile, impopolare, concepita di concerto con la diplomazia israeliana e leadership ebraiche sempre più radicalizzate a destra che – denuncia il Laboratorio Ebraico Antirazzista – «non può che alimentare nuova ostilità e ulteriore antisemitismo». RIAPPROPRIARSI DELLA CRITICA AL POTERE Di fronte a pesi e misure diversi adoperati nel discorso pubblico, si palesano gruppi sociali che usano ogni frase scritta da Jeffrey Epstein per sostenere che rappresenti il modo di pensare di tutti gli ebrei: il comportamento specifico di un criminale e dei suoi sodali viene trasformato in una colpa collettiva. O che ogni ricco, famoso e potente menzionato in quelle email sia automaticamente colpevole. Inutile dire che il modo migliore per non alimentare la violenza è non dire cose violente, non frequentare i violenti e non dargli spazio. Anche perché in molti casi nessuna evidenza gli farà cambiare idea. Il secondo modo migliore per non alimentare la violenza è non lasciare a elettori già sfiduciati  l’impressione che ci siano categorie o argomenti intoccabili, beneficiari di una protezione incongrua da parte di intellettuali pavidi e istituzioni compromesse. Se è fuori discussione la necessità di tenere saldo l’onere della prova nei momenti di panico morale – per evitare il sorgere di nuovi Savonarola – e quando si parla del rapporto tra Epstein ed ebraismo di rifiutare categorie monolitiche, non ci si può disinteressare completamente dell’arretramento democratico raccontato da questa storia. Rifugiarsi negli aspetti puramente legalistici, evitando di affrontare il comportamento di élite ristrette che scambiano la propria identità per immunità morale, o sostenere che l’unico modo per proteggere le democrazie dal caos sia restringere il dicibile pubblico è controproducente, ma soprattutto è miope.  C’è nei files abbondante materiale per mobilitare in chiave moralistica il pubblico più reazionario, alimentando ondate di conformismo intellettuale, ma ancora più catastrofiche potrebbero essere, elettoralmente, le conseguenze per una sinistra che si mostri appiattita sullo status quo, del tutto disinteressata alle connessioni di potere e alle lezioni da apprendere. In una fase di autoritarismo crescente, la pavidità e l’incoerenza del progressismo si pagano caro. I populismi prosperano sul crollo degli standard condivisi. I fascisti si nutrono della percezione pubblica che le regole siano selettive. Andare in una diversa direzione significa accettare di fare politica con quello che c’è, allargando lo spazio del discutibile in democrazia. Significa la costruzione di un percorso etico più solido: provando a sporcarsi le mani con almeno alcuni dei «complotti» che abbiamo davanti, parlandone e nel caso persino rivendicarli, anche se sono già frequentati da persone che ci fanno ribrezzo. L'articolo Perché la sinistra minimizza il caso Epstein? proviene da Jacobin Italia.
March 6, 2026
Jacobin Italia
Sulle regioni economico-politiche dell’attacco all’Iran
I BOMBARDAMENTI DI USA-ISRAELE HANNO COME OBIETTIVO IL CONDIZIONAMENTO DELLE TRAIETTORIE DI EXPORT DALLE MATERIE PRIME, IN PRIMIS IL PETROLIO, NEI CONFRONTI DELLA CINA. DEL RESTO OGNI GIORNO, SPIEGA ANDREA FUMAGALLI SU EFFIMERA, ATTRAVERSO LO STRETTO DI HORMUZ TRANSITANO 20 MILIONI DI BARILI TRA GREGGIO E PRODOTTI PETROLIFERI, VALE A DIRE PIÙ DEL 20% DEL CONSUMO MONDIALE. IL CONTRACCOLPO PEGGIORE SARÀ PER L’EUROPA unsplash.com -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo diipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note. 1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà. 2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina. 3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali. 4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%. 5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati. 6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%). 7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu. 8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” statunitense. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale. È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale! -------------------------------------------------------------------------------- NOTE [1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sulle regioni economico-politiche dell’attacco all’Iran proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Trump, il glifosato come arma di guerra
UN NUOVO ORDINE ESECUTIVO DI TRUMP – APPROVATO MENTRE VENIVANO LUCIDATE LE BOMBE DA SCAGLIARE CONTRO BAMBINE E BAMBINI IN IRAN – HA DICHIARATO IL PESTICIDA GLIFOSATO E IL FOSFORO ELEMENTI DI SICUREZZA NAZIONALE. IL LORO ACCESSO E LA LORO PRODUZIONE SONO ORA UNA QUESTIONE MILITARE: DI FATTO VIENE GARANTITA LA CONTINUITÀ D’USO, MALGRADO SIANO PROLIFERATI GLI AUTOREVOLI STUDI CHE DIMOSTRANO I NUMEROSI RISCHI E DANNI CAUSATI DAL GLIFOSATO. LA MULTINAZIONALE BAYER RINGRAZIA pixabay.com -------------------------------------------------------------------------------- Il 18 febbraio 2026, un nuovo ordine esecutivo di Trump ha dichiarato il pesticida glifosato e il fosforo – un componente cruciale dei fertilizzanti sintetici – elementi di sicurezza nazionale, trasformando così il loro accesso e la loro produzione in una questione militare e mirando a garantirne la continuità d’uso. Questo è un aspetto rilevante anche nel contesto dell’attacco imperialista all’America Latina con la rinnovata Dottrina Monroe. Questo provvedimento è stato concepito principalmente a beneficio della multinazionale Bayer, che ha dovuto affrontare forti critiche per l’uso di questo agrochimico e delle colture geneticamente modificate ad esso associate, fin da quando l’OMS lo ha dichiarato cancerogeno nel 2015. Bayer si è dedicata a denigrare e attaccare gli scienziati dell’OMS che hanno partecipato a quello studio, così come giornalisti e analisti critici, pagando allo stesso tempo scienziati per produrre studi che negassero l’elevato rischio del glifosato. Ciononostante, dal 2015 sono proliferati studi che dimostrano sempre più i rischi e i danni causati dal glifosato, come danni neurologici e danni al microbiota di esseri umani, animali domestici e api. Nel giugno 2025, un progetto che includeva una revisione completa di studi scientifici ha dimostrato che, anche alle dosi consentite da diverse normative, questo agrochimico è stato associato a molteplici forme di cancro (https://tinyurl.com/z7fyhefx). Un’altra battuta d’arresto per Bayer si è verificata nel dicembre 2025, quando è stato rivelato che una prestigiosa rivista scientifica aveva ritirato uno studio sul glifosato ampiamente citato dalle autorità di regolamentazione, a causa della parzialità e della mancanza di rigore degli autori, che erano stati anche pagati da Monsanto (https://tinyurl.com/243m2d5t). Bayer, l’attuale proprietaria di Monsanto, ha dovuto affrontare quasi 200.000 cause legali dal 2018 da parte di vittime di cancro legate all’uso del glifosato in agricoltura e giardinaggio. Le cause sostengono che Monsanto fosse a conoscenza dell’elevato rischio del glifosato, ma abbia nascosto i fatti e non abbia avvisato i consumatori sulle sue etichette, un fatto documentato in tribunale con migliaia di documenti presentati da diversi dei ricorrenti iniziali. Dopo aver perso diverse cause di alto profilo, Bayer ha raggiunto un accordo extragiudiziale con numerosi gruppi di ricorrenti, sostenendo costi per circa 12 miliardi di dollari fino al 2025. Decine di migliaia di cause legali rimangono pendenti e il numero continua a crescere. Nel dicembre 2025, Trump ha sostenuto Bayer davanti alla Corte Superiore di Giustizia, esortando la corte a sostenere la tesi di Bayer davanti alla Corte Suprema, secondo cui solo la legge federale può disciplinare l’agrochimico e che la possibilità di citare in giudizio le aziende sulla base delle leggi statali dovrebbe essere eliminata. Ciò è avvenuto perché l’agenzia federale EPA (Environmental Protection Agency) aveva dichiarato che i rischi del glifosato non erano gravi, contrariamente alle prove disponibili e grazie a rapporti discutibili con le aziende. Questa parzialità è stata denunciata da diverse organizzazioni, ma l’EPA non ha cambiato posizione. Le cause legali contro Bayer-Monsanto si basavano principalmente sulle normative degli Stati in cui vivono le vittime e sono state regolate dalle prove presentate nel caso. La manovra di Trump mira a impedire che vengano intentate nuove cause legali e a impedire che prove cruciali vengano prese in considerazione, non solo nel caso Bayer, ma potenzialmente in molti altri casi di aziende inquinanti (https://tinyurl.com/ytu7hec2). Il nuovo ordine sul glifosato è inoltre in contrasto con i principi del movimento Make America Healthy Again (MAHA), che include molte madri con famiglie affette da malattie croniche negli Stati Uniti ed è guidato da Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani di Trump. L’ordine della scorsa settimana contraddice tutto ciò che MAHA ha dimostrato e quanto lo stesso Kennedy Jr. ha precedentemente affermato, nonostante abbia ora dichiarato il suo sostegno alla nuova politica. Ciò conferma ciò che molti critici hanno sottolineato su MAHA: si tratta di un cavallo di Troia per riconquistare al trumpismo milioni di persone affette da malattie croniche, intossicazione, obesità e altri problemi di salute. Per il Messico e l’America Latina, questo ordine esecutivo rappresenta anche una minaccia volta a bloccare o impedire iniziative volte a limitare e vietare il glifosato. È anche un ordine che impone agli interessi di Bayer e di altre multinazionali agroalimentari di avere la precedenza sulla salute e l’ambiente dei nostri Paesi, poiché sono considerati parte della sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Un altro giro di vite per promuovere le palesi imposizioni imperialiste che caratterizzano questa fase del trumpismo. Insieme ad altre azioni violente e forum convocati dall’amministrazione Trump nel 2026 – come il forum sui minerali strategici e l’accordo Pax Silica (https://tinyurl.com/38wzu8p2) – Trump chiarisce che utilizzerà tutti i mezzi dello Stato, inclusa la forza militare, per promuovere gli interessi delle grandi aziende e degli individui più ricchi, che sono coloro che governano il suo Paese. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su La jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Trump, il glifosato come arma di guerra proviene da Comune-info.
March 5, 2026
Comune-info
Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – di Andrea Fumagalli
L'attacco congiunto Usa-Israele contro l'Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell'Iran e dell'attuale regime. L'ipocrisia del pensiero mainstream plaude all'iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di "libertà delle donne". Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò [...]
March 4, 2026
Effimera