Male Adriatico: rigassificatori, opacità e democrazia sospesa
Il festival INTO THE BLUE 2026 apre una crepa nel racconto della “transizione
energetica”
In un pomeriggio affacciato sull’Adriatico, tra il porto e le spiagge romagnole
— dove nidificano specie protette come il fratino e le tartarughe marine — si
discute di cloro, gas liquefatto e decisioni prese altrove. Non è solo un
confronto tecnico: è il tentativo di ricostruire una catena di responsabilità
che, secondo ricercatori, giornalisti e attivisti, si interrompe proprio dove
dovrebbe farsi più trasparente. L’incontro “Male Adriatico. Onde di cloro, dal
tubo alla carcassa”, ospitato il 7 giugno al Club Nautico di Rimini nell’ambito
del festival INTO THE BLUE 2026, mette al centro una domanda: com’è stato
possibile avviare il rigassificatore di Ravenna senza una Valutazione di Impatto
Ambientale completa, invocando l’emergenza energetica?
La tesi che emerge è netta: la cosiddetta transizione energetica si muove in una
zona grigia in cui interessi industriali e responsabilità pubbliche si
sovrappongono. In questo spazio operano due aziende — Eni e Snam — entrambe
partecipate pubbliche ma di fatto autonome nelle scelte operative.
La “convenienza” del mare
Il nodo tecnico riguarda il funzionamento del rigassificatore. Come ricorda
Carlo Franzosini (AMP WWF Miramare) il “ciclo aperto” utilizza acqua marina per
riscaldare il gas liquefatto, evitando di bruciare combustibile. Il risparmio —
circa 40 milioni l’anno — poggia su una variabile instabile: la temperatura del
mare. Negli stessi tre anni di ciclo aperto, a Riccione si registrano picchi di
tartarughe con DTS e aumento di schiume: tre volte su tre, ricorda Sauro Pari
(Fondazione Cetacea ETS). Non è ancora una prova di correlazione, ma abbastanza
per chiedersi: siamo sicuri che sia solo una coincidenza?
Un beneficio economico privato che si costruisce sull’esternalizzazione dei
costi ambientali: clorazione delle acque, alterazioni degli ecosistemi,
sottoprodotti potenzialmente tossici.
In questo contesto, le compensazioni ambientali ed economiche rischiano di
silenziare il dissenso, è qui che nasce quello che molti relatori definiscono un
vero e proprio ricatto: o accetti l’infrastruttura, oppure rinunci a lavoro e
opportunità promesse per il territorio.
Anche la metodologia dei monitoraggi solleva criticità: effettuati quando
l’impianto opera sotto capacità, producono dati che tendono a sottostimare gli
impatti e vengono poi utilizzati per giustificare l’espansione.
Opacità e controllo
Sul piano istituzionale emerge una frattura democratica. Sauro Pari denuncia la
secretazione dei risultati delle analisi delle acque: “Non abbiamo potuto vedere
nessun dato”. Allo stesso tempo, in parole di Antonio Lazzari, esperto di
valutazioni ambientali, vi è un eccesso di documentazione tecnica con una forma
di “overload informativo” che svuota la trasparenza di significato, di decine di
migliaia di documenti tecnici: una mole tale da rendere impraticabile un
controllo effettivo.
A questo si aggiunge un limite strutturale: ispezioni e verifiche ambientali
sono in larga parte programmate e basate anche su dati forniti dagli stessi
gestori. Un meccanismo prevedibile che rischia di ridurre tutto a una mera
formalità, dentro un circuito locale chiuso. Quando viene meno un’indipendenza
sostanziale, si svuota anche la funzione pubblica.
Da qui le proposte emerse: introdurre forme di controllo peer
review indipendenti, affidate a organismi scientifici esterni a rotazione, per
rompere l’autoreferenzialità dei monitoraggi e restituire verificabilità ai
dati. E, come ha ricordato Lazzari, sul piano politico la proposta di RECA (Rete
Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna) di riconoscere l’energia come
bene comune, per sottrarre le scelte strategiche a una gestione opaca in mano al
mondo finanziario e speculativo, e riportarle sotto responsabilità collettiva.
In Italia, criteri e priorità dei monitoraggi sono definiti da ISPRA e attuati
dalle ARPA, dentro un sistema formalmente regolato ma che seleziona cosa rendere
visibile e cosa lasciare nell’ombra. È in questa discrezionalità che si incrina
la funzione pubblica del controllo e si apre una frattura tra responsabilità
dichiarate e presenza reale delle istituzioni, frattura che si prolunga anche a
livello europeo, dove le deroghe convivono con una trasparenza carente.
Stato presente, Stato assente
È in questo cortocircuito che si colloca l’intervento di Elena Gerebizza di
Re:Common: “Lo Stato è dentro e lo Stato è fuori, eppure lo Stato non c’è”.
Lazzari lo traduce in una domanda brutale: se è l’amministratore delegato di Eni
a sedere ai tavoli internazionali del gas accanto ai Presidenti del Consiglio,
anche nei paesi più autoritari, chi è davvero al comando?
Circa il 30% di Eni e Snam è sotto controllo statale: lo Stato è insieme
regolatore e azionista. Una sovrapposizione che indebolisce il controllo
pubblico e solleva un nodo essenziale: chi gestisce davvero risorse pubbliche, e
a vantaggio di chi? Ne deriva una frammentazione dei progetti, valutati per
parti e non nel loro impatto complessivo, spesso approvati in urgenza con
evidenti criticità giuridiche.
Questo schema si riflette nella promozione di tecnologie “green” come il CCS,
imposte dall’alto come soluzioni climatiche senza un dibattito pubblico e senza
un riscontro consolidato su larga scala: la retorica della transizione precede
la verifica empirica.
È in questo scarto tra beneficio economico e costo ambientale che si incrina
l’impianto della cosiddetta transizione energetica. Non è secondario che tutto
converga su Ravenna, già hub storico del fossile e oggi candidata a diventare
uno dei principali poli europei per lo stoccaggio della CO₂ (progetto Agnes),
con l’ambizione di attrarre flussi anche dall’estero. Una concentrazione che
solleva interrogativi evidenti: più che ridurre il rischio, lo stiamo
intensificando nel nostro stesso territorio.
Il MASE qualifica queste infrastrutture come “monopoli naturali”, categoria
storicamente riservata a beni essenziali come l’acqua. La transizione assume
così i tratti di un dispositivo economico più che ambientale: si accentua la
distanza tra chi cura realmente l’ambiente e chi, sotto etichetta green, ne trae
vantaggio speculativo. A questo si aggiunge un elemento ricorrente denunciato da
vari relatori: la difficoltà, quando non l’impossibilità, di accesso agli atti a
livello regionale, nazionale ed europeo. Più che decarbonizzazione, emerge un
riconfigurazione del profitto e dell’autoritarismo in chiave green.
Alcune di queste infrastrutture vengono classificate come strategiche per la
sicurezza energetica nazionale. Questo comporta regimi autorizzativi accelerati
e, in alcuni casi, misure di sicurezza rafforzate attorno ai siti, un
inquadramento che può limitare trasparenza e partecipazione pubblica.
Nel territorio, oggi e domani, restano rischi concreti: infrastrutture ad alta
pressione che attraversano aree abitate (a rischio esplosione), ecosistemi
fragili sottoposti a stress chimico e termico, fenomeni visibili come l’aumento
di schiume marine con ricadute anche sul turismo. Le valutazioni parlano di
“rischio minimo”, ma non esplicitano gli scenari in caso di incidente.
Il quadro che emerge è quello di una governance in cui benefici e responsabilità
non coincidono: i vantaggi economici sono immediati e concentrati in mani
private (per i primi 20 anni); i rischi e i costi ambientali e sociali sono
diffusi, pubblici e “permanenti”. Una asimmetria che sposta il peso sulle
comunità locali e le generazioni future.
Co-esistenze: un invito alla vigilanza
È in questo contesto che il festival INTO THE BLUE 2026 assume un significato
che va oltre la dimensione culturale. Il tema di questa edizione,
“Co-esistenze”, propone una riflessione sul rapporto tra esseri umani e ambiente
marino, con particolare attenzione alla biodiversità e alla salvaguardia
dell’ecosistema adriatico.
Marta Abbà, giornalista investigativa e fisica dell’ambiente, ha guidato il
dibattito forte delle sue inchieste sull’Adriatico (“Mare nostrum: pescatori
croati e italiani alla ricerca di un futuro sostenibile” e l’approfondimento
“Mare Adriatico, culla incustodita di biodiversità”), dove documenta l’impatto
delle attività umane sulla costa e la fragilità dell’ecosistema marino.
L’incontro ha mostrato quanto questo equilibrio sia oggi compromesso. Tra i
momenti chiave del festival, spicca l’appuntamento di domenica 14 giugno a
Rimini (al mattino), dedicato ai diritti della natura: una prospettiva che
propone di riconoscere agli ecosistemi uno statuto giuridico, superando l’idea
che siano semplici risorse. In contemporanea sul territorio regionale,
un’iniziativa di pari rilevanza emerge dalla “Carovana Diritti e Rovesci”
promossa da RECA e AMAS-ER, che si conclude con il Convegno di Bologna del 13-14
giugno, in cui si mettono al centro vari temi: l’energia come bene comune, gli
strumenti di partecipazione civica e il punto sulle quattro leggi regionali di
iniziativa popolare (riguardanti acqua, energia, ambiente e rifiuti).
Partecipare a questi incontri significa esercitare una forma di vigilanza
civile. In un tempo in cui aumentano vulnus giuridici e autoritarismo, con
decisioni sempre più accelerate a scapito della trasparenza, la partecipazione
cittadina e la conoscenza condivisa sono gli strumenti più efficaci per
riequilibrare il rapporto tra interesse collettivo e interessi economici
privati, speculativi e finanziari. L’Emilia-Romagna e l’Adriatico, da Ravenna a
Riccione, con le proprie fragilità e ricchezze, si configurano oggi come il
laboratorio di questa tensione. E forse anche il luogo da cui può partire una
nuova consapevolezza civile.
Approfondimenti:
* Conferenza “Male Adriatico”: Guarda il video della diretta , 7 giugno, Rimini
– Rete No RIGASS No GNL.
* Festival “Into the Blue” 2026 Co.Esistenze: programma completo (PDF), 5–14
giugno, Rimini/Riccione – Fondazione Cetacea ETS
* Carovana “Diritti e Rovesci”: programma convegno, 13–14 giugno, Bologna –
RECA, AMAS-ER
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Redazione Romagna