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A proposito di gasolio
articoli di Demostenes Floros, Fabrizio Russo e Alberto Capece (ripresi da OttolinaTV, lafionda.org, ilsimplicissimus2.com)   L’Europa, grazie ai suoi milieu politici di infimo livello sia a livello nazionale che comunitario, è stata gravemente ferita dalla rinuncia alle risorse energetiche russe e oggi viene finita da quello che era, sì, il padrone, ma che per vecchio e inveterato inganno, veniva chiamato amico.
October 12, 2026
La Bottega del Barbieri
La vergogna sbagliata
di Mario Sommella (*) Paolo Gentiloni descrive con precisione la «guerra totale» di Putin e poi ne ricava la conclusione che la prolunga: più armi, più debito, nessuna iniziativa diplomatica europea, e la gogna per chi chiede di negoziare. Rileggiamo le sue tesi una per una, partendo dai suoi stessi numeri. 1. Il ponte Nord e la parola che manca
Occasioni sprecate per un’Europa comune – 25 anni fa il discorso di Putin al parlamento tedesco aveva suscitato grande interesse
> 25 anni fa, il 25 settembre 2001, Vladimir Putin tenne davanti al Bundestag > (parlamento federale tedesco) un discorso molto seguito sulle relazioni > tedesco-russe e sulla visione di un’Europa unita. Il verbale riportava > numerosi applausi entusiastici da parte dei 650 presenti al Bundestag e, alla > fine, «Applausi prolungati – I deputati si alzano in piedi». All’epoca, quattordici giorni dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre al World Trade Center di New York, Putin, dopo una breve introduzione in lingua russa, tenne il suo discorso in tedesco, la «lingua di Goethe, Schiller e Kant». Fece riferimento alla storia europea comune e all’unità della cultura europea. Chiese alla Germania di assumere un ruolo consapevole in Europa e nel mondo. Putin vedeva nella Germania il suo principale interlocutore europeo. Il presidente russo riprese l’idea di Gorbaciov della «Casa comune d’Europa», che nel 1990 non era stata realizzabile soprattutto a causa della resistenza degli Stati Uniti. Putin l’ha ripresa, vedendo in un’«Europa unita e sicura» il presagio di un «mondo unito e sicuro». L’Europa deve quindi rimanere un «potente e autonomo centro della politica mondiale» e, a tal fine, unire le proprie risorse a quelle della Russia. Ha sottolineato che il suo Paese intendeva proseguire lungo l’altro versante della politica di distensione, ovvero la via del disarmo, della limitazione degli armamenti e del controllo degli armamenti. Con la fine del mondo diviso tra Est e Ovest, nel 1990 si era spalancata la finestra per l’unità europea. Per l’allora cancelliere tedesco Willy Brandt era giunto il momento di realizzare la visione di una «europeizzazione dell’Europa». Ma l’Occidente non vedeva alcun motivo per riformarsi e cooperare con Mosca. L’Europa occidentale si considerava la «vincitrice» nella contrapposizione tra i sistemi. E il successore di Gorbaciov, Boris Eltsin, fece tutto ciò che l’Occidente voleva. Con un’economia di mercato neoliberista priva di tutele sociali, fece precipitare la Russia in una profonda crisi e favorì la nascita di una nuova classe oligarchica. In breve: le opportunità offerte dalla svolta storica per un’Europa comune non furono riconosciute e quindi non furono sfruttate. Nel 2001 Putin, che aveva dato nuova stabilità alla società russa, tese per la seconda volta la mano al Bundestag per una politica europea comune. Ma anche questa volta gli interessi della NATO erano più importanti e l’alleanza esclusiva con gli Stati Uniti, sia in Germania che tra i partner europei, era più forte di una politica comune di intesa e cooperazione europea. L’«Occidente» ha esteso la NATO verso est, e anche la seconda occasione è stata sprecata. La politica neoliberista ha portato il mondo in una profonda crisi. Anziché una “Casa comune europea”, si è arrivati a un nuovo scontro. Oggi l’offerta di Putin viene diffamata dai nuovi sostenitori della guerra fredda come una “mascherata ipocrita di un imperialista russo”, mentre gli applausi di approvazione al Bundestag vengono definiti “negazione della realtà”, “ingenuità da ingenui” e “russofilia sognante”. Con i conflitti in Ucraina dal 2014 e soprattutto dall’inizio della guerra nel 2022, si è consolidata l’affermazione secondo cui Putin, «ex agente del KGB», vorrebbe ripristinare l’ex Unione Sovietica e che, a tal fine, ogni mezzo gli sia lecito. Si consolida così uno scontro senza prospettive, le cui vittime sono non da ultimo i numerosi morti nella guerra in Ucraina, dove lo scorso anno sono morte tante persone quante nella guerra più sanguinosa dopo il 1945, quella in Ruanda. Il discorso di Putin è stato preparato con grande cura, anche con l’aiuto di Horst Teltschik. Liquidarlo oggi come «lavaggio del cervello» significa ricorrere a argomentazioni azzardate per giustificarlo. Putin è responsabile della guerra attuale, ma l’Europa ha sprecato per due volte l’occasione di raggiungere un’intesa. Anche questo fa parte della realtà europea. Abbiamo ancora una terza occasione? Abbiamo il dovere e la responsabilità di provarci, tanto più che solo un’Europa civile e orientata alla pace può assumere un ruolo determinante nel contesto del nuovo assetto mondiale. A tal fine è necessario rilanciare i primi passi diplomatici e della società civile verso una sicurezza comune, opporsi alla militarizzazione e alla corsa agli armamenti della nostra società, rifiutare l’immagine della Russia come nemico e chiedere iniziative tedesche ed europee per un cessate il fuoco e negoziati di pace in Ucraina. Non da ultimo, il disarmo e il controllo degli armamenti devono essere inseriti nell’agenda internazionale. Un contributo di Reiner Braun e Michael Müller -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID Pressenza Berlin
September 26, 2026
Pressenza
Anatomia del putinismo
Dalla scomparsa della borghesia russa alla metamorfosi del putinismo: ecco le strutture sociali, le tecniche di governo e il lessico politico della Russia… L'articolo Anatomia del putinismo sembra essere il primo su L'INDISCRETO.
July 15, 2026
L'INDISCRETO
San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza