Tag - zapatisti

Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore
COS’È UN SEMILLERO? DI COSA HANNO DISCUSSO LE COMUNITÀ ZAPATISTE NEL SEMILLERO PROMOSSO NEGLI ULTIMI GIORNI DI DICEMBRE? COME LO HANNO FATTO? INSIEME A CHI? IN UN MONDO DISTRATTO CHE SEMBRA INCAPACE DI PERCEPIRE LA VIOLENZA, QUALCUNO METTE DA PARTE UN PO’ DI LEGNA CON CUI “IL GIORNO DOPO” IL CROLLO DEL NOSTRO SISTEMA MONDIALE SI POTRANNO ACCENDERE MONDI NUOVI Periodistas unidos Giorno 1 Il 26 dicembre 2025 ha avuto inizio il Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores”, il quarto e ultimo di una serie di incontri svoltisi nel corso di un anno. Questi incontri sono stati dedicati alla comprensione della crisi di civiltà che stiamo attraversando e alla riflessione su come costruire realtà alternative che possano servire da semi capaci di sbocciare “il giorno dopo” il crollo del nostro sistema mondiale. In questi quattro incontri, lo zapatismo ci ha mostrato, attraverso le parole, le opere d’arte e, naturalmente, la pratica, i due pilastri di una profonda trasformazione interiore che si estende anche all’esterno: “el común” e lo smantellamento delle forme di organizzazione piramidali. Questa serie di incontri è iniziata con la Prima Sessione degli Incontri Internazionali di Resistenza e Ribellione, tenutasi il 28 e 29 dicembre 2024 al Cideci – Università della Tierra Chiapas, seguita da un festival culturale al Caracol di Oventic dal 30 dicembre 2024 al 2 gennaio 2025. In questo incontro, diversi pensatori/rici hanno analizzato “la tempesta” – la crisi di civiltà che stiamo vivendo – sia a livello globale che in Messico. Hanno anche riflettuto sulla realtà delle donne, zapatiste e non zapatiste, e sui primi passi nella costruzione del “común ” e nel lavoro politico con donne provenienti da comunità non zapatiste. Allo stesso tempo, le zapatiste hanno raccontato cosa le ha spinte a fare del “común ” il fulcro di questa nuova fase dello zapatismo e i primi passi compiuti in questo percorso. Dal 13 al 19 aprile 2025, si è svolto l’Encuentro (Rebel y Revel) Arte presso il Caracol Jacinto Canek. Questo incontro, utilizzando le arti come cornice, ha proseguito la riflessione sulla tempesta e, soprattutto, ha esplorato come costruire altri mondi possibili di fronte alla crisi globale. L’incontro si è concluso con una discussione il 19 aprile al Cideci – Università della Tierra. Dal 3 al 16 agosto 2025, si è tenuto Encuentro de Resistencias y Rebeldías “Algunas partes del todo”, presso il Semillero Comandanta Ramona del Caracol di Morelia. Per due settimane, in due sessioni simultanee, i partecipanti hanno condiviso non i problemi della tempesta, ma le soluzioni e le alternative che si stanno costruendo in diverse località del mondo. Un incontro che ha ispirato la certezza che altri mondi, molto diversi dalla devastazione in corso, non solo sono possibili, ma si stanno già costruendo in molti luoghi: mondi dove la vita è sacra, dove rispetto e dignità sono la bussola per navigare nella tempesta. Parte di questa costruzione, evidentemente, riguarda i grandi cambiamenti interni allo zapatismo: la costruzione del “común” e la nuova forma di autogoverno, che gli zapatisti hanno spiegato sia con le parole che attraverso rappresentazioni teatrali e altre presentazioni da parte dei giovani. Questo quarto e ultimo incontro è iniziato con le parole del Capitano Marcos e del Subcomandante Moisés, che condividiamo qui, insieme al video e alle immagini complete: > Día 1 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 2   27 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. In questa seconda giornata la discussione si è concentrata sul significato della storia. Raúl Romero e Carlos Aguirre Rojas, da diverse prospettive, hanno discusso della storia come campo di battaglia simbolico in cui gli eventi passati vengono discussi per comprendere il presente e procedere verso il futuro. Come l’uso del discorso storico da parte dello Stato e di chi detiene il potere in generale, come mezzo per mantenere la coesione degli Stati-nazione che non riflettono la loro composizione pluralistica e per mantenere il controllo e il dominio sui loro popoli, così anche di come la sovversione della storia ufficiale e la sua appropriazione dal basso, sono stati esplorati da diverse angolazioni. Il Capitano Marcos ha letto il racconto Historia de amores y desamores, con protagonista la piccola Deni e il defunto Subcomandante Galeano. Il Subcomandante Moisés, da parte sua, ha parlato della necessità di costruire alternative e del percorso zapatista nella costruzione del común e dell’autogoverno. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 2 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Cogliamo l’occasione per condividere un importante libro consigliato dal Capitano Marcos, Sembrando Vida: recuento desde las regiones a seis años (testi di Russel de Jesús Peba Ocampo, Pedro Uc, Carlos Beas e il Coordinatore Ucizoni, Aline Zárate Santiago, Ana Luz Valadez Ortega, Álvaro Salgado, Armando Galeana, Joel Aquino, Alfredo Zepeda e Ana de Ita), che analizza gli effetti di questo progetto di governo sulla base delle testimonianze di coloro che lo hanno vissuto in tutto il Paese. Giorno 3   28 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Il terzo giorno del Semillero è stato dedicato alla riflessione sul ruolo dei diritti umani nelle lotte sociali, nonché sull’apparato legislativo del Messico e degli Stati-nazione in generale. Come possiamo parlare di diritti umani di fronte allo sterminio del popolo palestinese a Gaza e alla vergognosa complicità della maggior parte degli stati del mondo? Come possiamo parlare di diritti umani in un paese come il Messico, con femminicidi, torture, omicidi, brutalità militare, fosse comuni e l’instancabile e dignitosa disperazione di chi cerca i propri cari scomparsi? Eduardo Almeida e Tamara San Miguel, del Nodo de Derechos Humanos (NODHO), hanno riflettuto su questo con parole potenti che ci invitano a riflettere. Eduardo ha parlato dell’uso del discorso sui diritti umani da parte di chi detiene il potere per giustificare le proprie atrocità. Tamara, tra le altre cose, ha distinto tra quelli che ha definito crimini di potere, commessi da chi detiene il potere per garantire la propria sopravvivenza, e violazioni dei diritti umani. I crimini di potere non sono definiti dalla legge e non sono riconosciuti come tali (ad esempio, crimini di stato, tortura sessuale e reati societari che comportano espropriazione). Alla luce di ciò, è necessario politicizzare la difesa dei diritti umani e dei crimini di potere, cercando meccanismi autonomi paralleli a quelli dello Stato. Dal canto suo, l’avvocata Bárbara Zamora ha riflettuto sulle leggi che escludono e discriminano. “Tutte le leggi sono intrinsecamente discriminatorie ed escludenti perché sono emanate da chi detiene il potere e utilizzate per esercitare il potere sugli altri”, ha esordito Bárbara. Per illustrare questo concetto, ha offerto un’affascinante panoramica delle riforme dell’articolo 27 della Costituzione, che riguardano poi la Legge Agraria, la Legge Mineraria, la Legge sugli Investimenti Esteri, la Legge sugli Idrocarburi, nonché la Legge Amparo e il Codice Civile, tutte misure che interessano le comunità indigene e contadine del Paese. Il Capitano Marcos ha iniziato chiarendo punti importanti sulla posizione zapatista di rispetto della diversità di visioni e opinioni e sull’importanza dei disaccordi e delle differenze tra compagni. Ha poi riflettuto sui cambiamenti avvenuti all’interno della struttura stessa dell’EZLN, che, in quanto esercito, è intrinsecamente piramidale. Da quando il Subcomandante Moisés ha assunto il comando, ha spiegato, la piramide dell’EZLN si è “appiattita”, orientandosi sempre più verso “el común”. Infine, dopo aver spiegato che le storie sono un modo per gli zapatisti di raccontare la realtà, ha letto il racconto El amor y el desamor según el Chómpiras y la Lucecita. Infine, il Subcomandante Moisés ha parlato della costruzione del “común” nel territorio zapatista, fornendo chiari esempi di come funzionano le nuove strutture di governo e l’organizzazione del lavoro comunitario, con fratelli e sorelle non zapatisti, sulle terre recuperate. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 3 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 4 29 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Il tema di questa quarta giornata del Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” era, da un lato, il cambiamento climatico e la crisi ecologica globale, e dall’altro, la piramide politica ed economica in Messico. Il geografo Carlos Tornel ha parlato del cambiamento climatico e della crisi ecologica del pianeta come conseguenza del capitalismo selvaggio in cui viviamo. Con dati e spiegazioni chiare, rivolte principalmente agli oltre 500 zapatisti presenti all’incontro, ha tracciato un quadro desolante della traiettoria della crisi. Nonostante le discussioni internazionali sul cambiamento climatico negli ultimi trent’anni, le emissioni di gas serra sono aumentate del 65%. L’aumento della temperatura del pianeta dall’inizio dell’industrializzazione è ora di 1,5 gradi Celsius, considerato dagli scienziati il limite “sicuro” per il riscaldamento globale. Tuttavia, data la traiettoria attuale, si prevede un aumento compreso tra 2,6 e 3,3 gradi, il che appare catastrofico. Le soluzioni dall’alto verso il basso sono sempre modi per mitigare gli effetti senza modificare le cause, ovvero il sistema capitalista stesso. Ciononostante, ci sono già molti movimenti in tutto il mondo che comprendono il problema di fondo e stanno apportando profondi cambiamenti nelle relazioni sociali e con la natura, come dimostrato dal movimento zapatista. Il sociologo Arturo Anguiano, da parte sua, ha parlato della sinistra istituzionale in Messico, in particolare del governo di Andrés Manuel López Obrador (e ora di Claudia Sheinbaum) e del partito Morena, che ha definito “l’altra destra”, con un progetto di sviluppo neoliberista mascherato da un discorso populista di sinistra. Il Capitano Marcos ha usato l’analogia di un tavolo con quattro gambe per rappresentare le fondamenta dello zapatismo: la chiesa progressista e/o la teologia della liberazione; l’avanguardia rivoluzionaria o il proletariato; la società civile nazionale e il sostegno internazionale. Anche se mancano una, due, tre o tutte e quattro le gambe, il tavolo rimane solido perché al centro c’è una quinta gamba che sostiene veramente lo zapatismo: la nostra storia come popoli indigeni. È questa storia che sta alla base dei grandi cambiamenti in corso e della costruzione del “común”. Il Subcomandante Moisés ha parlato della necessità di organizzarsi in tutte le parti del mondo per affrontare la crisi globale, la violenza, l’espropriazione e la distruzione sistematica perpetrata dal capitalismo. Infine, condividiamo qui il libro Golpes y contragolpes: La acción subversiva en la más hostil de las conidicones, de Miguel Amorós, consigliato dal Capitano Marcos. Ascolta l’audio e guarda i video e le immagini qui: > Día 4 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” Giorno 5 30 dicembre 2025, San Cristóbal de Las Casas. Questa quinta e ultima giornata del Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” è stata dedicata, da un lato, all’esame del ruolo delle arti nella costruzione di altri mondi e, dall’altro, alle piramidi che si producono in basso. Il drammaturgo Luis de Tavira, in un testo letto dal Capitano Marcos, intitolato “L’arte è una dichiarazione d’amore per l’umanità”, ha anche affermato che “le arti sono una denuncia e una maledizione contro la mancanza d’amore e la crudeltà con cui le persone e le società vengono disumanizzate”. Capire, ha affermato, significa capire che non comprendiamo, e l’arte è in grado di mostrarci ciò che non possiamo intravedere, mostrandoci che altri mondi esistono. “L’arte è un atto di bontà e il mondo è un miracolo”. Eppure, la logica del capitale distrugge tutto, accecando le società. “Il mondo è distratto”, ha detto, “ed è incapace di percepire gli eventi violenti che si svolgono davanti ai suoi occhi”. “La sfida per l’arte amorevole della vita sarà reagire con ribellione alla normalizzazione della violenza sociale”. Raúl Zibecchi, da parte sua, ha offerto un’affascinante panoramica di quelle che ha definito “le piramidi inferiori”, ovvero quelle che si riproducono all’interno dei movimenti sociali. “Le rivoluzioni che hanno trionfato”, ha detto, intendendo quelle che hanno preso il potere, “sono sempre state incapaci di trasformare il mondo”. Questo perché, una volta prese il potere, riproducono la piramide e diventano nuove classi dirigenti. Esempi di ciò sono, naturalmente, il PRI in Messico, lo stato sovietico e il Nicaragua. Ma le piramidi si riproducono anche all’interno dei movimenti sociali. Zibecchi ha citato gli esempi della CONAIE in Ecuador e del MST in Brasile, che, nonostante i loro grandi successi, riproducono strutture piramidali di comando, con alcune al di sopra delle altre. Ha citato cinque esempi di movimenti in Perù, Honduras e Brasile che tentano di rompere con la struttura piramidale, sebbene questa finisca inevitabilmente per riprodursi in una forma o nell’altra. Pertanto, il grande cambiamento interno allo zapatismo – lo smantellamento delle proprie piramidi e la costruzione del común – rappresenta un passo rivoluzionario. Il Subcomandante Moisés ha continuato a descrivere nel dettaglio, con esempi pratici, come il común si sta costruendo in territorio zapatista. In particolare, ha raccontato, attraverso vari casi specifici, l’intenso lavoro politico svolto con le comunità “sorelle” non zapatiste, sensibilizzandole e invitandole a partecipare alla costruzione del común attraverso l’esempio e la messa in pratica di relazioni alternative. L’intervento del Subcomandante Moisés si è concluso con la lettura di un testo sui 43 studenti scomparsi da Ayotzinapa. Il Capitano Marcos ha parlato dell’infanzia come mezzo per comprendere veramente lo zapatismo, iniziando con il racconto della storia di Paticha, la bambina di cinque anni morta di febbre tra le sue braccia. Oggi, quella realtà è cambiata radicalmente. Allo stesso modo, la realtà delle donne è stata profondamente trasformata: oggi le donne zapatiste, un tempo destinate solo a procreare e a prendersi cura della casa, sono promotrici della salute, educatrici, artiste e molto altro. In seguito, ha letto il racconto El amor y el desamor según el Sup Marcos. Così si conclude, alla vigilia del 32° anniversario della rivolta zapatista, questa serie di incontri che, dal dicembre 2024, ci ha spinto a riflettere sul nostro presente e a costruire un futuro diverso, più umano, più dignitoso, più giusto. Ascolta l’audio, guarda il video e guarda le immagini qui: > Día 5 – Semillero “De pirámides, de historias, de amores y, claro, desamores” -------------------------------------------------------------------------------- Ya basta Napoli -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Cinque giorni di piramidi, storia, amore e anche disamore proviene da Comune-info.
CHIAPAS: CORRISPONDENZA AL TERMINE DEL SEMILLERO ZAPATISTA “DI PIRAMIDI, STORIA, AMORI E – CHIARO – DISAMORI”.
“Di piramidi, di storie, di amori e, chiaro, di disamori”. Con queste parole d’ordine la Commissione Sesta Zapatista ha ospitato in Chiapas un migliaio di compagne-i, in arrivo un po’ da tutto il mondo, per prendere parte a un “Semillero e celebrare così le resistenze e le ribellioni del mondo”. L’appuntamento di fine dicembre 2025 ha anticipato, di poche ore, le celebrazioni del 1 gennaio 2026, 32esimo anniversario dall’inizio pubblico della rivoluzione zapatista, esplosa a livello internazionale con la comparsa dei passamontagna neri con la stella rossa, quelli dell’EZLN, capaci di conquistare 7 Municipi del Sud Est del Messico nelle prime ore del 1994, cogliendo totalmente di sorpresa tanto le autorità messicane quanto il resto del mondo. Da allora le comunità zapatiste, tra mille difficoltà, continuano a esistere e quindi a r-esistere, oltre a interrogarsi su come connettere e collegare le tante resistenze sparse e spesso isolate per il mondo contro la violenta ferocia estrattivista e predatoria – e ora anche palesemente bellicista e militarista – del capitalismo. La proposta zapatista è quella lanciata il 1 gennaio 2024, nel 30ennale della rivoluzione zapatista; quella del “Comune”, riassunta così dal Subcomandante Insurgente Moisés: “La proprietà deve essere comune e del popolo, e il popolo deve governarsi da solo”. Tornando ora su quel percorso, lo stesso Moisés ha chiarito: “nel 2024 abbiamo lanciato il progetto politico del Comune, dandoci come scadenza i prossimi…120 anni. Ne sono passati 2; quindi, abbiamo davanti a noi altri 118 anni di lotta“. E ancora, proseguendo nell’intervento  in occasione del 32esimo anniversario dal 1 gennaio 1994 (qui la traduzione integrale del discorso di Moisés): “Il lavoro che abbiamo davanti richiede coraggio, pensiero, sforzo, sacrificio. Andiamo avanti con tutti gli animi, perché c’è molto lavoro da fare. Ci saranno compagni e compagne che si stancheranno. Ma quelli di noi che sono disposti devono continuare. Non basta ricordare i nostri compagni caduti: dobbiamo continuare ciò per cui sono caduti. Per questo, compagni e compagne zapatisti, compagni e compagne del Messico e del mondo, fratelli e sorelle del Messico e del mondo, vi presentiamo questo. Perché il Comune ci manca ancora molto. Ma sappiamo che, con tanto lavoro, tanto pensiero, tanto sforzo e tanto sacrificio, passo dopo passo arriveremo a ciò che vogliamo: libertà, giustizia e democrazia”. Dal Messico su Radio Onda d’Urto Andrea Cegna, nostro collaboratore, curatore della newsletter Il Finestrino, che ha partecipato al Semillero di San Cristobal de las Casas, Chiapas, e alle celebrazioni per i 32 anni dalla rivoluzione zapatista. Ascolta o scarica.
CHIAPAS 1 GENNAIO 1994 – 1 GENNAIO 2026: 32 ANNI DI RIVOLUZIONE ZAPATISTA.
Il 1 gennaio, in Chiapas, le realtà zapatiste hanno celebrato i 32 anni dal Capodanno 1994,  primo giorno di vita pubblica dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), che dopo 10 anni di preparazione clandestina alla rivoluzione occupava militarmente sette città del Chiapas, nel Sud Est del Messico. In occasione del 32esimo anniversario, il movimento zapatista – con il Subcomandante Insurgente Moisés – ha organizzato al Cideci di San Cristobal de las Casas un “Semillero”, una serie di incontri e iniziative per proseguire il cammino dentro un mondo sempre più tracciato dalla ferocia bellica del capitalismo, nel nome del “Comune“. “La Commissione Sesta Zapatista – si legge nella nota zapatista – invita le persone che hanno firmato la Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona e la Dichiarazione per la Vita alla partecipazione del semillero per celebrare le resistenze e le ribellioni del mondo: “Di Piramidi, di Storie, di Amori e, chiaro, di Disamori”. Tra gli ospiti Sylvia Marcos, Bárbara Zamora, Tamara San Miguel, Luis de Tavira, Raúl Zibechi, Arturo Anguiano, Carlos Antonio Aguirre Rojas, Eduardo Almeida, Carlos Tornel e Raúl Romero, chiamati a “esporre le loro analisi sulle piramidi e la gestione della storia del sistema economico, nei cattivi governi, nelle leggi e nella struttura giudiziaria, nei movimenti di resistenza, nelle sinistre e nel progressismo, nei diritti umani, nella lotta femminista e nelle arti. E, beh, forse qualcosa si dirà anche su amori e i disamori” In attesa di avere approfondimenti e aggiornamenti sull’appuntamento 2026, su Radio Onda d’Urto vi riproponiamo: * le trasmissioni speciali, storiche e politiche, realizzate in occasione del primo quarto di secolo di Ezln e rivoluzione zapatista (2019) * le corrispondenze di un anno fa, 1 gennaio 2025, 31esimo anniversario * le varie interviste e gli articoli, realizzati dal 1994 a oggi, da Radio Onda d’Urto sul Chiapas zapatista
Una luce nell’oscurità
«HO PERCORSO OLTRE 11.000 CHILOMETRI PER ESSERE QUI CON VOI. PERCHÉ? SONO STATO ATTIRATO QUI DA UNA LUCE CHE BRILLA NELL’OSCURITÀ. LA LUCE DI ÖCALAN E DEL MOVIMENTO DI LIBERAZIONE CURDO. UNA LUCE DI SPERANZA. SPERANZA CONTRO L’OSCURITÀ DEL MONDO…». È COMINCIATO COSÌ LO SPLENDIDO INTERVENTO DI JOHN HOLLOWAY ALLA CONFERENZA INTERNAZIONALE SULLA PACE E LA SOCIETÀ DEMOCRATICA, PROMOSSA A ISTANBUL, IL 6 E 7 DICEMBRE, DAL DEM, IL PARTITO CURDO CHE SOSTIENE ÖCALAN E L’ATTUALE PROCESSO DI PACE. UNA DUE GIORNI, SECONDO ALCUNI, FORSE TROPPO CONCENTRATA SULLA RIFORMA DELLO STATO E POCO SU QUELLO CHE ÖCALAN CHIAMA “CONFEDERALISMO DEMOCRATICO”. MA IL MOVIMENTO CURDO È OGGI ATTRAVERSATO, TRA INEVITABILI CONTRADDIZIONI DA COMPRENDERE E RISPETTARE, DA ALMENO DUE GRANDI QUESTIONI: IL DESIDERIO DI UNA VERA PACE, DOPO MIGLIAIA DI MORTI E DOPO OLTRE TRENT’ANNI DI CARCERE PER TANTISSIMI PRIGIONIERI POLITICI; LA DETERMINAZIONE A REALIZZARE UNA TRASFORMAZIONE PROFONDA DELLA SOCIETÀ, UNA SOCIETÀ ORGANIZZATA NON CON LE LOGICHE TRADIZIONALI DELLO STATO MA SU BASE COMUNITARIA (“CONFEDERALISMO DEMOCRATICO”). DI CERTO, IL MOVIMENTO CURDO, COME QUELLO ZAPATISTA E MIGLIAIA DI ALTRI GRUPPI NEL MONDO, È “UN MOVIMENTO MOLTO SPECIALE CHE BRILLA DI UNA LUCE SPECIALE, LA LUCE DELLA DIGNITÀ, DELLA RABBIA DELLA DIGNITÀ CONTRO L’OSCURITÀ…” Foto di Ferdinando Kaiser: Napoli con il Rojava (2019) -------------------------------------------------------------------------------- Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio. Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana. Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste. Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica. In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale. In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone. In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo. E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”. La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1]. Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno. L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: In tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace. -------------------------------------------------------------------------------- Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. [1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica. -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- English text: A_light_in_the_dark_John Holloway_Comune-infoDownload -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Una luce nell’oscurità proviene da Comune-info.
Parliamo di piramidi
ABBIAMO BISOGNO DI METTERE IN DISCUSSIONE LE PIRAMIDI NON SOLO DEL SISTEMA CAPITALISTA MA ANCHE LE “NOSTRE” PIRAMIDI, QUELLE CREATE ALL’INTERNO DI ORGANIZZAZIONI CHE RESISTONO AL SISTEMA. “NON È UNA QUESTIONE DA POCO – SCRIVE RAÚL ZIBECHI -, PERCHÉ CI IMPONE DI GUARDARCI ALLO SPECCHIO E SCOPRIRE I SISTEMI OPPRESSIVI CHE CREIAMO QUANDO CERCHIAMO DI CAMBIARE IL MONDO…”. VERSO LO STRAORDINARIO SEMILLERO ZAPATISTA DI FINE ANNO: “DI PIRAMIDI, STORIE, AMORI E, NATURALMENTE, DI CUORI INFRANTI” (TRA GLI INVITATI RAÚL ZIBECHI) Foto di Massimo Tennenini -------------------------------------------------------------------------------- Pochi giorni fa, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha annunciato il Semillero “Di piramidi, storie, amori e, naturalmente, di cuori infranti”, che si terrà dal 26 al 30 dicembre presso il Centro Indigeno di Formazione Integrale (Cideci) di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. L’annuncio chiarisce che il workshop affronterà il tema delle piramidi non solo all’interno del sistema capitalista, ma anche nei “movimenti di resistenza, nella sinistra e nel progressismo, nei diritti umani, nella lotta femminista e nelle arti” (Convocazione al Semillero 26-30 dicembre 2025). Trovo questo nuovo appello estremamente importante, come quelli precedenti, perché un dibattito rigoroso e approfondito è quasi inesistente all’interno dei movimenti sociali, una situazione che contrasta nettamente con l’impegno dell’EZLN a riflettere mentre si resiste e a creare nuovi mondi che non siano più capitalisti. Rigore non è sinonimo di accademico o di incomprensibile per le persone comuni e organizzate che resistono. Questo è un punto centrale: la riflessione e l’analisi non servono per ottenere attestati o promozioni, ma per rafforzare la resistenza, per renderla più perspicace e responsabile. Un aspetto degno di nota dell’appello all’azione non è solo quello di mettere in discussione le piramidi al vertice (anche se non usano questo termine), ma anche le “nostre” piramidi, quelle create all’interno di organizzazioni che resistono al sistema. Si parla molto delle prime; nulla delle seconde. Solo lo zapatismo ha la volontà e il coraggio di metterle in discussione. Nel pensiero critico e nei movimenti rivoluzionari, errori e orrori vengono solitamente attribuiti a singoli individui (come Stalin in Unione Sovietica), ma strutture come le piramidi, che ispirano partiti e sindacati, ma spesso anche coloro che combattono contro il sistema, non vengono messe in discussione. Se parliamo solo delle piramidi del capitalismo (lo Stato, la polizia, la giustizia, ecc.), tralasciamo le nostre deviazioni ed errori, il che sarebbe fin troppo comodo e poco utile. La verità è che tutte le rivoluzioni hanno costruito piramidi che, come diceva Immanuel Wallerstein, erano adatte a rovesciare le classi dominanti, ma che presto si sono trasformate in ostacoli alla creazione di nuovi mondi. “L’errore fondamentale delle forze anti-sistema nell’era precedente era credere che quanto più unificata era la struttura, tanto più efficace era” (Dopo il liberalismo). Da tempo sappiamo che nuove classi dirigenti post-rivoluzionarie sono state ricostruite dall’alto delle piramidi, impedendo la costruzione di mondi non capitalistici e instaurando regimi autoritari che hanno rafforzato gli stati nazionali. Un merito importante dell’EZLN risiede nell’aver fondato questi dibattiti sulla propria esperienza, su quanto accaduto nell’arco di due decenni in spazi autonomi come le Giunte di Buon Governo, un punto che avevano già sollevato chiaramente e apertamente ad agosto durante l’incontro “Alcune parti del tutto”, nel vivaio di Morelia. All’epoca, scrissi che l’autocritica pubblica dal basso era “un fenomeno assolutamente nuovo tra i movimenti che lottano per cambiare il mondo” e che in questo modo gli zapatisti ci mostrano “cammini che nessun movimento ha mai percorso prima, in nessuna parte del mondo, in tutta la storia” (L’autocritica zapatista). Oggi non basta riaffermare questa percezione; dobbiamo anche riconoscere che gli zapatisti pongono una nuova sfida: affrontare le piramidi che creiamo alla base. Non è una questione da poco, perché ci impone di guardarci allo specchio e scoprire i sistemi oppressivi che creiamo quando cerchiamo di cambiare il mondo. La sfida è tanto importante quanto complessa. Non credo si tratti di puntare il dito contro chi costruisce le piramidi, ma piuttosto di ragionare e spiegare i problemi che esse comportano, sulla base di oltre un secolo di esperienza storica dalla Rivoluzione russa e un secolo e mezzo dalla Comune di Parigi. Fu dopo la loro sconfitta che il movimento rivoluzionario iniziò a costruire apparati politici centralizzati e gerarchici: i partiti politici. Fino ad allora, la lotta era sostenuta da una galassia di organizzazioni meno gerarchiche, un po’ caotiche, certo, ma non per questo meno combattive. Siamo arrivati a un punto in cui solo gli apparati burocratici e gerarchici sono considerati vere organizzazioni, ovvero istituzioni che si modellano sulle piramidi statali e le riproducono simmetricamente. Ora ci rendiamo conto che questi apparati sono completamente inutili in questi tempi di caos sistemico e servono solo come scale per coloro la cui unica ambizione è quella di raggiungere l’apice del potere statale. Il dibattito a cui ci chiama lo zapatismo promette di essere illuminante in mezzo all’oscurità. Propongono di nuotare controcorrente rispetto al pensiero compiacente della sinistra e del mondo accademico, intrappolato nella logica del capitalismo. Questo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per scrollarci di dosso il nostro letargo, impegnarci nell’autocritica e liberarci da vecchie idee/prigioni per poter continuare a camminare attraverso la tempesta. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su La Jornada -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Parliamo di piramidi proviene da Comune-info.
Oltre i rapporti sociali capitalistici
SE PER UN MOMENTO ABBANDONASSIMO IL VUOTO DELLA CULTURA POLITICA DOMINANTE E ABBASSASSIMO IL NOSTRO SGUARDO, POTREMMO ACCORGERCI CHE LE PIÙ IMPORTANTI STORIE DI CAMBIAMENTO IN PROFONDITÀ DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI, DALLE COMUNITÀ ZAPATISTE A QUELLE DEL ROJAVA PASSANDO PER LE RIVOLTE IN ARGENTINA (2001) E GRECIA (2008), NON SOLO HANNO MESSO IN DISCUSSIONE LO STATO E I PARTITI COME MEZZI DI LOTTA, MA LI HANNO CONSIDERATI ANCHE PARTE DEL PROBLEMA. PERTANTO, IL TIPO DI ORGANIZZAZIONE CHE, TRA INEVITABILI LIMITI, HANNO ADOTTANO, DICE ALEJANDRO OLMO, È ASSEMBLEARE E AUTODETERMINATO, FAVORENDO COSÌ PROCESSI DECISIONALI COLLETTIVI E DIRETTI Foto di Desinformémonos (che ringraziamo) -------------------------------------------------------------------------------- Come punto di partenza per affrontare la questione dell’identità e dell’anti-identità nella lotta di classe, mi interessa riflettere sui cambiamenti che si sono manifestati nelle lotte anticapitaliste negli ultimi decenni. Molte di queste ribellioni, rivolte o movimenti di resistenza hanno cominciato a segnare alcune importanti differenze rispetto alle lotte precedenti, soprattutto a partire dall’emergere dello zapatismo nel 1994, ma anche con la rivolta del Rojava del 2011/2 e le rivolte in Argentina del 2001, ad Atene del 2008 e in Cile del 2019 (tra molte altre). In linea di principio, queste esperienze non solo mettono fortemente in discussione lo Stato e i partiti politici come mezzo di ribellione, ma li considerano anche parte del problema. Pertanto, il tipo di organizzazione che adottano è assembleare e autodeterminato, favorendo il processo decisionale collettivo e diretto. Ciò crea un’eccedenza della forma statale; la forma di lotta incentrata sullo Stato stesso viene sopraffatta, generando una rottura con il carattere identitario predominante della lotta di classe. Le forme del capitale La forma-stato è generata dal rapporto sociale capitalista attraverso l’alienazione dell’attività umana in lavoro astratto e produzione di valore. Come parte della logica di questo processo di alienazione, esistono altre forme indicate da Marx, come la forma-valore, la forma-lavoro e la forma-denaro. Queste forme non esistono come qualcosa di statico, ma sono processi o “forme-processo”, come le chiama John Holloway nel suo libro La speranza. In un tempo senza speranza. Quindi, le forme, in quanto processi, sono processi di astrazione, alienazione e contenimento dell’attività vitale umana all’interno dei rapporti sociali capitalistici. Il lavoro astratto, dunque, è il processo di alienazione del lavoro utile (o attività umana liberamente determinata); il valore o valore di scambio è il processo di alienazione del valore d’uso; e la merce, il processo di alienazione della nostra ricchezza (o come dice Marx nei Grundrisse: … l’universalità dei bisogni, delle capacità, dei godimenti, delle forze produttive, ecc. degli individui). Ogni forma è un processo identitario che ci limita e ci contiene, ma questo contenimento è un processo antagonistico. Ciò che è contenuto è in conflitto con la forma; c’è una resistenza anti-identitaria che spinge a traboccare dalla forma. Ciò che è contenuto è in antagonismo con la forma che lo contiene; la lotta di classe è antagonistica. Classe traboccante L’identificazione con la classe, e quindi con il lavoro, è forse l’identificazione più forte, la più naturalizzata e “invisibile”, e quindi quella che costituisce il maggiore ostacolo alla rottura con i rapporti sociali capitalistici. Anche la classe è una forma, un processo identitario che ci definisce come lavoratori, come classe operaia. Pertanto, per affrontare il capitale, dobbiamo traboccare dalla classe; dobbiamo abolire la classe operaia per abolire il capitale. Al contrario, se rimaniamo entro i limiti della classe, possiamo solo aspirare a lottare contro il capitale per ottenere migliori condizioni nella vendita della nostra forza lavoro in cambio di denaro. In altre parole, se lottiamo contro il capitale come lavoratori, cioè già identificati come tali, accettiamo l’alienazione della nostra attività vitale nel lavoro astratto e, pertanto, la lotta sarà per migliorare quella transazione che prima accettavamo come qualcosa di “naturale”. D’altra parte, assumere questa classificazione senza rivelarci e senza tentare di superarla implica rafforzare la stessa relazione sociale che ci racchiude e ci contiene all’interno della classe. Se non superiamo la forma di classe, rimaniamo intrappolati in una lotta di classe basata sull’identità, poiché l’identità di classe si genera dalla conversione della nostra attività in lavoro astratto. L’attività vitale umana è contenuta, negata, all’interno del “processo-forma” di classe, ma come abbiamo detto prima, questo è un processo antagonistico in cui ciò che è contenuto è sempre la resistenza anti-identitaria alla forma. Quindi, mentre è necessario combattere “dalla” classe, dobbiamo anche, e soprattutto, combattere “contro” la classe e superarla. La lotta di classe è anti-identità finché include la ribellione contro la propria classe, contro il processo di classificazione che ci identifica come classe produttrice di valore. Se la lotta di classe è antagonistica, allora non possiamo partire da nessun altro punto se non da quell’antagonismo, cioè da una posizione contraddittoria tra identitario e anti-identitario. Ma da questa tensione generata dall’antagonismo, è importante visualizzare la spinta anti-identitaria che esiste, sebbene negata, come una forza potenzialmente schiacciante contro quella negazione. Su quest’ultimo punto, mi interessa citare qualcosa che John Holloway scrive nel suo libro La speranza. In un tempo senza speranza: Per pensarla come l’apertura della speranza rivoluzionaria, dobbiamo vedere la classe operaia come anti-lavoro e anti-classe, come una dislocazione, un’eccedenza, qualcosa di incontenibile, qualcosa di inconquistato. Per rompere le forme del capitale, dobbiamo creare un’altra relazione sociale. Tornando al punto di partenza sui cambiamenti nelle lotte anticapitaliste, si potrebbe dire che una tendenza anti-identitaria nella lotta di classe sta iniziando a emergere, almeno in via embrionale. In modi diversi, la forma di classe viene sopraffatta in questi processi. Con questo non intendiamo affermare che questa tendenza sia predominante, ma piuttosto che il tipo di organizzazione che emerge in queste nuove lotte prefigura relazioni sociali autodeterminate e genera rotture che mettono in discussione la natura identitaria finora predominante. L’attuale crisi del capitalismo è la crisi delle sue forme, comprese quelle di lotta basate sull’identità. Da questa prospettiva, la caduta dell’URSS può essere vista come parte della crisi di queste forme, ed è probabile che, in seguito al crollo della “speranza” del socialismo reale, si sia creata un’apertura che ha reso possibili i cambiamenti nella lotta di classe in atto. Penso alle rotture con le forme del capitale come a un processo, o meglio, a un controprocesso che crea altre relazioni sociali, “contro e oltre” la relazione capitalista, una comunizzazione che mira a liberare capacità e ricchezza umane. In questo controprocesso, l’assemblea è fondamentale come politica dell’eccesso, come relazione autodeterminata che rompe con l’identità, sostituendo la relazione gerarchica dei partiti politici e delle istituzioni statali. Da questo tipo di auto-organizzazione, è necessario promuovere una nuova associazione tra le persone, una libera associazione che, anziché limitare il potenziale dell’attività umana, consenta, al contrario, il dispiegamento di quelle capacità e forze. In questo processo, si genererebbero rotture con il lavoro astratto (la forma lavoro), che è il nucleo delle relazioni sociali capitaliste e attraverso il quale alieniamo la nostra ricchezza in merci. L’auto-organizzazione in assemblee o comuni è ciò che osserviamo in diverse forme nei governi autonomi locali zapatisti (GAL) o nei cantoni del Confederalismo Democratico in Rojava. È presente anche, seppur in modo più rudimentale e fugace, in molti degli attuali movimenti di resistenza in tutto il mondo, o in recenti rivolte come quelle menzionate all’inizio di questo articolo. Molti di questi processi subiscono battute d’arresto negli eccessi che avevano generato o si dissolvono senza mai emergere in una relazione diversa, riproducendo rapidamente le logiche identitarie contro cui si stavano originariamente battendo. Il grosso problema è che in molti casi combattiamo contro qualcosa in particolare, come l’estrattivismo, il patriarcato o la discriminazione razziale, senza collegare l’oggetto di quella particolare lotta al nucleo che la genera, ovvero il capitale. Estrattivismo, patriarcato o discriminazione razziale non esistono al di fuori del rapporto sociale capitalista. La stessa relazione che cerca costantemente di alienare la nostra attività nella produzione di valore è ciò che genera, ad esempio, l’estrattivismo. Pertanto, se affrontiamo l’estrattivismo senza riconoscere questa connessione, ovvero senza prendere di mira il capitale, allora quella lotta rimane intrappolata nella logica identitaria che il rapporto capitalista impone. Per usare l’eccellente metafora zapatista, non si può combattere nessuna delle teste dell’idra capitalista in particolare senza ignorare il cuore stesso dell’idra. Dobbiamo vedere questa relazione e prendere di mira il cuore dell’idra; altrimenti, le teste dell’idra continueranno a riprodursi. Se siamo contro lo Stato (per fare l’esempio più comune), dobbiamo capire che lo Stato dipende dal capitale. Non possiamo liberarci dallo Stato se non ci liberiamo dal rapporto sociale capitalista, dall’alienazione del lavoro astratto. Quindi, per rompere con le forme identitarie del capitale, è necessario andare contro il nucleo stesso che le genera. Non a caso gli zapatisti usano la metafora dell’idra. Camminano, tra progressi e battute d’arresto, alla ricerca di un altro rapporto sociale, che chiamano “Beni Comuni”. Ciò che cerchiamo qui è di offrire una prospettiva critica e autocritica sulle esperienze di lotta anticapitalista, tenendo conto delle tendenze antagoniste identitarie e anti-identitarie esistenti. Tuttavia, allo stesso tempo, questa prospettiva critica deve permetterci di visualizzare i “risultati” conseguiti, siano essi duraturi nel tempo o fugaci. L’obiettivo è aprire percorsi che permettano di generare relazioni sociali diverse e di creare spazi di autodeterminazione, assembleari e anti-identitari. Liberare la nostra ricchezza dalla forma merce implica simultaneamente la creazione collettiva di altre relazioni sociali, di un altro mondo. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato sul numero 4 della Revista Crítica Anticapitalista (dove è apparso con il titolo La classe operaia trabocca) di Comunizar, non-collettivo argentino fratello di Comune. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI JOHN HOLLOWAY: > Lotta di classe identitaria e non identitaria -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Oltre i rapporti sociali capitalistici proviene da Comune-info.
CHIAPAS: NUOVI ATTACCHI CONTRO I CARACOLES DELL’AUTONOMIA ZAPATISTA.
Nuovo attacco nel sudest del Messico contro l’autonomia zapatista. L’Assemblea dei Collettivi di Governo Autonomo Zapatisti (Acgaza) riferisce di un attacco, nella seconda metà di settembre 2025, al Caracol 8 “Dolores Hidalgo”, non distante dal Caracol che nell’ottobre 2024 aveva denunciato un’altra aggressione armata, stavolta contro la comunità “6 de Octubre”. “30 persone del municipio di Huixtán, protette dall’esercito federale e dalla polizia municipale di Ocosingo, sono entrate nell’abitato di Belén, dove vivono i nostri compagni basi di appoggio zapatisti, responsabili del lavoro collettivo della regione e del lavoro comune della milpa con i nostri fratelli non zapatisti. Questa proprietà è stata recuperata dal 1994…il 20 settembre “sono arrivati due camion dell’esercito federale, tre camion della polizia municipale di Ocosingo e quattro camion della Procura Generale dello Stato. Hanno distrutto e bruciato le case dei responsabili delle basi di appoggio zapatiste, hanno rubato il mais e chi è rimasto ha continuato a rubare”. La zona attaccata, quella del Caracol 8, non è un luogo qualunque; ha infatti ospitato le recenti iniziative per il 30esimo anniversario dell’inizio della rivoluzione zapatista del 1994 e oggi è al centro del progetto di costruzione di una nuova clinica comunitaria. “Il Chiapas di questi giorni – scrive il nostro collaboratore, Andrea Cegna, sulla newsletter Il Finestrino – è un campo di tensione dove il “comune zapatista” — quel tessuto di relazioni e decisioni collettive che si fa governo e comunità — viene assediato da ogni lato. Il Chiapas è sull’orlo della guerra civile, come tutto il Messico. Guerra che il capitale, con l’uso dello stato, sta portando avanti da quasi 20 anni nel paese con il falso mito dello scontro contro i gruppi criminali dediti alla vendita di droga. Ma le economie legali ed illegali, con la politica, e le forze armate, sono attori di un progetto di controllo di potere che vuole speculare sui territori. Sono parti di una stessa medaglia. L’EZLN resiste e con il comune…fa una proposta di pace al paese, al territorio, al mondo. E nel resistere continua a mostrare, al Messico e al mondo, che un’altra politica è possibile, così come un sistema di organizzazione economico-sociale che rifiuta la logica della proprietà e del privilegio. Le compagne e i compagni zapatisti lo stanno facendo, tutti i giorni, coinvolgendo anche chi zapatista non è”. Su Radio Onda d’Urto il contributo del nostro collaboratore Andrea Cegna, curatore della newsletter Il Finestrino. Ascolta o scarica  
L’autocritica zapatista
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta -------------------------------------------------------------------------------- Abbiamo osservato in diverse occasioni che l’autocritica sta scomparendo dalla sinistra mondiale, persino da coloro che si definiscono rivoluzionari o radicali. L’assenza di una pratica politica centrale tra coloro che vogliono cambiare il mondo è parte del collasso della sinistra e dei movimenti antisistemici. Durante la prima settimana di agosto, abbiamo assistito a uno sviluppo completamente nuovo tra i movimenti che lottano per cambiare il mondo. È accaduto al Semenzaio di Morelia, durante l’incontro “Algunas partes del todo“. Per diversi giorni, hanno messo in scena spettacoli che spaziavano da un’assemblea di morti (coloro che sono caduti nella lotta), insegnando agli zapatisti a non ripetere i vecchi errori, a un dialogo tra persone ancora da nascere (interpretato da cento spermatozoi e ovuli), a cui hanno trasmesso le loro riflessioni. Migliaia di persone hanno potuto vedere e ascoltare gli spettacoli, dai partecipanti nazionali e internazionali alle basi di supporto e ai membri delle milizie. L’aspetto più impressionante è stato il modo in cui sono stati messi in scena gli errori commessi dalle Giunte di Buon Governo e dai comuni autonomi, le varie forme di corruzione, come il furto di fondi collettivi, e gli abusi e le negligenze da parte delle autorità. Un primo punto degno di nota è che centinaia di zapatisti hanno messo in scena gli spettacoli, tutti molto giovani, con un numero uguale di ragazzi e ragazze. Il modo nel quale hanno spiegato e si sono comportati sull’enorme palcoscenico al centro dell’asilo nido (delle dimensioni di un campo da calcio) rivela mesi di prove tra basi di diverse comunità e caracoles, dimostrando un enorme coordinamento tra regioni, scrittura di sceneggiature e prove per un lungo periodo di tempo. Ciò che non si vede mi sembra importante quanto ciò che sentiamo. Ma la domanda che mi sembra quasi incredibile, perché non era mai successo prima e non avevo mai potuto assistervi in oltre 55 anni di attivismo, è come, dove e per chi. L’autocritica è stata resa pubblica, davanti alle basi di sostegno e ai partecipanti messicani e internazionali, così come a coloro che hanno partecipato tramite i social media. È stata condotta da gente comune, giovani zapatisti che hanno messo in discussione i metodi delle proprie autorità. L’hanno drammatizzata con una buona dose di umorismo, il che non significa che non fossero critiche rigorose e profonde, rivelando uno stato d’animo sereno e riflessivo. Nella cultura politica in cui ci siamo formati durante la rivoluzione mondiale del 1968 (come la chiamava Wallerstein), l’autocritica era importante, ma col tempo è diventata quasi inesistente e tutti i mali hanno iniziato a essere attribuiti al nemico. Forse è per questo che il Subcomandante Moisés, che ha parlato più volte durante l’incontro, ha sottolineato che “non tutti i problemi derivano dal capitalismo” (cito a memoria). In genere, se c’è autocritica, questa proviene dalla leadership, mai (ma mai) dalla base. Erano i leader a decidere cosa fosse giusto o sbagliato, e il resto dell’organizzazione seguiva la loro guida. “Ogni base di sostegno dovrebbe essere in grado di criticare il proprio governo”, si diceva in una delle performance. Nello zapatismo, si assiste a una clamorosa inversione di questa pratica gerarchica. L’autocritica non è solo pubblica e aperta, ma anche condotta dal basso. Sarebbe stato molto diverso se fosse stata riassunta in un comunicato. Il fatto che siano stati gli zapatisti di base a farlo dimostra due aspetti chiave: la loro fermezza e coerenza etica, implacabili e ostinate; e la decisione politica che le comunità organizzate debbano stabilire la direzione del movimento. Ciò non significa che il Capitano Marcos, il Subcomandante Moisés o il CCRI (Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno) non abbiano alcun ruolo, ma piuttosto che abbiano preso la decisione etico-politica di comandare obbedendo, non come slogan ma come pratica concreta e reale, come guida per le loro azioni. Da lì al rovesciamento della piramide c’è stato solo un passo, compiuto anch’esso collettivamente, dal basso verso l’alto. In precedenza hanno ricordato gli aspetti positivi delle Giunte di Buon governo e dei comuni autonomi, perché non sono stati tutti dei problemi, ma sono stati anche una scuola di autonomia. A questo punto, come i partecipanti con cui ho avuto modo di condividere, credo che dobbiamo inchinarci all’EZLN e alle sue basi di appoggio, per la loro coerenza, per essere ciò che sono e per averci mostrato percorsi mai seguiti prima da nessun movimento, in nessuna parte del mondo, nel corso della storia. Il movimento zapatista è una vera rivoluzione, che non gioca con le parole, ma dimostra pratiche di profondo cambiamento, non capitaliste, non patriarcali. Mi sono formato durante gli anni della Rivoluzione Culturale Cinese, a cui ho aderito con entusiasmo perché credevo che fosse la continuazione delle lotte dopo la conquista del potere, a differenza di quanto era accaduto in Unione Sovietica, dove ogni critica dal basso veniva schiacciata. In seguito abbiamo appreso che la mobilitazione di massa era guidata dai leader del partito per risolvere le controversie tra élite, usando le masse, come sempre. Questo è orribile perché il sangue è stato versato dal basso per rafforzare la piramide. In questi tempi di oscurità globale, di genocidio e massacri dall’alto, lo zapatismo è l’unica speranza. Intatto, immacolato, con errori ma senza orrori. È l’eccezione nel piccolo mondo globale antisistemico, e dobbiamo riconoscerlo come tale. Ci sono riusciti senza arrendersi, senza svendersi, senza cedere… e senza deporre le armi. -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato anche su Desinformemonos: La autocrítica zapatista -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo L’autocritica zapatista proviene da Comune-info.
Dai nostri corpi esausti e spezzati…
-------------------------------------------------------------------------------- Foto di Red de Apoyo Iztapalapa Sexta, che ringraziamo -------------------------------------------------------------------------------- “La nostra professione è la speranza… dai nostri corpi esausti e spezzati deve sorgere un nuovo mondo” con queste parole, trascritte da John Berger, il subcomandante Marcos, ci consegna una delle visioni più profonde e rivoluzionarie della lotta politica contemporanea. Non si tratta di un manifesto ideologico, ma di una dichiarazione esistenziale che ridefinisce il senso stesso della resistenza. Berger ci ricorda che gli zapatisti non hanno un programma politico da imporre. La loro forza non risiede in un’agenda dettagliata di riforme o in una strategia di conquista del potere, ma in qualcosa di più sottile e potente: una coscienza politica che si propone come esempio. È questa la loro vera innovazione – trasformare la politica da imposizione a ispirazione, da conquista a contagio. La loro convinzione è quella di rappresentare i morti, “tutti i morti maltrattati…”: la lotta zapatista si fa carico non solo delle ingiustizie presenti, ma di una genealogia di sofferenza che attraversa le generazioni. “Amor y dolore” – amore e dolore – “due parole che non solo fanno rima, ma che si uniscono e marciano insieme”. In questa sintesi poetica si nasconde una verità profonda: i morti non sono vittime passive da commemorare, ma compagni attivi di un cammino che continua. La loro sofferenza, intrisa d’amore per la giustizia e per la propria gente, diventa eredità trasformativa. I morti zapatisti non reclamano risarcimenti o punizioni – chiedono che la loro sofferenza non sia stata vana. Il loro dolore si trasforma in energia costruttiva, in forza propulsiva verso un mondo che ancora non esiste ma che deve nascere. È una logica generativa. In questa visione, il tempo non è una linea che separa nettamente passato, presente e futuro, ma una spirale dove le generazioni si intrecciano. I morti camminano con i vivi, e i vivi preparano la strada per chi non è ancora nato. Ogni gesto di resistenza, ogni atto di cura, ogni momento di dolore vissuto con dignità diventa parte di un patrimonio collettivo che si trasmette e si moltiplica. Non si tratta di portare sulle spalle il peso del passato, ma di riconoscere di essere parte di un movimento che attraversa le generazioni e che dà senso anche ai gesti più piccoli e quotidiani. “La nostra professione è la speranza” – Così dice Marcos. Non si combatte solo contro qualcosa, ma per qualcosa che ancora non esiste. La speranza diventa pratica quotidiana, disciplina rigorosa, mestiere che si apprende e si perfeziona. Dai “corpi esausti e spezzati deve sorgere un nuovo mondo” – non attraverso la vittoria nel senso tradizionale, ma attraverso una nascita che richiede tutto: vite, corpi, anime. Il sacrificio non è fine a se stesso ma generativo. Gli zapatisti hanno intuito qualcosa di fondamentale: nell’epoca della globalizzazione e della comunicazione istantanea, l’esempio può essere più potente della conquista. Una comunità che riesce a vivere diversamente, che dimostra che altri rapporti sociali sono possibili, che pratica la giustizia invece di limitarsi a rivendicarla, diventa un faro per chiunque nel mondo cerchi alternative. Non si tratta di esportare un modello, ma di mostrare che la trasformazione è possibile. Ogni comunità troverà le sue forme, i suoi ritmi, le sue modalità – ma l’esempio zapatista dimostra che si può vivere la politica come atto d’amore, la resistenza come creazione di futuro, la lotta come professione di speranza. In fondo, continuare la lotta è già una forma di vittoria. Significa che non sono riusciti a spezzare lo spirito, a interrompere la trasmissione di valori, a cancellare la speranza. La continuità stessa diventa atto di resistenza. I morti zapatisti vivono come semi che germogliano, come energie che si trasformano, come voci che continuano a parlare attraverso i gesti quotidiani di chi porta avanti la loro eredità. In un mondo che sembra aver perso la capacità di immaginare alternative, gli zapatisti ci ricordano che la rivoluzione più profonda potrebbe essere quella di ritrovare il senso del sacro nella lotta politica, non il sacro come dogma immutabile, ma come rispetto profondo per la vita, per i morti che ci hanno preceduto e per i non ancora nati che verranno dopo di noi. La loro professione è la speranza. E forse, in questi tempi difficili, non c’è mestiere più urgente da imparare. Mentre il mondo del 2025 si dibatte tra polarizzazioni crescenti, guerre che sembrano non avere fine e la tentazione sempre più forte di rispondere alla violenza con altra violenza, la lezione zapatista risuona con particolare urgenza. Come scriveva ancora Marcos: “Il nostro compito non è quello di vincere, ma di costruire. Non è quello di distruggere l’altro, ma di costruire noi stessi”. In un’epoca che chiede scelte radicali, forse la vera radicalità sta proprio qui: scegliere di essere semi invece che macerie, di professare speranza invece che seminare disperazione. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Ascoltare i morti -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Dai nostri corpi esausti e spezzati… proviene da Comune-info.
CHIAPAS, MESSICO: AL VIA “ALGUNAS PARTES DEL TODO”, UN MIGLIAIO DI COMPAGNE-I DA TUTTO IL MONDO A CONFRONTO CON IL MOVIMENTO ZAPATISTA
Al via il 2 agosto 2025 in Chiapas, Sud Est del Messico, l’incontro “Algunas partes del todo”, ossia “Alcune parti del tutto”; per due settimane, un migliaio di compagne-i, in arrivo da 38 Paesi del mondo (Italia compresa), parteciperanno alla “convocatoria” de La Morelia, un incontro internazionale di resistenze e ribellioni: “Questo – scrivono le realtà organizzatrici, ossia “le comunità zapatiste di origine Maya, attraverso il loro Governo Locale Autonomo, il Collettivo dei Governi Autonomi, Assemblee dei Collettivi di Governo Autonomo, INTERZONA e l’EZLN” – non vuole essere “un incontro di analisi o di approcci teorici, ma piuttosto un incontro di esperienze pratiche di resistenza. Chi di noi sarà presente sa già cos’è questo maledetto sistema e cosa fa contro tutti, così come contro la natura, la conoscenza, le arti, l’informazione, la dignità umana e l’intero pianeta. Non si tratta di esporre teoricamente i mali del sistema capitalista, ma piuttosto di ciò che si sta facendo per resistere e ribellarsi, ovvero per combatterlo. Non vi invitiamo a insegnare. Non siamo i vostri studenti o i vostri apprendisti; né siamo insegnanti o tutor. Siamo, insieme a voi, parti di un tutto che si oppone a un sistema. Dare e dare. Voi ci raccontate le vostre esperienze e noi, il popolo zapatista, raccontiamo le nostre”. Su Radio Onda d’Urto dal Messico l’intervista, effettuata poche ore prima del via di “Alcune parti del tutto” (clicca qui per il video della cerimonia inaugurale) Andrea Cegna, nostro collaboratore, di 20zln.org e curatore de “Il Finestrino”, newsletter dedicata in particolare al SudAmerica. Ascolta o scarica