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Per un’ecologia della liberazione e dell’abbondanza. Una riflessione su “Sfruttare i viventi” – di Alessandro Lombardo
Pubblicato in francese nel 2023 e in italiano nel 2025 (traduzione per Ombre Corte di Gianfranco Morosato, con il sottotitolo "un'ecologia politica del lavoro"), Exploiter les vivants di Paul Guillibert è un breve saggio che ha l’obiettivo di inquadrare una prospettiva che sia in grado di orientare l’azione per uscire dalla crisi ecologica. Seguendo [...]
May 25, 2026
Effimera
Confindustria piange, ma non capisce
Con il solito senso del “servizio”, o del servitore, la stampa italiana ha dato conto delle lamentazioni e delle richieste del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, al Festival dell’economia di Trento. Pura trascrizione del ragionamento, senza alcuna domanda sulle scelte degli imprenditori italiani, come se lo sguardo indagatore della stampa […] L'articolo Confindustria piange, ma non capisce su Contropiano.
May 25, 2026
Contropiano
Finita nel caos la fiducia nel neoliberismo di Trump, e nell’agrobusiness di Paz a La Paz
TRUMP DI FRONTE ALLA CRISI DI FIDUCIA TRA NEOLIBERISMO, PROTEZIONISMO ED AUTORITARISMO Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988 -------------------------------------------------------------------------------- SPONTANEA, SINCERA, SOLIDALE: È ANCORA LA LOTTA DEL POPOLO BOLIVIANO El Poder de la Verdad: ¡incaPaz! Nella lunga tradizione della Central Obrera Boliviana s’inserisce la sollevazione contro il presidente  Rodrigo Paz, che sei mesi fa si fece eleggere fingendo di essere alternativa moderata ai peggiori fascisti e opzione utile a infliggere una sonora sconfitta al Mas per poi svendere tutti i diritti conquistati negli anni dei governi progressisti del Mas e sta regalando al trumpsimo risorse, ricchezze e dignità delle comunità andine, abbracciando l’agrobusiness con il detonatore della legge 1720, che ha fatto esplodere la convergenza in piazza di ogni settore della società. Alcune immagini rimangono emblematiche della determinazione dei Ponchos Rojos, irriducibile servizio d’ordine fin dalla Guerra per il Gas dotato di temibili fruste che mettono in fuga servi dello stato che hanno già causato 4 morti e svariati feriti (e desaparecidos): come spiega Andrea Cegna anche ne suo Finestrino, i lavoratori e gli autoctoni boliviani godono di una tradizione di conflittualità politica mai sopita, nemmeno dal populismo di Morales, capace di innescarsi e unirsi in forme che si impongono all’assetto politico, persino quando è disegnato dall’imperialismo statunitense. Tra stereotipi razzisti e tentativi di lettura colpevolizzanti della capacità di mobilitazione indigena si evidenzia ancora una volta come il conflitto nasca in Bolivia a partire dalla discriminazione colonialista bianca nei confronti della numerosa componente indigena in un paese tra i pochi in Latinamerica in cui non si è materializzato lo stesso sterminio e cancellazione della cultura preconquistatoderes: da un lato la violenza di classe consapevole, dall’altra la violenza razzista e altrettanto consapevolmente coloniale. E infatti i campi sono polarizzati anche per il sostegno internazionale da parte delle forze dell’oppressione, con l’intervento di Milei e l’appoggio logistico della Cia (in pieno Hondurasgate), per andare verso un nuovo Plan Condor; mentre dall’altro lato ci sono balbettii da Petro e pochi altri rimasugli dell’asse dei governi progressisti che non hanno preso posizione contro il trumpismo neanche dopo il rapimento di Maduro. E questo ci porta ad accennare a quello che sta capitando al largo de L’Havana. Il simbolismo cubano non può consentire il rapimento di Raul Castro: così come la movimentazione boliviana non ha nulla di ideologico, il pragmatismo regola tutto e quel tutto passa attraverso il territorio centrale della Bolivia: un consolidamento delle conquiste operate e la consapevolezza della grandiosità delle conquiste da difendere, perché laddove si cresce assaporando la libertà di giocare a pallone senza controlli e disciplina, si sviluppa – e non viene atrofizzata da nessuna educazione – la capacità di portarsi dentro la testimonianza esperita che un altro mondo è possibile. E se qualcuno si azzarda a portare via il pallone, si avverte subito il sopruso e la reazione è spontanea, immediata e determinata. https://www.spreaker.com/episode/non-c-e-paz-in-bolivia-per-chi-ha-assaporato-un-altro-mondo-possibile–72135167 Nei giorni successivi a questa analisi di Andrea Cegna l’info della radio ha approfondito la situazione, che come temeva il nostro interlocutore, sta scivolando in una sorta di guerra civile che vede la componente aymara e indigena in generale contrapporsi alla arroganza bianca che si è ripresa l’intero potere; si trovano qui svariati interventi: https://radioblackout.org/2026/05/bolivia-in-rivolta-contro-il-governo-paz/
Finita nel caos la fiducia nel neoliberismo di Trump, e nell’agrobusiness di Paz a La Paz
TRUMP DI FRONTE ALLA CRISI DI FIDUCIA TRA NEOLIBERISMO, PROTEZIONISMO ED AUTORITARISMO Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988 -------------------------------------------------------------------------------- SPONTANEA, SINCERA, SOLIDALE: È ANCORA LA LOTTA DEL POPOLO BOLIVIANO El Poder de la Verdad: ¡incaPaz! Nella lunga tradizione della Central Obrera Boliviana s’inserisce la sollevazione contro il presidente  Rodrigo Paz, che sei mesi fa si fece eleggere fingendo di essere alternativa moderata ai peggiori fascisti e opzione utile a infliggere una sonora sconfitta al Mas per poi svendere tutti i diritti conquistati negli anni dei governi progressisti del Mas e sta regalando al trumpsimo risorse, ricchezze e dignità delle comunità andine, abbracciando l’agrobusiness con il detonatore della legge 1720, che ha fatto esplodere la convergenza in piazza di ogni settore della società. Alcune immagini rimangono emblematiche della determinazione dei Ponchos Rojos, irriducibile servizio d’ordine fin dalla Guerra per il Gas dotato di temibili fruste che mettono in fuga servi dello stato che hanno già causato 4 morti e svariati feriti (e desaparecidos): come spiega Andrea Cegna anche ne suo Finestrino, i lavoratori e gli autoctoni boliviani godono di una tradizione di conflittualità politica mai sopita, nemmeno dal populismo di Morales, capace di innescarsi e unirsi in forme che si impongono all’assetto politico, persino quando è disegnato dall’imperialismo statunitense. Tra stereotipi razzisti e tentativi di lettura colpevolizzanti della capacità di mobilitazione indigena si evidenzia ancora una volta come il conflitto nasca in Bolivia a partire dalla discriminazione colonialista bianca nei confronti della numerosa componente indigena in un paese tra i pochi in Latinamerica in cui non si è materializzato lo stesso sterminio e cancellazione della cultura preconquistatoderes: da un lato la violenza di classe consapevole, dall’altra la violenza razzista e altrettanto consapevolmente coloniale. E infatti i campi sono polarizzati anche per il sostegno internazionale da parte delle forze dell’oppressione, con l’intervento di Milei e l’appoggio logistico della Cia (in pieno Hondurasgate), per andare verso un nuovo Plan Condor; mentre dall’altro lato ci sono balbettii da Petro e pochi altri rimasugli dell’asse dei governi progressisti che non hanno preso posizione contro il trumpismo neanche dopo il rapimento di Maduro. E questo ci porta ad accennare a quello che sta capitando al largo de L’Havana. Il simbolismo cubano non può consentire il rapimento di Raul Castro: così come la movimentazione boliviana non ha nulla di ideologico, il pragmatismo regola tutto e quel tutto passa attraverso il territorio centrale della Bolivia: un consolidamento delle conquiste operate e la consapevolezza della grandiosità delle conquiste da difendere, perché laddove si cresce assaporando la libertà di giocare a pallone senza controlli e disciplina, si sviluppa – e non viene atrofizzata da nessuna educazione – la capacità di portarsi dentro la testimonianza esperita che un altro mondo è possibile. E se qualcuno si azzarda a portare via il pallone, si avverte subito il sopruso e la reazione è spontanea, immediata e determinata. https://www.spreaker.com/episode/non-c-e-paz-in-bolivia-per-chi-ha-assaporato-un-altro-mondo-possibile–72135167 Nei giorni successivi a questa analisi di Andrea Cegna l’info della radio ha approfondito la situazione, che come temeva il nostro interlocutore, sta scivolando in una sorta di guerra civile che vede la componente aymara e indigena in generale contrapporsi alla arroganza bianca che si è ripresa l’intero potere; si trovano qui svariati interventi: https://radioblackout.org/2026/05/bolivia-in-rivolta-contro-il-governo-paz/
Finita nel caos la fiducia nel neoliberismo di Trump, e nell’agrobusiness di Paz a La Paz
TRUMP DI FRONTE ALLA CRISI DI FIDUCIA TRA NEOLIBERISMO, PROTEZIONISMO ED AUTORITARISMO Riprendiamo le nostre conversazioni sui temi economici con Dario Togati professore di economia politica presso la scuola di Management ed Economia dell’università di Torino ed autore di un libro intitolato “il capitalismo fragile “ in cui affronta i temi della crisi di fiducia che attraversano oggi le società capitalistiche avanzate e le contraddizioni del modello Trump negli Stati Uniti . La crisi della fiducia nel caso di Trump ,si manifesta con la difficoltà degli Stati Uniti a sostenere il ruolo di egemone globale ,ereditato dalle conseguenze del 1989 con la fine della guerra fredda. L’aumento dell’incertezza globale provocata dagli scossoni del tycoon all’ordine globale rende ancora più problematico per gli U.S.A. mantenere il privilegio del dollaro come moneta di riferimento degli scambi internazionali ed al contempo bene rifugio. A differenza delle opinioni di alcuni economisti non si può definire Trump un pazzo ma c’è un metodo nella sua follia ,non capirlo è la manifestazione di un limite evidente degli economisti che si basano su modelli avulsi dalla realtà ,dimostrando l’incapacità della teoria economica dominante di spiegare ciò che accade. Spesso l’accademia fa riferimento ad agenti economici che agiscono come Robinson Crusoe in un’isola deserta, l’economia teorica ha fatto grandi passi indietro mettendo da parte le idee di Keynes . Keynes viene riscoperto solo in occasione delle crisi, invocando l’intervento statale ,tanto vituperato dai neoliberisti, per affrontare le conseguenze catastrofiche provocate dalle stesse politiche neo liberali Trump rappresenta un tentativo rozzo e incoerente di rispondere alle difficoltà del capitalismo americano, ha vinto le elezioni perché ha interpretato la crisi di fiducia degli elettori che nasce da problemi strutturali del modello capitalista americano e dagli effetti della crisi finanziaria del 2008. Il declino del modello neoliberista, abbracciato dalle classi dominati americane dalla metà degli anni 70, è ormai ammesso da vari economisti .Si è passati da un modello inclusivo che vedeva tassi di crescita elevati ,aumento del salario reale,espansione del welfare ad un modello neoliberista dominato dalle teorie monetariste di Milton Friedman sperimentate sulla pelle viva dei cileni con il golpe del 1973 . Con la crisi petrolifera che è seguita alla guerra del Kippur e la reazione dell’Opec con la crescita del prezzo del petrolio è saltato il modello dominante keynesiano. L’aumento dell’inflazione ,la fine degli accordi di Bretton Woods e della convertibilità in oro del dollaro sono stati alcuni dei fattori che hanno permesso al modello monetarista di prendere il sopravvento nella politica economica e nell’accademia . Si è fatta strada l’idea che la politica del “laissez faire” portasse ad una crescita per tutti ,come quando la marea fa alzare le barche piccole e grandi,invece le diseguaglianze sono aumentate e i profitti si sono concentrati in poche mani . Con la crisi del 2008 il turbocapitalismo si è inceppato, il modello di crescita continua si è rivelato un incubo, ha prodotto disuguaglianze, aumento dei profitti finanziari ,compressione dei salari, crescita della povertà. La crescita di Wall street è stata superiore a quella dell’economia reale, nel 2008 molti colossi finanziari sono stati salvati a differenza dei piccoli risparmiatori che hanno perso la casa ed i propri risparmi. Trump ha cavalcato questo scontento, ha dato una risposta alle istanze del popolo MAGA che lo ha sostenuto mirando ad accontentare la sua base con una risposta di tipo autoritario che si indirizzava su due direzioni: l’attacco contro chi sta in basso come migranti, stranieri e contro chi sta in alto alle élite,i giornali,le università, alla ricerca scientifica. Due modi di rispondere alla base che forniscono un “salario ideologico” per compensare la perdita del potere d’acquisto reale causato dalle sue politiche che aggravano le condizioni dei lavoratori americani . Con lo sfoggio di autorità religiosa, il coinvolgimento dei vari pastori ,la polemica con il Vaticano ,la costituzione dell’Ufficio della fede vuole sfruttare la religione per vendere un modello di supremazia americana in cui il suo è l’unico potere al mondo capace di dettare l’agenda a qualsiasi altro potere. Anche la tecnologia diventa messianica , trova testimonial come Peter Thiel che va in giro a fare conferenze sull’Anticristo ,si sta producendo una narrazione pericolosa che occulta la realtà del declino del potere d’acquisto reale delle famiglie americane ,come dimostra molto più prosaicamente l’aumento della benzina a 5 dollari al gallone. L’operazione narrativa cozza però con il problema reale dell’enorme debito pubblico americano e le difficoltà a rendere appetibile il dollaro. La disarticolazione delle organizzazioni multilaterali e la politica dei dazi mirano ad accrescere l’afflusso di capitali e la richiesta sul mercato dei dollari. I cinesi hanno per anni comprato debito americano, ma negli ultimi tempi stanno riducendo la loro esposizione ai treasury americani, Trump vuole evitare che nasca una moneta alternativa al dollaro, ridurre l’appeal dell’euro, attraverso questo stato di guerra continua vuole impedire la nascita di una seria alternativa al dollaro considerando che lo yuan non è convertibile ed ancora non è diventata una moneta universalmente utilizzata negli scambi commerciali. Il modello di capitalismo casinò messo in piedi da Trump con i monumentali conflitti d’interessi suoi e del suo clan è estremamente fragile ed esposto ad oscillazioni vertiginose . Se cambia il vento a Wall street la finanza è molto veloce a cambiare cavallo e il progetto delle criptovalute rappresenta il tentativo di trasferire sulla Fed l’onere di proteggere i suoi investimenti dalla volatilità , altro che la visione ultraliberale di von Hayek ,di una valuta che esiste senza banche centrali e solo con lo scambio fra privati . Trump è legato alle lobbies del fossile ,il mondo della old economy ,vorrebbe reindustrializzare l’economia americana ma non è facile ritornare indietro dopo aver delocalizzato in giro per il mondo la produzione manifatturiera. Con il modello protezionista dei dazi dovrebbe essere più conveniente investire negli Stati Uniti , ma questo impasto di protezionismo ,neoliberismo autoritarismo non sembra convincere i potenziali investitori. Il capitalismo è un sistema plastico e proteiforme che cambia pelle di continuo, l’idea forte è che la competizione globale puo’ essere vinta da un sistema che abbia capacità di centralizzazione ,dirigismo dall’alto. Trump è divenuto il collettore delle istanze dei grandi tecnocapitalisti ,orientanti verso il comparto bellico , perseguendo un coordinamento delle strategie industriali già iniziato da Biden di natura più dirigista che neoliberista. Si va verso una sorta capitalismo di stato, generando anche una divergenza d’interessi tra i grandi fondi e le politiche di Trump che implicano la fine del soft power, la cui perdita se dovesse tracimare nel sistema finanziario comporterebbe seri rischi per il fondi finanziari che controllano i flussi d’investimento. https://www.spreaker.com/episode/trump-di-fronte-alla-crisi-di-fiducia–72134988 -------------------------------------------------------------------------------- SPONTANEA, SINCERA, SOLIDALE: È ANCORA LA LOTTA DEL POPOLO BOLIVIANO El Poder de la Verdad: ¡incaPaz! Nella lunga tradizione della Central Obrera Boliviana s’inserisce la sollevazione contro il presidente  Rodrigo Paz, che sei mesi fa si fece eleggere fingendo di essere alternativa moderata ai peggiori fascisti e opzione utile a infliggere una sonora sconfitta al Mas per poi svendere tutti i diritti conquistati negli anni dei governi progressisti del Mas e sta regalando al trumpsimo risorse, ricchezze e dignità delle comunità andine, abbracciando l’agrobusiness con il detonatore della legge 1720, che ha fatto esplodere la convergenza in piazza di ogni settore della società. Alcune immagini rimangono emblematiche della determinazione dei Ponchos Rojos, irriducibile servizio d’ordine fin dalla Guerra per il Gas dotato di temibili fruste che mettono in fuga servi dello stato che hanno già causato 4 morti e svariati feriti (e desaparecidos): come spiega Andrea Cegna anche ne suo Finestrino, i lavoratori e gli autoctoni boliviani godono di una tradizione di conflittualità politica mai sopita, nemmeno dal populismo di Morales, capace di innescarsi e unirsi in forme che si impongono all’assetto politico, persino quando è disegnato dall’imperialismo statunitense. Tra stereotipi razzisti e tentativi di lettura colpevolizzanti della capacità di mobilitazione indigena si evidenzia ancora una volta come il conflitto nasca in Bolivia a partire dalla discriminazione colonialista bianca nei confronti della numerosa componente indigena in un paese tra i pochi in Latinamerica in cui non si è materializzato lo stesso sterminio e cancellazione della cultura preconquistatoderes: da un lato la violenza di classe consapevole, dall’altra la violenza razzista e altrettanto consapevolmente coloniale. E infatti i campi sono polarizzati anche per il sostegno internazionale da parte delle forze dell’oppressione, con l’intervento di Milei e l’appoggio logistico della Cia (in pieno Hondurasgate), per andare verso un nuovo Plan Condor; mentre dall’altro lato ci sono balbettii da Petro e pochi altri rimasugli dell’asse dei governi progressisti che non hanno preso posizione contro il trumpismo neanche dopo il rapimento di Maduro. E questo ci porta ad accennare a quello che sta capitando al largo de L’Havana. Il simbolismo cubano non può consentire il rapimento di Raul Castro: così come la movimentazione boliviana non ha nulla di ideologico, il pragmatismo regola tutto e quel tutto passa attraverso il territorio centrale della Bolivia: un consolidamento delle conquiste operate e la consapevolezza della grandiosità delle conquiste da difendere, perché laddove si cresce assaporando la libertà di giocare a pallone senza controlli e disciplina, si sviluppa – e non viene atrofizzata da nessuna educazione – la capacità di portarsi dentro la testimonianza esperita che un altro mondo è possibile. E se qualcuno si azzarda a portare via il pallone, si avverte subito il sopruso e la reazione è spontanea, immediata e determinata. https://www.spreaker.com/episode/non-c-e-paz-in-bolivia-per-chi-ha-assaporato-un-altro-mondo-possibile–72135167 Nei giorni successivi a questa analisi di Andrea Cegna l’info della radio ha approfondito la situazione, che come temeva il nostro interlocutore, sta scivolando in una sorta di guerra civile che vede la componente aymara e indigena in generale contrapporsi alla arroganza bianca che si è ripresa l’intero potere; si trovano qui svariati interventi: https://radioblackout.org/2026/05/bolivia-in-rivolta-contro-il-governo-paz/
May 24, 2026
Radio Blackout
23 Maggio, la piazza operaia!
Il paradosso negativo di una Repubblica che si dichiara fondata sul lavoro, è che gli operai sono semplicemente scomparsi, anzi sono stati fatti sparire dallo scenario politico e sociale. Le operaie   e gli operai compaiono nella scena politico mediatica solo in tre casi: quando vengono uccisi nei luoghi di […] L'articolo 23 Maggio, la piazza operaia! su Contropiano.
May 23, 2026
Contropiano
Puntata del 19/05/2026@0
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Roberta, una lavoratrice del call center Generali, che assieme alle sue 19 colleghe sta lottando contro la prospettiva del licenziamento previsto per il 15 giugno. Infatti la cooperativa Pro&Out, subappalto di Generali, a marzo aveva annunciato questa mossa, perchè la committenza diceva di non poter più sostenere l’alto costo del lavoro delle operatrici di call center. Vale la pena ricordare che la paga oraria a loro tutt’ora spettante ammonta a 7,28 euro lordi l’ora grazie all’inquadramento con il famigerato contratto collettivo nazionale Multiservizi, infatti il committente Gap s.r.l. avrebbe voluto applicare un contratto pirata con condizioni di lavoro e paga peggiori. E così dopo il primo presidio sotto la sede della Regione Piemonte, all’apertura di una serie di tavoli di trattativa, le lavoratrici assieme al SiCobas Torino, hanno lanciato un appuntamento sempre lì,il 20 maggio in Piazza Piemonte 1 alle 10, con l’intento di avere delle risposte concrete da chi le sta facendo pendere una spada di Damocle sul capo da marzo. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del nuovo piano industriale di Electrolux che prevede circa 1700 esuberi negli stabilimenti italiani, lo abbiamo affrontato in compagnia di Cinzia RSU FIOM Forli per Electrolux. In breve da un comunicato degli RSU Fiom: “La multinazionale Electrolux ha annunciato un piano industriale fortemente contestato, che prevede ben 1.700 esuberi in Italia, una cifra che rischia di salire a 1.900 se si considerano i lavoratori con contratti a termine. La contrazione mette in serio pericolo l’intero comparto produttivo del “bianco” nazionale. A Susegana, storico polo dell’azienda, gli operai sono immediatamente e nuovamente scesi in sciopero per due ore per manifestare il proprio dissenso: il timore diffuso tra i lavoratori è quello di vedere svuotate le fabbriche e di subire il dramma del licenziamento, evocando i fantasmi della dura crisi già affrontata nel 2014. La reazione della politica e delle istituzioni locali. Il fronte istituzionale si è compattato in modo netto contro i vertici aziendali: Regioni e Governo: il presidente del Veneto, Alberto Stefani, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, hanno definito “inaccettabili” i tagli lineari proposti. Il Governo chiederà formalmente il ritiro del piano nell’incontro fissato per il 25 maggio a Roma, esigendo un nuovo progetto che tuteli l’occupazione ed escluda i licenziamenti collettivi. I Sindaci del Territorio: ben 18 sindaci della Marca Trevigiana, guidati dal primo cittadino di Susegana Gianni Montesel e da quello di Conegliano Fabio Chies, si sono uniti ai sindacati e ai delegati Rsu per chiedere di essere ammessi al tavolo delle trattative nella Capitale. L’obiettivo è difendere il tessuto economico locale e scongiurare un devastante impatto sull’indotto industriale della cosiddetta white Valley” Buon ascolto
Puntata del 19/05/2026@1
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Roberta, una lavoratrice del call center Generali, che assieme alle sue 19 colleghe sta lottando contro la prospettiva del licenziamento previsto per il 15 giugno. Infatti la cooperativa Pro&Out, subappalto di Generali, a marzo aveva annunciato questa mossa, perchè la committenza diceva di non poter più sostenere l’alto costo del lavoro delle operatrici di call center. Vale la pena ricordare che la paga oraria a loro tutt’ora spettante ammonta a 7,28 euro lordi l’ora grazie all’inquadramento con il famigerato contratto collettivo nazionale Multiservizi, infatti il committente Gap s.r.l. avrebbe voluto applicare un contratto pirata con condizioni di lavoro e paga peggiori. E così dopo il primo presidio sotto la sede della Regione Piemonte, all’apertura di una serie di tavoli di trattativa, le lavoratrici assieme al SiCobas Torino, hanno lanciato un appuntamento sempre lì,il 20 maggio in Piazza Piemonte 1 alle 10, con l’intento di avere delle risposte concrete da chi le sta facendo pendere una spada di Damocle sul capo da marzo. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del nuovo piano industriale di Electrolux che prevede circa 1700 esuberi negli stabilimenti italiani, lo abbiamo affrontato in compagnia di Cinzia RSU FIOM Forli per Electrolux. In breve da un comunicato degli RSU Fiom: “La multinazionale Electrolux ha annunciato un piano industriale fortemente contestato, che prevede ben 1.700 esuberi in Italia, una cifra che rischia di salire a 1.900 se si considerano i lavoratori con contratti a termine. La contrazione mette in serio pericolo l’intero comparto produttivo del “bianco” nazionale. A Susegana, storico polo dell’azienda, gli operai sono immediatamente e nuovamente scesi in sciopero per due ore per manifestare il proprio dissenso: il timore diffuso tra i lavoratori è quello di vedere svuotate le fabbriche e di subire il dramma del licenziamento, evocando i fantasmi della dura crisi già affrontata nel 2014. La reazione della politica e delle istituzioni locali. Il fronte istituzionale si è compattato in modo netto contro i vertici aziendali: Regioni e Governo: il presidente del Veneto, Alberto Stefani, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, hanno definito “inaccettabili” i tagli lineari proposti. Il Governo chiederà formalmente il ritiro del piano nell’incontro fissato per il 25 maggio a Roma, esigendo un nuovo progetto che tuteli l’occupazione ed escluda i licenziamenti collettivi. I Sindaci del Territorio: ben 18 sindaci della Marca Trevigiana, guidati dal primo cittadino di Susegana Gianni Montesel e da quello di Conegliano Fabio Chies, si sono uniti ai sindacati e ai delegati Rsu per chiedere di essere ammessi al tavolo delle trattative nella Capitale. L’obiettivo è difendere il tessuto economico locale e scongiurare un devastante impatto sull’indotto industriale della cosiddetta white Valley” Buon ascolto
Puntata del 19/05/2026@0
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Roberta, una lavoratrice del call center Generali, che assieme alle sue 19 colleghe sta lottando contro la prospettiva del licenziamento previsto per il 15 giugno. Infatti la cooperativa Pro&Out, subappalto di Generali, a marzo aveva annunciato questa mossa, perchè la committenza diceva di non poter più sostenere l’alto costo del lavoro delle operatrici di call center. Vale la pena ricordare che la paga oraria a loro tutt’ora spettante ammonta a 7,28 euro lordi l’ora grazie all’inquadramento con il famigerato contratto collettivo nazionale Multiservizi, infatti il committente Gap s.r.l. avrebbe voluto applicare un contratto pirata con condizioni di lavoro e paga peggiori. E così dopo il primo presidio sotto la sede della Regione Piemonte, all’apertura di una serie di tavoli di trattativa, le lavoratrici assieme al SiCobas Torino, hanno lanciato un appuntamento sempre lì,il 20 maggio in Piazza Piemonte 1 alle 10, con l’intento di avere delle risposte concrete da chi le sta facendo pendere una spada di Damocle sul capo da marzo. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del nuovo piano industriale di Electrolux che prevede circa 1700 esuberi negli stabilimenti italiani, lo abbiamo affrontato in compagnia di Cinzia RSU FIOM Forli per Electrolux. In breve da un comunicato degli RSU Fiom: “La multinazionale Electrolux ha annunciato un piano industriale fortemente contestato, che prevede ben 1.700 esuberi in Italia, una cifra che rischia di salire a 1.900 se si considerano i lavoratori con contratti a termine. La contrazione mette in serio pericolo l’intero comparto produttivo del “bianco” nazionale. A Susegana, storico polo dell’azienda, gli operai sono immediatamente e nuovamente scesi in sciopero per due ore per manifestare il proprio dissenso: il timore diffuso tra i lavoratori è quello di vedere svuotate le fabbriche e di subire il dramma del licenziamento, evocando i fantasmi della dura crisi già affrontata nel 2014. La reazione della politica e delle istituzioni locali. Il fronte istituzionale si è compattato in modo netto contro i vertici aziendali: Regioni e Governo: il presidente del Veneto, Alberto Stefani, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, hanno definito “inaccettabili” i tagli lineari proposti. Il Governo chiederà formalmente il ritiro del piano nell’incontro fissato per il 25 maggio a Roma, esigendo un nuovo progetto che tuteli l’occupazione ed escluda i licenziamenti collettivi. I Sindaci del Territorio: ben 18 sindaci della Marca Trevigiana, guidati dal primo cittadino di Susegana Gianni Montesel e da quello di Conegliano Fabio Chies, si sono uniti ai sindacati e ai delegati Rsu per chiedere di essere ammessi al tavolo delle trattative nella Capitale. L’obiettivo è difendere il tessuto economico locale e scongiurare un devastante impatto sull’indotto industriale della cosiddetta white Valley” Buon ascolto
Puntata del 19/05/2026@1
Il primo approfondimento della serata lo abbiamo fatto in compagnia di Roberta, una lavoratrice del call center Generali, che assieme alle sue 19 colleghe sta lottando contro la prospettiva del licenziamento previsto per il 15 giugno. Infatti la cooperativa Pro&Out, subappalto di Generali, a marzo aveva annunciato questa mossa, perchè la committenza diceva di non poter più sostenere l’alto costo del lavoro delle operatrici di call center. Vale la pena ricordare che la paga oraria a loro tutt’ora spettante ammonta a 7,28 euro lordi l’ora grazie all’inquadramento con il famigerato contratto collettivo nazionale Multiservizi, infatti il committente Gap s.r.l. avrebbe voluto applicare un contratto pirata con condizioni di lavoro e paga peggiori. E così dopo il primo presidio sotto la sede della Regione Piemonte, all’apertura di una serie di tavoli di trattativa, le lavoratrici assieme al SiCobas Torino, hanno lanciato un appuntamento sempre lì,il 20 maggio in Piazza Piemonte 1 alle 10, con l’intento di avere delle risposte concrete da chi le sta facendo pendere una spada di Damocle sul capo da marzo. Buon ascolto -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- Il secondo argomento della puntata è stato quello del nuovo piano industriale di Electrolux che prevede circa 1700 esuberi negli stabilimenti italiani, lo abbiamo affrontato in compagnia di Cinzia RSU FIOM Forli per Electrolux. In breve da un comunicato degli RSU Fiom: “La multinazionale Electrolux ha annunciato un piano industriale fortemente contestato, che prevede ben 1.700 esuberi in Italia, una cifra che rischia di salire a 1.900 se si considerano i lavoratori con contratti a termine. La contrazione mette in serio pericolo l’intero comparto produttivo del “bianco” nazionale. A Susegana, storico polo dell’azienda, gli operai sono immediatamente e nuovamente scesi in sciopero per due ore per manifestare il proprio dissenso: il timore diffuso tra i lavoratori è quello di vedere svuotate le fabbriche e di subire il dramma del licenziamento, evocando i fantasmi della dura crisi già affrontata nel 2014. La reazione della politica e delle istituzioni locali. Il fronte istituzionale si è compattato in modo netto contro i vertici aziendali: Regioni e Governo: il presidente del Veneto, Alberto Stefani, e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, hanno definito “inaccettabili” i tagli lineari proposti. Il Governo chiederà formalmente il ritiro del piano nell’incontro fissato per il 25 maggio a Roma, esigendo un nuovo progetto che tuteli l’occupazione ed escluda i licenziamenti collettivi. I Sindaci del Territorio: ben 18 sindaci della Marca Trevigiana, guidati dal primo cittadino di Susegana Gianni Montesel e da quello di Conegliano Fabio Chies, si sono uniti ai sindacati e ai delegati Rsu per chiedere di essere ammessi al tavolo delle trattative nella Capitale. L’obiettivo è difendere il tessuto economico locale e scongiurare un devastante impatto sull’indotto industriale della cosiddetta white Valley” Buon ascolto