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L’accanimento repressivo contro il dissenso continua a crescere
Queste le dichiarazioni di Antonella Bundu e Dmitrij Palagi (Sinistra Progetto Comune) e di Francesca Ciuffi (SUDD Cobas) “La Questura di Prato, attraverso la Divisione Investigazioni Generali e Operazioni Speciali, ha notificato ad Antonella Bundu un verbale di accertamento di illecito amministrativo per il presidio antifascista tenuto in piazza Europa il 6 e 7 marzo 2026. La contestazione è la violazione dell’articolo 18, commi 1 e 3, del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, così come modificato dall’articolo 9 del decreto-legge 24 febbraio 2026 n. 23, il cosiddetto “decreto sicurezza”. La sanzione prevista va da 1.000 a 10.000 euro e sarà quantificata dal Prefetto di Prato. Antonella Bundu ha potuto leggere la PEC solo ieri: il suo telefono è finito in mare durante il sequestro della Global Sumud Flotilla in acque internazionali da parte delle forze armate israeliane, e per settimane è rimasta priva degli strumenti per comunicare. La notifica di una sanzione per aver difeso la memoria della deportazione la raggiunge mentre ancora porta sul corpo l’esperienza di un’altra violenza di Stato, quella subita in mare per aver tentato di rompere l’assedio su Gaza. Cosa è successo davvero il 7 marzo? Il 7 marzo a Prato non è una data qualunque. Nel 1944, dopo gli scioperi operai contro l’occupazione nazista e i collaborazionisti fascisti, 133 cittadini pratesi furono rastrellati e deportati nei campi di concentramento di Mauthausen ed Ebensee. In pochi tornarono. In quella giornata di memoria il comitato neofascista “Remigrazione e Riconquista” aveva scelto di portare in piazza Europa, su appello nazionale, le proprie parole d’ordine sulla deportazione degli stranieri e sulla “remigrazione”. A questo la città ha risposto: lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti, sindacato, associazioni e forze politiche hanno presidiato lo spazio pubblico perché in quella piazza, in quel giorno, non si celebrasse l’apologia di ciò che ottant’anni prima aveva riempito i vagoni diretti ai lager. Il verbale contesta a Bundu di aver contribuito al montaggio di una tenda, di aver preso pubblicamente la parola nel corso di una conferenza stampa e di aver diffuso sui propri profili social l’invito al presidio. Le si addebita, in sostanza, di aver fatto politica e antifascismo alla luce del sole. Non ci risulta che difendere la memoria di una deportazione e contrastare un raduno neofascista costituisca un pericolo per l’ordine pubblico: ci risulta semmai il contrario. Il profilo giuridico merita attenzione, perché è qui che si misura l’arbitrio. L’articolo 18 del TULPS è una norma del 1926, consolidata nel testo unico fascista del 1931. La Corte costituzionale lo ha colpito a più riprese: con la sentenza n. 27 del 1958, con la n. 90 del 1970 e con la n. 11 del 1979. Proprio quest’ultima ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il punto che equiparava i promotori della riunione a chi semplicemente vi prende la parola. Come ha documentato il costituzionalista Edoardo Caterina, il decreto sicurezza del 2026 ha di fatto riesumato quella previsione, reintroducendo la sanzione per “coloro che nelle riunioni predette prendono la parola”: una disposizione giuridicamente inesistente perché travolta dalla declaratoria di illegittimità del 1979. Contestare ad Antonella Bundu di aver “preso la parola” significa fondare un provvedimento punitivo su una norma che la Corte costituzionale ha cancellato dall’ordinamento mezzo secolo fa. C’è di più. Il decreto sicurezza viene presentato come una depenalizzazione, perché trasforma il reato di omesso preavviso, prima punito con l’arresto, in illecito amministrativo. Ma la sanzione pecuniaria introdotta (fino a 10.000 euro per l’omesso preavviso e fino a 12.000 per l’inosservanza delle prescrizioni) è ben più afflittiva della vecchia ammenda. Si toglie il timbro penale e si moltiplica per dieci il costo economico del dissenso. È una depenalizzazione di facciata che colpisce il portafoglio per scoraggiare la piazza. La notifica a Bundu non arriva da sola. Si aggiunge alle sanzioni già recapitate al Sudd Cobas per lo stesso presidio: a ciascuna delle sindacaliste e dei sindacalisti colpiti sono state contestate tre violazioni per omesso preavviso, fino a 10.000 euro, e due per non aver obbedito all’ordine di scioglimento, fino a 20.000 euro. È uno dei primi utilizzi in Toscana del nuovo decreto sicurezza, e non è un caso che colpisca chi organizza il conflitto sindacale e l’antifascismo militante. Lo stesso strumento, denuncia il sindacato, viene usato anche per punire chi sciopera: un attacco a 360 gradi alle libertà democratiche e al diritto di sciopero. Con il decreto sicurezza non è più la magistratura a decidere se e come punire chi manifesta: è la Questura ad avere la facoltà di comminare sanzioni pesantissime, senza dover passare dal vaglio di un giudice. La libertà di riunione viene sottratta al controllo di un tribunale e consegnata alla discrezionalità dell’autorità di pubblica sicurezza. È un arretramento dello Stato di diritto che riguarda tutte e tutti, non solo chi quel giorno era in piazza. Non è una vicenda solo pratese. A Firenze la Prefettura ha già notificato verbali con sanzioni fino a 10.000 euro a chi, il 28 marzo, aveva espresso contrarietà all’apertura della sede di Futuro Nazionale in piazza Tanucci. Il filo è evidente: si usa una norma di matrice fascista, rianimata da un governo di destra, per sanzionare l’antifascismo, lo sciopero e la solidarietà. Si protegge chi predica la “remigrazione” e si multa chi la contesta. C’è poi l’episodio che ha colpito i CARC per una contestazione alla sede di Fratelli d’Italia in piazza Oberdan. Insomma le destre provocano, tutelate dai loro ruoli di potere, chi risponde dal basso viene colpito dall’alto. Quello che è in gioco non è la regolarità di un preavviso, ma la libertà di riunione garantita dagli articoli 17 e 21 della Costituzione. Il decreto sicurezza si inserisce in una più ampia operazione di disciplinamento sociale: criminalizzare il dissenso, spaventare chi organizza il conflitto, alzare il prezzo della partecipazione politica fino a renderla un lusso. È la grammatica del capitalismo di guerra, che disinveste da salari e servizi pubblici per riversare risorse nel riarmo e ha bisogno di una società irreggimentata e silenziosa. Sinistra Progetto Comune e SUDD Cobas non si fanno ovviamente spaventare e anzi si impegneranno con tutte le altre realtà colpite per costruire una risposta ampia diffusa, che porti alla cancellazione di queste norme, oltre che all’annullamento delle sanzioni”. (s.spa.) Redazione Italia
June 13, 2026
Pressenza
No ai CPR in Toscana: la Commissione 7 dà parere favorevole
Dopo che il Ministro Piantedosi ha formalizzato il progetto di un CPR a Pallerone, nel Comune di Aulla, il gruppo consiliare Sinistra Progetto Comune chiede a Sindaca e Giunta una posizione chiara e strutturale: nessun centro di permanenza per i rimpatri in Toscana, e un impegno concreto sul modello alternativo dell’accoglienza diffusa”Il gruppo consiliare Sinistra Progetto Comune ha depositato alcune settimane fa la mozione contro l’introduzione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) in Toscana: è arrivata in discussione in un momento di urgenza concreta, visto che lo scorso aprile il Ministro dell’Interno ha scritto al Presidente della Regione Giani, comunicando la scelta di un’area demaniale a Pallerone, nel Comune di Aulla, come sede per un nuovo CPR toscano, avviando il relativo iter tecnico-amministrativo. L’opposizione è stata immediata, per fortuna, vedendo contrarie anche le istituzioni locali di Aulla. Il 28 maggio un incontro tra il Sindaco Valettini e il Ministro ha aperto quella che è stata definita «una pausa di riflessione», senza però alcun impegno formale a ritirare il progetto. La mozione di Sinistra Progetto Comune non si limita a dire no al CPR di Pallerone. Dice no a qualsiasi CPR in Toscana (inclusa qualsiasi ipotesi sul territorio fiorentino) e lo fa a partire da un argomento che non è NIMBY, ma costituzionale e di diritto (o meglio di diritti). I CPR, così come sono strutturati, non sono istituti penitenziari: sono strutture di trattenimento amministrativo che limitano la libertà personale di persone che non hanno commesso reati, in condizioni che numerosi studi accademici, rapporti giuridici e lo stesso Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale hanno documentato come incompatibili con la Costituzione e con gli standard internazionali di tutela dei diritti umani. La Corte costituzionale stessa ha rilevato criticità tali da mettere i giudici di fronte al «bivio tra applicare una misura che comporta la privazione della libertà personale in condizioni incompatibili con la Costituzione, o rifiutarsi di applicare la norma». La mozione richiama anche la storia recente di chi ha perso la vita nei CPR: il murales in Piazza Nannotti che Florence Must Act ha dedicato a Ousmane Sylla e Moussa Baldé testimonia come questo non sia un dibattito astratto. È una questione di corpi, di diritti sottratti, di responsabilità politica concreta. La Regione Toscana ha una storia di opposizione ai CPR. Il Consiglio comunale di Firenze non può fare meno, come abbiamo sempre chiesto anche nella precedente consiliatura. La mozione invita l’Amministrazione a proseguire nel sostegno del modello toscano di accoglienza diffusa (rafforzando le risorse per il Sistema di Accoglienza e Integrazione (SAI), i canali regolari di ingresso e i percorsi di inclusione sociale e lavorativa) e a sostenere iniziative pubbliche di informazione e confronto anche in collaborazione con il Terzo Settore. I CPR non funzionano nemmeno rispetto ai propri dichiarati obiettivi: i tassi di rimpatrio effettivo restano bassi, le condizioni di detenzione sono denunciate continuamente come inumane, il sistema si regge sulla delega agli appalti. Non ci limitiamo a dire che non vogliamo un CPR vicino a casa nostra: diciamo che i CPR non dovrebbero esistere, e che esistono alternative praticabili che l’Italia, e la Toscana in particolare, devono sperimentare. La questione non è se fare accoglienza o meno, la questione è se vogliamo un sistema fondato sulla dignità delle persone o uno fondato sul loro disciplinamento e detenzione. Come abbiamo detto in Commissione, lasciare che ci sia questo sistema di sfruttamento e dare la colpa a chi migra fa comodo, a chi sfrutta e a chi cerca facile consenso in tempi di crisi della politica. Speriamo che presto arrivi anche il voto del Consiglio comunale. Dmitrij Palagi – Sinistra Progetto Comune Redazione Toscana
June 4, 2026
Pressenza