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Potenza. Gli studenti bloccano la ronda fascista
Lunedi 31 agosto un corteo di più di 100 studenti e lavoratori ha bloccato e cacciato via una decina di militanti fascisti di Forza Nuova capitanati da Roberto Fiore. Il corteo ha bloccato quella che sarebbe dovuta essere una ronda fascista, mascherata per “passeggiata per la sicurezza”. Ma cacciandoli dalla […] L'articolo Potenza. Gli studenti bloccano la ronda fascista su Contropiano.
September 1, 2026
Contropiano
Palazzo San Gervasio e il CPR come “malattia sociale”
DOTT. NICOLA COCCO 1, AVV. ARTURO RAFFAELE COVELLA Non è un evento critico. Non è una tragica casualità. La morte di Lassoued Dhoui, avvenuta il 10 agosto 2026 all’interno del Centro di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio, rappresenta la sequela logica, prevedibile e devastante di un sistema strutturalmente patogeno 2. Come già accaduto nello stesso centro per Oussama Darkaoui 3e per troppe altre persone inghiottite dal buio della detenzione amministrativa, la cronaca ci consegna l’immagine di un’infrastruttura istituzionale programmaticamente incapace di tutelare l’integrità psicofisica della persona ristretta 4. Ci troviamo di fronte all’operato di un vero e proprio dispositivo necropolitico 5, in cui la gestione statale della marginalità e della condizione migratoria irregolare si traduce nella produzione seriale di sofferenza acuta, cronicizzazione della patologia e, da ultimo, morte 6. LA CATENA DEI FALLIMENTI E IL GIOCO PERVERSO DELLE “PORTE SCORREVOLI“ La ricostruzione puntuale dei fatti e l’analisi dei documenti procedurali saranno l’oggetto delle indagini della Procura, che si augurano tempestive e ampie. Quanto è stato possibile ricostruire dai documenti a disposizione e dalle testimonianze delle altre persone detenute nel CPR spalanca uno squarcio illuminante sulle ipocrisie su cui poggia l’intera macchina del trattenimento amministrativo. Lassoued Dhoui, trentenne di nazionalità tunisina, portava sulle spalle un vissuto segnato da grave fragilità psichiatrica, sradicamento e ripetuti passaggi nel circuito detentivo 7. La sua storia personale era già nota a diversi centri del territorio nazionale, dai quali sarebbe stato formalmente rilasciato proprio in ragione dell’incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime di detenzione amministrativa. Nonostante questo quadro di palese vulnerabilità, il 6 agosto 2026 la Questura di Genova ha disposto l’ennesimo provvedimento di trattenimento, successivamente convalidato dal Giudice di Pace per una durata di novanta giorni presso il CPR di Palazzo San Gervasio. Il certificato medico rilasciato dalla ASL 3 Genovese presso il Punto di Primo Intervento dell’Ospedale Micone, allegato agli atti del fascicolo di convalida, costituisce una testimonianza emblematica di quella che la letteratura socio-giuridica e medica definisce come “burocratizzazione dell’idoneità” 8. Nel corso di una valutazione fugace durata una manciata di minuti, il medico refertante ha dichiarato il giovane “idoneo ad accedere alla vita in comunità ristretta“, liquidando la complessità del quadro clinico con le formule di rito: paziente “asintomatico” e privo di terapie in corso. Nessun contatto con le strutture sanitarie territoriali che lo avevano precedentemente preso in carico, nessuna richiesta di anamnesi remota, nessuna traccia del percorso clinico antecedente o delle pregresse dichiarazioni di inidoneità al trattenimento. Questo perverso meccanismo di “porte scorrevoli“, in cui la valutazione dell’idoneità sanitaria si riduce a un adempimento burocratico decontestualizzato e difensivo, proietta la persona migrante in un corto circuito schizofrenico e psicopatogeno 9. Una volta varcata la soglia del CPR di Palazzo San Gervasio, Lassoued è stato scagliato in un ambiente caratterizzato da un sovraffollamento cronico e sistematico. Come documentato dalle drammatiche testimonianze dirette raccolte all’interno della struttura nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’incapacità ricettiva del centro costringeva numerose persone a dormire all’aperto, accampate sul cemento del campo da calcio interno o negli spazi adiacenti alle infermerie, prive di materassi, coperte o delle fondamentali garanzie igienico-sanitarie. In questo contesto di deprivazione sensoriale, sovraffollamento e totale disperazione, amplificato dalla recente notifica della convalida del trattenimento e dall’assenza strutturale di una seria e continuativa mediazione linguistico-culturale, la sofferenza acuta di Lassoued ha finito per canalizzarsi nell’unica forma di protesta ancora praticabile in un’istituzione totale: la minaccia di un gesto autolesivo estremo, visibile a tutti, formulata dall’alto della recinzione perimetrale del piazzale. Un disperato grido di soccorso che si è trasformato in tragedia con la rovinosa caduta a terra e il decesso del giovane. TRA LA MINACCIA E L’ATTO: LO SPETTRO SFUMATO DELLA SOFFERENZA ANTICONSERVATIVA Sul piano clinico, psicopatologico ed epidemiologico, la morte di Lassoued Dhoui mette a nudo un tragico equivoco teorico e operativo che vizia la gestione della salute mentale nei contesti di privazione della libertà. Nell’alveo delle istituzioni totali 10, il confine formale che separerebbe il gesto “dimostrativo“, la minaccia autolesiva e il tentativo di suicidio reale non costituisce una linea demarcativa netta, bensì uno spettro fluido, dinamico e continuamente sovrapponibile 11. Liquidare un’espressione di sofferenza o una minaccia autolesiva come gesto “simulato“, “strumentale” o “manipolatorio” significa disconoscere le dinamiche profonde con cui la psiche umana reagisce alla cattività e all’annientamento della propria soggettività. Nell’isolamento del CPR, ogni comportamento collocabile lungo lo spettro autolesivo porta con sé un potenziale esito fatale intrinseco, sia per l’estrema sproporzione e imprevedibilità dei mezzi impiegati, sia per la velocità con cui l’angoscia situazionale può evolvere verso la perdita di controllo. Ignorare questi segnali d’allarme o tentare di contenerli mediante la somministrazione indiscriminata e aspecifica di terapie sedative, come riferito dagli stessi reclusi in merito alla routine del centro, integra una condotta clinica decontestualizzata che non risolve il nodo del rischio, ma al contrario acuisce la vulnerabilità del paziente e trasforma l’atto medico in una prassi di mero controllo comportamentale 12. Occorre inoltre evidenziare come questa ennesima tragedia si sia consumata nel pieno del mese di agosto. La coincidenza temporale non è casuale, ma risponde a una dinamica statistica tristemente nota sia per la rete dei CPR che per il sistema penitenziario italiano. Durante i mesi estivi e i periodi festivi, la drastica riduzione delle già scarse attività quotidiane, la rarefazione dei presidi sanitari e del personale di supporto, unitamente al caldo torrido e all’assenza ancora più profonda di contatti con l’esterno, determinano una drammatica impennata degli eventi critici, delle crisi psicotiche e dei gesti anticonservativi 13. Ciononostante, la struttura di Palazzo San Gervasio si è trovata del tutto priva di strumenti operativi idonei e di un presidio sanitario reattivo, in una gestione esclusiva delle forze di polizia che si sono rivelate sostanzialmente inefficaci di fronte all’escalation della tragedia. IL VUOTO DEI PROTOCOLLI ANTISUICIDIARI E LA CRISI ETICA DELLA PROFESSIONE MEDICA Nonostante le continue denunce promosse dalle organizzazioni della società civile e dei legali, e a dispetto delle formali istanze inoltrate per evidenziare la carenza di piani idonei alla prevenzione del rischio suicidario nei luoghi di detenzione amministrativa, i CPR continuano a operare in un conclamato vuoto di tutele. A confermarlo è la stessa Prefettura di Potenza che, in un riscontro ufficiale del 29 luglio 2026, ammette formalmente come presso il centro di Palazzo San Gervasio non siano mai stati sottoscritti protocolli per la prevenzione del rischio suicidario e dell’autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D. territorialmente competente, e che il contratto di gestione non ha subito alcun adeguamento alle sentenze della giustizia amministrativa né alla Circolare del Ministero dell’Interno n. 14100/166 14. > L’esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio dimostra che la contenzione > amministrativa è un dispositivo strutturalmente refrattario alla presa in > carico della vulnerabilità. La totale assenza di protocolli trasparenti per la valutazione precoce del rischio anticonservativo, l’inesistenza di una reale continuità assistenziale e la sistematica subordinazione della relazione terapeutica alle priorità dell’ordine pubblico generano un habitat intrinsecamente nocivo. Questa condizione interroga in modo radicale la responsabilità deontologica ed etica della professione medica. Gli articoli 3, 5 e in particolare 32 del Codice di Deontologia Medica stabiliscono senza ambiguità che il dovere primario del medico risiede nella tutela della vita, della salute fisica e psichica della persona e nel sollievo dalla sofferenza, facendo espresso divieto di cedere a prassi o contesti che comportino trattamenti inumani, crudeli o degradanti. La stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO) ha riconosciuto le criticità sostanziali e deontologiche relative al rispetto del diritto alla salute nei CPR 15. Quando la certificazione di idoneità sanitaria scade a mero formalismo contabile, utile soltanto a consentire l’ingresso coatto di un soggetto psichiatricamente fragile in una struttura notoriamente patogena, si consuma una inconciliabile frattura con i principi guida dell’etica medica. Il personale sanitario operante in questi contesti viene irrimediabilmente arruolato in una logica di “doppia lealtà” (dual loyalty), in cui il mandato istituzionale della sicurezza e della sorveglianza finisce per schiacciare il dovere deontologico di cura e protezione del paziente 16. LE INDAGINI DELLA PROCURA DI POTENZA Il quadro rappresentato e le condizioni arcinote del Cpr di Palazzo San Gervasio inducono gli scriventi a chiedere alla Procura della Repubblica di Potenza una approfondita indagine su quanto accaduto ma anche sulle condizioni che hanno determinato l’evento tragico del 10 agosto scorso. Le testimonianze raccolte e i racconti arrivati dall’interno del CPR di Palazzo San Gervasio, oltre alle dichiarazione fornite dai ragazzi arrestati per le proteste successive al decesso, mostrano diversi profili di criticità e di illegalità che non possono essere liquidati sbrigativamente ma meritano i dovuti approfondimenti. Le responsabilità per la morte del giovane Lassoued Dhoui sono legate al perverso sistema della detenzione amministrativa ma anche alle mancanze di specifici soggetti. In primis, vi è una responsabilità in capo a chi ha determinato che nonostante il pregresso di fragilità, Lassoued Dhoui fosse idoneo alla vita ristretta nel CPR di Palazzo San Gervasio. Poi vanno approfondite le eventuali responsabilità di chi aveva in carico Dhoui all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e ha consentito che, nonostante la sua fragilità, fosse relegato a vivere in un campo di calcio. Per non parlare della mancata attivazione dello screening sanitario che avrebbe dovuto condurre Dhoui ad immediati controlli per accertare il suo stato di salute psico-fisico. Ma non solo. Dal punto di vista giuridico non si può sottacere sulla prassi di concedere la convalida del trattenimento anche in presenza di certificati di idoneità lacunosi e superficiali, non in linea con quanto previsto dall’articolo 3 della Direttiva Lamorgese. Una prassi che porta tantissimi soggetti fragili nel CPR di Palazzo San Gervasio a vivere in condizioni di abbandono e di forte disagio. Insomma, non è corretto liquidare la morte di Lassoued Dhoui come un semplice suicidio, dietro tale decesso vi è molto di più ed è giusto che le indagini della Procura della Repubblica di Potenza siano coraggiose e ampie per accertare le responsabilità di chi ha favoritò la morte del giovane Dhoui. L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE: LA PROSPETTIVA DELL’ABOLIZIONE Lassoued Dhoui è soltanto l’ultimo nome iscritto nella lunga e dolorosa lista di vite spezzate all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Il bilancio esatto di questa strage silenziosa rimane indefinito, occultato dall’inerzia e dalla reticenza delle istituzioni e della politica, nell’assenza di interventi risolutivi anche da parte degli organi di garanzia. Perseverare nel definire questi decessi come “eventi critici isolati” o come anomalie gestionali ed emergenziali significa alimentare un’illusione riformista non più tollerabile. I CPR non sono istituzioni correggibili, umanizzabili o emendabili attraverso piccoli aggiustamenti regolamentari. La violenza strutturale, lo snaturamento delle relazioni umane, la reificazione dell’individuo, la disperazione e la morte non rappresentano incidenti imprevedibili del percorso detentivo: sono la cifra costitutiva, l’essenza operativa e il risultato fisiologico della detenzione amministrativa, che si sta rivelando sempre più un dispositivo necropolitico delle politiche migratorie europee, volte alla cancellazione delle persone migranti, dei loro corpi, delle loro storie e reti sociali 17. > Quella dei CPR è un’urgenza politica, etica e sanitaria che non ammette più > dilazioni. L’unica scelta coerente con i principi costituzionali, con la tutela della salute pubblica, con le carte internazionali dei diritti umani e con il rispetto della dignità della persona risiede nel superamento radicale e nell’abolizione immediata della detenzione amministrativa e nella chiusura dei luoghi in cui viene attuata. Quando questo traguardo di civiltà verrà raggiunto, sarà comunque colpevolmente tardi per Lassoued Dhoui, per Oussama Darkaoui e per le troppe vittime dimenticate di questo sistema. Ma rappresenta l’ultimo passaggio ineludibile per chiunque rifiuti la normalizzazione della violenza di Stato e scelga di continuare, senza compromessi, a restare umano. 1. Nicola Cocco, medico infettivologo, membro della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No ai CPR ↩︎ 2. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., & Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: a systemic conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet Regional Health–Europe, 64 ↩︎ 3. Avv. Arturo Raffaele Covella, Melting Pot (2025). Oussama Darkaoui, un anno dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎ 4. Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 5. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Necropolitics ↩︎ 6. Van Hout, M., Lungu-Byrne, C., & Germain, J. (2020). Migrant health situation when detained in European immigration detention centres: a synthesis of extant qualitative literature. International journal of prisoner health, 16 3, 221-236 ↩︎ 7. Melting Pot Europa. (2026, 12 agosto). La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere ↩︎ 8. (2024). Doctors should not declare anyone fit to be held in immigration detention centres. BMJ, 384 ↩︎ 9. Davies, T., Isakjee, A., & Dhesi, S. (2017). Violent Inaction: The Necropolitical Experience of Refugees in Europe. Antipode, 49, 1263-1284 ↩︎ 10. Goffman, E. (1962). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental Patients and Other Inmates ↩︎ 11. Zhong, S., M., Yu, R., Perry, A., Hawton, K., Shaw, J., & Fazel, S. (2021). Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis. The Lancet. Public Health, 6, e164 – e174 ↩︎ 12. Cohen, J. (2008). Safe in our hands?: a study of suicide and self-harm in asylum seekers. Journal of forensic and legal medicine, 15 4, 235-44 ↩︎ 13. Associazione Antigone. (2025). Focus suicidi. XXI Rapporto sulle condizioni di detenzione ↩︎ 14. Citata in Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎ 15. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri. (2024, 18 aprile). La FNOMCeO accoglie l’appello della SIMM sui CPR e diritto alla salute. Portale FNOMCeO ↩︎ 16. Pont, J., Stöver, H., & Wolff, H. (2012). HEALTH POLICY AND ETHICS Resolving Ethical Conflicts in Practice and Research Dual Loyalty in Prison Health Care ↩︎ 17. Campesi, G. (2024). Regulating mobility through detention: Understanding the new geography of control and containment at the Southern European border. Theoretical Criminology, 28, 554 – 576 ↩︎
Palazzo San Gervasio, la morte di Lassoued Dhoui e la rivolta nel CPR
Il 10 agosto un uomo tunisino di 30 anni è morto nel centro per il rimpatrio lucano. Era stato trasferito lì nonostante un documento medico ne attestasse la vulnerabilità. Dopo la sua morte, la protesta delle persone trattenute è stata repressa con idranti e arresti. L’Assemblea Lucana No CPR: «Una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». Lassoued Dhoui è morto nel pomeriggio del 10 agosto 2026 nel CPR di Palazzo San Gervasio. Aveva trent’anni, era cittadino tunisino e si trovava nel centro da circa due settimane. Interviste/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI LASSOUED DHOUI A PALAZZO SAN GERVASIO: IL SISTEMA CPR CONTINUA AD UCCIDERE La testimonianza di Yasmine Accardo e Francesca Viviani dell’Assemblea Lucana No CPR Redazione 12 Agosto 2026 La Procura della Repubblica di Potenza ha parlato di un «gesto estremo», riconducendo la morte a un suicidio avvenuto dopo la notizia della convalida del trattenimento. Una ricostruzione respinta dall’Assemblea Lucana No CPR, che nel comunicato diffuso il 14 agosto parla invece di «una morte annunciata. Prevedibile, prevista, denunciata». > «Noi diciamo che è stata una morte annunciata», scrive l’Assemblea. «Noi > diciamo che è stato un omicidio di Stato». Parole che arrivano dopo settimane di tensione all’interno del CPR lucano e a pochi giorni dal secondo anniversario della morte di Oussama Darkaoui, deceduto nella stessa struttura il 5 agosto 2024. Il 5 agosto scorso l’Assemblea era tornata davanti ai cancelli di Palazzo San Gervasio proprio per ricordarlo e chiedere verità sulla sua morte. Per la rete, quanto accaduto a Lassoued non può essere letto come un episodio isolato. «Non è una coincidenza, non è una tragica fatalità», si legge nel comunicato. «È il funzionamento fisiologico di un dispositivo di detenzione amministrativa che porta strutturalmente sofferenza e morte». Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 LE PROTESTE PRIMA DELLA MORTE Nelle settimane precedenti la morte di Lassoued, all’interno del CPR erano già in corso proteste. Le persone trattenute denunciavano il caldo, le condizioni del centro, l’assenza di cibo adeguato e la mancanza di assistenza sanitaria. Secondo l’Assemblea, venivano segnalate anche «la difficoltà di accesso delle ambulanze, la somministrazione massiccia e incontrollata di psicofarmaci al posto delle cure, l’assenza di assistenza dell’infermeria interna, l’abbandono». Le proteste, continuavano a partire da una richiesta fondamentale: la libertà. > «Per la libertà, una parola che arriva forte e senza tregua dall’altra parte > del muro», scrive l’Assemblea. È dentro questo contesto che viene collocata la vicenda di Lassoued. Secondo quanto riferito nel comunicato, il trentenne era stato trasferito a Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della morte con un documento medico che attestava condizioni di vulnerabilità incompatibili con la permanenza nel centro. «Lassoued era stato trasferito nel CPR di Palazzo San Gervasio circa due settimane prima della sua morte con un documento medico che attestava le sue condizioni di vulnerabilità: non idonee alla permanenza nel centro», denuncia l’Assemblea. La mattina del 10 agosto il giudice di pace di Melfi aveva convalidato il trattenimento per novanta giorni. Nel pomeriggio Lassoued è morto. «Aveva le carte in mano per essere liberato. Lo chiedeva, lo rivendicava da giorni», si legge nel comunicato. > «Non voleva morire: voleva uscire vivo da lì, voleva essere libero». LA RIVOLTA DOPO LA MORTE La morte di Lassoued ha fatto esplodere la protesta delle persone trattenute. Secondo la ricostruzione dell’Assemblea, il corpo dell’uomo è rimasto per ore a terra mentre attorno a lui si sviluppava una protesta collettiva. «Lassoued è rimasto ore sul terreno. Attorno a lui il dolore collettivo, la protesta di autodeterminazione e la rabbia dei compagni solidali». La risposta delle forze dell’ordine, denuncia la rete, è stata caratterizzata da una massiccia operazione repressiva: «Lo Stato ha risposto con gli idranti, l’irruzione massiccia e feroce dentro i moduli, le botte e gli arresti». Nella stessa notte, secondo il comunicato, diverse persone trattenute avrebbero tentato gesti autolesivi o ingerito oggetti e sostanze per attirare l’attenzione degli operatori. «Chi aveva ingerito detersivo, chi vetro, chi in crisi respiratoria», racconta l’Assemblea. E denuncia ancora una volta uno squilibrio tra repressione e assistenza: «Il rapporto tra repressione e cura dentro i lager CPR non è nuovo». Per le attiviste, la conseguenza è stata anche giudiziaria: «Chi ha reagito è stato picchiato. Chi ha alzato la voce è stato arrestato. Chi si ribella, ancora una volta, diventa imputato». LE DENUNCE SULL’ASSISTENZA A LASSOUED Il 12 agosto il Tribunale di Potenza ha convalidato l’arresto di tre persone trattenute, indicate nel comunicato con le iniziali B., D. e A. Tra le accuse figura anche quella di promozione di rivolte nei centri per il rimpatrio, introdotta dal decreto-legge del marzo 2025. Il pubblico ministero aveva chiesto il carcere. La giudice ha disposto invece il divieto di dimora in Basilicata, riconoscendo che i tre sono incensurati e che la loro condotta è maturata «in uno specifico contesto ambientale e relazionale», individuato nel CPR. Nell’ordinanza vengono riportate anche le dichiarazioni dei tre arrestati sulle condizioni di Lassoued nei giorni precedenti la morte. Secondo quanto riferito dall’Assemblea, i tre hanno raccontato che il trentenne «era in condizioni di grave sofferenza da tempo» e «aveva chiesto ripetutamente cure mai ricevute». Uno degli arrestati, inoltre, avrebbe cercato di segnalare agli operatori che Lassoued poteva essere in pericolo. L’ordinanza, riferisce il comunicato, parla in questo caso di mancato «adeguato intervento». Per l’Assemblea, la rivolta deve essere letta alla luce di queste circostanze. «La rivolta che ha portato agli arresti di B., D. e A. non è stata un atto criminale», sostiene la rete. «È stata la conseguenza diretta e inevitabile della rabbia di chi ha visto morire un compagno che chiedeva aiuto da giorni e non era stato ascoltato». E ancora: «Chi, in quelle condizioni, sarebbe rimasto in silenzio? Chi, dopo giorni di grida inutili conclusi con un cadavere davanti agli occhi, non avrebbe reagito?». Il divieto di dimora in Basilicata comporta il trasferimento dei tre arrestati in altri CPR. Una decisione che l’Assemblea contesta perché riguarda persone che conoscevano Lassoued e che hanno assistito direttamente agli ultimi momenti della sua vita. «Testimoni diretti della morte di Lassoued, sradicati dal luogo dei fatti, separati dai loro compagni, spostati altrove», scrivono. Per l’Assemblea, il rischio è quello di disperdere le testimonianze: «Ogni testimone trasferito è una voce in meno per raccontare cosa è successo quel pomeriggio». «Non siamo giornaliste. Non siamo investigatrici», si legge nel comunicato. «Non è compito nostro accertare la dinamica esatta della morte di Lassoued». Ma aggiunge: «Comunque vadano quelle indagini, nessuna ricostruzione minuto per minuto cancellerà che Lassoued è stato ucciso dal sistema CPR». LA MORTE DI LASSOUED E QUELLA DI OUSSAMA Nel comunicato, l’Assemblea collega la morte di Lassoued a una sequenza più ampia di morti legate alle politiche di frontiera e alla detenzione amministrativa. «Il 10 agosto 2026 muore Lassoued Dhoui nel CPR di Palazzo San Gervasio. Il 5 agosto 2024, esattamente due anni prima, moriva Oussama Darkaoui nello stesso posto. Il 19 luglio 2026, a Bologna, moriva Abderrahim Fakir». «Non sono coincidenze», sostiene la rete. «Sono le persone che si portano addosso la violenza securitaria e strumentale della fortezza Europa, dei confini e del razzismo strutturale, dello sfruttamento, dell’impero, della propaganda sulla reimigrazione». L’Assemblea definisce quella di Lassoued «l’ennesima storia di un omicidio di Stato»: «Una persona in grave affanno ha provato a fare sentire la sua voce e non è stata ascoltata. Nessuna voce della rivolta è stata ascoltata». Infine si annuncia che si continuerà a mantenere la propria presenza davanti al CPR di Palazzo San Gervasio e a rispondere al telefono SOS per le persone trattenute. «Continueremo a portare fuori le voci di chi dentro non può parlare», scrive l’Assemblea Lucana No CPR. Le richieste restano quelle che accompagnano da sempre la sua attività: «Libertà di movimento. Chiusura definitiva del CPR di Palazzo San Gervasio. Chiusura di tutti i CPR. Fine della detenzione amministrativa». > «Nessuno deve stare chiuso ostaggio lì dentro. Nessuno».
Comune-info.net: Tre giorni in Val d’Agri
DI FRANCESCO MASI SU COMUNE-INFO DEL 10 AGOSTO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Francesco Masi, pubblicato su Comune-info il 10 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «La funzione educativa che emerge dalla conoscenza e dalla pratica dell’impegno politico nei paesi lucani, diffusa nelle aule delle scuole, è fondamentale, oggi forse più di ieri. Da insegnante da poco in pensione osservo con  preoccupazione la progressiva elaborazione del consenso passivo come forma di estrattivismo cognitivo, misconoscenza del bellicismo e adattamento alle misure di repressione del dissenso, come documenta quotidianamente l’Osservatorio contro la militarizzazione nelle scuole e nelle università…continua a leggere su www.comune-info.net. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere
Yasmine e Francesca, dell’Assemblea Lucana No CPR, raccontano le ore successive alla morte del giovane tunisino di trent’anni nel CPR di Palazzo San Gervasio: le condizioni della struttura, le richieste di aiuto dall’interno, gli interventi delle forze dell’ordine e le proteste dei trattenuti. L’Assemblea è rimasta sul posto per circa dodici ore, mantenendo attraverso il telefono SOS un contatto continuo con le persone all’interno e garantendo, per quanto possibile, il diritto di difesa. «I CPR vanno chiusi». DA ANNI DENUNCIATE LE CONDIZIONI DEL CPR DI PALAZZO SAN GERVASIO. COSA È ACCADUTO IERI? Da molto tempo, come attivisti e attiviste dell’Assemblea Lucana No CPR, denunciamo la mancanza di assistenza sanitaria, la presenza di persone in condizioni di grave fragilità che non dovrebbero essere trattenute e le carenze igienico-sanitarie della struttura. Denunciamo anche le condizioni dei moduli e il caldo (gestito da “Officine sociali” con solo 4 litri di acqua potabile al giorno) che in questo ultimo periodo ha ulteriormente esasperato una situazione già critica. Ieri è morto all’interno del CPR un cittadino tunisino di trent’anni, una persona che, secondo le certificazioni mediche, non era idonea al trattenimento. Per noi è un morto di Stato, ancora una volta nelle mani di un sistema che uccide, umilia e devasta le persone che vi vengono rinchiuse. Da anni chiediamo la definitiva chiusura di questi luoghi di umiliazione, devastazione e patogeni. COSA SAPETE DELLE CIRCOSTANZE DELLA MORTE? Il giovane non era idoneo alla vita in comunità ristretta per gravi problemi psichiatrici. La sua insofferenza al trattenimento era motivo di scherno da parte delle forze dell’ordine. I detenuti con cui siamo in contatto ce lo hanno segnalato come persona costantemente bisognosa di aiuto e attenzioni e che male aveva accolto la notizia della convalida del trattenimento di 90 giorni, conseguenza dell’udienza innanzi al giudice di pace di Melfi della mattina della morte. Molti dei detenuti hanno assistito alla morte di Lassoued e ci dicono che “hanno ancora il suo sangue negli occhi” e che hanno deciso di ribellarsi alla violenza del CPR. Notizie/CPR, Hotspot, CPA LA MORTE DI L.D. NON È UN “EVENTO CRITICO”. È UNA MORTE DI CPR 67 episodi di autolesionismo e tentativi di suicidio in sette mesi: il CPR di Palazzo San Gervasio va chiuso Avv. Arturo Raffaele Covella 11 Agosto 2026 Per noi, è il “sistema CPR” che ha portato alla morte di questa persona che, tra l’altro, sappiamo non sopportasse di vivere in una gabbia, di stare in un modulo di cemento. Dormiva su un materasso nell’unico spazio comune del centro: una lastra di cemento circondata da alte sbarre d’acciaio. Anche questo racconta le condizioni in cui si trovano le persone trattenute. in una giornata di forti tensioni, di confusione e difficoltà nella gestione del centro tra le forze dell’ordine (adibite alla tutela dell’ordine pubblico all’interno del CPR) e l’Ente Gestore, Lassoued, probabilmente durante un tentativo di contenzione del suo giusto malessere, chiuso in una gabbia, pur di sottrarsi ad un ulteriore limitazione della sua libertà, non ha potuto fare altro che cercare scampo arrampicandosi sul tetto della gabbia, da dove è precipitato. non si voleva uccidere: ci sentiamo di dirlo perchè lo abbiamo guardato negli occhi poche ore prima che morisse. Aveva le “carte in mano” per essere liberato, lo voleva. Lo gridava, lo reclamava: chiedeva di essere liberato. Voleva uscire, vivo, non nel carro funebre: perchè così si esce dal CPR di Palazzo san Gervasio con la gestione di Officine Sociali”!  COSA È SUCCESSO DOPO LA MORTE? La morte è avvenuta davanti agli occhi delle altre persone trattenute che nell’immediato hanno iniziato a protestare contro tutto il sistema, tra l’altro preoccupati che potessero morire anche loro.  Il fumo degli incendi, la contenzione delle forze dell’ordine, la rabbia, il caldo estremo hanno causato malori tra i trattenuti che ci chiedevano di chiamare le ambulanze. A., trattenuto nonostante una resezione epatica e che quindi non dovrebbe essere trattenuto in quella struttura, ha avuto una crisi respiratoria.  Un’altra persona è stata portata in ospedale dopo aver ingerito dei detersivi. Un’altra aveva ingerito vetro. > «Non è un episodio critico, non è un’eccezione, è un morto conseguenza di un > sistema» Nel mentre, entravano forze dell’ordine, sono stati utilizzati gli idranti per spegnere gli incendi; la Guardia di Finanza è entrata nei moduli per arrestare chi protestava. Quello che abbiamo visto è una violenza sistemica che diventa violenza concreta sui corpi delle persone, soprattutto dopo una morte che, per noi, è il prodotto delle condizioni patogene di quel luogo. VOI SIETE RIMASTI FUORI DAL CPR PER MOLTE ORE. COSA AVETE VISTO? Siamo rimasti sul posto per circa dodici ore, tra ambulanze, Guardia di Finanza e Polizia.  Siamo rimasti in contatto continuo con le persone trattenute attraverso il telefono SOS, anche per garantire il diritto di difesa, che non sempre viene adeguatamente assicurato. Nei giorni precedenti, per esempio, ad alcuni avvocati che dovevano svolgere colloqui difensivi non era stato consentito di accedere, con la motivazione di dover garantire l’ordine pubblico. Abbiamo avvisato parlamentari e la Garante provinciale, che è arrivata sul posto ma non è entrata nel CPR. Ha raccolto soltanto le dichiarazioni del prefetto vicario. La Garante, quindi, non ha verificato le condizioni delle persone trattenute. QUAL È LA SITUAZIONE IN QUESTE ORE? Le persone che abbiamo sentito avevano ancora negli occhi il sangue del giovane morto. C’è la sensazione costante di trovarsi dentro qualcosa che uccide, se non fisicamente, almeno dentro. Continuiamo a ricevere richieste di aiuto e notizie di persone devastate. Gli atti di autolesionismo all’interno del CPR sono all’ordine del giorno. Parliamo di persone a cui vengono continuamente somministrati psicofarmaci e che non dovrebbero essere lì. Per questo chiediamo anche attenzione per le persone che, oltre a subire queste violenze quotidiane, hanno assistito alla morte, e supporto per la famiglia del ragazzo. COSA CHIEDETE ADESSO? Chiediamo che questa ennesima vicenda non cada nel vuoto. Nei prossimi giorni, insieme alle altre realtà locali, torneremo a presidiare e batterci accanto alle persone trattenute. Abbiamo chiesto la presenza di parlamentari, soprattutto per garantire alle persone la possibilità di essere ascoltate e per portare fuori da quelle mura ciò che sta accadendo, per non far cadere questa ennesima vicenda nell’oblio. La morte di questo giovane tunisino non arriva per caso. È il frutto di un sistema di repressione e di annichilimento delle persone che vengono rinchiuse nei CPR. Per questo, insieme all’Assemblea Lucana No CPR, chiediamo Verità per Oussama, Lassoued e tutti i morti di CPR e delle necropolitiche di frontiera e continueremo a chiedere una cosa sola: la chiusura definitiva dei CPR.
Potenza. Contestato l’evento di ORA sulle scorie radioattive
Oggi a Potenza abbiamo contestato l’infame evento di ORA sulle scorie radioattive in Basilicata. Abbiamo dimostrato come gli studenti, i lavoratori e i cittadini della nostra regione siano contro a queste scellerate proposte di devastazione ambientale e di svendita della nostra terra agli interessi dei privati portate oggi avanti da […] L'articolo Potenza. Contestato l’evento di ORA sulle scorie radioattive su Contropiano.
July 4, 2026
Contropiano
Report Assemblea annuale No Triv
Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Venerdì 29 maggio 2026 si è tenuta, come stabilito, l’assemblea annuale dei soci del CNNT (Coordinamento nazionale No Triv). L’assemblea, tenutasi in modalità on-line, aperta anche a soggetti non iscritti all’associazione, è iniziata alle ore 18,30, per poter trattare e deliberare sui seguenti punti all’o.d.g.: 1)   Approvazione relazioni attività,
Energia: la strategia di Israele e Usa
di Francesco Masi (*). Con la proposta di una tre giorni in Basilicata a metà luglio. Origini, cause ed obiettivi della strategia neocoloniale ed imperialista che vede USA e Israele imporre il tentativo di centralizzazione mondiale delle materie prime energetiche Siamo seduti su una enorme montagna di debiti. Gli economisti stimano che a livello mondiale siamo al massimo storico; si
La strage di Amendolara: dai caporali alla GDO, un’unica filiera di sfruttamento
Ad Amendolara, in provincia di Cosenza, quattro lavoratori impiegati nella raccolta delle fragole sono stati brutalmente uccisi dai loro caporali. Attraverso le voci di chi studia e racconta il fenomeno (sociologi, sindacalisti, ricercatori e giornalisti), la terribile vicenda rappresenta il punto estremo di un sistema che tiene insieme criminalità organizzata, imprese legali e grande distribuzione. Sono stati bruciati vivi per “punizione” i quattro braccianti uccisi lunedì 1 giugno 2026 ad Amendolara mentre erano impiegati nella raccolta delle fragole nella vicina Basilicata. I caporali che li sfruttavano – per conto di un sistema che mescola criminalità organizzata, aziende legali e grande distribuzione organizzata – hanno bloccato dall’esterno le portiere del minivan, gettato benzina e dato fuoco al veicolo, uccidendo così quattro lavoratori tra i 19 e i 29 anni.  Sono morti così Ullah Ismat Qiemi (19 anni), Safi Iayjad (27 anni), Amin Fazal Khogjani (28 anni) di nazionalità afghana, e Waseem Khan (29 anni), pakistano. Per la strage sono stati fermati due cittadini pakistani, i loro caporali, con l’accusa di omicidio volontario plurimo. L’unico sopravvissuto è un bracciante afghano che viveva con le vittime, riuscito a fuggire rompendo a testate un finestrino e a scappare dal bagagliaio. Il lavoratore ha riferito che i caporali minacciavano lui e gli altri con coltelli e pistole per farli lavorare senza pagarli e che loro, invece, hanno chiesto più volte di essere pagati per il lavoro svolto nei campi di fragole.  «Ci davano cibo e casa, ma non i soldi. Anzi: i caporali pretendevano anche cinque euro per il trasporto da Villapiana alle campagne dove dovevamo raccogliere la frutta», nell’area agricola di Scanzano Jonico. UN ASSASSINIO BRUTALE, E IL SILENZIO DELLE ISTITUZIONI Per Marco Omizzolo, sociologo e responsabile scientifico di In Migrazione – tra i massimi esperti dei fenomeni di sfruttamento lavorativo e caporalato – la strage di Amendolara ha tratti inediti rispetto a quanto si conosce del fenomeno. «Si tratta – ha detto in un’intervista alla Fondazione Feltrinelli – di un assassinio brutale, che però ha alcune caratteristiche originali rispetto a quello che abbiamo da sempre studiato e compreso del padronato, del caporalato e delle agromafie: si è svolto in un’area pubblica, ripreso da una telecamera, con un’attività assassina evidentemente brutale, con quattro persone bruciate vive sotto gli occhi dei loro aguzzini, caporali assassini. È qualcosa di veramente straordinario, che impatta sulle nostre coscienze. Purtroppo non su quelle delle istituzioni, che il 2 giugno sono rimaste in silenzio dinanzi a questo assassinio brutale: non hanno pensato di prendere parola, sono rimaste a celebrare la festa della Repubblica, dimenticando che ci sono circa 450.000 persone che, soltanto nel settore agroalimentare, non vivono la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro, ma vivono dentro un sistema dispotico – da noi organizzato anche sul piano normativo – che riduce in condizioni di grave sfruttamento e schiavismo persone: l’80% migranti, il 20% italiani. Obbligate a lavorare sotto padrone, a restare in silenzio, e a diventare soggetti della cronaca solo dopo morte». E aggiunge un appello: «È necessario prendere coscienza di tutto questo, ribellarci, organizzarci e intervenire, perché tragedie come queste – come quella di Satnam Singh e di molte altre – non abbiano davvero più a ripetersi. Perché tutto questo possa diventare una riflessione di natura politica, e non soltanto cronaca giornalistica, per quanto drammatica come quella di questi giorni». Notizie SULLA MORTE DI SATNAM SINGH Marco Omizzolo: «Sono decine di migliaia i lavoratori sfruttati, malpagati e vessati nel nostro Paese» 1 Luglio 2024 LA TRASMISSIONE DI RADIO ONDA D’URTO Della vicenda, si è occupato anche il Focus di Mezzogiorno di Radio Onda d’Urto, andato in onda mercoledì 3 giugno 2026, con gli interventi di Caterina Vaiti, segretaria generale della Flai Cgil Calabria; di Silvio Messinetti, giornalista calabrese e collaboratore de Il Manifesto; e di Sara Manisera, reporter e autrice del libro Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne. Per Caterina Vaiti è un sistema che produce vittime su più livelli: «C’è uno sfruttamento, dentro le campagne, da fare paura; un caporalato nelle campagne e nell’edilizia che dovrebbe mettere i brividi. Ma poco ci si indigna». Anche i lavoratori pakistani, osserva, «vengono assoldati con il corrispettivo di un piccolo aumento sulla giornata, e fanno il lavoro sporco che viene loro chiesto». Poi l’aspetto normativo: «Siamo al decimo anno della legge 199 [del 2016, contro il caporalato], che però non ha una funzione preventiva, ma repressiva. Quello che manca è poterci lavorare prima: non abbiamo abbastanza ispettori rispetto al problema, non c’è un luogo pubblico dove far incontrare domanda e offerta di lavoro. Così la mercificazione del mercato del lavoro è altissima». A pagarne il prezzo sono «i cosiddetti invisibili, quelli che per le lungaggini della burocrazia hanno un permesso ancora in attesa di conversione: sono invisibili, e alla mercé di chiunque li voglia sfruttare». «Due anni fa abbiamo avuto la questione di Satnam Singh, il lavoratore abbandonato davanti a casa con il braccio tranciato. Questa è l’ennesima situazione, ma a una simile ferocia non si era mai arrivati: qui siamo di fronte a un omicidio collettivo. Come Flai siamo davvero arrabbiati, e tuteleremo questi lavoratori con rabbia – sul piano legale, previdenziale, in ogni modo possibile. Non vanno lasciati soli». A interrogarsi sulle responsabilità è Silvio Messinetti, giornalista e collaboratore de Il Manifesto e del Quotidiano del Sud. «La strage di Amendolara, come unico effetto collaterale positivo, ha acceso finalmente i riflettori su una miccia esplosiva pronta a deflagrare», dice. Ma si mostra scettico sulla durata di quell’attenzione: «Sono convinto che già dopo i funerali non se ne riparlerà più. Torneremo a fare la spesa comprando le clementine della Sibaritide o le fragole, senza renderci conto che tutto questo è il frutto di un sistema oliato di sfruttamento, nel disinteresse generale e nel silenzio delle istituzioni». Messinetti ricorda un precedente preciso: «Due anni fa organizzazioni importanti come la Flai Cgil Calabria e la comunità Progetto Sud di Lamezia Terme depositarono alla procura di Castrovillari una denuncia che spiegava nel dettaglio i meccanismi di intermediazione illecita. Quel faldone è finito praticamente coperto. Poi servono le stragi per accendere i riflettori». E punta il dito sulle responsabilità politiche: «Quando il presidente della Regione Occhiuto piange i morti di Amendolara, dovrebbe chiedersi come mai sta organizzando centri di reclutamento e formazione di manodopera in Tunisia, e come mai sta creando un nuovo CPR in Calabria. Perché gli afghani morti qui sono gli stessi che sbarcano a Cutro». La filiera, sostiene, è nota a ogni livello: «Quando l’assessore all’agricoltura va di sagra in sagra a presentare i suoi prodotti, sa benissimo che quello è l’anello di una filiera che parte dai braccianti; sopra ci sono i caporali, e sopra ancora, magari, la criminalità organizzata». Sul possibile ruolo della ‘ndrangheta resta prudente: «Sarà la magistratura a verificarlo, c’è un’indagine in corso. Ma, da vecchio conoscitore di queste zone, mi suona strano che si muova foglia senza che la ‘ndrangheta ne sappia nulla». I veri beneficiari, per lui, stanno però più in alto: «I veri profittatori di questo sistema criminale sono le imprese: lucrano sui trasporti, sui salari. A loro fa comodo un sistema senza regole e senza controlli». Controlli che, denuncia, «sono diminuiti drasticamente, del 50% nell’ultimo anno», mentre la legge del 2016 sul caporalato «come quasi tutte le leggi italiane è scritta sulla carta, ma poi viene disattesa». Chiude la trasmissione la reporter e scrittrice Sara Manisera, autrice di Racconti di schiavitù e lotta nelle campagne: «Oggi è peggio di ieri. Il livello di violenza nelle campagne è ormai parte sistemica del modello agroindustriale e del cibo che mettiamo in tavola: non c’è territorio escluso dallo sfruttamento di lavoratori e lavoratrici». All’origine, dice, ci sono le norme sull’immigrazione: «Sono leggi razziali di fatto, che rendono le persone ancora più invisibili. Si è scelto di non permettere a queste persone di accedere facilmente a un permesso di soggiorno e a un contratto: si crea così una massa di individui che, per sopravvivere e mandare soldi a casa – spesso indebitati per il viaggio -, sono costretti ad accettare qualsiasi condizione. È l’invisibilità prodotta dallo Stato a generare altra violenza nelle campagne». E qui entra in gioco l’ultimo anello, quello che di solito resta fuori dal racconto: «Non si può parlare di braccianti senza tenere presente il ruolo della grande distribuzione organizzata. Parliamo di quattro, cinque, sei oligopoli con un potere contrattuale enorme, che impongono prezzi devastanti: e tutti quei costi finiscono per scaricarsi sull’anello più debole. Non è possibile continuare a parlare della morte di braccianti senza guardare al sistema e alla filiera». Manisera richiama anche la lunga storia delle lotte contadine – dai Fasci siciliani ai grandi scioperi del Novecento, fino alla riforma agraria del dopoguerra – per misurarne l’assenza di oggi: «Erano movimenti di massa, i sindacalisti andavano di campagna in campagna. Oggi quella spinta è pressoché assente, e la classe lavoratrice bracciante è frammentata, ai margini. Cosa resta di quelle lotte? Poco. Restano storie di chi resiste a durissimo prezzo, provando a fare un’agricoltura giusta, senza sfruttare l’ecosistema né le persone. Ma sono piccole lucciole». Il suo invito finale parte dal gesto quotidiano: «Ogni volta che entriamo in un supermercato dovremmo chiederci quali sono le storie delle mani che raccolgono la frutta e la verdura in Italia. Dietro una salsa di pomodoro da cinquanta centesimi ci sono vite, famiglie, figli dall’altra parte del mondo. Ogni volta che mettiamo quell’euro in un prodotto, dovremmo pensare a quelle storie». «LA VIOLENZA È INSITA NEL CAPORALATO» Sul senso più profondo della vicenda è stato intervistato da Radio Onda d’Urto anche Giovanni Ferrarese, assegnista di ricerca nell’Istituto di Studi sul Mediterraneo del CNR e docente di storia contemporanea all’Università di Salerno, autore del libro Il caporalato. Una storia (Carocci). «Sappiamo benissimo che il caporalato non sempre si manifesta con la violenza, e soprattutto con forme così terribili e drammatiche», premette Ferrarese. «Però in questi giorni riflettevo su un aspetto: credo che la violenza sia insita nel fenomeno del caporalato qualora vengano meno altri strumenti di coercizione, come il ricatto occupazionale o quello legato al permesso di soggiorno. Ce lo dice il nome stesso del “caporale”, mutuato dall’esercito: un’istituzione dove non si ammettono insubordinazioni, e dove le insubordinazioni si puniscono anche con forme estreme. Non è un caso che si usi un linguaggio militare: in alcuni sistemi di coercizione non è ammessa in nessun modo la richiesta, l’istanza di diritti; non è ammessa l’insubordinazione. E se questo non si riesce a controllare con i mezzi tra virgolette “normali”, si ricorre addirittura alla violenza». Un caso eclatante, ma non isolato. «Non è l’unico e non è il primo. Solo nel 2018 Soumayla Sacko, un bracciante straniero, è stato ucciso in Calabria perché rivendicava diritti. C’è una lunga scia di sangue legata agli atti di violenza nelle campagne, che si affianca a quella legata agli incidenti, per arrivare sul posto di lavoro o sul posto di lavoro stesso. Non dobbiamo considerarlo un caso isolato, ma uno dei mezzi – l’ultimo, probabilmente – a cui si ricorre per garantire l’ordine interno di questo sistema». «È la cosa più normale del mondo essere pagati e chiedere diritti, ma non è la più scontata», osserva Ferrarese. «Se voglio vedere nella drammaticità del caso l’unico elemento positivo, è il fatto che queste persone cominciano a chiedere il rispetto dei loro diritti; e pare anche che siano arrivate da poco in Italia. Vuol dire che sta maturando in loro una consapevolezza. Spero che si moltiplichino i casi in cui i braccianti stranieri rivendicano i loro diritti, anche con forza». C’è poi un equivoco da smontare, quello che lega il caporalato al solo Mezzogiorno. «È una puntualizzazione che, in quanto meridionale, ogni volta mi preme fare. Siamo abituati, anche nel linguaggio giornalistico, a immaginare il caporalato nelle sue forme più violente legate al Sud. La ricerca storica ci dice invece che uno dei primi episodi di violenza da parte di un caporale verso un bracciante raccontati alla stampa avviene al Nord, a Verona, nel 1993: Ornella Gardini, bracciante veronese, viene pestata a morte per essere arrivata in ritardo sul campo. Il fenomeno non è mai stato solo meridionale: ha sempre riguardato tutta la penisola». E accanto alle forme più visibili ne esistono altre, più mimetizzate. «Questa notizia, nella sua drammaticità, ne ha scavalcata un’altra particolarmente interessante: un cantiere per la costruzione di un’ambasciata USA che utilizza il caporalato di una multinazionale, con un manager turco. È una forma più infida, più nascosta – tanto è vero che quella persona ha cercato di fuggire appena ha capito che forze dell’ordine e magistratura stavano indagando. È anche socialmente più accettata, meno visibile, rispetto ai fatti consumati in Calabria. Eppure, pur sembrando realtà lontane, sono molto vicine: due modi diversi di comprimere i diritti dei lavoratori per massimizzare il profitto. Perché di questo si tratta. E ci devono portare a pensare che il cibo che consumiamo, i vestiti che indossiamo, persino gli spazi in cui abitiamo, molto spesso vedono meccanismi di questo tipo nella loro realizzazione». «NESSUNO SI SENTA ASSOLTO» Le conclusioni di questo articolo le affidiamo alle parole di Francesco Piobbichi di Mediterranean Hope pubblicate sulla sua pagina Facebook.  > A bruciarli lo sfruttamento. A rinchiuderli e metterli nelle mani dei > caporali, le leggi della frontiera. Nessuno si senta assolto. «Probabilmente la vicenda di Amendolara va guardata dentro il fallimento del decreto flussi», prosegue Piobbichi. «Dobbiamo capire le storie di queste persone: da dove sono arrivate, chi e come le ha fatte arrivare. Dobbiamo capire se è questo meccanismo di ingresso ad aver creato le condizioni per la costruzione di una filiera di intermediazione del lavoro transnazionale che genera abusi. Una filiera dentro la quale imprese fasulle, studi commerciali farlocchi e imprese criminali dispongono di un canale di ingresso che permette – probabilmente attraverso l’indebitamento – il controllo di lavoratori sfruttabili, che diventano invisibili. Invisibili nella società, ma non nei campi e nelle fabbriche. Da Monfalcone ad Amendolara, passando per centinaia di luoghi e settori produttivi, sono decine di migliaia i lavoratori che vivono questa condizione». «E allora no: prima di tutto capiamo, ed evitiamo di costruire la solita retorica del caporale che riproduce quella dello scafista. Perché queste figure sono integrate nel nostro sistema produttivo, che non può farne a meno: così come in Medio Oriente e in altri Paesi dove è richiesta forza lavoro a basso costo, altrettanto avviene da noi. I dati delle persone arrivate in Italia regolarmente con il decreto flussi e poi scomparse, non si sa bene dove, stanno lì a dimostrarlo. Sono lì, evidenti e plateali. Basta entrare nel retro di un ristorante, nel campo dei vicini, nei cantieri delle nostre città per ritrovarli». «E sì: il fuoco dei braccianti di Amendolara ha illuminato questa merda. Evitiamo che la spengano in fretta, almeno per il rispetto di quei ragazzi così giovani, morti in modo così atroce. Evitiamo che i nostri governanti dicano che la colpa è dei caporali brutti e cattivi. Perché se è vero che chi ha commesso questa strage sono dei pezzi di merda, altrettanto vero è che c’è un sistema giuridico ed economico complice, che permette loro di agire e di ricattare. Ed è quello che dobbiamo capire: qual è il meccanismo infame che permette che queste cose avvengano». > Visualizza questo post su Instagram > > > > > Un post condiviso da Francesco Piobbichi (@piobbichi)