Palazzo San Gervasio e il CPR come “malattia sociale”
DOTT. NICOLA COCCO 1, AVV. ARTURO RAFFAELE COVELLA
Non è un evento critico. Non è una tragica casualità.
La morte di Lassoued Dhoui, avvenuta il 10 agosto 2026 all’interno del Centro di
Permanenza per il Rimpatrio (CPR) di Palazzo San Gervasio, rappresenta la
sequela logica, prevedibile e devastante di un sistema strutturalmente patogeno
2.
Come già accaduto nello stesso centro per Oussama Darkaoui 3e per troppe altre
persone inghiottite dal buio della detenzione amministrativa, la cronaca ci
consegna l’immagine di un’infrastruttura istituzionale programmaticamente
incapace di tutelare l’integrità psicofisica della persona ristretta 4.
Ci troviamo di fronte all’operato di un vero e proprio dispositivo necropolitico
5, in cui la gestione statale della marginalità e della condizione migratoria
irregolare si traduce nella produzione seriale di sofferenza acuta,
cronicizzazione della patologia e, da ultimo, morte 6.
LA CATENA DEI FALLIMENTI E IL GIOCO PERVERSO DELLE “PORTE SCORREVOLI“
La ricostruzione puntuale dei fatti e l’analisi dei documenti procedurali
saranno l’oggetto delle indagini della Procura, che si augurano tempestive e
ampie.
Quanto è stato possibile ricostruire dai documenti a disposizione e dalle
testimonianze delle altre persone detenute nel CPR spalanca uno squarcio
illuminante sulle ipocrisie su cui poggia l’intera macchina del trattenimento
amministrativo.
Lassoued Dhoui, trentenne di nazionalità tunisina, portava sulle spalle un
vissuto segnato da grave fragilità psichiatrica, sradicamento e ripetuti
passaggi nel circuito detentivo 7.
La sua storia personale era già nota a diversi centri del territorio nazionale,
dai quali sarebbe stato formalmente rilasciato proprio in ragione
dell’incompatibilità delle sue condizioni di salute con il regime di detenzione
amministrativa.
Nonostante questo quadro di palese vulnerabilità, il 6 agosto 2026 la Questura
di Genova ha disposto l’ennesimo provvedimento di trattenimento, successivamente
convalidato dal Giudice di Pace per una durata di novanta giorni presso il CPR
di Palazzo San Gervasio.
Il certificato medico rilasciato dalla ASL 3 Genovese presso il Punto di Primo
Intervento dell’Ospedale Micone, allegato agli atti del fascicolo di convalida,
costituisce una testimonianza emblematica di quella che la letteratura
socio-giuridica e medica definisce come “burocratizzazione dell’idoneità” 8.
Nel corso di una valutazione fugace durata una manciata di minuti, il medico
refertante ha dichiarato il giovane “idoneo ad accedere alla vita in comunità
ristretta“, liquidando la complessità del quadro clinico con le formule di rito:
paziente “asintomatico” e privo di terapie in corso.
Nessun contatto con le strutture sanitarie territoriali che lo avevano
precedentemente preso in carico, nessuna richiesta di anamnesi remota, nessuna
traccia del percorso clinico antecedente o delle pregresse dichiarazioni di
inidoneità al trattenimento.
Questo perverso meccanismo di “porte scorrevoli“, in cui la valutazione
dell’idoneità sanitaria si riduce a un adempimento burocratico
decontestualizzato e difensivo, proietta la persona migrante in un corto
circuito schizofrenico e psicopatogeno 9.
Una volta varcata la soglia del CPR di Palazzo San Gervasio, Lassoued è stato
scagliato in un ambiente caratterizzato da un sovraffollamento cronico e
sistematico.
Come documentato dalle drammatiche testimonianze dirette raccolte all’interno
della struttura nelle ore immediatamente successive alla tragedia, l’incapacità
ricettiva del centro costringeva numerose persone a dormire all’aperto,
accampate sul cemento del campo da calcio interno o negli spazi adiacenti alle
infermerie, prive di materassi, coperte o delle fondamentali garanzie
igienico-sanitarie.
In questo contesto di deprivazione sensoriale, sovraffollamento e totale
disperazione, amplificato dalla recente notifica della convalida del
trattenimento e dall’assenza strutturale di una seria e continuativa mediazione
linguistico-culturale, la sofferenza acuta di Lassoued ha finito per
canalizzarsi nell’unica forma di protesta ancora praticabile in un’istituzione
totale: la minaccia di un gesto autolesivo estremo, visibile a tutti, formulata
dall’alto della recinzione perimetrale del piazzale.
Un disperato grido di soccorso che si è trasformato in tragedia con la rovinosa
caduta a terra e il decesso del giovane.
TRA LA MINACCIA E L’ATTO: LO SPETTRO SFUMATO DELLA SOFFERENZA ANTICONSERVATIVA
Sul piano clinico, psicopatologico ed epidemiologico, la morte di Lassoued Dhoui
mette a nudo un tragico equivoco teorico e operativo che vizia la gestione della
salute mentale nei contesti di privazione della libertà.
Nell’alveo delle istituzioni totali 10, il confine formale che separerebbe il
gesto “dimostrativo“, la minaccia autolesiva e il tentativo di suicidio reale
non costituisce una linea demarcativa netta, bensì uno spettro fluido, dinamico
e continuamente sovrapponibile 11.
Liquidare un’espressione di sofferenza o una minaccia autolesiva come gesto
“simulato“, “strumentale” o “manipolatorio” significa disconoscere le dinamiche
profonde con cui la psiche umana reagisce alla cattività e all’annientamento
della propria soggettività.
Nell’isolamento del CPR, ogni comportamento collocabile lungo lo spettro
autolesivo porta con sé un potenziale esito fatale intrinseco, sia per l’estrema
sproporzione e imprevedibilità dei mezzi impiegati, sia per la velocità con cui
l’angoscia situazionale può evolvere verso la perdita di controllo.
Ignorare questi segnali d’allarme o tentare di contenerli mediante la
somministrazione indiscriminata e aspecifica di terapie sedative, come riferito
dagli stessi reclusi in merito alla routine del centro, integra una condotta
clinica decontestualizzata che non risolve il nodo del rischio, ma al contrario
acuisce la vulnerabilità del paziente e trasforma l’atto medico in una prassi di
mero controllo comportamentale 12.
Occorre inoltre evidenziare come questa ennesima tragedia si sia consumata nel
pieno del mese di agosto. La coincidenza temporale non è casuale, ma risponde a
una dinamica statistica tristemente nota sia per la rete dei CPR che per il
sistema penitenziario italiano.
Durante i mesi estivi e i periodi festivi, la drastica riduzione delle già
scarse attività quotidiane, la rarefazione dei presidi sanitari e del personale
di supporto, unitamente al caldo torrido e all’assenza ancora più profonda di
contatti con l’esterno, determinano una drammatica impennata degli eventi
critici, delle crisi psicotiche e dei gesti anticonservativi 13.
Ciononostante, la struttura di Palazzo San Gervasio si è trovata del tutto priva
di strumenti operativi idonei e di un presidio sanitario reattivo, in una
gestione esclusiva delle forze di polizia che si sono rivelate sostanzialmente
inefficaci di fronte all’escalation della tragedia.
IL VUOTO DEI PROTOCOLLI ANTISUICIDIARI E LA CRISI ETICA DELLA PROFESSIONE MEDICA
Nonostante le continue denunce promosse dalle organizzazioni della società
civile e dei legali, e a dispetto delle formali istanze inoltrate per
evidenziare la carenza di piani idonei alla prevenzione del rischio suicidario
nei luoghi di detenzione amministrativa, i CPR continuano a operare in un
conclamato vuoto di tutele.
A confermarlo è la stessa Prefettura di Potenza che, in un riscontro ufficiale
del 29 luglio 2026, ammette formalmente come presso il centro di Palazzo San
Gervasio non siano mai stati sottoscritti protocolli per la prevenzione del
rischio suicidario e dell’autolesionismo, né convenzioni con il Ser.D.
territorialmente competente, e che il contratto di gestione non ha subito alcun
adeguamento alle sentenze della giustizia amministrativa né alla Circolare del
Ministero dell’Interno n. 14100/166 14.
> L’esperienza del CPR di Palazzo San Gervasio dimostra che la contenzione
> amministrativa è un dispositivo strutturalmente refrattario alla presa in
> carico della vulnerabilità.
La totale assenza di protocolli trasparenti per la valutazione precoce del
rischio anticonservativo, l’inesistenza di una reale continuità assistenziale e
la sistematica subordinazione della relazione terapeutica alle priorità
dell’ordine pubblico generano un habitat intrinsecamente nocivo.
Questa condizione interroga in modo radicale la responsabilità deontologica ed
etica della professione medica.
Gli articoli 3, 5 e in particolare 32 del Codice di Deontologia Medica
stabiliscono senza ambiguità che il dovere primario del medico risiede nella
tutela della vita, della salute fisica e psichica della persona e nel sollievo
dalla sofferenza, facendo espresso divieto di cedere a prassi o contesti che
comportino trattamenti inumani, crudeli o degradanti.
La stessa Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli
Odontoiatri (FNOMCeO) ha riconosciuto le criticità sostanziali e deontologiche
relative al rispetto del diritto alla salute nei CPR 15.
Quando la certificazione di idoneità sanitaria scade a mero formalismo
contabile, utile soltanto a consentire l’ingresso coatto di un soggetto
psichiatricamente fragile in una struttura notoriamente patogena, si consuma una
inconciliabile frattura con i principi guida dell’etica medica.
Il personale sanitario operante in questi contesti viene irrimediabilmente
arruolato in una logica di “doppia lealtà” (dual loyalty), in cui il mandato
istituzionale della sicurezza e della sorveglianza finisce per schiacciare il
dovere deontologico di cura e protezione del paziente 16.
LE INDAGINI DELLA PROCURA DI POTENZA
Il quadro rappresentato e le condizioni arcinote del Cpr di Palazzo San Gervasio
inducono gli scriventi a chiedere alla Procura della Repubblica di Potenza una
approfondita indagine su quanto accaduto ma anche sulle condizioni che hanno
determinato l’evento tragico del 10 agosto scorso.
Le testimonianze raccolte e i racconti arrivati dall’interno del CPR di Palazzo
San Gervasio, oltre alle dichiarazione fornite dai ragazzi arrestati per le
proteste successive al decesso, mostrano diversi profili di criticità e di
illegalità che non possono essere liquidati sbrigativamente ma meritano i dovuti
approfondimenti.
Le responsabilità per la morte del giovane Lassoued Dhoui sono legate al
perverso sistema della detenzione amministrativa ma anche alle mancanze di
specifici soggetti.
In primis, vi è una responsabilità in capo a chi ha determinato che nonostante
il pregresso di fragilità, Lassoued Dhoui fosse idoneo alla vita ristretta nel
CPR di Palazzo San Gervasio. Poi vanno approfondite le eventuali responsabilità
di chi aveva in carico Dhoui all’interno del CPR di Palazzo San Gervasio e ha
consentito che, nonostante la sua fragilità, fosse relegato a vivere in un campo
di calcio.
Per non parlare della mancata attivazione dello screening sanitario che avrebbe
dovuto condurre Dhoui ad immediati controlli per accertare il suo stato di
salute psico-fisico. Ma non solo.
Dal punto di vista giuridico non si può sottacere sulla prassi di concedere la
convalida del trattenimento anche in presenza di certificati di idoneità
lacunosi e superficiali, non in linea con quanto previsto dall’articolo 3 della
Direttiva Lamorgese.
Una prassi che porta tantissimi soggetti fragili nel CPR di Palazzo San Gervasio
a vivere in condizioni di abbandono e di forte disagio.
Insomma, non è corretto liquidare la morte di Lassoued Dhoui come un semplice
suicidio, dietro tale decesso vi è molto di più ed è giusto che le indagini
della Procura della Repubblica di Potenza siano coraggiose e ampie per accertare
le responsabilità di chi ha favoritò la morte del giovane Dhoui.
L’UNICA RISPOSTA POSSIBILE: LA PROSPETTIVA DELL’ABOLIZIONE
Lassoued Dhoui è soltanto l’ultimo nome iscritto nella lunga e dolorosa lista di
vite spezzate all’interno dei centri di permanenza per il rimpatrio italiani. Il
bilancio esatto di questa strage silenziosa rimane indefinito, occultato
dall’inerzia e dalla reticenza delle istituzioni e della politica, nell’assenza
di interventi risolutivi anche da parte degli organi di garanzia.
Perseverare nel definire questi decessi come “eventi critici isolati” o come
anomalie gestionali ed emergenziali significa alimentare un’illusione riformista
non più tollerabile. I CPR non sono istituzioni correggibili, umanizzabili o
emendabili attraverso piccoli aggiustamenti regolamentari.
La violenza strutturale, lo snaturamento delle relazioni umane, la reificazione
dell’individuo, la disperazione e la morte non rappresentano incidenti
imprevedibili del percorso detentivo: sono la cifra costitutiva, l’essenza
operativa e il risultato fisiologico della detenzione amministrativa, che si sta
rivelando sempre più un dispositivo necropolitico delle politiche migratorie
europee, volte alla cancellazione delle persone migranti, dei loro corpi, delle
loro storie e reti sociali 17.
> Quella dei CPR è un’urgenza politica, etica e sanitaria che non ammette più
> dilazioni.
L’unica scelta coerente con i principi costituzionali, con la tutela della
salute pubblica, con le carte internazionali dei diritti umani e con il rispetto
della dignità della persona risiede nel superamento radicale e nell’abolizione
immediata della detenzione amministrativa e nella chiusura dei luoghi in cui
viene attuata.
Quando questo traguardo di civiltà verrà raggiunto, sarà comunque colpevolmente
tardi per Lassoued Dhoui, per Oussama Darkaoui e per le troppe vittime
dimenticate di questo sistema. Ma rappresenta l’ultimo passaggio ineludibile per
chiunque rifiuti la normalizzazione della violenza di Stato e scelga di
continuare, senza compromessi, a restare umano.
1. Nicola Cocco, medico infettivologo, membro della Società Italiana di
Medicina delle Migrazioni (SIMM) e attivista della Rete “Mai più lager – No
ai CPR ↩︎
2. Cocco, N., Marchese, V., Nicoli, F., Russo, G., Testa, J., Corsaro, A., &
Mazzetti, M. (2026). The pathogenicity of immigration detention: a systemic
conflict between medical ethics and harmful migration policies. The Lancet
Regional Health–Europe, 64 ↩︎
3. Avv. Arturo Raffaele Covella, Melting Pot (2025). Oussama Darkaoui, un anno
dopo: il ricordo, la lotta, la speranza ↩︎
4. Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una morte di CPR.
Melting Pot Europa ↩︎
5. Mbembe, A. (2019). Necropolitics. Necropolitics ↩︎
6. Van Hout, M., Lungu-Byrne, C., & Germain, J. (2020). Migrant health
situation when detained in European immigration detention centres: a
synthesis of extant qualitative literature. International journal of
prisoner health, 16 3, 221-236 ↩︎
7. Melting Pot Europa. (2026, 12 agosto). La morte di Lassoued Dhoui a Palazzo
San Gervasio: il sistema CPR continua ad uccidere ↩︎
8. (2024). Doctors should not declare anyone fit to be held in immigration
detention centres. BMJ, 384 ↩︎
9. Davies, T., Isakjee, A., & Dhesi, S. (2017). Violent Inaction: The
Necropolitical Experience of Refugees in Europe. Antipode, 49, 1263-1284 ↩︎
10. Goffman, E. (1962). Asylums: Essays on the Social Situation of Mental
Patients and Other Inmates ↩︎
11. Zhong, S., M., Yu, R., Perry, A., Hawton, K., Shaw, J., & Fazel, S. (2021).
Risk factors for suicide in prisons: a systematic review and meta-analysis.
The Lancet. Public Health, 6, e164 – e174 ↩︎
12. Cohen, J. (2008). Safe in our hands?: a study of suicide and self-harm in
asylum seekers. Journal of forensic and legal medicine, 15 4, 235-44 ↩︎
13. Associazione Antigone. (2025). Focus suicidi. XXI Rapporto sulle condizioni
di detenzione ↩︎
14. Citata in Covella, A. (2026, 12 agosto). Non è un evento critico, è una
morte di CPR. Melting Pot Europa ↩︎
15. Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli
Odontoiatri. (2024, 18 aprile). La FNOMCeO accoglie l’appello della SIMM
sui CPR e diritto alla salute. Portale FNOMCeO ↩︎
16. Pont, J., Stöver, H., & Wolff, H. (2012). HEALTH POLICY AND ETHICS
Resolving Ethical Conflicts in Practice and Research Dual Loyalty in Prison
Health Care ↩︎
17. Campesi, G. (2024). Regulating mobility through detention: Understanding
the new geography of control and containment at the Southern European
border. Theoretical Criminology, 28, 554 – 576 ↩︎